Per una nuova storia delle dottrine economiche Lettera aperta al comm. ing. Lorenzo Allievi
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 31/12/1915

Per una nuova storia delle dottrine economiche

Lettera aperta al comm. ing. Lorenzo Allievi

«La voce politica», 31 dicembre 1915, pp. 711-724

 

 

 

Egregio commendatore,

 

 

Ella ha voluto cortesemente inviarmi in dono copia del suo scritto su “Dominazione di spazio e dominazione di materia” pubblicato per le stampe della Rivista delle Società commerciali dell’agosto ultimo. Voglia scusarmi se, a cagione di mie ripetute assenze da Torino, non ho potuto leggere prima d’ora il suo scritto ed inviarle i miei complimenti per la forma brillante con la quale Ella ha saputo presentare a nuovo tesi note su controversie antiche le quali si ripetono oggi, come si sono ripetute in passato e probabilmente si ripeteranno in avvenire, ogniqualvolta i medesimi contrasti di interessi indurranno gli uomini alla fabbricazione od alla rifabbricazione delle medesime macchine argomentative.

 

 

Voglia Ella perdonarmi tuttavia se la mia attenzione fu attratta, più che dalle tesi sostanziali che Ella sostiene, dagli spunti, che nel suo scritto si leggono, di ricostruzione del pensiero degli economisti classici e dei loro seguitatori. A me sembra che, prima di discutere intorno ad un determinato punto controverso, importi stabilire con esattezza se esista la controversia e quale sia la posizione rispettiva dei combattenti. Ella discute con gli economisti ed ama credere di avere distrutto alcune delle loro tesi fondamentali. Ma nel far ciò, Ella attribuisce agli economisti idee, tesi che sarebbe assai desiderabile sapere, prima di procedere innanzi, quando siano state messe innanzi e sostenute dagli economisti, da quali tra essi in particolare, con quali formulazioni e dimostrazioni. Fin che Ella si occupa degli scrittori italiani contemporanei, la cosa non meriterebbe di essere rilevata. Ad esempio, Ella dice di me che “sono giunto a propugnare la statizzazione della produzione granaria e delle industrie che servono alla guerra” e cioè “in sostanza un socialismo di Stato integrale per l’agricoltura e l’industria”. Siccome a me non è mai passata per la mente una siffatta antipatica e grottesca concezione, la cosa si accomoda subito, con la promessa da parte mia di usare ogni attenzione affinché in avvenire le parole che scriverò siano talmente chiare da non prestarsi a nessuna interpretazione di questo genere. Ho l’impressione che nessuno potesse equivocare nemmeno leggendo gli articoli della “Minerva” che Ella si è compiaciuto di ricordare; ma, ripeto, ciò importa poco, trattandosi di persone ancora vive e in grado di spiegarsi; ed i cui articoli di giornale non hanno del resto nessuna probabilità di essere noverati tra gli scritti classici della letteratura economica.

 

 

Gli economisti italiani contemporanei o quasi contemporanei sono altresì troppo consapevoli dello scarso peso che loro si è dato da quando scomparve dalla scena politica la generazione cavourriana per sentirsi solleticati dalle sue tesi adulatorie[1] intorno alla influenza che essi avrebbero esercitato in Italia nel determinare fin qui la politica economica e finanziaria del paese. Ahimè! quanto diversa è la realtà storica da queste ottimiste concezioni dell’influenza dell’opera degli economisti!

 

 

Passato è oramai un terzo di secolo dai giorni in cui ci potevamo lusingare di essere ascoltati, Le generazioni degli uomini politici che hanno governato il paese in questo frattempo hanno fatto qualcosa di più che relegarci in soffitta insieme a Carlo Marx. Troppo onore sarebbe stato questo per gli economisti, a cui non si poteva nemmeno riconoscere il merito di essere dei sommovitori di popoli e di valere qualcosa nelle elezioni generali. Innocui teorici, buoni a tenere delle cattedre – del resto non sempre la maggior parte delle cattedre – allo scopo di esporvi dottrine destinate ad essere dimenticate dagli uomini “pratici” delle nuove classi dirigenti; od invasati monomani senza seguito e senza eco nel paese.

 

 

Anche questa del resto è una controversia di poco momento, poiché ognuno degli italiani viventi è perfettamente in grado di giudicare se sia più vera la nostra impressione della impenetrabilità della classe politica attuale alle nostre predicazioni o la Sua tesi intorno ad una immaginaria nostra onnipotenza.

