Per l’espansione italiana all’estero. (A proposito di due recenti decreti)

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 20/02/1924

Per l’espansione italiana all’estero. (A proposito di due recenti decreti)

«Corriere della Sera», 20 febbraio 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 605-609

 

 

 

La «Gazzetta Ufficiale» pubblica, dopo quello sulle associazioni operaie, altri due decreti meritevoli di ricordo. Il primo autorizza il commissario per i servizi della marina mercantile «a determinare l’ordinamento dei servizi postali e commerciali marittimi sovvenzionati e ad affidare l’esercizio dei servizi medesimi all’industria privata anche a licitazione o trattativa privata».

 

 

In altri tempi, su questo problema delle convenzioni marittime e della scelta delle compagnie sovvenzionate, caddero ministeri e furono condotte, nella stampa ed in parlamento, discussioni memorande. Oggi interessi gravissimi del pubblico erario, di centinaia di milioni di lire all’anno sono affidati alla integra coscienza di un uomo. Non dubito punto che egli opererà nell’interesse dello stato. Gioverà pur sempre a lui ed ai colleghi suoi delle finanze, dell’economia nazionale, dei lavori pubblici e delle poste, dare ampio rendiconto dell’opera sua, delle offerte ricevute, dei loro particolari e delle ragioni per cui l’un offerente fu preferito all’altro. Gioverà sovratutto se, essendo fornito di così smisurato potere, oserà fare la sola cosa a cui i governi parlamentari non riuscirono mai: abolire i servizi «commerciali», limitando le sovvenzioni statali ai servizi «postali». L’on. Ciano si renderebbe così veramente benemerito dell’erario e sovratutto della marina mercantile italiana, oggi mortificata nel suo progresso e nei suoi uomini dalla inutile elemosina statale. Solo uomini i quali non siano alla mercé dei sussidi governativi hanno diritto a chiamarsi armatori sul serio, a guidare le fortune d’Italia sul mare, a trattare da paro a paro con i capi delle organizzazioni marittime ed a vincere i colossi stranieri della navigazione.

 

 

Gravi riflessioni suscita altresì il decreto il quale crea un «Istituto nazionale di credito per il lavoro italiano all’estero». L’istituto, con capitale non superiore ai 100 milioni, dovrebbe avere per iscopo: a) di finanziare per intiero, o in partecipazione, imprese di lavori o di colonizzazioni all’estero che impieghino, almeno prevalentemente, mano d’opera italiana; b) di anticipare somme per cauzioni o per provviste di materiali o di attrezzi occorrenti per appalti di lavori, o per opere di colonizzazione, tanto ad imprese, quanto a collettività o a cooperative di lavoratori nazionali ed, eccezionalmente, a singoli coloni od assuntori di piccole industrie all’estero; c) di compiere studi, formular progetti relativi alle imprese di cui sopra; d) di promuovere e intensificare e raccogliere il risparmio da parte degli italiani all’estero.

 

 

Se un istituto di questo genere fosse sorto per iniziativa privata, nessuno avrebbe avuto nulla a ridire. Ognuno corre i rischi che vuole; e bisogna plaudire a chi ha l’animo temprato alle imprese più audaci. Dal punto di vista bancario e l’istituto è una vera banca di credito mobiliare – lo specializzarsi in un dato genere di operazioni cresce i rischi ed è perciò evitato dai banchieri prudenti. Nel caso presente, l’obbiezione non sarebbe perentoria, ché la banca parmi destinata, per ora, ad impiegare sovratutto capitali «proprii» ai quali si possono far correre perciò rischi che sarebbero sconsigliabili ad una banca la quale lavorasse sovratutto con depositi altrui.

 

 

Le riflessioni critiche sono diverse e si possono sintetizzare nelle seguenti proposizioni:

 

 

La nuova banca ha carattere semistatale. Quattro dei componenti il consiglio di amministrazione sono nominati dal ministro degli esteri, tre dietro concerto con i ministri per l’economia nazionale, per le finanze e per le colonie ed il quarto su proposta del commissario generale per l’emigrazione. Il governo nomina anche un sindaco effettivo su tre ed un supplente su due.

 

 

Il servizio degli interessi sul capitale sociale è garantito dallo stato. Il fondo per l’emigrazione, cioè, garantisce il pagamento di un interesse minimo del 4,50% all’anno sul valore nominale delle azioni della banca e del 3,50% sulle obbligazioni.

 

 

Per chi non lo ricordi, il fondo per l’emigrazione è alimentato da un’imposta obbligatoria formalmente pagata dagli armatori, sostanzialmente dagli emigranti. In ogni caso esso è parte del fondo generale delle entrate del tesoro, sebbene abbia apparenza di fondo autonomo. Chi, se non lo stato, sopperirebbe ai disavanzi del fondo dell’emigrazione?

