Per un ente nazionale per il vino

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 28/02/1919

Per un ente nazionale per il vino

«Corriere della Sera, 28 febbraio[1] e 6 marzo 1919[2]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 103-115

 

 

 

I

 

Non sappiamo fare il vino!

 

«L’esperienza di sessant’anni di governo libero dimostra che non sappiamo fare il vino». Questa la incredibile sentenza in che, dopo lunghi dibattiti, sono venuti nove professori universitari di economia, di finanza e di statistica, tre ex ministri del tesoro e delle finanze, un sottosegretario di stato, un senatore avvocato principe e tre alti funzionari per dedurne la proposta più stravagante che certamente sarà per uscire dalla commissione del dopo guerra. Tra quei nove professori conto maestri e colleghi che amo e stimo; ma l’ossequio alla verità mi impone l’obbligo di dire che essi non hanno compiuto opera giovevole nel presente momento cercando di persuadere il paese che solo l’«abituale scettico misoneismo» impedirà di trarre 1 miliardo e 200 milioni di lire dalla creazione di un ente nazionale per la fabbricazione e per la vendita del vino comune in Italia e per la sua esportazione all’estero. La proposta, dovuta ad uno dei soliti bizzarri progettisti, i quali immaginano di aver trovato la pietra filosofale per procacciar denaro al fisco senza nocumento d’alcuno ed in mezzo alla letizia universale, si trascinava da anni su per gli scrittoi del ministero delle finanze; ma è lacrimevole che nove professori abbiano, munendola di un bollo di approvazione pseudoscientifico, screditato ancora una volta dinanzi alle persone di buon senso quelle scienze economiche che sono fatte già oggetto di tanto malevolo compatimento da parte dei «pratici».

 

 

Se la proposta fosse accolta, d’or innanzi nessun viticultore potrebbe più produrre vino colle sue uve, salvoché trattisi di vini fini o di marca; ma tutta l’uva prodotta dovrebbe essere recata in certi magazzini generali, di cui almeno uno dovrebbe sorgere per ogni regione viticola, tutti provveduti di perfezionati mezzi tecnici, di capaci serbatoi, di vasi vinari nonché di vaste e bene arieggiate cantine per la conservazione e l’invecchiamento del prodotto, dove esperti enologi chimici produrrebbero a basso costo vini serbevoli di tipo uniforme e costante invece degli attuali innumerevoli tipi – uno per comune, dice il relatore, o al più uno per mandamento – di vino scadente destinato ad andare a male ai primi caldi; e dove si darebbe grande impulso all’industria accessoria dei cascami della vinificazione, i quali oggi sono buttati nelle concimaie dagli inesperti contadini.

 

 

Dalla «geniale iniziativa» destinata a rivendicare «il pregio considerevole dell’industria enologica» sarebbero avvantaggiati viticultori e stato. I primi, i quali oggi vendono il vino in media a poco più del costo e forse a meno del costo stesso, calcolato in circa 17 lire all’ettolitro, verrebbero a riscuotere invece, a quanto pare, 40 lire circa in media per ettolitro, dedotte però le spese di vinificazione, di conservazione, di vendita, di trasporto e quelle generali dell’«ente nazionale»; mentre lo stato, vendendo il vino ad 80 lire l’ettolitro, che pare sia, secondo la commissione, il prezzo minimo sofferto in passato dai consumatori, incasserebbe 40 lire nette di lucro, il che su 35 milioni di ettolitri dà un reddito netto di 1 miliardo e 400 milioni di lire. Di questi, 200 milioni andrebbero ai comuni e consentirebbero loro di abolire le barriere daziarie ed il dazio sulla minuta vendita; e 1 miliardo e 200 milioni spetterebbero allo stato. Tutti contenti, dunque, salvo gli intermediari, i quali perderebbero i 2 miliardi che ora lucrano speculando sui bisogni dei viticultori e sulla ignoranza e debolezza dei consumatori, ai quali vendono vino adulterato e ad alto prezzo.

