Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Per l’ultimo sforzo. (In vista del pareggio)

«Corriere della Sera», 12 agosto 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 329-334

 

 

 

La pubblicazione, avvenuta a poca distanza l’una dall’altra e con mantenuta sollecitudine, del conto del tesoro e della situazione dei debiti pubblici al 30 giugno 1923, consente di dare una risposta alla domanda: quale fu il disavanzo dell’esercizio finanziario 1922-1923?

 

 

In sede di previsione, i pronostici erano variati coi tempi e coi ministri: previsto nel novembre 1921 in 2.762 milioni di lire, corretto un mese dopo in 2.862 milioni, assunto dal Peano in 3.877 milioni, fu stabilito alla vigilia della chiusura dell’esercizio, il 13 maggio, alla Scala di Milano, dall’on. De Stefani in 4.453 milioni di lire.

 

 

Quale esso sia stato in realtà, secondo le regole della nostra contabilità, lo sapremo soltanto fra parecchio tempo. Alla riapertura del parlamento, in novembre, il ministro delle finanze dovrebbe presentare, insieme col consuntivo 1921-1922, finora non venuto alla luce, anche il consuntivo 1922-1923; e certamente egli vorrà riprendere quella tradizione di regolarità che era stata trascurata negli ultimi anni. Frattanto, l’unico documento illuminante è il conto del tesoro. Esso però, notisi ancora una volta, non ci può dir nulla sul disavanzo effettivo di competenza, ossia sul disavanzo tra entrate e spese, afferenti all’esercizio 1922-1923, verificatosi nell’anno, tenuto conto dei residui attivi rimasti da riscuotere e dei residui passivi rimasti da pagare al 30 giugno 1923. Questa cifra la sapremo in novembre dall’esposizione finanziaria; ed è assai dubbio se essa allora ci dirà molto. Come fu dimostrato qui ripetutamente, le cifre del disavanzo di competenza sono di incertissimo significato, a causa dell’imbroglio dei residui passivi, la più gran parte dei quali sono puramente di scrittura e non hanno alcuna importanza essenziale. L’on. De Stefani, con frase felice, disse a Milano che questi residui erano «un fantasma contabile»; ed uno dei suoi meriti maggiori di chiarificazione è, come vedremo sotto, l’averlo fatto scomparire a miliardi. A novembre, dunque, l’interpretazione della cifra del disavanzo di competenza. Per ora il conto del tesoro ci consente di rispondere, con una certa approssimazione, ad un’altra domanda: quale fu l’indebitamento dell’esercizio decorso?

 

 

È una notizia semplice, che non lascia praticamente luogo a troppi dubbi. I dubbi sorgerebbero ove lo stato lasciasse, alla fine dell’anno, molti residui da pagare, ove i fornitori si lagnassero di non essere pagati. Ma ciò non è; anzi, si nota un miglioramento notevole nella rapidità con cui lo stato paga le somme dovute; e tale rapidità va crescendo per le sollecitazioni continue fatte dalle finanze ai ministeri ordinatori della spesa. Posto ciò, ammesso come cosa certa che i residui effettivi da pagare vanno diminuendo, la cifra dell’indebitamento, ossia la cifra dei debiti nuovi contratti dallo stato durante l’esercizio è l’indice più sicuro, più prezioso che si possa avere intorno all’andamento della pubblica finanza.

 

 

Che cosa ci dice il conto del tesoro al 30 giugno? Questo: che lo stato pagò, in conto spese effettive, ordinarie e straordinarie, e in conto costruzione di ferrovie, 41.489,6 milioni di lire; e ne incassò, in conto entrate effettive, ordinarie e straordinarie, ed in conto costruzioni ferroviarie, 27.211 milioni. Il disavanzo risulterebbe di 14.278,6 milioni di lire. Ma tale cifra di disavanzo è uno di quei «fantasmi» che De Stefani dissipò alla Scala. Bisogna detrarre 11.247,7 milioni di residui passivi inesistenti, cifre che appesantivano il conto del tesoro inutilmente, perché attendevano, anime vaganti nel limbo delle scritture contabili, di essere regolarizzate e spazzate via. De Stefani, per farla finita, le eliminò scritturandole, senza tirar di cassa un centesimo, tra le spese effettive; cosicché deducendole dai 14.278,6 milioni sovradetti, risulta la vera differenza tra incassi e pagamenti verificatisi nell’esercizio di 3.030,8 milioni di lire. Questa cifra di poco più di 3 miliardi, rappresenta la differenza fra l’incassato e lo speso nell’esercizio, a qualunque esercizio, passato, corrente o futuro, il movimento si riferisca.

