Per una chiara esposizione di tesoro

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 16/06/1919

Per una chiara esposizione di tesoro

«Corriere della Sera», 16 giugno[1], 2[2] e 10[3] luglio 1919; 21 dicembre 1920[4]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 294-309

 

 

 

I

 

Appello a Bonaldo Stringher

 

La successione ininterrotta degli annunci di nuovi impegni assunti dallo stato per 50, 100, 150, 600 milioni per volta sta creando nell’opinione pubblica un senso crescente di inquietudine. Gli impegni verso gli impiegati sono un aspetto del processo tumultuario di adattamento degli stipendi al nuovo livello dei prezzi determinato dalla guerra. Non era possibile lasciare una classe di cittadini al livello antico di guadagni, mentre tutte le altre classi erano riuscite a crescere la quantità di denaro con cui facevano una terribile concorrenza alle classi rimaste stazionarie nell’acquisto dei generi necessari all’esistenza.

 

 

Non occorre tuttavia dimenticare che, se è necessario ristabilire l’equilibrio tra stipendi e prezzi, tra classe e classe, vi è un’altra specie di equilibrio che bisogna ad ogni costo mantenere e, ove si rompa, sollecitamente ristabilire: quello tra entrate e spese dello stato. A grandi passi le spese dello stato sono salite da 2 miliardi e 500 milioni prima della guerra a 8 o 9 miliardi oggi; mentre le entrate sono salite soltanto da 2 miliardi e 500 milioni a 4 miliardi e 500 milioni circa. Esiste una enorme falla di 4 miliardi al minimo all’anno, che fa d’uopo colmare. A che cosa gioverebbero gli aumenti di stipendio decretati per gli impiegati se lo stato si trovasse nella impossibilità di pagarli? Sarebbe pazzesco pensare di provvedere con sempre nuovi debiti; perché, in condizioni simili, lo stato non troverebbe più credito e dovrebbe ridursi unicamente alla stampa di biglietti, veri biglietti falsi, i quali scapiterebbero, riducendosi ad un valore irrisorio e trascinando nella miseria le classi provvedute di redditi calcolati in lire e centesimi e non in quintali di grano e di derrate alimentari.

 

 

Perciò tutti attendono una parola che illumini dal ministro del tesoro. Lo Stringher giunse a quel posto per designazione quasi naturale: studioso insigne, reggitore esperto del massimo nostro istituto di emissione, padrone di tutte le questioni del tesoro, egli fu chiamato dal consenso pubblico a combattere una rude battaglia. Finora gli avvenimenti lo costrinsero a dibattersi in mezzo ad una valanga di domande urgenti, presentate con grandi pressioni, di nuove spese. Noi non osiamo affermare che egli abbia saputo dir di no ogni volta che era necessario. Certo sappiamo che egli fu costretto a dire di sì tante volte che la situazione finanziaria è divenuta preoccupante.

 

 

Oggi è venuto il momento in cui lo Stringher deve fare appello all’appoggio dell’opinione pubblica nell’opera, la più urgente di tutte, di ristabilire l’equilibrio tra entrate e spese. Tra pochi giorni si riapre il parlamento. È dovere del ministro del tesoro di presentare subito alle due camere uno stato preciso di tutti gli impegni finora assunti dal governo e delle sue conseguenze sui bilanci straordinario ed ordinario dello stato. Invano chiedemmo quella esposizione all’on. Nitti. Nessun paese può scegliere una linea di condotta feconda se non conosce i fatti. Tenere all’oscuro i cittadini è male sempre: per la politica interna, per quella estera e anche per quella finanziaria. Come si può pretendere che l’opinione pubblica sorregga il ministro del tesoro nella sua resistenza alle spese inutili, se non sa quali e quanti siano gli impegni assunti, quale il corrispondente onere di bilancio e quale il disavanzo a cui bisogna provvedere con imposte?