 

 

È veramente inesplicabile come i due espertissimi statistici, i quali sedevano nella commissione, abbiano preso sul serio i dati sui costi di produzione e sul prezzo di vendita del vino presentati loro dai confezionatori del progetto e su cui poggia tutta la economia del preteso lucro di 1 miliardo e 400 milioni. Ma dove sono andati a scovare quella tal cifra fantastica di un costo medio di 17 lire per ettolitro di vino e quel prezzo medio di lire 80? Io ignoro affatto quali saranno i prezzi dell’avvenire, in ragione di carta-moneta più o meno deprezzata e di variazioni imprevedibili dei costi della mano d’opera, dei rimedi anticrittogamici, dei prezzi della terra e quindi della convenienza delle altre culture. La verità è che il prezzo di lire 80 all’ettolitro è stato in passato un prezzo d’eccezione, toccato in anni di scarsità; e la verità è altresì che il costo di produzione del vino è un dato ignoto, ma certo variabilissimo da anno ad anno, da luogo a luogo, cosicché il calcolare un margine di 63 lire tra costo e prezzo è pura fantasia. Ed ancor più irreale è immaginare che sul serio i produttori di vino abbiano lasciato lucrare agli intermediari tutto quello strabiliante margine di 63 lire. I viticultori italiani non sono stati mai e tanto meno sono ora così poco accorti da lasciarsi derubare del frutto del loro lavoro in quel così malo modo che è descritto nella relazione dei commissari del dopo guerra. A meno che lo stato si proponga di stabilizzare gli attuali prezzi di 200 lire per ettolitro, dazio compreso – e come potrà farlo se esso, come anche propone la commissione, deve entro cinque anni sgonfiare la circolazione cartacea di tutto l’eccedente e perciò ridurre prezzi, salari, redditi e quindi ancora la capacità d’acquisto espressa in moneta? – il miliardo e 400 milioni è pura fantasia.

 

 

Il buon senso consigliava un tempo ai direttori generali, che presiedevano alle privative, ai Busca, che ancor sono gloria del ministero delle finanze dell’epoca in cui con scienza ed esperienza si affrontavano terribili situazioni di bilancio, di fare oggetto di monopolio derrate non prodotte in Italia. La avversione di quegli uomini contro la coltivazione della pianta del tabacco in Italia era forse eccessiva; ma era fondata su un fatto vero e di capitalissima importanza: che lo stato non può trattare con vantaggio con produttori nazionali. Fatalmente, paga troppo e l’utile del monopolio a poco a poco va in fumo. Le «patate di stato» che furono un tempo oggetto di allegri commenti in Svizzera, diventerebbero in Italia le «uve di stato». I viticultori non sono una classe piccola né difficilmente organizzabile. Qual potere pubblico oserebbe resistere alla pressione di milioni di elettori, tutti concordi nel dimostrare che il costo di produzione delle uve è ben più alto di quelle 11 lire per quintale circa che corrispondono alle 17 lire per ettolitro di vino? In qual libro mai furono scritte le regole per misurare esattamente quell’entità misteriosa che dicesi «costo di produzione?» O non è risaputo che «costo di produzione» è una quantità inafferrabile, la quale varia da caso a caso e può essere tradotta in una qualunque cifra? Il costo di produzione del produttore più abile o di quello più scadente? Adesso, il mercato elimina i produttori incapaci. Potrà domani l’«ente nazionale» costringere un solo viticultore ad estirpare la sua vigna? Come potrà il ministero delle finanze resistere alle «rivendicazioni» del vignaiuolo il quale dimostrerà, con l’inoppugnabile dato della sua miseria, che il costo delle sue uve non è di 11, né di 20, ma di 30 lire il quintale? E come potrà l’ente pagare a lui un prezzo maggiore che agli altri? Se non si applicherà un prezzo unico delle uve per tutta Italia, ma prezzi regionali, ad esempio, le lire 5,50 per quintale di uva per le Puglie e le 14,50 per le uve della Lombardia, che vedo citati nella relazione, motivando i due prezzi coi costi diversi, chi non vede fin d’ora le Puglie inferocite insorgere contro il favoritismo verso una regione produttrice di uve ben più scadenti di quelle ricchissime d’alcool del mezzogiorno? Un congegno più corruttore era difficile immaginare. Milioni di agricoltori, il che vuol dire di gente libera ed indipendente, che sempre si lamenta, ma del cielo, della pioggia e del vento, trasformati in accattoni dello stato, disturbatori di deputati, associati per mandare deputazioni a Roma a premere sui ministri per farsi aumentare il prezzo dei loro prodotti: ecco che cosa propongono i commissari del dopo guerra, per salvare le finanze del paese.