 

 

Questa è la cifra a cui si dovette provvedere con nuovi debiti. Non si può pretendere di trovare, per molte ragioni, una corrispondenza esattissima tra la differenza anzidetta e gli effettivi indebitamenti dello stato. Ma una corrispondenza sufficiente esiste.

 

 

Il conto del tesoro, non tenuto conto delle scritturazioni «formali» per interessi pagati in buoni del tesoro speciali al tesoro britannico, denuncia 3.616,6 milioni di nuovi debiti; ma poiché il fondo di cassa aumentò nell’esercizio di 1.498,9 milioni di lire, è chiaro, ove pur si ammetta che una parte sola di detto aumento consista in vero contante liquido, che il nuovo debito netto non si allontana molto dai 3 miliardi di lire.

 

 

D’altro canto, la situazione dei debiti pubblici al 30 giugno 1923 denuncia un aumento di 4.083,1 milioni di lire. Ma da questa cifra bisogna dedurre 613,8 milioni per gli interessi pagati con i buoni «speciali», di cui sopra, al governo inglese, milioni che non richiesero ora un centesimo di spesa e non la richiederanno in avvenire, perché ci si deve passar la spugna sopra; e bisogna dedurre altresì 558,7 milioni per diminuzioni avvenute nel debito fluttuante del tesoro non compreso nella situazione dei debiti pubblici: in tutto 1.172,5 milioni. Ed ecco che l’indebitamento vero, quale risulta altresì dalla situazione dei debiti pubblici, si riduce a 2.910,6 milioni di lire.

 

 

Possiamo dunque concludere che le spese non coperte da entrate per cui si dovette ricorrere a debiti nuovi, batterono – qualunque sia il metodo tenuto nel calcolarlo, differenze tra incassi e pagamenti, debiti risultanti dal conto del tesoro ovvero dalla situazione dei debiti pubblici – nell’esercizio ora decorso sui tre miliardi di lire.

 

 

E bisogna dir subito che, trattandosi di un fatto, di una realtà semplice e tangibile, quella cifra di tre miliardi è un gran fatto, è una realtà consolante e bene auspicante. Si guardi alla serie degli indebitamenti risultanti dalle situazioni dei debiti pubblici:

 

 

Milioni di lire

1914-1915

2.929

1915-1916

5.162

1916-1917

15.140

1917-1918

20.876

1918-1919

19.546

1919-1920

15.343

1920-1921

12.456

1921-1922

7.040

1922-1923

4.083

 

 

Badisi che queste sono le cifre grezze quali risultano dalla situazione dei debiti pubblici e non depurate, come sopra si fece, dagli interessi inglesi e non integrate con le variazioni del debito fluttuante. Per il 1922-1923, operate tali correzioni, la cifra dell’indebitamento scende da 4.083 a 2.910 milioni. Per gli esercizi precedenti, variazioni consimili, in vario senso, potranno aver avuto luogo. Ma, nell’insieme, il movimento alla riduzione dell’indebitamento nuovo è marcatissimo.

 

 

Praticamente, l’Italia può affermare con orgoglio che il bilancio «normale» oramai è assestato: i tre miliardi che mancano al pareggio uguagliano invero, con quasi assoluta corrispondenza, i 1.500 milioni impostati per i danni di guerra e le ricostruzioni nelle Venezie e i 1.400 milioni di pensioni di guerra. In Francia affermano di avere il bilancio in pareggio, sebbene le spese di carattere transitorio – danni di guerra e pensioni – siano tanto più imponenti delle nostre. La meta raggiunta è, invece, per noi unicamente stimolo a toccare quella meta più alta che è il pareggio pieno, anche rispetto alle spese transitorie. Essa ci fa bensì riflettere che è pericoloso fondarsi all’uopo più sulle nuove entrate che sulle economie; perché le nuove entrate ecciteranno, quando le spese transitorie siano scomparse, a spese permanenti inutili; mentre le economie sono un guadagno netto, il quale consentirà, in tempi di larghezza di mezzi, una più razionale distribuzione dei margini di bilancio.

 

 

Ma non per causa di questi salutari dubbi, la meta toccata cessa di essere una grandissima cosa. Il merito va equamente distribuito tra i ministri passati che predisposero il bilancio del 1922-1923 e quello presente che ne ebbe, per la maggior parte dell’esercizio, la responsabilità dell’attuazione. Ma, pur lodando i predecessori, come l’equità consiglia, lode non certo minore va data al ministro in carica. La previsione è solo il principio dell’azione. Chi attua e realizza va messo in prima fila. Né il fatto che le discese maggiori nelle cifre del disavanzo si ebbero in esercizi precedenti deve far velo al giudizio sullo sforzo recente. Fu già qui ripetutamente detto che l’ultimo miliardo è il più duro da far scomparire. Il merito della vittoria nella lotta contro il disavanzo cresce col ridursi della cifra del disavanzo stesso.