 

 

Finora, bisogna confessarlo con rammarico, le esposizioni finanziarie fatte durante la guerra, per quanto veridiche ed informative rispetto al passato, erano nulle e reticenti rispetto all’avvenire. Poteva ammettersi che l’on. Carcano si astenesse da pronostici quando nulla si sapeva intorno alla durata, all’esito ed al costo della guerra; assai meno scusabile era l’on. Nitti; ed addirittura colpevole sarebbe lo Stringher se non tentasse di dare un quadro di quello che è oggi la pubblica finanza e di quello che sarà a liquidazione compiuta della guerra. Noi non vogliamo da lui l’impossibile, il calcolo fino alla lira delle entrate e delle spese nel 1920-21. Ma le esposizioni finanziarie del solito stile incolore, in cui le stesse frasi si ripetono da vent’anni nel medesimo ordine, variate soltanto da qualche invocazione patriottica o da qualche osservazione letteraria od economica, non bastano. I bilanci si facciano pure nelle forme legali, tenendo conto solo dei fatti conseguenti a leggi o decreti. Ma il discorso del ministro deve essere impostato diversamente. Lo Stringher deve dire nettamente, crudamente al paese quali sono i debiti già contratti, quali gli impegni assunti, quali gli impegni in corso di discussione. Deve valutarne le conseguenze in capitale sul patrimonio dello stato, e gli effetti in spese continuative, permanenti sul bilancio annuo della spesa. Deve dirci quali mezzi egli crede davvero di avere a sua disposizione per fronteggiare quegli oneri. Non gli gioverebbe dilungarsi con orgoglio sui proventi passati delle imposte. Deve distinguere accuratamente tra proventi attuali, gonfiati dalle circostanze di guerra, e proventi futuri, permanenti, quali si prevedono quando sarà venuto meno il gettito dei tributi straordinari bellici. E deve tirar le somme e dire: al pareggio mancano tanti e tanti miliardi.

 

 

Una siffatta esposizione finanziaria gioverà innanzi tutto ad ammaestramento e freno dei suoi colleghi. Noi non dubitiamo che nelle sedute del consiglio dei ministri e nei privati conversari lo Stringher abbia esposto nettamente la situazione effettiva del tesoro italiano. Ma una esposizione confidenziale è altra cosa da una pubblica. Questa mette il ministro che chiede la spesa di fronte al paese. Il suo senso di responsabilità si affina ed egli è indotto a tener conto meglio dell’interesse pubblico.

 

 

Ad uno di questi ministri noi vogliamo rivolgere un particolare appello. Non che lo stesso appello non si debba rivolgere anche agli altri. Ma egli, il vincitore di Vittorio Veneto, è posto così in alto, ha una posizione morale così grande che bene si può chiedergli di aggiungere a quelle di cui già si fregia, la nuova gloria di segnare nuovamente la via agli altri che non hanno ancora bene meritato al par di lui della patria. Il gen. Caviglia ha dimostrato di saper fare la guerra. Oggi deve dimostrare di saper fare la pace. Il bilancio della guerra è ancora un bilancio da tempi di guerra. Bisogna rapidamente farlo avvicinare al tipo del bilancio di pace. Nessuna imprudenza deve essere commessa; ma non si deve indugiare un attimo più del necessario. Il gen. Caviglia, il quale ha vinto la battaglia che farà grande l’Italia nei secoli, deve dare tutta l’opera sua fervida, ardente, impaziente per salvare l’Italia dalla rovina finanziaria. Un bilancio della guerra che ancor oggi va verso il miliardo e mezzo al mese non può durare senza danno gravissimo del paese. Certo la responsabilità ultima del danno non è sua. I lenti tessitori di Parigi sono i veri colpevoli dell’orgasmo in cui vive l’Europa, delle decine di miliardi di debito nuovo che si aggiungono dannosamente al debito che fummo costretti ad assumerci per la vittoria. Ogni giorno che passa cresce il danno sia perché aumenta il debito dei vincitori sia perché scema il potere dei vinti di pagare indennità. Nessuno può o deve scaricare la sua minore responsabilità su quella ben maggiore di coloro che non sanno far la pace. Il ministro della guerra deve fare tutto ciò che sta in lui per smobilitare soldati ed ufficiali, per sopprimere comandi ed uffici inutili, senza risuscitarli col nome di «stralci», per restituire ai lavori produttivi le centinaia di migliaia ed i milioni di uomini che ancor oggi vi sono sottratti, per restituire carri e locomotive al traffico ordinario. La giornata non dovrebbe a lui parere compiuta se egli non potesse dire la sera a se stesso: «Oggi ho ridotto di tanti milioni la spesa gravante sul bilancio militare». Il gen. Caviglia, così facendo, compirà opera meno visibile ed apparentemente meno gloriosa di quella per cui ogni italiano lo tiene in onore. Non avrà benemeritato della patria in grado minore.

 

 

Quando lo Stringher farà l’esposizione finanziaria candida e compiuta ed ammonitrice che noi dicemmo sopra, dovrà anche rispondere ad una domanda: «Come mi propongo io, come si propone il governo di fronteggiare l’enorme disavanzo di 4 miliardi all’anno al minimo che batte minaccioso alle porte?».