 

 

Pericolosissima per la finanza, la proposta regia cointeressata monopolistica per il vino, è altrettanto pericolosa per il progresso dell’industria vinicola. Io spero che i viticultori italiani protesteranno unanimi contro la calunnia, frutto della consueta auto-diffamazione nostrana, lanciata contro di loro con la frase: «l’esperienza di sessant’anni di governo libero dimostra che non sappiamo fare il vino». Forse non lo sanno fare i nove professori, i tre ex ministri ecc. ecc. che confessano così una inesperienza che nessuno si sognava di rimproverar loro. Ma in quei sessant’anni i viticultori hanno lavorato, hanno imparato ed hanno migliorato grandemente i loro metodi produttivi. Erano ancora e sono lontanissimi dalla perfezione. Ma il problema che essi devono risolvere è diverso da quello che immaginano i professori e gli ex ministri del dopo guerra: non è di produrre alcuni pochi tipi costanti per l’esportazione all’estero. Questo è un problema particolare, che importanti case vinicole hanno affrontato con successo più o meno grande e che sarà risoluto via via, come si risolvono tutti i problemi di questo genere, sperimentando, sbagliando, perdendo denari e trovando alla perfine il filone giusto. Il problema degli otto decimi o dei nove decimi della viticultura italiana è di produrre vino appetito dalla clientela italiana, spesso dalla clientela vicina, che ama il vino di quel gusto e non sa cosa farsene del vino tipico. Questa del vino tipico è una frase giusta, che vale per una minoranza di vini; ma è senza senso per la maggior parte dei vini comuni, destinati ad essere smerciati nell’anno nella provincia o nella regione. I viticultori, anche piccoli, hanno imparato assai bene a produrre il vino desiderato dalla loro clientela e lo producono oggi in maniera assai diversa da quella, non dico di 60 anni fa, come scrive la commissione, riconnettendo inesplicatamente la fabbricazione del vino con l’instaurazione del governo libero in Italia, ma anche solo di 20 anni fa. Solo un adoratore della sapienza innata della burocrazia romana e dei chimici enologi messi a capo della gigantesca società monopolistica, può immaginare che il futuro monopolio sia il solo capace di fare il vino «tipico», «serbevole», «esportabile», «redditizio per il viticultore», «fecondo per la finanza», «a mite prezzo per il consumatore».

 

 

Dopo di che, non si deve concludere che non si debba far nulla. I 2 miliardi e 163 milioni di disavanzo annuo nel bilancio dello stato calcolati dalla commissione, rimangono. È una fantasia finanziariamente pericolosa e politicamente corruttrice il miliardo e 400 milioni di provento del monopolio del vino. Ma è certo che il vino deve largamente e sul serio contribuire a colmare quel disavanzo. Uno dei commissari, che oggi propongono il monopolio del vino, aveva in passato legato il suo nome ad un’altra proposta: quella dell’imposta sul vino. Durante la guerra, su queste colonne ed altrove fu affermata la tesi che una delle colonne della finanza post-bellica dovrà essere appunto questa imposta. Bontà sua, la commissione riconosce in un allegato che:

 

 

uno studio approfondito della materia, tenuto conto della esperienza fatta presso altri statiche tali metodi hanno applicato, ha oramai ridotto di molto l’importanza delle obiezioni e messo in luce la possibilità di applicare un’imposta generale sul vino eliminando o attenuando sensibilmente la maggior parte delle difficoltà e delle molestie temute dai produttori di vino.

 

 

Se ciò è vero, come indubbiamente lo è , trattasi soltanto di trovare il modo di applicazione pratica. Io ho sott’occhio lo schizzo di un progetto di imposta sull’uva, applicabile su tutta l’uva prodotta, senza eccezione neppure per la vinificazione personale del produttore, ossia su circa 70 milioni di quintali di uva all’anno in media. A lire 6 per quintale sarebbero 420 milioni, a 10 sarebbero 700 milioni. Meno del miliardo e 400 favoleggiato dalla commissione del dopo guerra, ma assai più tangibili. Non avrei accennato alla proposta, se non mi venisse da fonte competentissima, da persona che gode di alta e meritata notorietà nel mondo viticolo ed enologico italiano. Su questo progetto o su altro analogo, di imposta sul vino, deve svolgersi la discussione, affine di impedire che si infligga improvvisamente al paese, con un colpo di testa, un congegno inattuabile e pernicioso. I produttori di uve hanno il dovere strettissimo di cooperare urgentemente alla costruzione del nuovo congegno tributario. Non può durare il fatto che appena 14 sui 40 milioni di ettolitri di vino prodotto in Italia paghino imposta, sotto la forma antiquata del dazio consumo. Questa è la sola osservazione giusta fatta dalla commissione del dopo guerra in materia di vino. Il vino è un consumo non necessario; e deve pagare. L’imposta uniforme, generale, senza eccezioni, sull’uva prodotta è probabilmente il metodo più fecondo per la finanza.

