Per una nuova collana di economisti

Tratto da:

Saggi

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/07/1931

Per una nuova collana di economisti

«La Riforma Sociale», luglio-agosto 1931, pp. 394-399

Saggi, La Riforma Sociale, Torino, 1933, parte II,pp. 323-329

 

 

 

Nuova collana di economisti, diretta da Giuseppe Bottai e Celestino Arena. (Unione tipografico editrice torinese, Torino 1931).

 

 

1. – La benemerita Unione tipografico editrice torinese divulga, in eloquente manifesto, il disegno di una nuova «Collana di Economisti», nuova rispetto alla Biblioteca dell’Economista della quale la medesima casa, dopo averne chiuse quattro serie, illustrate dai nomi di Francesco Ferrara, Gerolamo Boccardo, Salvatore Cognetti De Martiis e Pasquale Jannaccone, aveva lasciato incompiuta la quinta.

 

 

Agli editori ed ai curatori della nuova serie ragioni peculiari possono aver consigliato l’abbandono del vecchio glorioso titolo Biblioteca dell’Economista. Sarebbe, tuttavia, pur stato bello poter celebrare nel 1950, con la conclusione di una settima od ottava serie, il centenario di una raccolta la quale tanto lustro diede agli studi economici in Italia, diffondendosi, racconta la leggenda, in quegli anni della preparazione al riscatto nazionale, in due mila copie in Italia e principalmente nel Piemonte! Io trovai la mia copia delle due prime serie in un villaggio piemontese, dove oggi giungono a mala pena fogli quotidiani, gazzette sportive, riviste illustrate e frastuoni di radio. Non mi lagnerò, ciononostante, del nome nuovo, poiché il mondo vuole novità e gli editori debbono pur inchinarsi alle esigenze di chi fa acquisto di libri, e saluto con plauso la rinnovata iniziativa a pro’ dei severi studi economici.

 

 

Fedele alle tradizioni, la nuova collana raccoglierà scritti di autori eccellenti, universalmente riconosciuti per contributi insigni offerti alla teoria ed alla storia della scienza. Tra gli italiani, accanto a Romagnosi, Mazzini, Ferrara, Cavour, Cattaneo, taluni moderni: Pareto, Pantaleoni, Barone, Ricci, Del Vecchio, Bresciani Turroni, Amoroso; tra gli stranieri Cannan, List, Schmoller, Sombart, Buecher, Mayer, Rosenstain, Schumpeter, Clark, Wagemann, Mitchell, Marshall, Wicksell, Mises, Kemmer, Gregory, Young, Seligman, Stamp, Pigou, Webb, Askwith, Beveridge, tutti nomi, i quali affidano per la buona scelta delle opere ripubblicate o tradotte.

 

 

Tra le opere italiane sono preferite quelle esaurite o meno facilmente reperibili dallo studioso; tra le straniere, si lasciano da parte le francesi, più accessibili per la lingua. Avrei, da questo punto di vista (che illustrai nella recensione alla Biblioteca di Storia economica del Pareto Ciccotti, in «La Riforma Sociale» del novembre-dicembre 1930, pag. 596), preferito i fondamentali saggi di finanza del Wicksell, più ardui per la lingua tedesca, in cui soltanto sono tradotti, ad altri scritti in lingua più divulgata. Anche perciò, nel volume sul Lavoro, non pare vantaggioso togliere con notissime cose del Sorel, polemista intuitivo più che costruttore, e con estratti, sempre monchi, dei Sistemi Socialisti del Pareto, pagine preziose a qualche saggio, che forse potrebbe trovarsi, sulla teoria della formazione dei salari, a contratti individuali e collettivi. Piccoli dubbi, questi, che saranno certamente dissipati a mano a mano si concreterà il disegno. Importa, soprattutto, dar lode al disegno ed incoraggiamento a chi si accinge a concretarlo. Il disegno è bello e l’impresa vantaggiosa alla patria.