 

 

Importa invece assai vedere se le dottrine degli economisti classici siano davvero quelle che Ella riassume e combatte per sostituire ad esse una dottrina meglio adatta a quelli che Ella ritiene siano il “nuovo” ambiente od i “nuovi” problemi economici del presente momento storico. Ella non è il solo scrittore recente italiano, dinnanzi alle cui pagine io sia rimasto incerto e interdetto. Leggendo gli scritti, pubblicati nella Rivista delle Società commerciali ed altrove dalla nuova animosa schiera dei neo-protezionisti italiani, mi sono ripetutamente imbattuto in esposizioni delle dottrine classiche che mi colpivano per la novità delle notizie e mi facevano desiderare vivamente di trovare quegli alcuni mesi di tempo necessari per rinfrescare le mie letture, per molte ragioni personali state sempre scarse, ma che mi avveggo con terrore essere state scarsissime se non hanno lasciato nella mia memoria traccie bastevoli a suscitare pure un fantasma di ricordo di quelle teoriche degli economisti che Ella, con tanta sicura dottrina, espone e commenta.

 

 

Ella, ad esempio, ripetutamente ricorda, così come avevano già fatto il Rocco, il Carli e probabilmente altri, un postulato dei classici su “la naturalità delle produzioni”. E su questo postulato Ella si indugia con compiacente ironia, come su un concetto fantastico, irreale, contraddetto dalla esperienza storica, la quale dimostra essere sorte ed avere grandeggiato industrie potenti in paesi privi di materie prime o di combustibili o di condizioni fisiche favorevoli. Anche a me sarebbe piaciuto unirmi al Loro coro critico e ricostruttivo, se avessi saputo contro chi esso era rivolto. È probabile, anzi certo, che l’ignoranza dei nomi degli economisti, i quali hanno esposto la teoria delle “produzioni naturali” che Loro signori commentano e condannano, sia tutta dovuta a colpa mia. Ella non aveva per fermo nessun obbligo di immaginare che tra i Suoi lettori vi fossero persone così digiune della storia delle dottrine economiche da ignorare gli autori di una dottrina che deve essere certamente di ragion comune se, nel ricordarla, neppure si ritiene opportuno di menzionare quando e da chi essa abbia avuto origine.

 

 

Purtroppo, io le debbo fare altre confessioni di ignoranza. Ella parla della scienza economica classica, o come Ella ama dire talvolta, “inglese”, od “ortodossa” od ancora “liberista” come di una scienza che sarebbe “soltanto” lo studio della “economia delle convenienze attuali”, in contrapposto alla nuova economia “eterodossa” o “protezionista” o “tedesca” la quale sarebbe la scienza delle convenienze “future” o “lontane nel tempo” o delle collettività durature attraverso le successive generazioni e non delle convenienze immediate degli individui viventi nel momento presente. Anche qui, i ricordi a me non servono. Io non so precisamente che cosa abbia detto in materia la scienza economica “liberista” poiché io mi ostino a credere – per ragioni che ho esposto, il meglio che potevo, in un articolo su “La logica protezionista” pubblicato nella Riforma Sociale del novembre-dicembre 1913 – che una scienza economica “liberista” non esista e sia il parto della immaginazione feconda della sezione analfabeta del protezionismo. Ma della storia della scienza economica classica, post classica e contemporanea io ho l’impressione di una persistente, sempre più fina chiarificazione dei concetti di convenienze attuali e future, di una insistenza meticolosa sull’importanza comparativa dei beni futuri rispetto ai beni presenti, sulla capacità od incapacità delle diverse specie di uomini e di enti a valutare la convenienza degli investimenti produttivi in lungo tempo invece che in breve, sugli interessi duraturi della collettività in contrapposto agli interessi momentanei del singolo. Tutto ciò che ho letto di bello, di fecondo su questo fecondissimo e magnifico tra i problemi economici, i ricordi miei lo fanno risalire ai libri degli economisti. Ma forse io equivoco intorno ai nomi delle persone a cui Ella dà il nome di economisti; sicché si acuisce a dismisura la curiosità di conoscere e leggere e studiare i libri che Ella ha sicuramente maneggiato e meditato in cui certi cotali economisti, a me rimasti finora ignoti, dimostrerebbero che l’economia è “soltanto” una scienza delle convenienze “attuali”. Poiché questa tesi contrasta con quella che io ingenuamente ho sempre creduto essere la tesi “pacifica” tra gli economisti, Ella comprenderà con quale viva impazienza io attenda da lei quel complemento storico-bibliografico alla sua trattazione, che Ella ha potuto, reputando di rivolgersi ad un pubblico dotto, reputare superfluo, ma che per troppi segni si appalesa necessario di fronte alle mie e suppongo anche altrui deficienti informazioni.