 

 

Parmi che sia altresì il metodo più adatto a promuovere il progresso della viticultura e dell’enologia. È una spesa fissa, uguale per l’uva cattiva e per l’uva buona; e quindi tale da costringere il viticultore ad abbandonare i vitigni di scarso rendimento e produttori di uva scadente. Diventerà antieconomico coltivare la vigna nei terreni bassi, umidi e male esposti; rimediandosi così alla causa forse più potente di inasprimento delle crisi periodiche di sovraproduzione del vino. Terreni male occupati saranno destinati ad altre culture, con vantaggio della produzione agraria. Solo il vino ben fatto potrà tollerare l’aumento di prezzo derivante dall’imposta; epperciò i produttori saranno costretti a migliorare sempre più i loro metodi produttivi. Tuttociò senza creare un altro legame fra elettori, deputati e ministri; e dando automaticamente un premio ai produttori più capaci a fornire ai consumatori il miglior prodotto al minimo prezzo.

 

 

II

 

 

La replica di Giulio Alessio

 

 

Roma, 2 marzo 1919

 

 

Signor direttore,

 

 

Mi permetto di dirigerle la presente lettera nella mia qualità di presidente e di relatore della sesta sezione della commissione del dopo guerra (provvedimenti finanziari), e non dubito che ella mi userà la cortesia di pubblicarla integralmente, onde mi sia dato di rispondere a quanto il prof. Einaudi scrive a proposito della tassazione del vino nel suo autorevole giornale. Altri e non pochi, in argomento così strettamente congiunto ad interessi vitali e particolari, rivolsero lettere aperte o protestarono con ordini del giorno o in riunioni. Nessuno di costoro aveva però letta la relazione e l’allegato che la accompagna. Il prof. Einaudi vi ha dato almeno un’occhiata. L’impressione mia più generale si è che non sia compresa la vera indole del problema, i termini di fatto in cui si presenta in tutta Italia, non soltanto in alcune provincie, e le direttive generali da cui la relazione è partita. Me lo consenta però il mio ottimo collega universitario. Il suo tono è eccessivamente aggressivo e dispregiativo. Mancherei al mio primo dovere se non difendessi l’opera di uomini eminenti nella politica, nella scienza e nell’amministrazione. Non siamo né degli incoscienti, né dei delinquenti. Non sono agevoli le soluzioni dei problemi di governo e in tempi discretamente difficili un po’ di misura, un po’ di serenità non guasta!

 

 

Il pensiero fondamentale, che anima tutta la relazione, è il seguente: nuove idee, nuovi indirizzi economici si impongono, nuove ed impensate difficoltà si affacciano. L’area dei rapporti commerciali fra le nazioni, in particolare, giusta l’odierna interpretazione della Società delle nazioni, fra i popoli dell’intesa, tende ad allargarsi. Credere che un sistema di protezione, più o meno larvato, possa ancora regolare i rapporti di scambio, è un sogno. Dopo un primo periodo di preparazione nei riguardi degli interessi da salvaguardare, noi siamo trascinati ineluttabilmente, così dall’intensità delle nostre relazioni commerciali come da ragioni morali sempre più manifeste, verso il libero scambio. Da ciò la necessità di una energia produttiva più intensa rispondente alla più estesa gara in un mercato ben più vasto del semplice mercato nazionale, da ciò la preminenza della esportazione per apprezzare il valore economico di un popolo.