 

 

2. – Poiché approvo la sostanza, ho il dovere di dire il mio dissenso dagli aggeggi; e di dirlo innanzi che si dia mano all’attuazione del disegno. Gli aggeggi sono le prefazioni, le introduzioni e le note, che si annunciano insieme a quello che è il corpo della collana. Corpo sono le opere da ripubblicare o da tradurre: opere famose, quasi tutte fondamentali. Attorno a questo corpo c’è una nube di cose ignote, dette prefazioni, introduzioni e note, che saranno scritte da uomini di varia indole, di cui soltanto alcuni sono noti per perizia somma nello scrivere economico. Parmi opportuno di discutere un problema, appena adombrato nella recensione citata nella Biblioteca di Storia economica. Procederò ponendo tre verità essenziali:

 

 

Non v’ha alcuno il quale possa illudersi di emulare le prefazioni di Francesco Ferrara alle prime due serie della Biblioteca dell’Economista. Quelle prefazioni hanno affermato in questa materia un grado così alto di eccellenza, da rendere quasi assurdo il compito di chi si accinga ad imitarle. Oggi si leggono e si consultano quei volumi delle due prime serie, forse più di quelli delle altre, perché accanto al capolavoro di Smith, di Ricardo, di Stuart Mill cerchiamo il capolavoro di Ferrara. Se Del Vecchio, Fanno e Mortara guarderanno in fondo a questo punto interrogativo, preferiranno certo, allo scrivere prefazioni eccitanti invidiosi confronti, far inserire nel corpo della raccolta, come vedo già promesso, solo taluni loro saggi insigni, ben meritevoli dell’onore grande. Pasquale Jannaccone, il quale pure nella prefazione a Leroy Beaulieu, Schmoller e Marshall (quarta serie) per perfezione di giudizio e di rappresentazione storica più di tutti si avvicinò al Ferrara, superandolo per signorilità di dettato, diede esempio memorando ai suoi continuatori quando nella quinta serie della Biblioteca dell’Economista rinunciò a scrivere prefazioni.

 

 

La figura dell’”introduttore”, è, nelle edizioni moderne di classici, superata da quella del “curatore”. Gli economisti, salvo poche eccezioni, sono in questa faccenda delle edizioni di classici, in arretrato di cinquant’anni sui loro colleghi storici, filologi, filosofi. Chi oggi curi l’edizione di un classico in una grande raccolta condotta secondo i dettami della critica e della editoria moderna, si azzarda forse ad infiggere ai lettori una sua prefazione od introduzione? Chi si attentasse a spiegare ed illustrare la figura di Dante o di Manzoni o di Guicciardini in capo ad una sua edizione di quei sacri testi, farebbe ridere di sé il pubblico e l’inclita. Debbo scusarmi di scrivere cose che in altri campi sono l’a b c dell’arte di pubblicare libri altrui, ma nel nostro campo, dicasi quello sociale politico economico, non è ancora tramontato il personaggio antidiluviano il quale reputa al di sotto di sé, dei suoi meriti di scienziato, di uomo con idee da esporre, l’umile fatica di controllare i testi sugli originali, di collazionare diligentemente parola a parola, virgola a virgola le bozze della ristampa coll’edizione principe; e, nel caso delle traduzioni, quella di controllare medesimamente la rispondenza fedele del testo italiano all’originale tedesco od inglese. Costui si crederebbe umiliato se dovesse annotare pazientemente le varianti fra le edizioni successive, compilare indici alfabetici per materie e per nomi. Si acquista forse nome, con fatiche siffattamente materiali; si conquistano cattedre, si passa ad una sede migliore?

 

 

Bisogna, finché si è in tempo, affermare nettamente che né fama, né credito, né merito si acquistano collo scrivere introduzioni, sebbene soltanto colla “cura” delle edizioni. L’introduttore è morto; ed al suo luogo è sottentrato il “curatore”. Prendansi in mano i superbi volumi della collezione Laterza dei classici italiani: non prefazioni, ma note critiche in fine di ogni volume, in cui si rende conto della storia bibliografica dell’opera, si dà ragione del testo preferito, delle varianti adottate. Sugli autori meno noti, sobrie indicazioni sulla vita, sulle altre opere, sulla loro fortuna letteraria. La nota è di lunghezza moderata, è utile ai lettori e da questi desiderata come strumento di lavoro.