 

 

Ahimè ! finora il governo nessuna risposta ha voluto o saputo dare all’inquietante domanda. Sono in corso, tra grandi resistenze ed incertezze, i provvedimenti per applicare i nuovi monopoli. Ma non si sa di preciso quali fra gli enunciati monopoli saranno veramente applicati e quando. Neppure fu detto chiaramente se sia stato abbandonato sul serio il monopolio del carbone, che era veramente pericoloso e che sarebbe stato una sciagura per l’economia italiana ostinarsi ad applicare. Noi, salvo che per il carbone, non partecipammo e non partecipiamo alla campagna contro i monopoli. Siamo troppo coscienti delle urgenze del tesoro per volere negare a priori allo stato il diritto di servirsi anche dello strumento dei monopoli, ove questi siano ravvisati necessari e fecondi. Ma diciamo: «Decida il governo subito sul da farsi: provveda a creare i monopoli che fruttino davvero più delle imposte di produzione che potrebbero istituirsi sui medesimi oggetti; ed abbandoni il resto». L’incertezza è peggiore della morte. Insieme con l’incertezza sono dannose le mezze misure per cui si creano i monopoli, ma per far star quieti gli interessati si dà l’offa di un guadagno cresciuto in confronto di quello di prima ad alcuni privilegiati riuniti in consorzio.

 

 

I monopoli però non bastano all’ufficio di colmare il disavanzo. Neppure lontanamente. Ben altro occorre. Su ciò il governo rimane muto. Muto rispetto all’imposta sul vino, che potrebbe fruttare mezzo miliardo, da cogliere subito, finché i prezzi del vino sono sulle 200 lire l’ettolitro ed i prezzi delle uve si annunciano da 100 a 200 lire il quintale. Muto rispetto alla liquidazione dell’imposta sui sovraprofitti, che oggi è una vera camicia di Nesso strangolatrice dell’industria, mentre potrebbe essere trasformata in un unico prelievo sui profitti netti ottenuti durante l’intiero periodo di guerra dai contribuenti attuali e da altre classi che realmente trassero profitti dalla guerra.

 

 

Muto sovratutto rispetto al progetto di riforma tributaria Meda. Già ne parlammo, invocandone l’applicazione immediata per decreto legislativo. Oggi vogliamo chiedere: il ministro del tesoro quale atteggiamento serba rispetto al progetto Meda? Dà ragione di dubitare dell’assenso attivo del ministro del tesoro e degli altri ministri il fatto, singolarissimo, che quel progetto porta semplicemente l’indicazione di «presentato dal ministro delle finanze» e non anche l’altra, di rito, «di concerto col ministro del tesoro e col ministro dell’interno». La mancanza dei nomi degli on. Stringher ed Orlando, che era necessario figurassero, fa supporre che quel progetto sia una specie di figlio naturale non riconosciuto, che si è dato il permesso all’on. Meda di presentare alla camera e far stampare a dimostrazione dei suoi studi diligenti.

 

 

Ora, tutto ciò non può essere. Se lo Stringher dissente dal progetto Meda, se egli non crede di doverlo vigorosamente appoggiare alla camera, se egli si rifiuta a renderlo provvisoriamente esecutivo per decreto, ha il dovere di dirne chiaramente le ragioni. Quali possano essere non sappiamo. Non basta lavarsene le mani, come Pilato, dicendo: giudicherà il parlamento. No. Quando si dice di sì a richieste di aumenti di spesa annua per centinaia di milioni e per miliardi e si mette la firma ai decreti legislativi che quelle spese consacrano e nel tempo stesso si esita ad esigere l’entrata immediata in vigore delle riforme tributarie atte, almeno in parte, a fronteggiare la marea crescente delle spese, bisogna dire apertamente le ragioni della condotta contradittoria. Noi non escludiamo che qualche ragione vi possa essere, sebbene non ci riesca di vederla. La si esponga e la discuteremo. Ma se quella ragione non verrà detta, farà d’uopo dolorosamente concludere che siffatta condotta non solo è contradittoria, non solo è strana; ma è anche quella, debole, di colui che dice: après moi le déluge. Motto inconcepibile in bocca di un uomo sapiente, integro ed amante della patria, come è lo Stringher.

