Tratto da:

Corriere della Sera

Per un istituto di revisione bancaria

«Corriere della sera», 1 giugno 1913

 

 

 

La inopportunità delle regole fisse ed un vecchio progetto dell’on. Luzzati La questione della tutela dei depositi a risparmio seguita ad interessare molti che vedono i pericoli di una ingerenza da parte di organi burocratici nella gestione di fondi che dovrebbero essere indirizzati a profitto della industria e dei commerci. Pare a molti che forse le proposte della giunta generale del bilancio abbiano peggiorato il primitivo disegno di legge; poiché, mentre questo imponeva la sorveglianza governativa, illusoria, pericolosa allo Stato a cui farà assumere responsabilità morali gravissime, la giunta vi aggiunge l’obbligo di investire almeno il quinto dei depositi in titoli di Stato o valori assimilati.

 

 

Alle argomentazioni ed agli esempi già recati contro siffatta proposta, alcune lettere ricevute da assidui del Corriere mi inducono ad aggiungere ancora un esempio ed un argomento;

 

 

  • 1) l’esempio è quello del Credit Lyonnais, il quale su una massa di attività di 2758 milioni al 31 dicembre 1912 aveva appena 10.8 milioni in obbligazioni, azioni, titoli di Stato e titoli diversi. Che una banca tipica di depositi, senza dubbio quella che in Francia meglio incarna il tipo classico, illustrato in tutti i libri di scienziati e di pratici, della pura banca di depositi, aliena da speculazioni impieghi una così evanescente frazione delle sue attività in titoli, è significativo. La ragione di ciò e` chiaramente detta nei rapporti dei direttori dell’istituto; ed è la stessa che ha spinto l’on. Stringher a chiedere ed ottenere la diminuzione di 40 milioni di lire nel portafoglio-titoli: essere cioè gli impieghi in titoli raccomandabili per sé stessi, se i titoli sono buoni, ma in ogni caso disadatti ad una banca di depositi. Mancano del carattere della liquidità, indispensabile dove i depositi debbono essere rimborsati a vista od a breve scadenza. I titoli stanno alla cambiale, per quanto riflette alla liquidità, come un treno direttissimo ad una delle ultime diligenze sgangherate in una remota strada di campagna;
  • 2) l’argomento riproduce l’obbiezione che ripetutamente fu mossa, senza mai avere ricevuta risposta, contro tutti i metodi di garanzia consistenti in una proporzione costante della somma garantita. Quale è lo scopo della garanzia? Di poter permettere il rimborso immediato dei depositi quando si presenti un run, una domanda anormale, straordinaria dei depositanti; che, mossi da sfiducia, accorrano agli sportelli della cassa. Se la garanzia non serve all’uopo, essa non serve a nulla. Supponiamo ora che una banca abbia 10 milioni di deposito a risparmio, di cui un quinto ossia 2 milioni obbligatoriamente vincolati all’impiego in titoli di Stato, cartelle fondiarie, ecc. Nasce un panico ed i depositanti chiedono il rimborso di 2 milioni di lire. Se i titoli adempissero al loro ufficio, dovrebbero poter essere venduti subito, al fine di poter far fronte al rimborso dei 2 milioni di depositi. Trascuriamo il fatto che i 2 milioni di titoli in quel momento, che è il solo interessante, si dovranno vendere a perdita. Anche se fossero vendibili in un attimo, la banca non li può vendere, perché la legge glielo vieta. Il calcolo è presto fatto. L’impiego in titoli deve equivalere sempre ad un quinto dei depositi. I depositi sono diminuiti da 10 ad 8 milioni: il quinto diminuirà da 2 ad 1.6 milioni. La banca dovrà conservare 1.6 milioni e potrà solo vendere 400 mila lire di titoli. Almeno li potesse vendere subito! Mai no. Dovrà chiedere lo svincolo, dimostrare che i suoi depositi sono già ridotti da 10 a 8 milioni, aspettare che da Roma venga il beneplacito, che lo svincolo sia concesso, ecc. ecc. La banca ha tempo di fallire dieci volte prima che le pratiche siano esaurite. E si noti anche ove, pare impossibile, tutte le formalità potessero sbrigarsi in poche ore, occorrerebbe sempre dare la dimostrazione che i depositi sono già stati ridotti da 10 a 8 milioni per poter svincolare soltanto 400 mila lire, ossia una somma insufficiente a far fronte al pericolo, del resto già superato. Che dimostrazione più bella vi è della verità già nota: che con titoli, anche ottimi, non si fa fronte ad un run: ma che fa d’uopo sovra ogni altra cosa un portafoglio di buone cambiali? La Giunta generale del bilancio, pur mentre impone la riserva in titoli, coi fatti obbliga le banche ad aver fiducia nel solo portafoglio cambiario!

