Per un trattato di economia politica

Tratto da:

Studi di economia e finanza

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 15/06/1903

Per un trattato di economia politica

«La Riforma Sociale», 15 giugno 1903

Studi di economia e finanza, Società tipografico editrice nazionale, Torino-Roma, 1907, pp. 33-52

 

 

 

 

Una persona colta, la quale si proponga di acquistare quelle nozioni di scienza economica che sono necessarie per spiegare i fatti che di giorno in giorno si verificano, e per dare un giudizio sulle quistioni che numerose gli si presentano nella vita quotidiana, si trova di fronte ad un singolare imbarazzo: la difficoltà di trovare un trattato di economia politica che soddisfi ai suoi desiderii e giovi ai propri fini di cultura non specializzata. Il manuale che sarebbe utile ad uno studente od i libri opportuni per uno studioso che voglia diventare specialista di cose economiche non sono quelli che siano pure convenienti per la persona colta.

 

 

Sono domande diverse che esigono un genere diverso di offerte. Purtroppo gli studenti avrebbero bisogno spesso di studiare la scienza economica servendosi un po’ meno di mezzi didattici e mnemonici ed interessandosi un po’ di più, come le persone colte, alle cose studiate; e purtroppo anche gli studiosi, per la furia di specializzarsi e di produrre dei titoli scientifici, cominciano a scrivere dei libri di economia politica senza avere nemmeno acquistato quella cognizione generale della loro scienza che posseggono le persone colte che l’economia politica studiarono a scopo di semplice istruzione. Ma questi malanni, per quanto visibilissimi e fastidiosi, non impediscono che, in via di discorso generico, non si possa assumere come fondata la distinzione tra lo studente, la persona colta e lo studioso. La persona colta non si può arrestare ai manualetti che formano la delizia degli studenti che vogliono superare l’esame, e finisce là dove lo studioso dà principio alle sue fatiche di ricerca specializzata.

 

 

Perciò il trattato di economia politica, che voglia essere letto in quella larga cerchia di persone che studiano la scienza, né per forza, come gli studenti, né per professione, come gli economisti, ma per poter discorrere di fatti e di problemi economici senza dire dei grossolani strafalcioni; questo trattato deve avere una serie di qualità, in parte positive, in parte negative.

 

 

Non deve avere un carattere pedagogico. – Le dottrinette poco piacciono a chi non va più a scuola, ed a chi vuol conservare l’illusione di sapere già certe cose elementari e di avere solo desiderio di allargare ed approfondire le proprie cognizioni. Per fare dei nomi, voi a codeste persone non riescirete mai a far trangugiare con piacere i manualetti di Cossa. Ottimi per gli studenti che hanno la disgrazia di avere un professore a base di definizioni ed utili come vademecum a chi vuol ricordare dottrine a lui già note, non sono sopportati da quelli che oltre alla enunciazione vogliono la dimostrazione dei principii della scienza. A questo punto di vista anche il manuale, pur bellissimo sotto tanti aspetti, di Gide, presenta alcuni inconvenienti. Quella sua abitudine di citare in ogni argomento l’opinione delle diverse scuole e di farle manovrare un po’ l’une contro le altre ha dello scolastico. Le sue conclusioni saranno buone o saranno cattive. Su questo punto non mi è possibile ora entrare né per il Gide, né per gli altri autori ai quali accennerò in seguito; ma è certo che tutte le pagine occupate a confutare le sciocchezze e le esagerazioni delle altre scuole, sarebbero state dal Gide più convenientemente impiegate a spiegare quali siano le sue opinioni. Invece spesso il lettore ha l’impressione di trovarsi dinanzi ad un amabile scettico il quale dica: Vedete come gli altri economisti si affannano a scaraventarsi addosso argomenti e dimostrazioni! Badate bene però che a me di tutto questo fracasso non importa niente; io sto a vedere. Cosicché gli uomini che, nelle professioni, nei commerci, nelle banche, nelle industrie, nella vita politica hanno già cominciato ad interessarsi di fatti economici, rimangono stupefatti a vedere quanto tempo gli economisti abbiano perso a non mettersi d’accordo sul carattere vero dell’economia politica, sul valore, sul comunismo, sul socialismo, sull’ozio, sul diritto di proprietà, sul salariato, sul consumo, sulla legittimità dell’interesse, e quanto poco in conclusione sappiano dire di concreto sul meccanismo dei prezzi, sulla moneta, aggio, corso forzoso, macchine, scioperi, cambi stranieri, banche, variazioni, dell’interesse, trasporti, ecc. ecc. Non già che non se ne parli; ma si dicono cose così elementari e generiche che i lettori si persuadono subito che gli economisti sono dei chiacchieroni e che essi ne sanno molto di più.

 

 

Deve essere un trattato moderno. – È ben difficile infatti di riuscire a persuadere un contemporaneo a leggere quei libri che rispondono ai nomi venerabili di G.B. Say, Cherbuliez, Stuart Mill, ecc.: quantunque sotto tanti rispetti quei trattati siano più adatti di quelli moderni alla classe speciale di persone di cui stiamo discorrendo. Un libro vecchio di trent’anni non va più. Col pretesto che è antiquato e che non risponde agli ultimi dettami della scienza nessuno lo vuol più leggere. Questo pregiudizio contro i libri vecchi deriva in parte da una causa ragionevole: ed è che nel frattempo la scienza economica ha compiuto dei progressi e sarebbe dannoso e ridicolo non volerne tener conto. Il motivo però è solo in parte ragionevole, perché la scienza economica ha progredito non tanto perché si siano scoperte molte verità del tutto ignote prima o si sia dimostrato che i vecchi economisti affermarono molti errori; quanto sovratutto perché la scienza si è raffinata e complicata; e si è veduto che i principii degli economisti anteriori non doveano essere distrutti, ma completati, corretti, e condotti a minore rigidità. In certi momenti parve davvero che sotto l’assalto delle nuove schiere di indagatori, la vecchia economia dovesse, poveretta, far fagotto ed andare nel limbo delle cose tramontate; ma, spazzato via il fumo della mischia, si vide che dopo morta essa era più viva di prima; e che, come dice bene il Marshall, le nuove dottrine hanno completato, esteso, sviluppato e talvolta corretto le vecchie dottrine; ma ben di rado le hanno sovvertite del tutto.

