Tratto da:

L’Italia e il secondo risorgimento

Per tassare, incitare a produrre

«L’Italia e il secondo Risorgimento», 5 gennaio 1945

 

 

 

Un buon sistema tributario deve rispondere ad esigenze diverse e non sempre coincidenti. Esso deve essere sufficiente, e cioè capace di dare al tesoro le enormi somme, suppongasi il terzo del reddito nazionale, di cui esso ha bisogno. Una imposta perfetta, ma che frutta pochi soldi o pochi milioni, è roba da buttare dalla finestra.

 

 

Nove decimi delle imposte esistenti, novantanove per cento di quelle che si potrebbero proporre, sono dannose al tesoro, perché disturbano il lavoro degli uffici finanziari e distraggono i funzionari dalla ricerca della materia imponibile veramente utile. Ogni ruolo in più che si deve compilare, significa spesso denari perduti per la finanza. Esso non deve essere suicida.

 

 

Una imposta perfetta come congegno, ma persecutoria, può uccidere la gallina che fa l’uovo e distruggere il reddito che si tratta di tassare. Il novantanove per cento dei dazi e tutte le imposte sugli affari (registro e bollo) appartengono a questa categoria. Esse dicono all’uomo; prima di compiere quest’atto, prima di acquistare quell’oggetto, pensaci dieci volte. Prima devi pagare l’imposta. Solo quando avrai pagato, ti muoverai, agirai, lavorerai, arrischierai. Non è ciò privo di buon senso?

 

 

Non è evidente che bisogna invece alleggerire l’uomo mente lavora, mentre arrischia capitali ed opera ed aspettare a tassarlo quando ha chiuso la fatica, quando ha guadagnato ed allora tassarlo, sul guadagno già ottenuto?

 

 

Perciò dicevo anche che l’imposta non deve perseguire il reddito quando aumenta, ma quando è già costituito o consolidato. Se noi diciamo all’uomo, tu finora hai guadagnato cento; od, almeno, sei in condizioni tali, per la tua industria, il tuo commercio, il tuo podere che tu devi guadagnar cento.

 

 

Qualunque altra persona dotata di ordinaria capacità al tuo posto guadagnerebbe cento. Noi ti tassiamo come se tu avessi un reddito di cento.

 

 

Se poi a te riesce di guadagnare centoventi, il venti in più rimarrà esente da imposta per quel tempo che sarà necessario affinché la produttività media, sotto la spinta della multa per coloro che producono meno di cento e sono tassati su cento e del premio per coloro che producono di più e sono tassati solo per cento, cresca e diventi centoventi. Allora l’imponibile verrà portato a centoventi per tutti; e chi vorrà godere di esenzione temporanea, dovrà, con diligenze straordinarie, invenzioni ed iniziative, industriarsi a portare il prodotto a centotrenta.

 

 

Se invece l’imposta, non appena il contribuente ha cresciuto il reddito da cento a centoventi, subito lo agguanta e lo fa pagare sul dippiù e magari, come tanti mediocri od energumeni propongono per odio verso chi s’innalzi ed essi sono incapaci ad emulare, lo fa pagare maggiormente sul dippiù nuovo che sull’ordinario vecchio, ecco l’imposta frenare lo incremento del reddito, eccola uccidere la gallina che fa le uova d’oro. Bisogna preferire le imposte che favoriscono l’aumento del reddito a quelle le quali lo deprimono.

 

 

Le imposte non devono correre dietro ai nomi. L’esempio tipico di nominalismo è quello delle imposte dette sul capitale, sul patrimonio. Qui bisogna distinguere nettamente la tecnica dalla sostanza. La tecnica dell’arte tributaria insegna non di rado a commisurare le imposte al capitale invece che al reddito.

 

 

Vi sono buone ragioni per far ciò, che sarebbe troppo lungo enumerare in un articolo. Si rifletta però che un’imposta dello 0,50 per cento sul capitale, non è altro in sostanza che un’imposta di un tanto per cento sul reddito del capitale. Se il capitale frutta il 5 per cento, una imposta dello 0,50 per cento sul capitale equivale ed è un’imposta del 10 per cento sul reddito del capitale medesimo.

 

 

Ripeto che vi possono essere ottime ragioni per adoperare la prima maniera di esprimersi invece della seconda; ma la diversità delle parole adoperate non muta nulla alla sostanza che è sempre ed unicamente quella di prelevare una parte del reddito.