 

 

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Tutto ciò prova che non è possibile escogitare una norma qualsiasi la quale valga ad impedire un male – fallimenti bancari – il quale deriva da cause molteplici, sovratutto personali e sempre imprevedibili. Ogni vincolo aritmetico perturba e fa più male che bene. Se in un giornale non fosse impossibile e fuor di luogo parlare di dottrine pure economiche, sarebbe il caso di mettere in luce come questo sia uno dei tanti casi che provano la verità della teoria dell’equilibrio economico, che forma il vanto di insigni scienziati che hanno nome: Walras, Pareto, Edgeworth, Marshall, Fisher, ecc. Del resto i pratici da tempo avevano già detto che nei problemi economici tutto si lega, che non è possibile di risolvere un problema senza farne sorgere altri dieci o venti, che un rimedio empirico applicato ad un male non lo toglie, ma lo maschera soltanto nel luogo medicato, salvo a provocare altrove manifestazioni più gravi.

 

 

Con che si vuol dire che è inutile affannarsi a cercare avvedimenti aritmetici per sorvegliare i depositi. Essi non potranno curare il male; ma unicamente sopprimerne i sintomi. Se qualche risultato si vuole ottenere occorre migliorare l’organismo. Dico «migliorare» e non «risanare»; perché il curioso di tutta questa faccenda è che nessuno ha ancora dimostrato che vi sia un male da guarire, che vi sia un ammalato da risanare in Italia. Od almeno non vi è nel campo dei depositi a risparmio, dei depositi minuti che si vogliono sorvegliare. Ogni tanto capita qualche fallimento; ma la proporzione delle somme perdute in confronto colla massa dei depositi è lievissima. Se in tutte le altre industrie e commerci la proporzione dei fallimenti fosse altrettanto lieve, l’Italia potrebbe essere considerata come il paradiso dei creditori.

 

 

Ma ammettiamo che si debba «migliorare». Anzi è certo che «migliorare» si deve; e che sovra tutto le piccole banche hanno interesse a crescere la fiducia che esse inspirano nel pubblico. La esistenza di una rete di piccole banche, diffusa in tutto lo Stato e sovra tutto nei centri rustici, con capitali pecuniari modestissimi, ma con un forte patrimonio di onestà, è un grande interesse nazionale. Sarebbe un grave disastro se le grandi banche, a grossi capitali, riuscissero, col favore della legge Nitti, a far scomparire le piccole banche. Nessuna iniziativa sarebbe possibile che non partisse da Milano, Roma, Torino, Genova, sovra tutto da Roma. È possibile credere che questo sia un ideale?

 

 

In Francia per resistere all’accentramento di Parigi, si è costituita una Unione dei banchieri di provincia. In Italia bisogna riprendere una vecchia idea dell’on. Luzzatti, che il comm. Magaldi, fino a pochi mesi fa direttore generale del credito e della previdenza, esponeva nel Congresso del settembre 1911 delle Casse di risparmio (vedi il brano del discorso riportato integralmente da Alberto Geisser nel fascicolo di maggio della rivista La Riforma Sociale di Torino): l’istituzione di un istituto di revisione creato, per ogni gruppo, dai medesimi istituti bancari. Nel Canton di Berna, essendosi verificato qualche disguido bancario, fu fondato l’1 gennaio di quest’anno un istituto consimile e vi aderirono subito 62 su 70 banche funzionanti nel Cantone. Nel Canton di Zurigo si propone ora l’istituzione di un simile istituto e si vuole riservata l’ispezione governativa alle banche che non vi aderissero.