 

 

Ora se i vecchi trattati corrispondevano ad uno stadio più semplice della scienza, che cosa vi sarebbe di meglio per chi non ne sa ancora nulla e vuole studiarla? Non sarebbe conveniente cominciare da questi più semplici vecchi trattati, ed avere per giunta il vantaggio di essere sicuri di leggere roba buona, per il motivo che essi pervennero sino a noi attraverso a tanti rivolgimenti scientifici, mentre dei trattati moderni noi non sappiamo ancora quali sopravviveranno?

 

 

Il ragionamento corre; e per chi abbia un po’ di pazienza non credo vi sia cosa più proficua di questa: leggersi il Say o lo Stuart Mill e confrontarlo subito dopo con qualche trattato moderno. Le differenze fanno risaltare i progressi della scienza; e le concordanze imprimono nella mente il concetto della continuità dei principii svolti dagli economisti. Ma per quanto il ragionamento corra, è ben difficile di riuscire a persuadere della opportunità di applicarlo chi non faccia professione di studi. Chi legge libri, a torto ed a ragione, pretende che il libro rappresenti l’ultimo stadio della scienza; si annoia a vedere esempi e dati e cifre che risalgono a 50 od a 70 anni fa. Sembra quasi che quelle cifre, solo perché vecchie, non siano più vere od almeno non siano più probanti. È una curiosa superstizione; ma siccome è diffusissima, è inutile mettersi in capo di distruggerla. Dunque il trattato che si dovrà suggerire deve essere moderno; deve tener conto dei risultati ultimi della scienza; deve usare cifre, esempi, fatti di data non remota. Il che vuol dire che una delle opere più utili, se bene più noiosa, per la diffusione della cultura economica, sarebbe ancora quella di copiare Stuart Mill, cambiando gli esempi vecchi e dandovi una verniciatura sì da far parere nuovo ciò che viceversa ha mezzo secolo di vita. Tanto meglio se è possibile di imbattersi in uno scrittore che non si limiti a copiare e che pure avendo tutte le splendide qualità positive di quei vecchi, non ne abbia anche l’unica negativa: la data antica scritta sul frontispizio. Il Pantaleoni ha osservato, col suo solito humour, che «siccome ogni generazione giunge alla luce del sole altrettanto ingenua quanto lo erano, al loro apparire, le precedenti, non trasmettendosi le cognizioni acquisite; ma soltanto i mezzi per conseguirle, ne viene, che, appena si è cessato per qualche tempo dal predicare certe verità, perché reputate troppo note, o dal confutare certi errori, perché creduti troppo grossolani, nel pubblico quelle verità si ignorano e questi errori si riproducono». (Teoria della press. trib., pag. 33). L’osservazione è giustissima, ma bisogna aggiungere che non basta dire alle generazioni nuove ignoranti: badate bene, gli errori che voi dite si trovano confutati già le mille volte in Smith, Ricardo, Mill, ecc.; il sofismo protezionistico che voi ripetete è già stato messo in burletta da Bastiat nella Petizione dei mercanti di candele, sego, olio, ecc., od in Ce qu’on voit et ce qu’on ne voit pas dans l’Économie politique. Vi diranno che siete antiquato, metafisico ed altrettali parole prive di senso comune. È necessario – se si vuol far breccia – che le stesse cose siano dette con un altro vocabolario e con altre formule, modernizzate. Per riuscire a farsi credere, bisogna aver pazienza e lasciar supporre che si dicano delle novità, mentre si ripetono cose che hanno la barba lunga come quella di Mosé.

 

 