 

 

II

 

Si rinnova l’appello all’on. Schanzer

 

Il ministro del tesoro Stringher non poté fare, per la rapida caduta del ministero di cui faceva parte, quella larga esposizione finanziaria che egli aveva annunciato ed a cui noi l’avevamo vivamente incitato. Il dovere, che egli non poté assolvere, spetta ora all’on. Schanzer e forse con urgenza cresciuta.

 

 

Noi ci augureremmo anzi che il caduto ministro pubblicasse in una memoria di carattere privato quelle considerazioni che egli non poté fare dal banco dei ministri. Non mancano a ciò i precedenti; fra cui piace ricordare gli appunti Sulle condizioni della finanza e della economia pubblica in Italia al primo di dicembre 1909, pubblicati privatamente da quel carattere integro e scrupoloso osservatore delle buone regole parlamentari che fu l’on. Carcano. Come disse questi allora, il lavoro retrospettivo non potrebbe riescire «privo di interesse per gli studiosi» ed, aggiungiamo noi, per il grande pubblico, il quale apprezzerebbe moltissimo un quadro veridico della nostra situazione finanziaria ed economica dettato da una delle penne più esperte d’Italia.

 

 

L’attuale ministro del tesoro deve urgentemente dire una parola chiarificatrice, perché la oscurità in cui è avvolto il nostro bilancio non è scemata certo in quest’ultimo mese. Fu pubblicato, è vero, un prospetto ufficioso da cui risulterebbe che i debiti contratti nei cinque mesi dal 31 ottobre 1918 al 31 marzo 1919 furono di 9 miliardi e 801,4 milioni di lire e non di cifra superiore e notizie pure ufficiose asserirono che gran parte del debito nuovo era dovuta a liquidazione di impegni precedenti. Ma quel totale di 9 miliardi e 801 milioni di debiti nuovi in 5 mesi è formidabile, toccando appunto quasi i 2 miliardi al mese, quali non si erano mai raggiunti durante la guerra. E, se è vero che gran parte del recente debito deriva da liquidazione di impegni precedenti, è anche vero che il pubblico conosce solo la cifra grossa dei 2 miliardi al mese, la quale pare balzata a quasi 3 miliardi nel mese di aprile 1919. Il ministro del tesoro ha il dovere assoluto, preciso di dire al parlamento nei prossimi giorni come queste cifre formidabili siano composte: quanta parte sia dovuta a spese antiche, le quali giungono ora soltanto a maturazione, quanta a spese nuove, correnti ma destinate a cessare e quanta a spese aventi carattere più o meno permanente.

 

 

Vedemmo poco fa la camera francese ridurre di centinaia di milioni i crediti per il bilancio della guerra e minacciare altre riduzioni, per costringere il governo ad accelerare la smobilitazione ed a resecare spietatamente tutte le spese inutili. Analoghi rilievi sono stati fatti alla camera dei comuni inglese e rapporti analitici sono di tempo in tempo presentati alla stessa camera da un comitato sulla spesa creato appositamente per controllare e reprimere le spese inutili. È al governo l’on. Tittoni che quei precedenti inglesi espose lungamente ed elogiò in articoli oggi raccolti in volume (Conflitti politici e riforme costituzionali, Laterza, Bari). Sarebbe bello, sarebbe anzi necessario che il governo di cui egli fa parte prendesse l’iniziativa di una simile opera di scrutinio sul passato e più di esame critico preventivo sul presente e sull’avvenire.

 

 

Al tesoro convergono le fila di tutta la politica interna, estera e militare del paese. Soltanto il ministro del tesoro può dirci se il paese è stato ed è governato bene, mediocremente o male. Tutto si riduce a costi ed a fini che siano adeguati ai costi che la nazione è chiamata a sopportare.

 

 

Procede abbastanza rapida la smobilitazione? Qual è la spesa attuale per l’esercito e la marina? Noi comprendiamo benissimo che l’on. Schanzer debba mantenersi riservato sugli aspetti politici ed internazionali del problema militare. Ma egli ha il dovere di essere esplicito sui suoi aspetti finanziari. Solo così si può affermare che la politica governativa è l’espressione della volontà consapevole del paese: quando cioè il paese conosce i sacrifici necessari e volonterosamente li sopporta per raggiungere la meta.

 

 

Assai più esplicito e circostanziato dovrà essere il governo su altri punti. Nel comunicato ufficioso a cui sopra alludemmo, figurava una cifra di 1 miliardo e 908 milioni di biglietti anticipati al 31 marzo 1919 a terzi in corso di ricupero e di regolazione. Cifra grossa, che probabilmente è la esposizione del tesoro per i grossi affari di acquisti di derrate alimentari e di materie greggie compiuti dallo stato in questo tempo. Qui è necessario che il paese sappia tutto.