 

 

A poco a poco il gusto dei lettori si è raffinato, e si volge a preferenza ai volumi bene curati, provvisti di buoni indici, di richiami, di varianti, di tutto quello che va sotto il nome di apparato bibliografico. Il giudizio di merito, il quadro storico, l’opinione di Tizio e di Caio sull’autore pubblicato, ciascuno se lo va a cercare, colla scorta delle indicazioni bibliografiche fornite nell’appendice, nei libri, nelle riviste, nelle memorie accademiche. A volerli ficcare nel volume, questi giudizi, dove il limite?

 

 

La figura del “curatore” di edizioni di classici è, meritevolmente, posta assai in alto nella graduatoria del merito scientifico. Non temano gli antiquati introduttori d’un tempo a scadere di dignità nel voltarsi in “curatori”. I loro colleghi storici, filologi e filosofi sono, perciò, saliti di grado ed anch’essi saliranno. Nel campo stesso della scienza economica abbiamo di questo salire esempi chiarissimi. Cannan ed Ashley sono, meritamente, reputatissimi economisti e storici dell’economia. Ma non v’ha dubbio che il loro libro più diffuso, quello per cui il loro nome corre maggiormente sulle labbra di studenti e di studiosi è l’edizione critica che essi hanno compilato, il primo di Adamo Smith (Methuen and Co.) ed il secondo di Giovanni Stuart Mill (Longmans, Green and Co.), con introduzione sulle fonti letterarie dei due libri, con nota bibliografica, con esposizione delle varianti, con ricostruzione delle citazioni, con indici. Nessun studioso al mondo, il quale si rispetti, adopera oramai altra edizione. Finché non ne venga fuori una migliore, ma queste paiono definitive, il nome di Cannan va unito a quello di Adamo Smith, e quello di Ashley a quello di Stuart Mill. Umili fatiche, le quali procacciano gloria. Forseché gloria non è venuta a Mac Culloch dall’aver pubblicato, con sobrie indicazioni bibliografiche, i sei volumi di Select economic Tracts e ad Hallander dalla ristampa di 12 rari saggi economici? Forseché F.B. Kaye non ha scelto ottima via per tramandare il proprio nome ai posteri curando una meravigliosa edizione (Oxford, Clarendon Press) della Favola delle api del Mandeville, famosa nel dibattito sul lusso? A Mario De Bernardi, se il buon senso non è perduto nel nostro campo, non deve forse tributarsi elogio vivissimo per avere accuratissimamente ripubblicato, di su l’edizione principe del 1588, (nel primo volumetto della raccolta di Testi inediti e rari dell’Istituto giuridico della R. Università di Torino) il saggio Delle cause della grandezza delle città di Giovanni Botero? Non v’aggiunse l’introduzione dottrinale, che altrove stampò; ma la sola critica del testo e gli indici. Friedrich A. v. Hayek, quando l’editore Prager ripubblicò nel 1927 il raro gran libro di Gossen (vol. XXI della raccolta Die Standardwerke der Nationalokonomie) vi appose una nota bibliografica, che è guida preziosissima a rintracciare le idee essenziali in quel groviglio senza capitoli, senza indici, senza stacchi che è il testo di Gossen.

 

 

E, per finire il succinto elenco, Piero Sraffa, noto ai raffinati della nostra scienza per due brevi saggi, non acquisterà forse gran fama quando avrà pubblicato, dopo strenuo lavoro di anni, la più superba edizione critica che mai si sarà veduta delle opere di Ricardo? Non temano dunque gli introduttori di scader di grado tramutandosi in modesti, solo apparentemente modesti, curatori di edizioni. Nell’estimazione dei periti saliranno grandemente; e contribuendo ad educare il pubblico alle cose ben fatte avvantaggieranno anche la società editrice. Alla lunga, quel che si vende bene è l’opera ben curata, dotata di ammennicoli utili, senza discorsi ariosi, i quali c’è modo di collocare dappertutto, senza appiccicarli ai Grandi.