Non deve avere un’apparenza esclusivamente teorica. – Ripeto che qui vado, per via di esclusioni, alla ricerca non dei libri migliori su cui uno studioso possa imparare l’economia politica a scopi scientifici, ma del libro che più opportunamente può essere dato in mano ad una persona che di quella scienza voglia formarsi un’idea esatta bensì, e sovratutto utile per applicazioni pratiche, ma senza propositi di indagine pura. Per questo genere di lettori i libri che hanno un carattere prevalentemente teorico non sono adatti od almeno non sono adatti subito. Per citare esempi, è molto dubbio se trattati sul genere di quelli di Marshall, Pareto, Pantaleoni, Walras possano servire. Per gustare cibi di questo genere ci vuole un palato fatto apposta. Vi sono delle persone che si deliziano a seguire il filo di un ragionamento; che provano una soddisfazione intensa quando il ragionamento od una certa manipolazione di fatti conducono alla scoperta di un principio teorico vero. La verità astratta basta per costoro; e non provano il bisogno di toccare con mano nulla di più. Essi trovano perfettamente ragionevole che il trattatista, quando discende dai principii puri di prima approssimazione allo studio delle seconde approssimazioni, si contenti di arrischiare delle ipotesi, di stabilire delle conclusioni condizionate; si limiti a mettere in chiaro la complicazione dei fatti e la difficoltà di stabilire una regola assoluta. Costoro, che hanno la mente adusata alle indagini scientifiche, quando hanno letto Walras – che pure è il più astratto ed il meno esemplificato di tutti – sono contentissimi e sicuri di non avere perso invano il loro tempo. Ma costoro sono una minoranza. Vi sono moltissimi – specialmente nel pubblico di cui parlo ed alla cui domanda si tratta di soddisfare – sui quali le verità puramente teoriche non fanno presa. Essi le pigliano in mano quelle verità, le osservano ben bene, le rigirano in qua e in là e poi le ripongono, – senza capire il perché si siano create delle teorie, delle quali non si fanno vedere subito le applicazioni pratiche. E per applicazioni pratiche non intendo dire delle ricette con le quali si venga a conoscere il modo di diventare milionari; o si possa far andare innanzi la baracca di un certo determinato Stato. Voglio dire che quei lettori desiderano sapere in qual modo le verità teoriche possano essere applicate alla risoluzione di problemi economici; in qual modo, ad es., la dottrina della moneta possa spiegare la scomparsa od il riacutizzarsi dell’aggio, indicare se sia buona o cattiva (ossia conducente o no allo scopo) una data politica sulla circolazione fiduciaria, ecc. ecc. L’addentellato c’è ed è evidente; ma siccome spesso non è spiegato a passo a passo, ed il trattatista, spiegato il problema teorico, lascia che i lettori se la cavino loro; accade spesso che i lettori non se la cavino affatto e vadano a sbattere contro un paracarro. Come spiegare altrimenti la quantità di spropositi che dicono delle persone – anche non interessate nell’errore – le quali tuttavia hanno studiato i principii della scienza economica? Egli è che l’applicazione delle verità economiche ai fatti correnti esige una disciplina mentale, un’abitudine a non lasciarci fuorviare da circostanze accidentali, che non tutti hanno; ed anche quando l’hanno, è raro che vogliano fare lo sforzo necessario per giungere alla meta. Occorre che il trattatista abbia pazienza e si adatti a procedere un po’ più innanzi di quanto consuetamente non si soglia. Continuando l’esempio già citato, basterà che dopo avere svolto la dottrina della moneta, si dia uno sguardo ai principali sistemi monetari; si faccia vedere dove essi hanno errato; come l’errore sia stato subito seguito dalle conseguenze che la teoria prevedeva; come le successive modificazioni apportate in un certo sistema monetario, per es., in quello della Lega latina, non siano altro che un’applicazione di insegnamenti teorici. Anche se il trattatista non dice al lettore perché l’aggio è scomparso in Italia nell’anno di grazia 1902, non v’è poi gran male; basta che il lettore abbia la persuasione che la dottrina è vera e che con essa si ha la chiave per spiegare molti fatti storici che egli conosceva già, ma di cui non si era saputo prima spiegare la ragione.

 

 

Oltre a codesta simpatia per le applicazioni delle dottrine, i lettori hanno altre abitudini mentali: fra le quali una antipatia fortissima per i formulari tecnici. Non accenno nemmeno alla questione dell’uso delle matematiche; perché suppongo che tutti siano d’accordo nell’opportunità – in un trattato di farne uso – in modo che chi non le conosce possa seguitare a leggere il testo; come accade in Marshall e Pareto. Ma nella letteratura economica più recente è invalso l’uso di chiamare certe cose con certi nomi: ossia di connotare certi concetti con certe parole usate in un senso che spesso non è quello volgare, ma un altro convenzionale per usi scientifici; e magari di indicare con delle lettere dell’alfabeto A, B, C… una specie di idee o di caratteri, che, a ripeterli ogni volta, richiederebbero delle frasi lunghe un miglio. Dico subito che nelle scienze fisiche, matematiche, giuridiche quest’uso è invalso da moltissimo tempo; ed è un uso ragionevolissimo, senza il quale non si possono compiere alcuni notevoli progressi scientifici. Nell’economia politica la mancanza di questa lodevole abitudine ha condotto ad una quantità innumerevole di dibattiti, oziosi e ridicoli perché i combattenti disputavano su cose diverse mascherate dalle identiche parole. Chi non è persuaso dell’importanza di un’esatta terminologia nelle scienze legga il bel saggio del Vailati appunto sulle «questioni di parole» (Torino, Roux 1899).

 

 

Ma il riconoscere questa necessità non toglie che nei lavori di volgarizzazione della scienza non si debba procedere per gradi. Se noi pretendessimo che i lettori, anche desiderosi di apprendere, dovessero trangugiarsi d’un colpo tutto il nostro formulario scientifico, abituarsi a ricordare, leggendo il periodo, il significato tecnico – diverso dal volgare – di due o tre parole ed a sostituire ad una o due lettere dell’alfabeto la frase che per brevità quelle lettere rappresentano, noi faremmo un buco nell’acqua. Dopo due o tre pagine quei lettori, stanchi della eccessiva tensione di spirito, chiuderebbero il libro e manderebbero l’autore a casa del diavolo. E così, per il desiderio di essere corretti e precisi e di non dare delle idee vaghe ai lettori, non se ne darebbe più nessuna, né precisa, né approssimativa. Il che mi sembra essere molto peggio. È sempre infatti opportuno che le verità economiche siano diffuse in qualche modo, se bene non con quella veste rigorosamente scientifica che si incontra nei più moderni scrittori. Qualche fecondo seme esse lascieranno sempre. L’abbiamo veduto tra il ’30 ed il ’60 quando l’economia politica – per le eccellenti volgarizzazioni che erano allora diffuse – era dalle classi colte molto più conosciuta d’adesso. L’influenza che dessa esercitò allora sull’opera dei Governi e sul progresso della civiltà fu enorme. Non dico che molti errori moderni o meglio molte copie moderne di errori antichi siano dovuti alla mancanza di trattati piani e facili di economia politica; poiché sarebbe un volere chiudere gli occhi dinanzi al fatto della pressione degli interessi di classe o di regime o di persona. Ma una parte – sia pur piccola – del pernicioso svolgersi degli avvenimenti va pure attribuita al fatto della scissione tra la scienza economica e la vita, o meglio fra il ceto degli economisti ed i problemi quotidiani. Come dice l’Edgeworth, che pure è un principe degli economisti astratti, gli antichi economisti classici inglesi presentavano questo vantaggio sui nuovi: che essi si tenevano in contatto con la vita pratica e non si sognavano nemmeno di trasformare la loro scienza in una raccolta di raffinatezze remote degli affari di questo mondo.