 

 

Il comitato inglese sulla pubblica spesa, tanto elogiato dall’on. Tittoni, sta pubblicando rapporti sui risultati delle singole imprese esercitate dallo stato. Taluni sono confortevoli, come la gestione dello zucchero, che diede un profitto di circa 120 milioni di lire. Altri sono invece detti «appalling» – terrorizzanti – dai giornali inglesi; come la manutenzione di 68 automobili di stazione a Kensington, le quali costavano in ragione di 3,3 milioni di lire all’anno. Brutti o belli che siano questi risultati, la camera dei comuni inglese desidera conoscerli; il governo annuisce al desiderio; i deputati criticano, la stampa riferisce e commenta. Da noi buio pesto. Quanto ha costato la distribuzione del pane al disotto del costo? Quanto la politica annonaria di monopoli e di approvvigionamenti governativi, voce per voce: olio, burro, carni, ecc. ecc.? I risultati risposero al costo? Nulla sapendosi, l’opinione pubblica è disorientata. Non sa che cosa chiedere per l’avvenire. Ignora l’importanza dei sacrifici compiuti dal governo per tenere bassi certi prezzi; e l’onere a cui i contribuenti saranno sottoposti per tal motivo. E chiede cose stravaganti.

 

 

Gli errori economici passati non sono riparabili. Ma gli errori futuri non si scansano colle promesse largite a tutto il mondo, come pare sia nuovamente il costume del governo; bensì colla luce intiera, con la discussione, con la conoscenza della verità. Solo il ministro del tesoro può e deve farcela conoscere.

 

 

III

 

Si rinnova l’appello all’on. Meda

 

È stato pubblicato da poco il conto del tesoro al 31 marzo 1920. Bisogna certamente rendersi conto delle difficoltà le quali impediscono al tesoro la pubblicazione rapida, entro i dieci o venti giorni, del conto mensile; ma un ritardo di tre mesi sembra veramente eccessivo e tale da ridurre il conto ad un documento storico, di interesse limitato agli studiosi delle cose passate. Inutile dunque indugiarsi intorno alle cifre singole, oramai sorpassate dagli avvenimenti; e forse più importante fare qualche considerazione di indole generale sulla struttura del conto. Se esso aveva un tempo per iscopo di permettere, a chi l’esaminava, di tener dietro alla situazione reale del tesoro, si può dire che oggi esso a quel fine pochissimo serve. Abbiamo sentito dire che il bilancio 1919-20 si è chiuso con 18 miliardi di disavanzo. Come si sarebbe potuto immaginare una cifra consimile, guardando alla tabella dei pagamenti e degli incassi di bilancio, la quale si chiude, per i primi nove mesi dell’anno, con circa 12 miliardi all’uscita e 7,7 circa (senza calcolare le accensioni di debiti) all’entrata? Anche aumentando le cifre di un terzo siamo lontanissimi dalla realtà. Egli è che i fatti troppo grossi della guerra stentano ad essere compresi nelle strettoie consuetudinarie del conto, compilato secondo le regole della contabilità pubblica. Sia pure che non si possano mutare quelle regole di punto in bianco; ma diventa ogni giorno più imperiosamente urgente che al conto del tesoro sia aggiunta ogni mese una tabella esplicativa, la quale consenta al lettore di formarsi una idea precisa della vera situazione del tesoro. In quale buco o cifra vanno a cacciarsi taluni di quei grossissimi pagamenti che l’on. Meda ci ha denunciati come responsabili dell’enorme disavanzo di circa 14 miliardi previsto per il 1919-20? Dove sono scritti i miliardi della perdita sul pane? Dove quelli per la gestione del traffico marittimo? La distinzione dei pagamenti per ministeri è formalmente corretta. In realtà essa non lascia menomamente scorgere quali siano le vere spese in aumento e quelle in diminuzione. Bisogna in una tabella esplicativa frantumare quelle cifre complessive e sostituirle con cifre particolareggiate per servizi. Il ministero del tesoro, ad esempio, dal luglio 1919 al marzo 1920 ha speso 2 miliardi e 304 milioni. Una nota ci avverte che in quella cifra sono comprese le spese per assistenza militare e per pensioni di guerra, in diminuzione, mentre sono in aumento le spese proprie della tesoreria. Sarebbe sommamente desiderabile che le due cifre, così diverse, fossero separate. Né basta. La cifra per assistenza militare e pensioni di guerra dovrebbe essere decomposta per far vedere di quanto diminuiscano gli assegni alle famiglie dei richiamati e di quanto crescano le pensioni di guerra. Altrimenti non si sa verso qual meta si tenda, quale sia per diventare l’onere definitivo di bilancio e quali gli sforzi dell’amministrazione per liquidare le spese di guerra e ridurre il bilancio al suo piede normale. Le stesse osservazioni si possono ripetere per l’interno (in che cosa si sono potuti spendere in nove mesi ben 314 milioni, dato che il servizio per i profughi di guerra e per le terre liberate è passato ad altro ministero?), per i lavori pubblici (nientemeno che 398,4 milioni spesi nel 1919-20 in confronto a 119,5 dell’esercizio precedente), per le colonie (che spendono 167 milioni), ecc. Alcune cifre sorprendono per la loro esiguità. I trasporti hanno speso 82 milioni soli; e tuttavia il ministro del tesoro denuncia nientemeno che 1 miliardo e 300 milioni di disavanzo per l’esercizio ora iniziato per il solo traffico marittimo e 600 milioni di disavanzo straordinario, eccedente quello ordinario, dell’azienda ferroviaria. Come è possibile spendere solo 82 milioni ed avere miliardi di disavanzo? È evidente che il disavanzo del traffico marittimo figurerà nel ministero della guerra o in qualche conto fuori bilancio; e che lo stesso si deve dire del disavanzo ferroviario, ove forse non si sia rifugiato sotto le ali paterne del ministero del tesoro. Desta perciò meraviglia la spesa di soli 113 milioni del ministero dell’industria, del commercio e degli approvvigionamenti, quando si sa che per il solo pane si sono persi tre o quattro miliardi nel 1919-20 e se ne perderanno 5 e mezzo del 1920-21. Se non comprendono il pane, quei 113 milioni non sono troppi, grandemente troppi? Quanti nuovi impiegati non saranno mantenuti su quei milioni; e come ce ne libereremo con un programma ministeriale d’inchieste e di controlli?