 

 

Questa nuova condizione è stata lucidamente compresa dai nostri alleati, gli Stati uniti d’America, l’Inghilterra, la Francia. I primi, popolo esportatore per eccellenza, non avevano che a continuare la loro opera. Ma nell’Inghilterra l’opinione pubblica affermò il concetto fondamentale che conveniva, anche con l’aiuto dello stato, di promuovere la concentrazione delle industrie, sia tecnica, sia finanziaria, sostituendo a piccole ed isolate imprese organizzazioni sempre più vaste, atte a sostenere la concorrenza dei sindacati e degli altri organismi industriali dei paesi competitori. Ad uguale pensiero si inspirò in Francia l’attuale ministro del commercio, il Clementel, nell’occasione in cui propugnava la fondazione di una grande banca di esportazione.

 

 

Quale condizione si affaccia ai popoli economicamente più deboli? È evidente, che essi debbano rafforzare l’opera loro mercé la associazione e là dove questa associazione è resa difficile o da viziose tradizioni o da altre difficoltà, tale associazione deve essere promossa, aiutata, provocata dallo stato. Il che è imprescindibile in quelle forme di produzione in cui per ragioni naturali è dato di prevalere. Non si rifiuta di consentire ogni presidio, ogni facoltà e larghezza di espansione anche a quelle industrie, a cui è consentito di procurarsi altrove le materie prime. Ma dove le materie prime le abbiamo noi dobbiamo elaborarle, fecondarle, darvi ogni ampiezza di reddito. Se quindi o per configurazione di territorio, o per diversità nel possesso e nel riparto dei capitali, o per disparità e insufficienza nei metodi delle rispettive tecnologie, o infine per la prevalenza di forme di proprietà e di coltura riesce meno facile una energica reazione nelle rispettive competizioni è necessario favorire, anche con la legislazione quella concentrazione delle forze e delle singole unità produttive, che sola consente una efficace resistenza.

 

 

Queste direttive non potevano essere dimenticate dalla sezione. Un’indagine intesa a provvedere entrate, nella dannata ipotesi d’un bilancio postbellico non coperto da indennità di nemici, per 2 miliardi e 162 milioni, doveva preoccuparsi anche dell’aspetto economico della questione, in particolare nei riguardi di un prodotto, come il vino, la cui portata ed importanza non si discute.

 

 

Però il problema non fu posto, né va posto come lo presentarono i contradittori. Non riferiamolo soltanto alle provincie dove i vini hanno acquistato una marca, se non sempre conosciuta all’estero, apprezzata in Italia. Non pochi vini piemontesi e toscani nulla avrebbero a temere da una proposta, che esclude una produzione dotata di quel carattere tipico che essi hanno conquistato. Non bisogna considerare il problema da un punto di vista locale, ma da un punto di vista italiano. Ora si vuol disconoscere che, fatta quella eccezione e poche altre, abbiamo altrettanti vini quanti sono i singoli territori in cui la produzione si svolge? Si vuol negare che i viticultori sono alla mercé dei fabbricanti e commercianti di vino in quanto un raccolto abbondante provoca una vera crisi e fa determinare i prezzi, non dal produttore, ma dal negoziante? Si vuol negare che intiere e vaste provincie, dove la produzione del vino potrebbe essere argomento di una feconda riforma soltanto in quanto essa fosse presidiata da criteri tecnicamente moderni, sono condannate a generare vini incapaci ad uscire dai confini del mandamento o a vendere l’uva ad abili e fortunati accaparratori pronti a strillare domani se questa subordinazione fosse messa in pericolo? Non fu deplorato anche in ruenti monografie di competenti il difetto di organizzazione industriale della produzione enologica, accentuando la persistente disformità fra la merce pattuita e la merce consegnata? E in un prossimo e più largo mercato internazionale dovremo noi assistere alla ripetizione dello spettacolo offerto dalle nostre uve e dai nostri molti galoppanti verso l’estero in cerca di chi sappia utilizzarli?

 

 

Non si parli di amministrazione statale, di vino di stato! Certo il momento è poco favorevole per parlare di funzioni di stato. Ma nessuno si è mai sognato di affidare ad organi di governo la fabbricazione e la distribuzione del prodotto. Si vuole intensificare e promuovere quella concentrazione delle imprese che domani diventerà una necessità inesorabile nella competizione internazionale. Ciò non è possibile se non conciliando gli interessi della viticoltura e dell’enologia. Lo stato non mirerebbe che ad unire le forze esistenti, a favorirne di nuove, a tenere conto delle ragioni dei proprietari e dei viticultori nella determinazione del prezzo, mentre la partecipazione dei produttori della materia prima agli utili dell’impresa e la diffusione di metodi più razionali di coltura e di lavorazione aiuterebbero una provvida e benefica armonia di interessi e di finalità fra le due classi. Una preponderanza, anche elettorale o parlamentare, nei rispettivi dibattiti sarebbe esclusa dalla parte considerevole da riservarsi nella amministrazione a coloro che avessero la direzione e la responsabilità dell’impresa.

