Per le porte d’Italia. Soldati piemontesi! Soldati italiani!

Tratto da:

Gli ideali di un economista

Data di pubblicazione: 01/01/1916

Per le porte d’Italia. Soldati piemontesi! Soldati italiani!

«Pubblicazione n. 1 dell’Istituto Nazionale per le Biblioteche dei soldati, 1916»

Gli ideali di un economista, Edizioni «La Voce», Firenze, 1921, pp. 275-279

 

Chi di voi, contemplando la maestosa catena delle Alpi, che cinge tutt’intorno il nostro Piemonte, non si è sentito sicuro per la protezione che quelle montagne, dominate per lunghissimo tratto dalla punta del Monviso, danno alla nostra indipendenza ed alla nostra libertà?

 

 

Quante volte non avrete voi pensato: di qua dal Monviso gli Italiani, di là i Francesi, ambedue contenti nel proprio paese e viventi accanto da buoni amici, decisi a stare ognuno a casa propria, coltivando i campi, lavorando nelle fabbriche e curando l’allevamento e la educazione delle famiglie!

 

 

Eppure, le cose non andarono sempre così.

 

 

Francesi ed Italiani, che oggi sono amici e fratelli, un tempo si combatterono e forse si odiavano. E la causa di queste discordie, oggi fortunatamente cessate, era sempre la stessa: non si volevano rispettare, specialmente da parte dei potentissimi Re di Francia, i confini naturali, che i nostri piccoli Duchi di Savoia, diventati poi grandi Re di Sardegna e d’Italia, volevano portare fino alla linea divisoria delle Alpi.

 

 

I nostri Duchi, sovrani di un piccolo ma animoso popolo, combatterono per centinaia di anni per assicurarsi il confine delle Alpi. Sarebbe troppo lungo narrarvi tutte quelle guerre. Vi ricorderemo solo alcuni avvenimenti principali.

 

 

Che cosa direste, voi che conoscete bene il Piemonte, se il Monviso e le vallate del Po e della Varaita e la pianura sottostante fino a Saluzzo ed a Carmagnola, appartenessero non all’Italia ma alla Francia? Voi direste che una simile condizione di cose sarebbe intollerabile; che il non essere padroni delle porte di casa nostra, che il lasciar arrivare gli eserciti stranieri fino a Carmagnola minaccerebbe gravemente Torino, la capitale del Piemonte, e rischierebbe di tagliare in due il nostro paese, impendendo le comunicazioni fra Cuneo e Mondovì da una parte e Torino, Pinerolo, Susa, Biella, Ivrea, Aosta dall’altra parte.

 

 

Ciò compresero i nostri vecchi; ma fu solo dopo lunghe lotte, guerre e trattative che il Duca Carlo Emanuele I nel 1601 riuscì a far ripassare le Alpi ai Francesi col trattato di Lione.

 

 

Ma i Re di Francia, che erano ostinati e volevano conquistare il dominio dell’Europa, come oggi vogliono fare gli Imperatori di Germania e d’Austria Ungheria, nel 1631 conquistarono Pinerolo, con le Valli del Chisone e del Pellice, e subito costrussero a Pinerolo una formidabile fortezza da cui minacciavano ad ogni momento Torino. Il Piemonte era quasi diventato vassallo, servo della Francia, e, finché Pinerolo era francese, noi piemontesi dovevamo mordere il freno. Di nuovo i Duchi di Savoia, assecondati da tutto il popolo, nobiltà, borghesia, contadini, colsero ogni occasione per liberarci da questa schiavitù. La più lunga delle guerre combattute per liberare Pinerolo fu quella che durò dal 1690 al 1696. Sei lunghi anni di guerra, con le battaglie della Staffarda e della Marsaglia, sostennero i Piemontesi contro le agguerrite truppe del Maresciallo Catinat, il quale aveva ricevuto ordine dal suo Ministro della Guerra: Bruciate tutto, bruciate bene in Piemonte! Ma i nostri bravi soldati, quasi tutti contadini, non si perdettero di coraggio, scalzi e laceri seguitarono a combattere, sostenuti dalla presenza e dall’aiuto del loro Duca Vittorio Amedeo II, il quale giunse a spezzare fra di loro il suo ricco collare dell’Annunziata perché potessero comprare di che sfamarsi, e tennero testa ai nemici. Finalmente, nel 1696, colla pace di Torino, Pinerolo ci venne restituita e fu così chiusa un’altra grande porta d’Italia.