 

 

Con ciò l’Edgeworth non ha voluto dire che gli economisti facciano male a raffinare la loro scienza. Sarebbe stato un darsi la zappa sui piedi; poiché egli è forse il più elegante raffinatore di problemi economici che vi sia in Inghilterra. Ma ha voluto solo esprimere il desiderio che i medesimi economisti teorici od altri, invece loro, si ricordino che esiste un largo pubblico di uomini politici, di impiegati, di persone colte, di artigiani istruiti, i quali hanno bisogno di conoscere la scienza economica attraverso ad un trattato non irto di formule, in cui non ci siano soverchie abbreviazioni, in cui l’apparato scientifico sia ridotto al minimo possibile; ed il discorso vada piano e facile per il suo verso, con parole che tutti siano in grado di comprendere. Non è certo facile scrivere un trattato di questo genere, con parole, che pure conservando molta affinità al loro significato volgare, non si prestino all’equivoco; ed in ogni caso sarà pure indispensabile di usare una certa dose di tecnicismo. Ma il problema non è insolubile.

 

 

Si noti che ai lettori – passati attraverso a questo trattato – sarà più agevole e proficua cosa in seguito leggere quegli altri trattati, esclusivamente teorici, che in sul principio sarebbero stati un cibo troppo forte pel loro palato. Oramai essi le verità economiche le conoscono già e ne conoscono anche le applicazioni; e sono meglio atti a gustare maggiormente le verità teoriche ed a cercare di per sé delle altre e nuove applicazioni pratiche, e stavolta senza tanto pericolo di smarrirsi per strada.

 

 

Forse per una sola classe di persone è consigliabile di far senza di questa preparazione e di leggere subito i trattati a tipo puro; e sono gli ingegneri e coloro in genere che sono passati attraverso la facoltà di scienze. Costoro colle formule sono amicissimi; e la tecnicità del linguaggio economico sembrerà anzi ad essi sbiadita e poco estesa. Ma l’eccezione non fa regola; e la regola sono persuaso che sia quella delineata sopra.

 

 

Deve essere un trattato di economia politica e non di qualche altra scienza. – Questo può sembrare un truismo, degno del signor De La Palisse. Ma non è inutile dire che un trattato di economia politica deve parlare di questa e non di altre scienze, almeno se si bada a taluni curiosi fatti recenti. Prendete in mano uno degli ultimi trattati tedeschi di economia politica: quello dello Schmoller, del quale la Unione tipografica editrice – tanto benemerita degli studi nostri – sta ora pubblicando la traduzione, mentre contemporaneamente prosegue la traduzione degli splendidi Principii del Marshall. Siamo già alla sesta dispensa (480 pagine), ma non si trova sinora traccia di qualche cosa che – almeno vagamente – rassomigli alla economia politica, se non forse qualche argomento spaiato qua e là; come il cenno sulle macchine o gli altri sui metodi e sulla storia dell’economia «nazionale». Ed anche in questo riassunto storico si veggono delle cose singolari. Si vede, ad es., che Carlo Marx è onorato con un cenno di due pagine; mentre a Ricardo sono dedicate 5 righe; e dei successori di Smith, di Ricardo e di Mill, «i Mac Culloch, i Senior, i Fawcett, i Bagehot, i Cairnes, i Sidgwick» si dice che «non hanno alcuna importanza propria». Non varrebbe davvero la pena di rilevare queste sciocchezze e di rammentare come lo Schmoller non si degni di ricordare – eccetto, di sfuggita, il Marshall, per dire che, poverino, ha capito qualcosa delle opere lodate in paese di tedescheria – nessuno degli economisti i quali non hanno l’abitudine di lustrare gli stivali a lui ed ai suoi accoliti; se, almeno, lo Schmoller avesse saputo scrivere un trattato, che, anche senza poter essere messo a paro di quelli da lui tenuti in non cale, fosse un trattato di economia politica. Piccola pretesa in verità; ma non tale da essere soddisfatta. Nei lineamenti di Schmoller si impara infatti che «il sorgere del linguaggio è un lato del processo per cui l’uomo diventa un essere ragionevole» (pag. 22), e si leggono delle cose divertenti sul quando e sul come la gente ha imparato ad usare l’alfabeto per scrivere ed ha preso l’abitudine di divorar gazzette. A pag. 121 si apprende che «la ricongiunzione con Dio, la redenzione dal peccato e dal mondo, è il termine finale, che tutta la vita terrena fa apparire non altro che una breve preparazione alla vita ultraterrena. A pag. 197 e seguenti noi siamo messi in grado di sapere come è fabbricata la terra, coi suoi continenti e relativi mari ed isole; e si sa altresì che «dalla superficie dei mari si inalzano le tre parti continue della terra – l’Asia, l’Europa e l’Africa – e, separate da esse da lungo tratto, l’America e l’Australia». A pag. 231 siamo avvertiti che i Mongoli sono «uomini gialli, dai capelli neri, dalla testa rotonda» e che sono «tra i più forti e vigorosi di tutta la terra». Prima e dopo facciamo conoscenza con la mescolanza delle razze, coi neri, coi cafri, coi boscimani, coi pelli rosse, coi semiti, ecc. ecc. Volete sapere come son fatti gli Italiani? Eccovi serviti; è lo Schmoller che parla: «Gli Italiani d’oggi hanno nelle vene sangue etrusco, italico, greco, celtico, fenicio, semitico arabo, germanico. Essi sono una nazione una dai giorni della dominazione di Roma sul mondo… Sotto quel cielo così felice i bisogni materiali sono più facilmente soddisfatti che sotto il cielo nordico, e così lo stesso proletariato viene a conservare una libertà, una certa dignità personale che, unita al sentimento del bello, ad una facilità di parole che non ha l’uguale, sorprende e confonde gli uomini del Nord. Frugale, sobrio, cortese ed amabile, loquace ed amante della musica, ma anche per natura interessato e intrigante, prudente e riflessivo, l’Italiano mostra nel pensare e nell’agire una semplicità ed una abilità che vogliono essere riferite specialmente all’assenza di profondi movimenti dell’animo. Ogni individuo è un uomo compiuto; l’impero su lui della famiglia, della società, dello Stato è poco; con lui c’è sempre modo di trovare, come colla Chiesa, degli accomodamenti esteriori; ei va dietro ai suoi piani con sagacia, raggiungendo grandi risultati nell’arte, nella diplomazia, in molti campi, ma anche nell’intrigo, nella mancanza di pietà, nella doppiezza e, diciamolo pure, nella bricconeria. La coscienza ed il pudore hanno, di fronte alla ingenuità naturale, alla fantasia ed alla passione, una parte secondaria. Il popolo zufola e canta, ciancia e gesticola tutto il giorno, ma anche, in gran parte, lavora indefessamente; le classi inferiori si logorano al lavoro fin quasi a lasciarci la vita…».