 

 

Per la vergogna, che mi assale, di mettere in piazza i troppi riferimenti a dottrine economiche, contenuto nel Suo scritto ed in quelli dei suoi colleghi, che mi riescono oscuri per mancanza di provvidenziali rinvii bibliografici, mi limiterò ad accennargliene ancora due. Leggo nel suo articolo che la concezione fondamentale di “quella (“liberista”, ma io suppongo voglia dire “economia” in genere o tradizionale o classica od inglese) economia” è “il principio di libertà”. Che influenza abbia avuto il principio di libertà sulle concezioni economiche sarebbe tema arduo da trattare; ma poiché il Suo discorso attiene sovratutto alla questione della politica degli scambi internazionali, così io non so trattenermi dall’esprimerle il desiderio di volermi spiegare quando e da chi il principio di libertà sia stato assunto a “concetto fondamentale” determinatore di una politica doganale liberista. Sebbene il suono delle parole sia quasi lo stesso, io avevo sempre creduto che si trattasse di problemi differenti: filosofico, dottrinale il problema del principio di libertà; pratico, tutt’affatto applicato il problema dell’intervento dello Stato negli scambi internazionali. Io avevo letto in Giovanni Stuart Mill che la “cosidetta dottrina del libero scambio è fondata su ragioni differenti, sebbene ugualmente salde, da quelle su cui si basa il principio della libertà individuale” e che “il principio della libertà individuale non è un presupposto della dottrina del libero scambio”. E questa osservazione del Mill mi era sembrata così evidente, da non richiedere ulteriore dilucidazione. Ora Ella, attribuendo al “principio di libertà” una posizione concettuale “fondamentale” nella impostazione del problema degli scambi internazionali, sconvolge tutte le mie idee intorno a quella che reputavo essere pacifica dottrina economica.

 

 

Ma, forse, Giovanni Stuart Mill non è noverato da Lei tra gli economisti “liberisti” o “inglesi” o “classici”. Sicché di nuovo rimango con la voglia insoddisfatta di conoscere le fonti “vere” del pensiero economico che Ella ed i colleghi Suoi così valorosamente battono in breccia.

 

 

Ancora una ed ultima confessione di ignoranza. Ella dice che, non so se gli “economisti ortodossi” e “gli jerofanti della dottrina” hanno sostituito “al mondo reale la falsa concezione di un mondo ipotetico di produttori e consumatori in antagonismo tra di loro, falsa perché nell’integrale generale dell’attività economica, il complesso dei produttori è identico al complesso dei consumatori”. Qui l’aiuto della Sua profonda dottrina nel campo della storia della letteratura economica tornerà davvero preziosissimo non solo a me, ma, immagino, a quanti coltiviamo gli studi economici. Poiché io non mi so più raccapezzare intorno a chi siano gli amici e gli avversari. Anche riandando ai bei tempi antichi in cui i trattati d’economia erano distinti nelle quattro classiche partizioni della produzione, circolazione, distribuzione e consumo della ricchezza, io ho il ricordo di avvertenze frequenti premesse dai trattatisti intorno alla natura tutt’affatto espositiva e scolastica di quelle partizioni, di insistenze sull’unità fondamentale dei fenomeni del consumo e della produzione, sulla unità delle persone dei produttori e dei consumatori. Anche le dimostrazioni della convenienza del libero scambio fra Stati concludevano sempre nell’insegnare che quello era lo strumento pratico più adatto per aumentare al massimo la produzione, ridurre al minimo i costi e quindi, a guisa di conseguenza logica, dare ai consumatori il beneficio del minimo prezzo. Questa convinzione dell’identità non solo di interessi ma di sostanza fra i fatti della produzione e del consumo divenne anzi col tempo così ossessionante tra gli economisti post classici, da indurli modernamente ad abbandonare l’antica, bene accetta agli scolari, quadripartizione dei loro trattati e ad assaltare il problema economico dal punto di vista più unitario possibile. Anche stavolta, Ella deve avere certamente dinnanzi agli occhi, per farla mira dei suoi acuti strali, tutta una letteratura economica diversa da quella che io conosco.

