Per le nuove convenzioni marittime

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 21/11/1905

Per le nuove convenzioni marittime

«Corriere della Sera», 21 novembre 1905

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 281-284

 

 

Il problema delle convenzioni marittime è uno dei maggiori e più urgenti fra quanti aspettano una pronta risoluzione nel momento presente.

 

 

Per molti motivi l’opinione pubblica non è conscia dell’importanza che una soluzione buona o cattiva di esso può avere sull’avvenire dell’economia nazionale, di cui i traffici marittimi sono tanta parte. Ed è un male gravissimo perché, nel silenzio e pur troppo nell’ignoranza dell’opinione pubblica e del parlamento, noi ci avviamo fatalmente ad una soluzione di ripiego che non potrà non essere la peggiore di tutte. Importa adempiere al dovere di informatori e preparatori di una sana e vigile opinione pubblica, dato che per legge entro brevissimo termine il governo è obbligato a presentare opportune proposte al parlamento. Occorre incitare, quasi costringere il governo a dire presto, subito quali siano i suoi intendimenti. Il tempo è il fattore principale che già ci manca ed ogni giorno più ci farà difetto per una buona risoluzione del problema. In poche parole ecco di che si tratta. Attualmente sono in vigore convenzioni per i servizi marittimi, con le quali il governo ha provveduto a garantire un certo numero di servizi postali e commerciali fra i diversi porti della penisola, fra il continente e la Sicilia, la Sardegna e le isole minori e fra l’Italia e parecchi porti dentro e fuori del Mediterraneo. Le convenzioni sono assolutamente necessarie per garantire il servizio postale e commerciale ed adempiono sul mare allo stesso compito a cui per terra servivano, prima dell’1 luglio 1905, le convenzioni con le società mediterranea, adriatica e sicula; compito così importante che lo stato attualmente paga una somma di più di 10 milioni di lire all’anno alle società assuntrici del servizio. Le convenzioni scadono il primo luglio del 1908; e quindi è necessario prepararci sin d’ora per avere pronto per quella data il materiale ed organizzato il servizio. Né il primo luglio del 1908 deve essere considerato come una data così remota da esimerci dallo studiare adesso il problema. Siamo in un campo ben diverso dall’esercizio ferroviario. Malgrado il doloroso esempio di impreparazione per cui governo e parlamento giunsero alla vigilia della scadenza delle convenzioni senza aver nulla di pronto e deliberarono l’esercizio di stato sotto la pressione dello sciopero dei ferrovieri, malgrado questa impreparazione stupefacente, il danno poté sembrare sopportabile perché le linee ed il materiale erano già di proprietà dello stato e con un semplice mutamento di dirigenza il servizio poté alla meglio essere continuato. Per la navigazione il caso è profondamente diverso. Il materiale è posseduto da privati e sovratutto dalla Navigazione generale italiana, che ora esercita in gran parte i servizi sovvenzionati. Se le convenzioni con questa società non saranno rinnovate, come e da chi sarà esercitato il servizio? Una flotta di un 350.000 tonnellate per un valore di forse 200 milioni di lire, quale si ritiene necessaria dai competenti per esercitare i servizi postali, non si improvvisa né in due né in tre anni. La flotta attuale non può essere assolutamente conservata senza radicali migliorie. Basta pensare che, secondo le statistiche del 1903, la Navigazione generale italiana possedeva, tra gli 86 costrutti all’estero, 11 piroscafi di 42 anni, 4 di 40, 7 di 35, 28 di 30, 31 dai 20 ai 30 anni, per persuadersi che la flotta attualmente sovvenzionata potrà essere buona per un museo di antichità, ma non può, per almeno i tre quarti, tenere decentemente il mare per conto dello stato. Si badi che la flotta sovvenzionata dovrebbe non solo servire per mantenere rapide comunicazioni postali e commerciali, ma dovrebbe nel tempo stesso servire come flotta ausiliaria della marina da guerra. Tutti oramai sono d’accordo che la nostra marina da guerra non potrà combattere senza una flotta ausiliaria per i trasporti. Lo stato non può, per ovvie ragioni di economia, costruirsi una flotta che in tempo di pace sarebbe quasi sempre disoccupata; e deve imporre perciò, dietro adeguato compenso, alla flotta sovvenzionata per i servizi postali tali condizioni di velocità e di costruzione che essa possa in tempo di guerra convertirsi in flotta ausiliaria. Tutti i paesi stranieri fanno così; ed hanno quindi visto la necessità di mantenere in paese una flotta moderna, ben costrutta e rapida. Tale non è la attuale flotta italiana, almeno in massima parte, e non bisogna quindi nemmeno per un momento pensare a mantenere in navigazione tutte le attuali carcasse che eserciscono i servizi postali.