 

 

A leggere di queste gentilezze più o meno spiritose sotto il titolo di Lineamenti di economia nazionale generale si rimane stupefatti. Tanto più urgente quindi la necessità che i lettori colti, i quali vogliono studiare l’economia politica, non si lascino fuorviare in questi viottoli di traverso. Se no, chissà mai cosa crederanno essi che sia la nostra scienza? Probabilmente qualcosa di simile allo scibile universo. Il che non toglie che le cose dette dallo Schmoller non siano interessanti e che i suoi studi al riguardo non siano meritevoli del più grande rispetto. Ma non sono economia politica: ecco tutto. Forse rientrano nell’ambito di quella scienza che hanno inventato adesso e che chiamano sociologia. Nella quale, trattandosi di cosa misteriosa come il libro dell’Apocalissi, ci stanno tutti: dai pochi ricercatori seri alle migliaia di ciarlatani.

 

 

Il trattato ideale per le persone colte deve dunque avere questi caratteri: non essere troppo pedagogico e nemmeno essere circondato da un eccessivo apparato scientifico; essere moderno e trattare – con chiarezza, rigore ed abbondanti applicazioni – di Economia politica e non di qualche altra cosa. Suppongo che i lettori saranno persuasi che io non ho fatto tutto questo lungo discorso per conchiudere che un trattato cosifatto non esiste e che quindi la domanda, di cui si parla, non può trovare modo di soddisfarsi. Anzi, il preambolo è stato compilato per mettere in luce la funzione sociale – per dir così – alla quale può servire precisamente un trattato di Economia politica, che è quello del Pierson.

 

 

Non già che il trattato del Pierson sia una novità nuova di zecca. In olandese la prima volta comparve nel 1884-90; e fu rifatto in una seconda edizione, di cui il primo volume uscì nel 1896 e la seconda (ultima) parte del secondo volume nel 1902. Quei pochi Economisti che avevano la ventura di conoscere la lingua olandese, così scarsamente nota fuori del suo piccolo paese, aveano già da un pezzo saputo apprezzare l’opera del Pierson; ma fuori di questa piccolissima cerchia di persone, nessuno ne sapeva niente, fuori che per sentita dire, e per averne lette le lodi nella Guida del Cossa. Cominciò due anni fa la Casa Roux e Viarengo a far conoscere del Pierson l’opera minore; e quei Problemi odierni fondamentali dell’Economia e della Finanza egregiamente tradotti dal prof. E. Malagoli, parvero a tutti mirabili per perspicuità di dettato, per intima fusione della dottrina e della pratica; sicché la loro fortunata diffusione contribuì assai alla buona cultura economica italiana. Molti che non avrebbero mai letto di proposito un trattato, lessero, magari a sbalzi, gli ottimi saggi del Pierson; e molte idee, prima annebbiate, si schiarirono e molti errori palesarono le loro magagne.

 

 

Ora è la volta del Trattato che potrà acquistare diritto di cittadinanza in una parte – forse non larghissima, ma sempre più estesa di quando esisteva solo il misterioso originale olandese – del pubblico colto italiano. Poiché la Casa Macmillan di Londra ha testé pubblicato in elegante veste la traduzione inglese del primo volume del Trattato; ed il traduttore, signor A.A. Wotzel, promette che farà seguire ben presto anche la traduzione del secondo.[1] Certo una traduzione inglese non è così accessibile come sarebbe una francese; ma la limpidezza della forma e la semplicità del contenuto fanno persuasi che anche la traduzione inglese avrà in Italia un discreto numero di lettori; mentre si aspetta il giorno che una Casa editrice italiana si assuma l’impresa di una versione nella lingua nostra, impresa che sarebbe, non ne dubitiamo, ben corrisposta alla lunga dal pubblico.