 

 

Non le pare, egregio ingegnere, che fra noi ci sia davvero un qualche capitale equivoco, meritevole di essere chiarito? è vero che siamo in guerra; e che i tempi di guerra sono poco propizi alla impostazione e soluzione dei problemi di storia e di bibliografia. Ma se rifletto al rinnovato ardore, con cui, da quando le guerre europea ed italiana sono incominciate, Loro signori sono mossi all’assalto della crollante fortezza liberista, io debbo concludere che il fervore degli studi renderà facilissimo il compito di venire in aiuto a noi, imbarazzati e perplessi, che siamo reputati nemici e non sappiamo di chi.

 

 

E poiché la cortesia cavalleresca, sbandita dagli usi di guerra, è confortante sperare siasi rifugiata nel più sereno campo delle dispute scientifiche, io sono sicuro che Ella vorrà soddisfare ad un altro mio desiderio: di essere istradato “con la minore fatica possibile” in questa conoscenza della letteratura economica, di cui, con tanta mia confusione, mi sono avveduto di essere all’oscuro. Ella certo vorrà usarmi la finezza di non farmi indugiare inutilmente intorno ai minori cultori, a quelli che Ella chiama gli jerofanti della economia. È inutile attardarsi nello studio dei ripetitori, degli amplificatori, degli esageratori, dei volgarizzatori. Gli scritti di coloro, i quali non hanno mai avuto la pretesa o, se l’avevano, non possedevano le attitudini necessarie per fare della scienza, non varrebbero il tempo che ci farebbero perdere. Anche gli scritti di quegli altri, i quali avevano di mira uno scopo pratico concreto da raggiungere, non sono raccomandabili per me, che voglio formarmi un’idea dello sviluppo della scienza. L’uomo pratico può essersi, ad esempio, formata la convinzione che nel momento presente occorra, nell’interesse generale, abolire od istituire un dazio doganale; e pur sapendo precisamente quale sia il valore contingente delle sue conclusioni finali, persuaso della loro bontà, dà ad esse un valore generale, che egli sa non essere forse esatto se il suo scopo fosse di finalmente disputare a scopo puro scientifico, ma che egli a ragione afferma nettamente e senza inutili tergiversazioni per lo scopo nobilissimo di combattimento per una causa buona. Tutto ciò non è sviluppo scientifico; fa parte della storia dei fatti economici, non della storia della letteratura economica.

 

 

Io vorrei avere altro da Lei, che ha dimostrato di possedere una così superba veduta d’insieme dello sviluppo di una scienza economica sfortunatamente rimasta al di fuori del campo dei miei studi: uno schema storico-bibliografico della graduale formazione della dottrina, presso: 1) i suoi precursori; 2) i suoi formulatori classici; 3) i suoi successivi perfezionatori. A me basta sapere quali siano i testi originali nei quali i principi che Ella confuta furono primamente esposti, quali gli sviluppi ulteriori che la dottrina ebbe e per opera di chi; quale la sua più recente ed autorevole formulazione.

 

 

Avrei avuto caro di risparmiarle l’esposizione di questo mio desiderio, poiché ben so quanto Ella sia occupata in faccende più serie dello scrivere bibliografie e del far raccolte di testi per i laici; ma disgraziatamente nulla trovai che mi potesse essere di guida nemmeno negli scritti dei suoi Colleghi in neo-protezionismo; e neppure, purtroppo, nel volume di colui che Loro signori venerano come il caposcuola del protezionismo delle energie produttive e che io pure ammiro come l’instauratore del libero scambio entro il territorio della attuale Germania: in Federico List. Anch’egli non ha curato, forse perché non ne aveva vista la necessità e forse perché ai suoi tempi meglio si conoscevano i testi della scienza economica ortodossa, della “Scuola” come egli la chiama, questa parte bibliografica della sua opera fondamentale.