 

 

Dopo ciò, ha scarso valore affermare che «la nomina governativa dei consiglieri, non tenuti a cauzione, e quella dei sindaci non implicano alcuna responsabilità del governo per gli atti, le operazioni e in generale per l’amministrazione dell’istituto». La responsabilità del governo deriva dalla garanzia prestata. Ufficio degli amministratori governativi, sarà necessariamente di vegliare a che non ci sia bisogno di ricorrere alla garanzia del governo. Perciò la banca potrà fare solo quelle operazioni a cui gli amministratori nominati dal governo consentiranno, ove siano sicuri di non cagionare rischi pericolosi di perdite. Nei casi dubbi, gli amministratori governativi vorranno ottenere il consenso preventivo dei loro ministri. Essi faranno benissimo a coprirsi, ma non si riesce a comprendere quale effettivo giovamento potranno trovare gli emigranti seri in una banca costretta, per suo istituto, a regolarsi in tal modo. Qualunque industriale o colono serio preferirà pagare il 12 ed il 15% alla propria banca privata argentina o brasiliana o nordamericana piuttostoché il 5 o il 6% ad una banca governativa con sede in Roma. Rimarrà la clientela creata dall’istituto medesimo, per attuare i progetti dell’istituto, per secondare gli indirizzi colonizzatori dei dirigenti dell’istituto. Non conoscendo esempi concreti di sperimenti riusciti di tal genere, non vorrei azzardare pronostici. Sarebbe bene che il commissariato generale dell’emigrazione divulgasse i risultati di banche colonizzatrici a tipo statale, che per avventura fossero a lui noti.

 

 

Il collocamento delle azioni e delle obbligazioni della nuova banca è fatto ad opera di enti pubblici: uffici che rilasciano passaporti per l’estero, comuni ed uffici postali. Anche questa è una novità singolarmente pericolosa. Come potrà lo stato disinteressarsi delle quotazioni di titoli che i suoi questori, i suoi ufficiali postali, i sindaci, in qualità di ufficiali del governo, hanno raccomandato ai cittadini? È patriottico in tempi gravi che i pubblici ufficiali curino le sottoscrizioni ai prestiti nazionali; ma l’invito a sottoscrivere azioni di una banca implica per l’ufficiale pubblico qualcosa di più di una responsabilità morale.

 

 

La raccolta dei capitali si fa sovratutto con autorizzazioni ed obblighi imposti ad enti morali.

 

 

Il decreto istitutivo infatti autorizza: 1) le casse di risparmio, i monti di pietà, gl’istituti e casse di assicurazione a sottoscrivere le azioni e le obbligazioni dell’istituto, anche in deroga ai loro statuti; 2) la cassa depositi e prestiti ad impiegare nelle obbligazioni medesime, per un decimo della quota che essa è obbligata a reimpiegare in titoli di stato e garantiti dallo stato, l’eccedenza delle rimesse degli emigranti alle casse postali.

 

 

Da tempo immemorabile le casse sopra indicate hanno interpretato le «autorizzazioni» del governo come obblighi perentori, a cui sarebbe imprudente non ubbidire. Ma di «obblighi» propriamente detti trattasi per i depositi degli emigranti presso il Banco di Napoli e quello di Sicilia, i quali «dovranno» per un decimo essere investiti in obbligazioni dell’istituto.

 

 

Parmi che il quadro sia compiuto. Siamo di fronte ad un vero e proprio istituto pubblico, con garanzie di dividendo e di interessi sul fondo delle imposte, amministrato in parte da funzionari governativi, alimentato da prelievi fatti per obbligo o per consiglio non evitabile di legge sui depositi delle casse postali ed ordinarie di risparmio.

 

 

Finché tuttavia l’istituto si limiti ad impiegare in mutui ad imprese industriali o colonizzatrici italiane all’estero il capitale proprio, comunque raccolto, il rischio dell’impiego, indubbiamente lontano ed aleatorio, sarà limitato.

 

 

Il vero pericolo sorgerebbe quando l’istituto volesse destinare ad impieghi di questo genere – veri e proprii impieghi del tipo conosciuto bancariamente col nome di impieghi mobiliari, le somme raccolte coi risparmi degli emigranti.

 

 

Formulo perciò l’augurio che, nel regolamento, sia data assicurazione agli italiani residenti all’estero che i loro risparmi depositati presso l’istituto saranno amministrati, in sezione speciale, secondo le stesse norme con cui si amministrano i depositi delle casse postali italiane. È indubbio che, come raccoglitore di risparmi di emigranti, l’istituto potrà essere un collaboratore utile ai Banchi di Napoli e di Sicilia, che già si son resi benemeriti in tal campo; e sarà un concorrente valoroso dei banchisti italiani che tanti tristi ricordi hanno di sé lasciato nelle Americhe e delle casse postali di risparmio a cui il governo nordamericano ha affidato il carico di assorbire per suo conto il risparmio dei nostri emigranti. Ma perché il successo arrida alla patriottica impresa è assolutamente necessario che i depositanti sappiano non essere i loro danari destinati ad investimenti di credito mobiliare. Coi danari degli emigranti non si devono far mutui per creazione di imprese ed industrie. Questi sono immobilizzi adatti a banche create a bella posta, che lavorano con capitali di gente che sa la natura del rischio che corre. La banca finanziaria di credito mobiliare è cosa ben diversa dalla cassa di risparmio. Non dubito menomamente che il nuovo istituto sorgerà con due sezioni: l’una destinata a scopi di colonizzazione e di incremento delle industrie degli italiani all’estero, lavorante con capitali proprii e con depositi fermi di capitalisti; l’altra destinata a fungere da cassa di risparmio degli emigranti ed obbligata ad impiegarli in impieghi di assoluto riposo, in titoli «dal taglio dorato» da buon padre di famiglia. Ho più fiducia nella seconda sezione, che ha in suo favore l’esempio glorioso delle casse postali di risparmio italiane; ma per vivere prospera e crescere ad alti destini essa ha d’uopo di essere nettamente divisa dalla consorella di credito mobiliare.

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