 

 

Il Pierson era ben dotato per scrivere il Trattato di scienza economica, i cui caratteri si è cercato di delineare sopra. Come scrive l’Edgeworth (loc. cit., pag. 582) nel Pierson si trova «quella combinazione dell’uomo d’affare e dell’economista di professione che è divenuta rara in Inghilterra» e che l’Edgeworth rimpiangeva nei vecchi economisti classici.

 

 

Il Pierson infatti, dopo essere stato per più di venti anni professore di Economia politica all’Università di Amsterdam e direttore prima e poi presidente della Banca dei Paesi Bassi, resse per circa una decina d’anni, dal 1891 al 1901, il Ministero delle finanze del suo paese e coperse anche per qualche tempo l’alta carica di presidente del Consiglio dei ministri. Durante il suo passaggio al governo della Banca e delle Finanze egli die’ opera a riforme bancarie e fiscali che hanno collocato il suo nome fra quello dei più benemeriti riformatori moderni. Conoscitore profondo della scienza economica e maneggiatore espertissimo di fatti reali, egli si trovava in una condizione privilegiata per applicare la teoria alla pratica e per infondere nella scienza un alito di modernità, traendola ad occuparsi dei problemi più vivi dei tempi suoi.

 

 

A me parrebbe così di avere assoluto il mio dovere che era quello di indicare per via di esclusione i pregi peculiari di questo Trattato, che la edizione inglese della Casa Macmillan ha ora reso accessibile ad una più larga cerchia del pubblico italiano. Ma, forse, una breve esposizione del contenuto di esso verrà a dare un’idea più efficace degli intenti a cui può servire il libro dell’A. Si compone desso di quattro parti; la prima si occupa del Valore e dello Scambio, gittando così le fondamenta dell’intiera trattazione; la seconda degli Strumenti dello scambio: moneta e banche. Insieme queste due parti formano il primo volume, che viene edito ora dalla Casa Macmillan. La parte terza tratta della Produzione; ne studia il concetto; indaga i limiti dell’ingerenza governativa nella produzione; e sottopone ad acuta analisi il rapporto fra produzione e popolazione e la controversia del protezionismo. Le crisi, i sistemi agrari ed altri argomenti sono pure trattati in questa parte, che forma quasi una prosecuzione ed una applicazione della dottrina del valore esposta nel primo volume. Poiché ben a ragione il Pierson ritiene errato il procedimento di quei trattatisti, i quali parlano della produzione prima che dello scambio; e debbono per conseguenza limitarsi ad esporre delle generalità, più o meno conclusive, sulla natura, sul lavoro, sulle macchine, ad un punto di vista che non è economico, ma puramente tecnico. Mentre invece lo studio della produzione deve essere come la meta alla quale tendono i diversi fili del ragionamento economico: una meta alla quale non sarà possibile di giungere se prima quei fili non sono stati acconciamenti disposti. In luogo poi dell’appendice che gli Economisti classici – e sul loro esempio altresì alcuni moderni come il Gide ed il Leroy Beaulieu – consacrano in fine delle loro trattazioni al consumo, ed in luogo delle disquisizioni semi esilaranti sul lusso, sulla opportunità di consumare pane o carne o tutte due insieme, ed altrettali cose divertenti, il Pierson nella quarta ed ultima parte dell’opera – che è quasi un’appendice separata – si occupa delle Entrate dello Stato, studiando alcuni argomenti di scienza finanziaria in quello che hanno di più spiccatamente economico: occupandosi cioè della traslazione e degli effetti delle imposte; della natura e degli effetti del Debito Pubblico. La terza e la quarta parte compongono il secondo volume, di cui la traduzione inglese deve ancora comparire.

 

 

Questa la tela generale dell’opera; ed ora rifacciamoci al primo volume per esporne con alquanti maggiori particolari il contenuto. Si apre desso con una introduzione magistrale, nella quale si studiano la posizione della scienza economica; la natura delle sue leggi ed il metodo da seguirsi nella soluzione dei problemi economici (pag.1-43). Tema vecchio, che il Pierson illumina con linguaggio semplice e piano, mettendo soprattutto in luce perché le dottrine economiche non possono essere subito applicate nudamente alla realtà, e facendo vedere entro quali limiti è possibile fare qualche applicazione ed anche qualche predizione.

 

 

Segue la parte prima, consacrata al valore. E qui in un primo capitolo (47-78) l’A. gitta le fondamenta della trattazione, ispirandosi ai principii di quella scuola che per la brevità chiamerò di Jevons e degli economisti austriaci; e lo fa con tale chiarezza e con tale sobrietà di dettato da rendere evidenti anche le cose apparentemente più astruse. Parco nell’uso dei diagrammi (in questo capitolo sono appena due) ne sa trarre un prezioso sussidio alla intelligenza dei fenomeni di valore. Nel capitolo secondo (pag. 79-126) applica la dottrina del valore alla Rendita della terra, facendo un’analisi acuta della teoria ricardiana, studiando i rapporti fra la rendita agricola ed i prezzi dei prodotti agricoli, fra la rendita e le imposte, indagando le influenze che sulla rendita esercitano i migliorati metodi di cultura, la riduzione del costo dei trasporti, l’aumento della popolazione e tracciando infine un breve quadro delle variazioni storiche della rendita. Noi siamo subito così messi in grado di apprezzare la virtù educatrice del libro del Pierson; poiché egli ci trasporta in mezzo ai fatti contemporanei e ci apprende a giudicarli. La dottrina della rendita non sembra più un’astrazione teorica e nemmeno un frutto esclusivo dell’Inghilterra del principio del secolo XIX. Coloro i quali si immaginano che oramai non si possa più parlare di rendita perché è venuta la crisi agraria e gridano perciò che Ricardo è morto e sotterrato, leggano i bei capitoli del Pierson e si persuaderanno che i fatti recenti sono la verificazione esattissima di quella teoria, la quale forse richiederà di essere migliorata e formulata più esattamente, ma rimane pur sempre testimonianza di fulgidissima percezione della realtà.