 

 

L’aspettazione mia per questa Sua aggiunta al classico scritto del List è così grande che non dubito punto di affermare che, se Ella vorrà trovare il tempo di soddisfarla, il governo potrebbe, pure in questi tempi di ristrettezze finanziarie, istituire una cattedra speciale di storia economica ed attribuirla, in virtù dell’articolo 69 della Legge Casati, a Lei. Fu onore dell’Inghilterra che insigni cattedre economiche siano state coperte da industriali che, con l’intelligenza e l’intraprendenza, avevano saputo far prosperare importanti aziende. Sarebbe onore dell’Italia che il bellissimo esempio fosse imitato; e che al luogo degli sterili rimuginatori di imperfetta e manchevole dottrina libresca fossero posti uomini adusati alle più rigorose ricerche scientifiche ed insieme alla dominazione della vita reale, materiata di fatti nuovi ed impensati.

 

 

Voglia, egregio commendatore, compatire la mia chiacchierata e ritenermi per suo devotissimo

 

 

Luigi Einaudi

Torino, 10 novembre 1915

 

 

Postilla – La lettera aperta era da tempo stata scritta ed aspettava, attraverso a varie vicende tipografiche ed editoriali, il turno di sua pubblicazione, quando vedo l’ing. Allievi ritornare a carte 833 e seguenti della “Rivista delle Società Commerciali” (fascicolo dell’ottobre 1915), sull’argomento, in risposta ad una assai ragionevole lettera che l’amico Alberto Geisser gli aveva privatamente indirizzato. Il nuovo articolo ha rafforzato l’aspettazione di vedere soddisfatta la mia brama di sapere dall’Allievi, o, sotto la sua sapiente direzione, da qualcuno dei suoi giovani allievi.

 

 

Il desiderio non si riferisce, di nuovo, agli economisti viventi. L’amico Alberto Geisser ed io sappiamo troppo bene di essere – con quelle inevitabili differenze che sono il prodotto del diverso temperamento personale, della varia importanza attribuita a questo o quel fattore influente sulla soluzione dei problemi economici – fondamentalmente d’accordo, per rimanere impressionati dalla dimostrazione che, col suo consueto scintillamento verbale, l’ing. Allievi vuol darci di una lotta fratricida combattuta fra direttore e presidente del Comitato della Riforma Sociale. Per parte mia non so dove si trovi la pur minima contraddizione fra il mio asserto, secondo cui “la scienza economica è una disciplina la quale inspira o dovrebbe ispirare la condotta pratica degli uomini”; e la proposizione del Geisser, il quale giustamente ritiene che “le conclusioni della economia politica, le leggi che essa formula si hanno sempre da intendere in relazione all’uomo, alla società, come unilaterali e soggette, prima di volerne ricavare alcuna pratica applicazione, ad interpretazione e correzioni, da attingersi queste a tanti altri criteri e postulati bene spesso superiori (difesa del paese, sviluppo etico o educazione della nazione, ecc.)”. Le due proposizioni, mia e di Geisser, sono, come ognun vede, perfettamente d’accordo ed, oltreché essere l’abicì di quella tale scienza economica, con cui soltanto noi abbiamo qualche pratica, sono dettate dal buon senso, il quale insegna che ogni principio scientifico vuole essere applicato in relazione ai principii svolti dalle altre scienze le quali hanno qualcosa da dire in argomento. Questa non è una novità inventata dal Pareto, come l’Allievi sembra credere, ma è, od almeno io l’ho sempre ritenuta essere, la dottrina classica e pacifica tra gli economisti. Certo, introdurre, in una seconda o terza approssimazione, altri fattori, diversi da quelli accolti in prima approssimazione, non vuol dire buttare dalla finestra il fattore: “insegnamento o legge della scienza economica”; vuol dire invece “applicare” nel solo modo serio immaginabile, i principii economici. Le uniche controversie possibili sono intorno al peso che concretamente si deve dare ai diversi fattori; propendendo gli uni a dare gran peso al fattore economico, altri al fattore morale. Io, ad esempio, nella prefazione, che l’Allievi cita non so a qual proposito, al libro del Plunkett su La nuova Irlanda, avevo sovratutto insistito – e prima dello scoppio della guerra europea – sull’energia “morale” come fattore di rigenerazione dell’Irlanda; ed, appena scoppiata la guerra, nella “concione ai Georgofili”, che l’Allievi ama ricordare con commovente predilezione, avevo principalmente voluto mettere in luce che “una forza morale è il motore nascosto delle grandi opere di pace ed è il motore nascosto della grande tragedia storica in mezzo a cui viviamo”. Ed, appena dichiarata la guerra italiana all’Austria, in un articolo Guerra ed economia (sulla Riforma Sociale del giugno-luglio), avevo riassunto il mio pensiero sulla guerra stessa riproducendo un brano dettato sullo scorcio del 1911 (fascicolo dell’ottobre-novembre della Riforma Sociale) a proposito della guerra libica: “L’opera nostra di civiltà nella Libia sarà tanto più alta, nobile e feconda, quanto meno noi ci riprometteremo di trarre vantaggi immediati e diretti e quanto più saremo consapevoli di dovere sopportare dei costi senza compensi materiali. Il compenso nostro deve essere tutto morale; deve consistere nel compiere il nostro dovere di suscitatori di energie nascoste di uomini primitivi e di apparecchiatori della grandezza politica, se non della ricchezza, dei nostri nepoti. I popoli grandi son quelli che, consapevoli, si sacrificano per le generazioni venture”.