 

 

3. – Può darsi che, a seguire il consiglio non mio, ma della tendenza oggi pacifica tra gli studiosi seri, ci sia qualche difficoltà pratica: impegni assunti, rispettabili suscettibilità, ecc., ecc. In tal caso aggiungo al primo un altro parere, ambedue offrendo per irresistibile impulso di bibliofilo. C’è, nella collana, un dodicesimo volume il quale non c’entra. È dedicato alla sociologia, che è interessantissimo studio, ma non è economia. Quel volume, ficcato lì da solo, ha un’aria spaesata. Si stampi una collana di sociologi, ma qui si sopprima il volume. Rimasto così disponibile il dodicesimo volume, con questo numero o col primo, lo si dedichi ad una raccolta di quelle introduzioni e prefazioni e note che nel disegno odierno vanno sparse nei diversi volumi della collana. Libero dall’apparato critico e bibliografico, questo volume potrebbe diventare una rassegna delle correnti di pensiero, i cui rappresentanti sono stati accolti nel “corpo” propriamente detto della collana. Se bene curato, se bene sistemato, questo volume potrebbe forse diventare un contributo pregevole alla conoscenza del vero ed anche, se i direttori lo riterranno opportuno, alla illustrazione di tendenze non rappresentate da libri già acclamati nel commercio intellettuale. Non guasterebbe, anche con ottime cose, gli altri volumi; e sarebbe in ogni caso, un documento storico del momento: del pensiero che sta oggi formandosi in Italia accanto a quello per tempo e per fama già divenuto classico.

 

 

Un amico, il quale capitò a leggere questa recensione, mentre ne correggevo le bozze, mi osserva che, anche trasformato, il dodicesimo volume sarebbe un fuor d’opera. Una collezione di “classici” non deve, egli assevera, contenere nulla che non sia già consacrato dal consenso degli studiosi. Il volume, da me suggerito, essere un “commentario” ai classici e forse la “critica” di essi. Alcune delle cose in esso comprese essere destinate forse a diventare alla loro volta classiche; ma non essendolo ancora, dover essere poste fuori serie. I miei sospetti intorno alle introduzioni, prefazioni e note essere probabilmente campati in aria; gli egregi direttori della raccolta avendo già provveduto a che esse avessero per l’appunto quell’indole bibliografico critica che è proprio dei “curatori” di buone edizioni. Rendendosi in ogni modo disponibile il dodicesimo volume, l’amico osserva una lacuna, a parer suo grave, della nuova raccolta: quella degli studi sulla metodologia economica. Nei volumi dal diciottesimo al ventesimo della quinta serie della «Biblioteca dell’Economista» furono pubblicati insigni scritti di Benini, Messedaglia ed Edgeworth sulla metodologia statistico economica; nel quarto volume della terza serie fu tradotto di Cairnes il magnifico saggio su il Carattere, e il metodo logico della scienza economica. Perchè non si tradurrebbero ora di John Neville Keynes (il padre Keynes, non il più celebre figlio Maynard, come inesplicabilmente si equivocò in una recente recensione italiana della ristampa inglese di quest’opera pubblicata nel 1890) il The scope and method of Political Economy e di Carl Menger le Untersuchungen uber die Methode der  Socialwissenchaften und der Politische Oekonomie insbesondere (1883), opere stupende e fondamentali amendue, ma quella del Menger, in particolar modo, di capitale importanza, non solo per le scienze sociali, esauritissima da tempo e ricercata tanto che gli studiosi tedeschi medesimi, se una versione italiana venisse alla luce, si rassegnerebbero ad acquistarla pur di non rimanerne privi! Non si finirebbe mai se ognuno volesse dir la sua intorno all’ottima scelta delle opere egregie meritevoli di essere inserita nella bella raccolta che ora si annunzia.

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