 

 

L’istituto di revisione è fondato sui seguenti concetti:

 

 

  • 1. L’ispezione alle banche, per essere seria, non si può limitare ai soli depositi a risparmio; ma deve investire tutte le operazioni della banca, attive e passive, perché tutte possono avere influenza sulla solidità dell’istituto. «Quando si volesse entrare negli uffici di una banca di credito, mobiliare ed immobiliare, non so come potrebbe, chi deve esplicare questa vigilanza, limitarsi a vedere solamente le operazioni che hanno riferimenti ai depositi e non tutte le altre operazioni, cosa che è assolutamente da escludere». Sono parole del Magaldi, che al Congresso di Torino rappresentava il ministro Nitti, e sono auree parole. Già si vide come la Giunta del bilancio, volendo tutelare i depositi, sia stata portata e prescrivere gli impegni; raggiungendo inevitabilmente risultati contrari al fine propostosi;
  • 2. l’ispezione alle banche, se deve essere estesa a tutte le operazioni bancarie, non può però essere affidata al Governo. Troppa paura si ha del fisco, troppo timore delle regole empiriche imposte dai burocrati – due terzi degli utili a riserva, quinto dei depositi in titoli di Stato, denuncia al procuratore del Re, e liquidazione coattiva, magari di una banca ottima, la quale ha il torto di non seguire i precetti cari alla burocrazia – troppi pericoli di responsabilità gravose per lo Stato;
  • 3. l’ispezione generale non può essere se non opera delle banche stesse, riunite all’uopo in federazione. È interesse delle banche in generale che l’industria bancaria sia esercitata onestamente e correttamente. Il banchiere vive della fiducia del pubblico. Ogni cosa che lega questa fiducia nuoce a tutti. Perciò si istituisca dalla federazione delle banche un ufficio autonomo di revisione, che abbia per iscopo di ispezionare le banche associate, di dar consigli a quelle le quali errino e di proporre i provvedimenti che in ogni singolo caso paiano opportuni. Esercitata dai banchieri medesimi, la revisione potrà avere quei caratteri di segretezza, di rapidità (in generale le banche sono informate, per mille indizi inafferrabili dal profano e dal burocrate residente a Roma, del lontano approssimarsi di una procella che minaccia di travolgere qualche membro del loro corpo), di opportunità, di adattabilità ai casi singoli, che unicamente possono essere efficaci.

 

 

Queste verità da decenni l’on. Luzzati predica alle banche popolari. Che esse finora non si siano persuase ad istituire volontariamente un siffatto istituto di revisione prova soltanto come gli organismi migliori riluttino alle novità che potrebbero essere utili. Il disegno di legge Nitti ha la inevitabile punizione di cotale trascuranza. Ma poiché non vi è nessun interesse pubblico di «punire», bensì solo di «elevare» e «migliorare» istituti che nella grandissima maggioranza sono solidi e sani; perché non si potrebbe – dato che si vuole imporre una sorveglianza obbligatoria – sancire il principio che lo Stato affiderà la sorveglianza ad istituti di revisione sorti per iniziativa dei diversi gruppi di banche, funzionanti secondo le regole generali volute dallo Stato e soggetti, essi medesimi, all’alta sorveglianza del Governo? Soltanto le banche che riluttassero ad associarsi presso l’uno o l’altro degli istituti di revisione, sarebbero soggette alla sorveglianza diretta dello Stato. E su questi converrebbe aprir ben bene gli occhi, perché probabilmente solo gli istituti che avessero qualcosa da nascondere, preferirebbero, nella speranza di fuorviarli più facilmente, gli ispettori governativi ai revisori scelti nel corpo dei banchieri.

 

 

In fondo, poiché si vuole la sorveglianza, si tratta solo di determinare le modalità della sorveglianza: affidandola ad organi tecnici che riscuoterebbero la fiducia degli enti sorvegliati e garantirebbero pienamente gli interessi pubblici. E non è del resto una tendenza della nostra legislazione di affidare molte funzioni delicatissime ad organi scelti dai medesimi interessati?

 

 

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