 

 

Lo stesso discorso fatto a proposito della rendita della terra si dovrebbe ripetere per i successivi capitoli, terzo La rendita delle case (pag. 127-175), quarto L’Interesse del capitale (pag. 176-232), quinto Il Profitto degli imprenditori (pag. 233-255), sesto Il Salario del lavoro (pag. 256-340). In tutti l’A. applica la dottrina generale del valore al valore dei diversi servizi produttori; cosicché quand’egli scenderà a parlare della produzione, sarà già noto il valore di tutti i servizi produttori, che combinandosi danno luogo alla produzione. È il metodo corretto seguito dal più dei trattatisti moderni; e dal nostro autore forse più sistematicamente che da altri.

 

 

Ciò che distingue il Trattato del Pierson in questa parte si è la importanza speciale da lui assegnata allo studio della rendita delle case. È questo uno studio che è ignoto agli altri trattatisti e che l’A. sviluppa con profondità e chiarezza di vedute. Anche qui egli non sa rimanere nel campo della pura dottrina; ma discute a lungo dell’influenza delle imposte sulla rendita; dei rapporti fra le variazioni dell’entrata degli abitanti e il fitto delle case; e piglia in esame i provvedimenti fin qui proposti per migliorare le condizioni delle abitazioni cittadine. Il Pierson è favorevole a quella che si potrebbe chiamare la politica «igienica». Il Comune non ha bisogno di favorire la costruzione di case nuove e nemmeno di favorire società filantropiche. Il suo dovere principale deve essere quello di rendere agli inquilini impossibile – con rigide norme sanitarie – di ottenere delle case malsane e cattive. Bisogna educare il popolo all’amore della casa igienica e sana; il che vuol dire educare il popolo ad un alto tenor di vita, e a frenare la prolificazione troppo abbondante. L’A. dimostra che il limitarsi a mettere sul mercato migliaia di nuove camere equivale a fare un buco nell’acqua. Il problema è molto più complicato; ed a risolverlo non basta pensare alle case; bisogna anche agire sugli uomini che le dovranno abitare. Il rimedio della municipalizzazione è un cerotto troppo semplice, quando bisogna nel tempo stesso risolvere un problema di equilibrio rotto in una certa industria, di distribuzione della ricchezza e di modificazione della psiche operaia.

 

 

Nel modo stesso come il Trattato del Pierson offre nel capitolo sulla rendita delle case una guida allo studio di un problema di attualità scottante, così pure nei capitoli successivi dà la chiave a trattare altri problemi urgenti: scioperi, disoccupazione, riduzione delle ore di lavoro, alti e bassi salari, ecc. Sempre la dottrina vivifica la pratica; e si vede l’uomo di Stato che la scienza non considera come fine a sé medesima, bensì come mezzo a migliorare le condizioni economiche del suo paese.

 

 

L’ultima applicazione della teoria del valore è fatta nel capitolo settimo ai prezzi delle merci ed al valore della moneta (pag. 341-400). Senza fermarci alla limpida esposizione della dottrina dei prezzi in caso di monopolio, di produzione in circostanze simili e dissimili, e dei beni fungibili, è specialmente degno di nota come tutta la trattazione del valore della moneta sia illuminata dalla introduzione del concetto del prezzo del lavoro, per il quale gli Economisti olandesi intendono la somma complessiva di tutta l’entrata in denaro ottenuta mercé l’applicazione di una definita quantità di lavoro e di capitale.

 

 

«Si supponga che il lavoro di un uomo, aiutato da un capitale di mille fiorini, produca in duecento giorni delle merci del valore di 250 fiorini; allora, naturalmente, un giorno di lavoro e l’applicazione di un giorno di capitale varranno, in media, fiorini 1,25. Questo ammontare di fiorini 1,25 sarà distribuito in modo che il capitale riceva 25 centesimi ed il lavoro 1 fiorino; ovvero in modo che il capitale riceva 50 centesimi ed il lavoro 75 centesimi di fiorino. Nel primo caso l’interesse sarà al saggio di circa il 9 per cento e nel secondo caso del 18% all’anno. Eppure in amendue i casi la rimunerazione combinata dell’impiego di un capitale di 1.000 fiorini e del lavoro di un uomo sarà di 1,25 fiorini. È questa remunerazione complessiva che è chiamata prezzo del lavoro. La parola non dovrebbe essere scambiata per quella di salario del lavoro; il salario del lavoro e la rimunerazione dell’imprenditore sono solo una parte di esso; ed il resto è interesse del capitale. Siccome la rendita ed il premio dell’imprenditore non sono ottenuti in tutti i casi, ma solo quando la produzione ha avuto luogo in circostanze favorevoli, per rendere la nostra definizione completa, occorre perciò formularla così: il prezzo del lavoro è la somma complessiva di entrata in denaro derivata dall’impiego di una data quantità di lavoro e di capitale in circostanze non privilegiate».

 

 

È in fondo una formula tecnica per esprimere un determinato concetto; ma di essa l’A. si vale per illuminare il punto del valore della moneta in differenti paesi, in differenti periodi e le mutazioni nei prezzi derivanti dalla scarsità e dall’abbondanza della moneta. È questo per i profani uno degli argomenti più astrusi della scienza economica; ed è così grande la difficoltà di spiegarlo in modo accessibile a tutti, che parecchi compilatori di manuali hanno adottato il partito più comodo di non occuparsene affatto o di accennarvi solo di sfuggita a proposito di qualche altro argomento. Ad es. il Gide è fra questi. Eppure senza un’idea chiara in proposito come si fa ad impossessarsi bene della dottrina della moneta?