 

 

Si mette in dubbio la produttività finanziaria della iniziativa, di cui si discute. Che essa presenti grandi difficoltà d’applicazione e sovratutto un’apparenza mastodontica, falansterica, atta ad impressionare le menti poco disposte ad abbandonare vecchie ed arretrate abitudini, lo si comprende. La stessa sezione ha voluto anzi ricercare ad una imposta sui pagamenti della misura del 3% un eventuale surrogato. Ma se si accetta la cifra del professore Einaudi di una produzione tassabile di 70.000.000 di quintali di uve corrispondente al rapporto di 70 quintali di uva a 62 ettolitri di vino, ad un totale di 43.400.000 ettolitri di vino, pur calcolando – senza utilizzazione dei prezzi odierni – con prezzi d’acquisto per l’uva di 30 lire al quintale e di 100 lire per la vendita di un ettolitro di vino, ben inferiore all’odierno così eccessivo di lire 250, si ha un prodotto lordo depurato dal costo di acquisto dell’uva di 2.240.000.000. Senza quindi tener conto degli importi da ritrarsi dai sottoprodotti, coi quali di solito si bilanciano le spese di fabbricazione, vi è un margine larghissimo per una combinazione finanziaria.

 

 

Non si potrebbe poi in nessun caso ammettere la proposta fatta dai negozianti di vino al governo, avvalorata dalla autorità dell’Einaudi, di un’imposta su tutta l’uva prodotta in ragione di lire 6 per quintale o con altro saggio. Già fu dimostrato nella relazione che l’imposta sulla vendita del vino, proposta da me in più occasioni e anche dall’on. Wollemborg nel 1898, non avrebbe la sufficienza necessaria per rimborsare i comuni del dazio perduto e per dare allo stato il grosso gettito che oggi gli occorre. Quanto alla gabella sull’uva prodotta essa ha contro di sé gravissime obiezioni, tanto che, per quanto io cerchi, non la trovo applicata in alcun paese vinicolo. Ed invero, date le differenze di qualità e di quantità del prodotto dei vigneti, una imposta simile non può essere ripercossa sui compratori e sui consumatori. E poiché il saggio ne sarebbe uguale qualunque ne fosse il prezzo, negli anni di esuberante raccolto e di prezzo basso, peserebbe più grave sui viticultori istigandoli a ridurre l’estensione dei vigneti. In realtà essa si risolverebbe in un inasprimento, in un raddoppiamento dell’imposta fondiaria con evidente sollievo del commerciante e del consumatore.

 

 

Le difficoltà del problema finanziario non sono dunque poche, anche pei contradittori. Quanto alla questione, che discutiamo, mi si consenta una osservazione finale. Di fronte a stati con noi concorrenti, da secoli costituiti e fusi in una gagliarda struttura, non soltanto politica, ma agricola e industriale, il principio direttivo della politica economica italiana deve mirare a sopprimere le grandi sperequazioni della nostra produzione e del suo svolgimento normale. Invocare un’azione di concorso e di controllo dello stato non significa sostituire l’opera dei privati, ma aiutarla e rafforzarla.

 

Mi creda, ecc.

 

Dev. GIULIO ALESSIO

 

Deputato al parlamento nazionale

 

 

L’avversione al progetto «mastodontico e falansterico» di un ente nazionale per la fabbricazione, la vendita e l’esportazione del vino non nacque in me da una «occhiata» come ama credere l’on. professore Alessio, ma fu il frutto di una attenta lettura della relazione, resa più attenta dalla meraviglia grandissima provata nel vedere accolto da un così solenne consesso un fantastico progetto che da anni mi era noto.