 

 

Veniamo alla cifra più grossa: ai 6 miliardi e 248 milioni spesi per la guerra ed agli 823 milioni spesi per la marina. Ricordiamo che l’esercizio 1919-20 ha preso inizio otto mesi circa dopo l’armistizio; che quelle cifre si riferiscono a soli nove mesi, che quindi bisogna andare ai 9,4 miliardi nell’anno. Più di quanto si spese in parecchi anni di guerra guerreggiata. Qui la tabella esplicativa è assolutamente urgente. Ogni mese, fa d’uopo che il governo decomponga la cifra in quelle relative al bilancio normale, alla liquidazione di contratti vecchi, a pagamenti per impegni precedenti o per unità in via di scioglimento. Come si può altrimenti sapere se il piano di smobilitazione vada attuandosi, ed entro qual limite di mesi o di anni riusciremo a toccare il porto di un bilancio normale? Intorno a qual cifra questo bilancio si assesterà?

 

 

Frattanto, prima che il parlamento si sciolga, il ministro del tesoro ha il dovere di presentare ed illustrare una di queste auspicate tabelle esplicative. Le grandi cifre non bastano. Esse sono inquietanti; ma ancora più inquietante è rimanere all’oscuro sugli sforzi fatti o non fatti per passare ad una situazione che possa dirsi normale. Inquieta il disavanzo spettacoloso del pane. Ma forse è più pericoloso il moltiplicarsi e l’incrostarsi di organi inutili o dannosi, i quali non solo costano allo stato, ma tolgono lavoratori alla produzione e disturbano i privati i quali ancora si ostinano a produrre. Ogni tanto si sentono ricordare cifre immani per stipendi e caro-viveri agli impiegati. Per non diffamare ingiustamente gli impiegati i quali attendono a lavori necessari od utili, sarebbe necessario che il ministro del tesoro pubblicasse una tabella, distinta per servizi, nella quale fosse dichiarato quanti siano gli impiegati, di ruolo ed avventizi, i quali attendono ai singoli servizi, quale la loro paga e quanto il loro caro-viveri; quanti erano al 30 giugno 1914 e quanti sono al 30 giugno 1920; quanti di essi sono da conservarsi e quanti da licenziarsi. Lo stato spende moltissimo, perché gli impiegati sono cresciuti e molti attendono a faccende inutili od ingombranti. Abbiamo le terre liberate, le quali gridano: «liberateci dagli impiegati, date a noi un terzo, un quinto, un settimo delle somme formidabili che taluno prevede che, voi stato, sarete costretto a spendere con l’odierno sistema burocratico; e noi ce ne dichiareremo contente, e non vi daremo più preoccupazioni». Ed è uno solo degli esempi. Dappertutto è lo stesso discorso. Lo stato spende troppo e spende male, perché vuol far troppo, vuol far tutto. Invece di spendere per fini concreti, spende per mantenere gente, il cui scopo è di conservare il più a lungo possibile il proprio impiego. Su questa cancrena verminosa, il conto del tesoro non ci dice nulla. È dovere del ministro del tesoro di dire lui, alto e franco, la verità al paese.