 

 

L’on. De Stefani ha annunciato per il 1923-1924 un disavanzo di 2.616 milioni. Tenuto conto di quel che egli ha già operato in un esercizio non suo fin dall’inizio, si può sperar fermamente che l’indebitamento non giungerà a tal cifra. In un articolo pubblicato il 9 marzo di quest’anno dicevamo che l’impulso dato alle economie dall’attuale ministro ci faceva presagire un indebitamento di soli 3 miliardi; e tre miliardi furono. L’on. De Stefani non vorrà respingere il nostro augurio cordiale che il conto del tesoro al 30 giugno dell’anno venturo denunci un indebitamento non superiore ai 2 miliardi; forse anche inferiore e non di poco.

 

 

Frattanto la diminuzione avvenuta nei debiti nuovi contratti dallo stato, sta già producendo magnifici risultati. Non erano, no, innocui i 20 miliardi di debiti nuovi contratti nel 1917-1918 e nel 1918-1919, i 15 del 1919-1920, i 12 del 1920-1921, i 7 del 1921-1922. Pur tenendo calcolo che nei primi esercizi una parte di quei debiti era contratta all’estero, il resto era una somma così formidabile da esaurire del tutto le possibilità di risparmio del paese. Tutto o quasi tutto il risparmio prodotto dal paese era pompato direttamente o per vie traverse, dallo stato. Non rimaneva nulla per le industrie, nulla per l’agricoltura, nulla per le grandi opere pubbliche locali. Il primo anno nel quale si cominciò a respirare fu il 1922-1923. Ridotto a 3 miliardi il fabbisogno dello stato, rimasero alcuni miliardi di nuovo, fresco risparmio disponibili per investimenti privati. Per la prima volta talune grandi industrie, come quelle elettriche, poterono ottenere capitali per cifre di centinaia di milioni sul mercato interno. Questa è la via regia la quale promette i massimi benefici all’economia nazionale. Coll’assestare il suo bilancio, col cessare di fare appello al risparmio interno, si induce questo a riversarsi tutto a pro dell’incremento della produzione. La cessazione dei nuovi debiti statali significa riduzione rapida del saggio dell’interesse. Mentre altrove il saggio aumenta ed in Germania si vola verso cime assurde del 20, del 50% al giorno, noi stiamo avvicinandoci al 5% ad anno; e presto potremo discendere al disotto. Potremo, se vorremo. Potremo, se sapremo tutti coadiuvare il ministro delle finanze nell’ostinato suo sforzo verso le economie ed il pareggio. Ridurre il saggio dell’interesse sul mercato al 5 ed al 4% vuol dire dare un magnifico impulso alla produzione, vuol dire abolire la disoccupazione, vuol dire aumentare i salari reali.

 

 

La diminuzione dell’indebitamento interno è causa altresì di prestigio all’estero. La situazione dei debiti pubblici reca una cifra significativa: 41,6 milioni di lire furono rimborsati nell’esercizio 1922-1923 a governi esteri, i quali ce li avevano mutuati durante la guerra. Ed un decreto del 28 giugno 1923, pubblicato sulla «Gazzetta ufficiale» del 3 corrente, ordinava l’iscrizione nel bilancio 1922-1923 di altri 56,4 milioni di lire per rimborso al contabile del portafoglio di 55 milioni di milioni pagati al governo del Brasile per rimborso a saldo del prestito concesso nel marzo 1920 all’Italia. Probabilmente, con questo rimborso, il quale figurerà, per regolazione, in un prossimo conto del tesoro, l’Italia ha estinto l’ultimo dei prestiti effettivi contratti all’estero durante la guerra. Dicesi l’ultimo, perché quelli verso gli Stati uniti e l’Inghilterra non sono prestiti veri e proprii, bensì metodi contabili di liquidazione di spese fatte in comune per un’impresa comune. Se così è, se il prestito rimborsato al Brasile è davvero l’ultimo, la data del 28 giugno 1923 merita di essere incisa nel bronzo. D’ora innanzi, tutto il risparmio nazionale può essere consacrato all’incremento della produzione all’interno ed alle maggiori fortune economiche dell’Italia nel mondo.

 

Torna su