 

 

Vi è nel problema discusso un punto di vista finanziario e uno economico. Dal punto di vista finanziario, obiettai alla proposta di monopolio del vino, affidato a una regia cointeressata – ché questo, in parole piane, è il succo della proposta della commissione – di essere appunto mastodontica e probabilmente illusoria per le finanze, a meno che lo stato si decida a mantenere gli attuali altissimi prezzi del vino. Aggiunsi che il monopolio di una derrata largamente prodotta in Italia è atto a corrompere ancor più la nostra vita politica. Nulla risponde il professore Alessio a questi rilievi, i quali perciò rimangono nella loro interezza. Rimane, di contro a questa incognita, la proposta d’una imposta sul vino e sull’uva o sulla superficie vitata, la quale, per 40 milioni di ettolitri di vino può fruttare, a 10 lire l’ettolitro, 400 milioni, e a 15 lire 600 milioni di lire, lasciando quindi un bel margine allo stato dopo il bonifico di 200 milioni ai comuni. Il professore Alessio si compiace nel ripetere che tutti questi milioni sono men che nulla. Di ciò , e della sua propensione a correre dietro ai fantastici miliardi dell’ente nazionale, lascio giudici i lettori.

 

 

L’imposta sul vino o sulle uve, non si trasferirà tutta sui bevitori di vino e in parte inciderà sui produttori. Per una piccola parte è vero, e l’avevo avvertito espressamente, affermando che l’imposta uniforme sul vino e sulle uve produrrebbe l’effetto di far spiantare le vigne peggiori. Il professore Alessio giudica ciò un male; io un bene. Il suo ente nazionale farebbe vivere i vignaiuoli meno abili, perché elettori forse più potenti dei buoni viticultori. L’imposta li eliminerebbe, a pro di altre colture. Giudichi di nuovo il lettore.

 

 

Ma il professore Alessio si sofferma sovratutto sul lato economico del problema. A leggerlo ora, parrebbe che la commissione si fosse proposta unicamente l’umanitario scopo di far integrare ed aiutare dallo stato le più svariate e libere iniziative private.

 

 

Sia lecito di confessarmi dotato di «una mente poco disposta ad abbandonare vecchie e arretrate abitudini». Il nuovo nome «ente nazionale» mi sembra assai meno perspicuo del vecchio nome «monopolio del vino». Il professore Alessio ha raccontato nella relazione, e ripete oggi, che gli enti nazionali, i consorzi, ecc. ecc. sono di moda in America, in Inghilterra, in Francia. Vi sono commissioni, giornali, ministri che vogliono far esportare, conquistare mercati, andare all’assalto del mondo intiero a furia di sindacati, di consorzi e simili cose grosse. Mi sia consentito di soggiungere sommessamente che quella era una moda dei primi anni di guerra, quando i paesi dell’intesa volevano combattere la Germania scimmiottandola anche nelle sue cose peggiori. La moda oggi sta passando rapidamente. La sezione sesta della commissione del dopo guerra è in arretrato di almeno un anno. Oggi tutti sono stufi dell’intervento dello stato, dei suoi consorzi, delle sue integrazioni e delle sue discipline. Il paternalismo trova dappertutto nemici. In quell’Inghilterra, che l’Alessio cita, il movimento contro i consorzi è vivissimo. Quei direttori di banca i quali inneggiavano tre o quattro anni fa ai metodi tedeschi di organizzazione, di intervento nell’industria, di coordinazione, ecc. ecc., oggi si ritrattano e dichiarano che il sistema inglese delle banche che fanno il mestiere della banca, delle industrie che producono, dei commercianti che trafficano, agilmente, separatamente, in regime di divisione del lavoro e di concorrenza, è di gran lunga più perfetto ed efficace dei sistemi tedeschi. E io sono ben lieto di aver avuto durante la guerra, e di serbare adesso, la «mente poco disposta ad abbandonare vecchie e arretrate abitudini» e di non aver mai capito e di seguitare a non capire la bellezza dell’organizzazione alla tedesca che oggi si vorrebbe infliggere al vino. Vedo disordine, incapacità, insuccesso laddove l’Alessio vede «nuovi indirizzi e nuove idee». Egli vuol raggiungere il «libero scambio» mercé i monopoli di stato. A me tutto ciò pare un residuo di vecchissime idee paternalistiche degli antichi regimi. Il lettore giudichi ancora.

 



[1] Con il titolo Un pericolo e un dovere. Non sappiamo fare il vino! [ndr].

[2] Con il titolo A proposito della tassazione del vino [ndr].

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