 

 

È quello che si vede nella parte seconda (p. 403-598) del volume, dedicato allo studio degli strumenti dello scambio. L’autore, il quale ha già, nel libro precedente, posti i fondamenti dottrinali della ricerca, può ora attenersi ad un metodo diverso da quello seguito fin qui dai trattatisti. I quali, parlando di moneta e banche, si indugiano a descrivere i requisiti della moneta, i vari metodi di riserva e di organamento delle banche di emissione, accennando in via di esempio ai sistemi seguiti nei diversi paesi; e dando così un andamento pedagogico e poco simpatico alla trattazione. Invece il Pierson, che della moneta ha detto già quanto basta per mettere in luce la funzione economica, comincia subito con uno sguardo storico ai principali sistemi monetari del mondo (Cap. I, pag. 403-448). Seguendo passo passo le vicende della moneta nella Gran Bretagna e nell’India Britannica, nella Francia e nella Lega Latina, nella Germania e nell’Austria Ungheria, nell’Olanda e nelle sue Colonie, e negli Stati Uniti d’America egli ha l’agio di farci un quadro di errori e di esperienze fortunate; e di dimostrarci che gli errori pratici aveano il loro addentellato in false concezioni teoriche; mentre le esperienze fortunate, e le riforme faticose erano un’applicazione di luminose verità teoriche. Lo stesso sistema è seguito nel secondo capitolo sulle Banche di emissione (pag. 449-515). Lo studio, larghissimo e magistrale, del sistema bancario in Inghilterra prima e dopo il 1844 gli dà modo di esporre nei suoi particolari la celebre controversia tra il Banking Principle e la Currency Theory, controversia di cui nei trattati moderni appena si fa menzione; mentre costituisce il caposaldo indispensabile per la interpretazione corretta di quasi tutti i moderni sistemi bancari. Le Banche della Scozia, della Francia, della Germania, dell’Olanda, della Svizzera e degli Stati Uniti, gli offrono mezzo di trattare – non con ragionamenti campati in aria, ma sulla base dei fatti – di altre controverse questioni: della libertà e del monopolio bancario, dei limiti legali della riserva metallica, della posizione delle Banche di emissione di fronte alle altre Banche e nei rapporti internazionali.

 

 

Noi abbiamo molte e belle applicazioni del metodo storico nella Economia politica; intendo dire del metodo storico che non si limita a raccogliere dei piccoli fatterelli ed a metterli in fila come i burattini; ma li vuole razionalmente spiegati ed anche scelti. Ma fra tutte queste applicazioni, quella del Pierson presenta il vantaggio di essere inserita in un manuale destinato al gran pubblico e di essere compiuta con tale insigne padronanza della materia e con tale rara facoltà di ricordare solo i fatti essenziali, da dover concludere che una trattazione così magistrale e stringata non era mai stata fatta in un Corso generale di Economia politica.

 

 

Oramai il lettore conosce già per esserci vissuto in mezzo il meccanismo monetario e bancario, ed è così pronto a comprendere gli altri argomenti che seguono: e primo il trattato delle cambiali e dei cambi stranieri (Cap. III, pag. 516-567). È una vera teorica dei cambi stranieri, in taluni punti superiore persino a quella classica del Goschen; e del Goschen l’A. critica con molto acume la dottrina che l’esportazione dell’oro e dell’argento rappresenti uno spostamento del capitale e sia il risultato della scarsità di capitale: dottrina la quale è un ultimo residuo del mercantilismo.

 

 

Il capitolo finale che degnamente chiude il volume si occupa dei metodi di regolare la circolazione (pag. 568-598), ed era necessario trattarne dopo aver parlato non solo della moneta metallica e dei biglietti di banca, ma anche delle cambiali e dei cambi stranieri, poiché anche le cambiali sono uno strumento di scambio.

 

 

Come è noto, l’A. alla pari di altri Economisti olandesi, è un fautore del bimetallismo universale; ed è interessante leggere la difesa del bimetallismo, scritta da uno il quale è persuaso della inutilità pratica di ogni tentativo in tal senso compiuto nel presente momento. Ma non solo si parla dei rapporti fra le monete vere; ma anche fra queste e la moneta divisionaria e fra la moneta d’oro e gli scudi d’argento nei paesi che, come la Lega Latina, la Germania, gli Stati Uniti, hanno da liquidare questa eredità del passato. Il capitolo si chiude con uno sguardo ai danni dell’abbondanza e della scarsità della circolazione.

 

 

Questo il volume del Pierson: uno dei più bei frutti di quella scuola di Economisti olandesi, il cui unico torto è stato quello di avere scritto in una lingua che ben pochi capiscono. Cosicché il miglior augurio che si possa fare al pubblico colto italiano si è che presto la Casa Macmillan pubblichi la traduzione del secondo volume. Un augurio ancora migliore sarebbe che qualche Casa editrice nostra ne assumesse la versione italiana. Se questo voto sarà esaudito, l’Italia possederà, accanto ai manuali di scienza pura, anche un trattato il quale, pur non essendo a quelli inferiore per il rigore scientifico, rappresenti come un addentellato più stretto fra la scienza e la realtà quotidiana. In tempi in cui tutti parlano, per diritto e per traverso, di problemi economici senza mai avere studiata la scienza economica, non sarà questo un piccolo beneficio.

 

 



[1] Dr. N.G. Pierson, Principles of Economics, translated from the Dutch by A.A. Wotzel: Vol. I. London. Macmillan. Un vol. in 8° gr. di pp. XXX 604. Prezzo 10 scellini net.

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