 

 

Ne rimanevano aperte ancora tre, molto più piccole di quelle di Saluzzo e Pinerolo; ma capaci sempre di lasciar passare le truppe straniere per venire ad invadere il nostro caro Piemonte. Queste tre porte, che si trovavano ancora in mano dei Francesi, erano Casteldelfino, su su in capo alla Valle Varaita, da cui i nemici potevano calare nella pianura fra Cuneo e Saluzzo; il Pragelato con la fortezza di Finestrelle, da cui si poteva discendere, per la valle del Chisone, su Pinerolo; e il Delfinato Italiano, con Oulx, Cesana, Bardonecchia ed Exilles, da cui per la valle della Dora Riparia si era a quattro passi da Susa.

 

 

Di nuovo i Piemontesi si decisero ad andare in guerra per liberare definitivamente le Alpi dalla dominazione straniera; e fu guerra lunga e durissima, che durò dal 1701 al 1713 e che tutti voi conoscete per l’assedio di Torino e per l’eroismo di Pietro Micca, oscuro figlio del popolo, come popolani e contadini erano quelli che avevano giurato, insieme al loro Duca, di liberare il Piemonte. Alla pace di Utrecht, nel 1713, Casteldelfino, Pragelato ed il Delfinato furono ceduti al Piemonte ed il confine delle Alpi era raggiunto.

 

 

Dopo d’allora, i confini delle Alpi dalla parte del Piemonte sono stati sicuri; e noi da oramai duecento anni siamo tranquilli nelle nostre case, perché i nostri vecchi non hanno temuto di sacrificare le loro vite ed i loro beni per il vantaggio dei loro figli e dei loro discendenti. Noi oggi siamo amici colla Francia, perché allora si ebbe il coraggio di farla finita con la prepotenza dei loro Re, i quali volevano dominare su di noi. E noi sappiamo benissimo che i francesi sono contenti di essere tornati a casa loro; ed i loro uomini migliori ce lo dissero francamente nel 1906, quando insieme e di buon accordo festeggiammo il secondo centenario dell’assedio di Torino.

 

 

Vorremmo adesso noi essere da meno dei nostri vecchi? Il Trentino, che è oggi dominato dall’Austria ed è abitato da italiani, desiderosi di riunirsi alla madrepatria, è per la Lombardia ed il Veneto ciò che un tempo era per noi Pinerolo in mano dei francesi; ed il Friuli orientale, con l’Istria, Gorizia, Gradisca e Trieste, abitati anch’essi da italiani, ci ricordano i tempi in cui Saluzzo con Carmagnola era in possesso di stranieri. Allora Torino era esposta ad un colpo di mano dei francesi, che potevano tranquillamente in tempo di pace ammassare truppe al di qua delle Alpi; adesso Brescia, Verona, Vicenza, Padova, Venezia, Udine sono esposte agli assalti austriaci, i quali possono accumulare eserciti a Trento, Riva e Gorizia e venirci addosso quando meno ce lo aspettiamo.

 

 

Allora i nostri Duchi erano indipendenti solo di nome; ma in realtà dovevano obbedire ai Re di Francia. Adesso, l’Italia negli ultimi dieci o quindici anni ha dovuto subire umiliazioni senza fine. Tutti sanno che abbiamo dovuto le ultime due volte rinnovare l’alleanza con la Germania e l’Austria per forza, sotto la minaccia di una dichiarazione di guerra da parte delle nostre alleate. Tutti sanno che, all’epoca della guerra libica, il Duca degli Abruzzi dovette rinunciare a bombardare i porti turchi dell’Adriatico, e la nostra flotta non poté fare nulla contro Salonicco ed i Dardanelli, perché l’Austria aveva posto il veto. E noi dovemmo chinare la testa perché noi avevamo due porte d’Italia – il Trentino ed il Friuli con l’Istria – in mano all’Austria.

 

 

La nostra guerra non è una guerra di conquista, ma di liberazione. Quando avremo ricacciato per sempre gli Austriaci al di là delle Alpi, noi vivremo in pace con loro. Noi non vogliamo opprimere nessuno, ma non vogliamo essere oppressi. Ma perciò abbiamo bisogno che la cerchia delle Alpi sia nostra. Quando l’avremo conquistata, noi potremo dire di aver compiuto il nostro dovere. I nostri padri faticarono 150 anni per liberare le Alpi piemontesi dal giogo straniero, e sostennero guerre sanguinose e devastazioni per intieri decenni. Oramai il dado è gettato; se noi non vogliamo che la pianura veneta e la lombarda siano devastate, che le soldatesche austriache e tedesche violino le nostre mogli e le nostre sorelle e le nostre figlie, noi dobbiamo opporre saldo e animoso il petto contro il nemico.

 

 

Ricordate, soldati, che voi conquisterete così pace e sicurezza per voi e per i vostri discendenti, per ora e per i secoli avvenire; ridonando all’Italia le sue porte, la renderete veramente amica di tutti i suoi vicini! Con la guerra d’oggi, voi create la pace duratura del domani!

 

 

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