 

 

Noi possiamo ben dire che il proprietario di una casa, di un terreno, di una fabbrica deve pagare anche il 10, il 20 per cento del valore capitale della sua casa, del suo podere, della sua fabbrica, ma non otterremo mai il miracolo che egli paghi sul serio col suo capitale. Il suo capitale consiste in una casa, in un podere, in una fabbrica.

 

 

Che cosa può farsene lo stato del 10 o del 20 per cento di questa roba? Niente. L’unica fonte da cui deriva la capacità di spendere dello stato e dei privati è il flusso di beni che esce giorno per giorno dai capitali.

 

 

Quello che serve ai privati ed allo Stato sono il godimento della casa, i frutti dei terreni, i prodotti dell’industria. Anche se qualche volta lo Stato dice al contribuente: dammi il 20 per cento del valore della tua proprietà, ossia una somma certamente superiore al frutto, al reddito della proprietà durante l’anno in corso, lo Stato medesimo si affanna ad assicurare al contribuente il modo di farsi anticipare temporaneamente da qualche banca l’ammontare dell’imposta da versare subito, salvo rimborso in cinque o dieci anni da effettuarsi a mano a mano che rientrano i redditi del capitale.

 

 

Ovvero lo Stato dice: mi pagherai il 20 per cento del capitale, in dieci rate annuali, si che ogni rata possa essere prelevata sul reddito. Se poi lo Stato non sente ragione e vuole davvero farsi pagare subito il 20 per cento sul capitale, né le banche fanno anticipazioni, quale è l’unico risultato? Che i contribuenti sono obbligati a vendere d’un tratto pezzi di terreno, case, quote o carature di fabbriche, ad ogni prezzo, ossia a prezzi rotti. I contribuenti pagano venti e subiscono un danno di cinquanta. Guadagnano gli speculatori e sono rovinati gli industriosi.

 

 

L’imposta con che cosa finisce di essere pagata? Con i danari liquidi che avevano in mano banche, intermediari, speculatori: ossia con reddito non ancora speso e non ancora trasformato in capitale. Non vi è dunque alcuna idea la quale sia così contraria alla realtà possibile, come quella di far pagare l’imposta col mezzo del capitale.

 

 

Si possono, in certi casi, obbligare i contribuenti a pagare prezzi di capitale; venti azioni su cento, venti obbligazioni su cento, venti cartelle di debito pubblico su cento. Ma lo Stato non ricava, per le sue spese, alcun costrutto dai titoli ricevuti. Se se ne vuol servire per far fronte a spese pubbliche, ad esempio di guerra, o di ricostruzione, li deve vendere a chi in cambio gli consegni denaro liquido, ossia reddito indistinto non ancora trasformato in capitale.

 

 

Se la realtà è che la sola fonte dell’imposta è il flusso annuo delle cose nuovamente prodotte, dei frutti naturali e civili dei terreni, delle case, delle industrie, dei commerci e del lavoro, giuocoforza è concludere che tutte le imposte, gira e rigira, finiscono di essere pagate col reddito, sono una parte del reddito nazionale annuo. Anche le buone imposte sui consumi, sul tabacco, sugli spiriti, sul vino, sul caffè ecc. ecc., che cosa sono se non frazioni di reddito consegnate allo Stato nell’istante in cui si acquistano sigari, sigarette, liquori, ecc. ecc.? Tanto vale, all’infuori di queste rispettabili imposte sui consumi, riconoscere il fatto e dire; alle spese pubbliche ordinarie correnti si deve provvedere con una buona imposta, bene congegnata, sul reddito ordinario annuo di tutti i cittadini.

 

 

In fondo è questa la conclusione alla quale sono giunti o stanno giungendo i paesi moderni. Dopo aver fatto mille smorfie, gli uomini hanno finito per persuadersi che il partito migliore, postoché la sola fonte della imposta (spesa pubblica), come di qualunque altra spesa privata, è il reddito, è il tassare puramente e semplicemente il reddito.

 

 

Così nacque nel 1842 in Inghilterra la celebre income tax od imposta sul reddito, la quale a poco a poco divenne lassù il pilastro fondamentale della finanza pubblica. Cominciò coll’aliquota di 2 denari per lira sterlina, il che vuol dire dello 0,83 per cento, e via via crebbe, andando su nei tempi di guerra e giù nei tempi di pace. Oggi è di 10 scellini per ogni lira sterlina, ossia del 50 per cento del reddito. Questa è l’aliquota generale.