 

 

IV

 

Ancora all’on. Meda

 

L’esposizione finanziaria non si discosta anche questa volta dallo schema oramai tradizionale di questi documenti: esame del consuntivo 1919-20 e dei preventivi 1920-21 e 1921-22, tesoro e cassa, debito pubblico, cassa depositi e prestiti ed istituti di emissione. Ai capitoli consueti se ne aggiunge uno sulle gestioni fuori bilancio, in cui però non si contengono dati nuovi intorno alle troppo numerose gestioni speciali venute durante la guerra a turbare la chiarezza e la sincerità del bilancio italiano, ma solo l’espressione del proposito di far rendere dovuti conti a tutti questi straordinari gestori del pubblico denaro, insieme con l’annuncio di una riforma, da tempo attesa, della legge generale sulla contabilità dello stato. I capitoli consueti soffrono il difetto oramai quasi connaturato in essi: essi sono la fotografia di una situazione di bilancio oltrepassata. L’esposizione finanziaria è invero contenuta entro i limiti delle leggi vigenti. Il ragioniere generale dello stato, il quale appresta i dati dell’esposizione, non può allontanarsi dalla legalità già in atto e non tiene conto della legalità in via di divenire. Egli mette in conto i proventi delle imposte e gli oneri delle spese già deliberate dal parlamento; e ignora imposte e spese predisposte dal governo e che secondo ogni probabilità diventeranno fra breve leggi dello stato. Lo confessa candidamente l’on. Meda quando scrive:

 

 

«Giova ripetere che queste previsioni prescindono non solo dalle entrate che potranno essere assicurate da nuovi provvedimenti legislativi, a cominciare da quelli già sottoposti all’esame del parlamento, ma anche da eventuali aumenti di spese; per modo che la reale consistenza di questo quadro dipende tutta dalle future determinazioni del parlamento».

 

 

È inutile dire quanto il carattere storico retrospettivo dell’esposizione finanziaria tolga efficacia alla sua virtù ammonitrice. Il parlamento, il quale delibera ogni giorno, persino, come ai tempi più foschi della legislativa e della convenzione in Francia, sotto la pressione della folla tumultuante all’esterno delle aule (sia pure folla tragica di benemeriti della patria!), centinaia di milioni di nuove spese, dovrebbe avere dinanzi agli occhi un quadro delle conseguenze a cui si va incontro scegliendo l’una o l’altra delle vie che gli si aprono dinanzi. Se questa non la si vuole dichiarare in una esposizione finanziaria, le si dia altro nome e il ministro del tesoro la pronunci in altra occasione. Ma il quadro del futuro reale, il confronto fra i diversi futuri possibili deve essere fatto; e nessun altro lo può presentare al parlamento e al paese fuori del ministro del tesoro.

 

 

Tuttavia, per quanto il documento abbia sovrattutto valore per lo storico del passato, e non per lo scrutatore impaziente dell’avvenire, qualche cifra significativa pure si contiene nel discorso del ministro Meda. Come sarà composto il prossimo bilancio 1921-22 sulla base delle leggi già votate? Il ministro le divide in tre categorie. Una è delle spese ordinarie, probabilmente e anzi sicuramente soggette ad aumenti futuri, ed è di 11 miliardi e 806 milioni. In questa categoria entrano gli interessi di debito per 4 miliardi e 181 milioni, le spese del personale civile per 2 miliardi e 642 milioni e quella per il personale militare per 655 milioni, le spese generali per 466, le spese militari di carattere normale per 1 miliardo e 299 milioni, le spese di esazione e dei monopoli fiscali per 656 milioni, i servizi civili per 1 miliardo e 765 milioni e le colonie per 142 milioni di lire. Badisi che in queste cifre sono comprese solo le spese del bilancio generale, non quelle dei bilanci speciali, e, a cagion d’esempio, lo stesso on. Meda ricorda in nota che non vi sono compresi 1 miliardo e 878 milioni di spese per il personale ferroviario. Se si tien conto del disavanzo dell’azienda ferroviaria e dei carichi diversi derivanti da impegni già presi, o in via di essere presi, io mi meraviglierei molto se questa prima categoria di spese potesse fermarsi al disotto di 15 miliardi di lire; fatta l’ipotesi che la lira non rinvilisca ancora più, che si arresti l’ascesa dei prezzi e quindi venga meno la causa di nuove agitazioni per richieste di caro-viveri o aumenti di stipendi.