 

 

La mia convinzione che il fattore morale sia spesso di gran lunga dominante nella soluzione dei problemi concreti è dunque troppo radicata da tempo in me e troppo la sento derivare logicamente dai principi fondamentali della scienza economica, perché io possa essere lusingato dalla posizione di “arcivescovo economico della diocesi di Milano” che l’Allievi benevolmente mi offre in riconoscimento dei miei meriti di assertore di una “dottrina” economica avente “un pieno ed assoluto valore pratico” ed un “integrale grado di applicabilità nelle sue conclusioni”. Rinuncio tanto più volentieri all’onorifica cattedra episcopale in quanto non saprei nemmeno da che parte rigirarmi per spiegare ai miei fedeli il significato delle glosse che l’ingegner Allievi ha voluto, con grande signorilità di tratto, aggiungere alla mia “concione”. Io non conosco alcuna scienza e quindi neppure alcuna scienza economica, la quale abbia un valore pratico “pieno ed assoluto” e le cui conclusioni abbiano “un integrale grado di applicabilità”. Né la scienza fisica, né la chimica, né l’idraulica né qualsivoglia altra scienza hanno, da quanto ho potuto comprendere dai discorsi dei periti, quel tale assoluto valore pratico e quell’integrale grado di applicabilità; ne` la scienza economica può pretendere di avere ciò che, per loro indole medesima, non hanno le altre discipline scientifiche. Neppure la elegantissima teoria del colpo d’ariete, per cui va meritamente noto tra gli studiosi il nome dell’Allievi, ha avuto sinora, a quanto affermano ingegneri pratici, quel valore di applicabilità integrale ed esclusivo, a cui l’autore, conscio della limitazione propria di ogni teoria vera, certamente non aspirava; come nessun economista immagina che le leggi economiche rappresentino il modo d’agire dell’uomo “intiero” e “concreto”. O che perciò l’ing. Allievi non doveva costruire la teoria del colpo d’ariete, e gli economisti dovevano ristare dall’esporre le conclusioni a cui erano giunti?

 

 

Ma forse anche stavolta io sono in equivoco. Ci sarebbe una “dottrinella”, quella dei “trucchi” o delle “marionette economiche”, materiate “di fanatica intransigenza dottrinaria e di bava demagogica”, la quale condurrebbe a “conclusioni assolute ed apodittiche”. Poiché il comm. Allievi la combatte con tanta valentia e furia, questa “dottrinella” deve sicuramente esistere.

 

 

Non negli scritti degli economisti puri o classici, i quali sono tutti materiati di “se” e di “supponendo che” o di “fatta la premessa di”; e sono tutto ciò che di più complesso e di prudente nelle conclusioni si possa immaginare. Neppure negli scritti di, diciamo pure, “noialtri” economisti “liberisti”; poiché, discorrendo di problemi concreti italiani e sparlando dei siderurgici e dei zuccherieri noi non vogliamo fare della teoria pura economica; ma vogliamo solo esporre le conclusioni “pratiche” a cui noi siamo arrivati in virtù di “molte” considerazioni fra cui hanno gran peso le considerazioni “economiche”; ma forse hanno un peso ancor più grande le considerazioni “politiche” e “morali”. Noi non possiamo fare la “dottrinella” perché non ci avanza il tempo da insegnare, come a parer nostro ne avrebbero gran bisogno, la “dottrina” pura e semplice a tutti quelli che non la sanno; e perché, invece di un articolo, converrebbe ad ogni volta scrivere invece un volume, nella vana speranza di impedire alla sezione analfabeta del protezionismo di scoprire dimenticanze, errori marchiani, stravaganze matte, teoriche balzane là dove c’è soltanto, sempre da parte dei sunnominati analfabeti, ignoranza delle premesse fondamentali, economiche, politiche od altre, del discorso, tacitamente ammesse da tutti quelli che non vogliono rileggere ogni volta, invece di un articolo, le cinque serie della “Biblioteca dell’Economista”.