 

 

A ciò il governo aveva pensato; e con legge del 16 maggio 1901 si era imposto l’obbligo di presentare al parlamento le opportune proposte di legge entro il 1903, affine di lasciare quattro anni di tempo agli armatori italiani per mettersi in grado di partecipare alle gare per le nuove convenzioni marittime. Una commissione reale fu nominata per studiare il problema ed illuminare il governo.

 

 

La commissione studiò e studia; ma è passato il 1903, è passato il 1904, sta per passare il 1905 ed ancora il governo non ha presentato al parlamento nessuna proposta; né la commissione reale ha pubblicato la sua relazione. Tutto ciò che si conosce di concreto consiste in un foglio di sei paginette, in cui sono elencati i servizi che la commissione propone di istituire, colla periodicità, il tonnellaggio e la velocità delle navi, e sono riassunte le norme per il credito navale, per le aste e per la costruzione dei piroscafi. È qualche cosa; ma è troppo poco, per non dire nulla, in confronto a quello che sarebbe necessario. Poiché non è detto quali sovvenzioni sono stabilite per ogni gruppo di linee, e senza la conoscenza di questo dato come possono gli armatori preparare i progetti per adire alle gare? Vi è di peggio. Il ministero delle poste e telegrafi, pubblicando il 2 agosto di quest’anno il sunto delle proposte incomplete ed insufficienti e non motivate della commissione reale, vi ha aggiunto una noterella secondo la quale sulle proposte stesse è riservata ogni conclusione da parte dei ministeri interessati e del governo. Quindi neanche le proposte della commissione reale possono formare una base di studio e di preparazione concreta.

 

 

Date queste premesse, dolorose perché dimostrano la trascuratezza colpevole

del governo in un tema di tanta urgenza e di tanta importanza noi diciamo: urge che siano presentate al parlamento proposte concrete entro l’anno; ed urge che il governo le faccia discutere e lasci il tempo all’opinione pubblica di dibatterle ampiamente, in guisa che per il 30 giugno del 1906 le nuove convenzioni siano concluse e si possa iniziare la costruzione di parte della flotta che dovrà entrare in servizio il primo luglio del 1908. Purtroppo a costruirla tutta per quella data oramai non si arriverà più; e converrà rassegnarci in via provvisoria a conservare per il resto le navi attuali, anche se disadatte. Sarebbe intollerabile però che per la lentezza della amministrazione e del governo, si tardasse ancora dell’altro; poiché sarebbe giuocoforza rassegnarci a prorogare le attuali convenzioni ed a mantenere in navigazione anche quella parte del naviglio che fa più vergogna al nostro paese e che in tempo di guerra sarebbe affatto inservibile. Chi potrebbe, se per imprevidenza si giungesse a tale estremo, dar torto a coloro i quali accusassero il governo di essere mancipio di società interessate a conservare i lucri derivanti dall’impiego delle vecchie navi da museo che ora tengono il mare?

 

 

Gli inconvenienti, che oggi risentiamo dalla impreparazione ferroviaria del passato, ci siano di ammaestramento a cansare lo stesso pericolo per i servizi marittimi. Oggi noi non ci facciamo paladini di una soluzione piuttosto che un’altra; né vogliamo decidere se i servizi abbiano a concedersi all’attuale società, quando si fosse provveduta di navi moderne, od a parecchi armatori concorrenti od assunti in parte dallo stato. Sia qual si voglia la soluzione; purché una soluzione ci sia e governo e parlamento si rendano conto che esiste un problema dei trasporti marittimi e dimostrino di averlo studiato e di conoscere con precisione l’opera grandiosa di rinnovamento che si deve intraprendere.

 

 

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