 

 

Vi sono poi diffalchi ed aggiunte. Ai celibi si concede una detrazione di 80 lire sterline dal reddito annuo; e cioè nessuno paga se non ha almeno 80 lire sterline di reddito; e se si ha di più, si ha sempre l’esenzione per le prime 80 sterline.

 

 

L’uomo ammogliato gode di una detrazione di 140 lire sterline; l’ammogliato con figli, gode di una detrazione ulteriore di 50 lire sterline per ogni figlio a carico minorenne.

 

 

Chi ha redditi di lavoro ha una detrazione ulteriore del 10 per cento dell’ammontare del reddito medesimo sino ad un massimo di 150 lire sterline all’anno.

 

 

L’aggiunta è quella della supertax o complementare sui redditi superiori a 2000 lire sterline all’anno, la quale comincia, se ricordo bene, col 10 per cento e giunge al 30 per cento del reddito, così da far arrivare il totale, in questi tempi di guerra, sino all’80 per cento per i redditi massimi.

 

 

Il sistema è necessariamente complicato, perché si vuol tenere conto dello stato di celibato, di matrimonio, di figliuolanza, di origine del reddito, se da lavoro o da capitale, e di ammontare del reddito. Ma il risultato è evidente: ai contribuenti è lasciata libera da imposta una quota tanto minore del reddito quanto più è alto il reddito. È stato calcolato che in media, nel 1942/43, i contribuenti dopo aver pagata l’imposta normale e quella complementare sul reddito (income tax e supertax), si trovavano nella seguente situazione:

 

 

Classi di reddito lire

 

Quota percentuale del reddito rimasta al contribuente dopo le imposte pagate sul reddito

sterline

Sotto 250

97

da 250 a 500

85,4

da 500 a 1000

72

da 1000 a 2000

61,3

da 2000 a 10000

48,1

oltre 10000

20,6

 

 

Qui non si tiene ancora conto del prelievo per imposte successorie: ma si veda già quale formidabile macchina di abbassamento delle punte dei redditi sia da sola l’imposta sul reddito.

 

 

Colui che non supera le 250 lire sterline di reddito annuo (alla pari dei cambi e all’incirca anche alla pari delle relative potenze di acquisto circa 4.300 franchi svizzeri) paga il 3% e rimane col 97% del proprio reddito. All’altro estremo della scala, colui che ha 10.000 lire sterline di reddito (173.500 franchi svizzeri) paga il 79,4% e rimane col 20.6% del reddito.

 

 

Per i quattro quinti del reddito, il grosso redditiere incassa non per sé, ma per lo stato. Il carico enorme è proprio dei tempi eccezionali di guerra; ma non si prevedono nel prossimo avvenire riduzioni superiori ad un trenta per cento. Il piccolo pagherà il 2 invece che il 3%, il grosso il 56 invece dell’80 per cento. La macchina livellatrice funzionerà ancora. Se non si vuole che essa distrugga l’incentivo alla produzione del reddito e sovratutto alla produzione del risparmio, che si opera specialmente nei gradi non infimi del reddito, la condizione è quella che ripetutamente qui fu affermata: accertare i redditi sul vero ordinario o medio.

 

 

Una imposta del 50% sul reddito nuovo, sul reddito che l’ingegno, l’iniziativa, il coraggio, la laboriosità dell’uomo ha aggiunto al reddito precedente, medio ordinario, può essere micidiale. Una imposta dell’80% sul reddito ordinario, combinata coll’esenzione temporanea sull’aggiunta che il contribuente si procaccia, grazie alla sua iniziativa, oltre il reddito medio, può essere sopportabile. Può essere persino stimolante.

 

 

L’uomo che sa di dover pagare l’80% sul reddito che ogni persona media è capace di guadagnare, ma sa anche di essere esente sul di più, ansima, con la lingua fuori, per produrre il dippiù esente; e così ansimando e faticando e rischiando, fa il vantaggio proprio e della collettività. Si intende che l’80% si enuncia per i redditi altissimi; ma l’identico risultato si ottiene tassando col 10% il reddito medio ordinario del piccolo e lasciando esente il dippiù che anch’egli riesca a produrre.

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