 

 

Una seconda categoria è quella delle spese straordinarie a lunga durata. Ammontano a 2 miliardi e 884 milioni di lire, così divise: 1 miliardo e 700 milioni di pensioni privilegiate di guerra, 67 milioni di assistenza di invalidi, orfani e vedove di guerra, 497 milioni per le terre liberate e 600 milioni per le terre redente. Anche questo capitolo crescerà. Le pensioni furono già aumentate; altre occasioni di maggiori spese verranno fuori. Tuttavia possiamo supporre che la cifra rimanga stazionaria sui 3 miliardi, nella speranza che le cause di aumento possano essere controbilanciate dalle naturali cause di diminuzione, per morti, compimento di opere pubbliche, ecc. A prescindere da temporanei rialzi al disopra del livello dei 3 miliardi, dobbiamo calcolare che per un numero discreto di anni il tesoro debba fronteggiare questa spesa.

 

 

La terza categoria sale a 9 miliardi e 807 milioni di spese veramente straordinarie: 942 milioni di spese militari di liquidazioni della guerra, 1 miliardo e 540 milioni per il traffico marittimo, 6 miliardi e 300 milioni per la gestione granaria e 1 miliardo e 25 milioni per le spese di cambio. Queste spese dovrebbero talune scomparire del tutto, e sono le prime tre; l’ultima andare rapidamente decrescendo. Sono anche le sole per cui in una finanza sana si può ammettere, se si fa ogni sforzo per farle cessare rapidamente, che vi si provveda con debiti. Debiti contratti con prestiti effettivi, non con biglietti.

 

 

A tutto il resto si deve provvedere con imposte. Il che vuol dire che conclusione definitiva a trarsi dalla presente esposizione finanziaria è che il bilancio permanente o quasi permanente delle spese tende ai 18 miliardi di lire all’anno e che una finanza sana non può farsi in Italia se non sia impostata sulla necessità di 18 miliardi di entrate permanenti. Invece le entrate di tal genere sono previste in poco più di 11 miliardi di lire, o di 13, ove vi si aggiungano le entrate contemplate nel disegno di legge sul pane. La differenza è troppo forte per essere tollerabile. Bisogna ridurla; e poiché le imposte, a meno che la lira si svaluti ancora più, il che sarebbe pernicioso, sono giunte al limite estremo della loro moltiplicazione e solo si può sperare nella loro trasformazione e nel loro progressivo maggior rendimento, così bisogna far economie. Ma economie non si potranno fare mai, se lo stato non rinunzia a talune sue funzioni nuove inutili e distruttive dell’iniziativa individuale. Bisogna navigare contro corrente. S’intende contro la corrente demagogica, chiacchierona, socialistoide; e secondare la corrente del buon senso, la quale vuole che lo stato si limiti a fare, come dicevano i nostri buoni vecchi, ciò che lo stato sa fare o sa fare meglio dei privati. Anche facendo soltanto questo, un amplissimo campo rimane aperto all’azione dello stato e dei suoi funzionari e all’ambizione legittima degli uomini politici. Ricca messe di allori li attende; ed essi dovrebbero essere ansiosi di poterla mietere. Proseguendo invece nell’andazzo di fare ogni sorta di cose, pure di fare e di promettere, gli uomini politici e i funzionari apparecchiano allo stato la rovina e a se stessi l’insuccesso.

 



[1] Con il titolo A che punto siamo? Per una chiara esposizione e per immediati provvedimenti di bilancio [ndr].

[2] Con il titolo L’urgente esposizione finanziaria [ndr].

[3] Con il titolo Per una chiara esposizione di Tesoro [ndr].

[4] Con il titolo Bisogna reagire alla demagogia finanziaria [ndr].

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