 

 

Dove è dunque la dottrinella? Quali ne sono i testi, i sacerdoti, gli editori, i continuatori, gli jerofanti? Testi e citazioni precise alla mano, egregio ing. Allievi; con glosse o senza glosse, ma con la distinzione netta fra ciò che è testo ed espressione autentica del pensiero dell’autore e ciò che è interpolazione dei glossatori! Ecco un fecondo campo da sfruttare! Se Ella non potesse, per le occupazioni assorbenti della Sua vita quotidiana, attendere alle ricerche storico-bibliografiche necessarie, istituisca, ad imitazione di quanto faceva il compianto professor Cossa – e fu allora una fioritura di studi bellissimi di storia della letteratura economica italiana – medaglie o premi per giovani volenterosi ricercatori.

 

 

L’iniziativa generosa Sua gioverà a noi, immersi nelle tenebre dell’ignoranza, ed al progresso di quella nuova scienza economica che Ella e gli amici suoi aspirano a creare in Italia.

 

 



[1] Gli scrittori della nuova scuola protezionista italiana sono in vena di complimenti. Sull’Economista d’Italia del 5 novembre 1914 il dott. Mario Ratto, scrivendo degli “Effetti della guerra ed il nazionalismo economico” si allieta che “finalmente” e con “enorme ritardo” gli economisti “per la prima volta” abbiano accettato per mezzo mio non ho capito bene che cosa, ma certo qualcosa che deve essere parte del credo protezionista. Elogi simili a questi usano i giornali conservatori – sezione “conservatori illuminati” – tributare ai socialisti, i quali, dopo aver detto e fatto un monte di corbellerie, finiscono per accidente a dire qualche verità ragionevole, detta e ridetta le mille volte dalla gente sensata, senza che nessuno vi ponesse mente, ma sufficiente a far gridare al grand’uomo, quando chi l’ha detto prima era un arruffapopolo od un matto stravagante. Io non ho, ripeto, il piacere di aver compreso a bastanza il motivo delle lodi che il Ratto mi dà per l’accettazione di idee a cui egli deve tenere assai; e non posso quindi esprimere un’opinione precisa sulla sostanza di esse. Ad esempio, io avevo detto in un discorso ai Georgofili, ristampato nel novembre del 1914 sulla “Riforma Sociale”, che la scienza economica tedesca è la scienza dalle azioni che gli uomini compiono colla guida di una burocrazia retta e sapiente, e col consiglio dei professori di università, è la scienza non delle azioni che farebbero gli uomini se fossero lasciati alla propria iniziativa individuale ma è la scienza dell’imperatore; ed il Ratto trasforma quella scienza tedesca d’impronta nettamente cameralistica in una “scienza economica pura e matematica delle scuole austro-germaniche” e trae dalle mie frasi motivo di allegrezza incomposta per avere io “riconosciuto finalmente che gli importatori di quella scienza sono dei coloni della Accademia germanica, sedotti ed irretiti per suggestione dottrinale, accecati dalla illusione del cosmopolitismo della scienza o da mania di eclettismo”. Nelle quali parole ed in parecchie frasi successive, parmi si faccia una insalata russa meravigliosa; poiché 1) io mai parlai degli importatori della scienza economica tedesca, i quali, se vi furono, essendo essa schiettamente cameralistica e nazionale, avrebbero, casomai, creato in Italia non una scienza cosmopolita, ma una scienza “nazionale” del tipo tanto caro agli scrittori del neo-protezionismo; 2) non mi sognai certamente di chiamare “pura e matematica” la scienza economica tedesca, poiché se v’è al mondo una scuola aborrente dell’economia pura e matematica, dessa è per fermo la scuola tedesca; 3) non potei mettere insieme gli austriaci ed i tedeschi, avendo sempre immaginato che i Menger, i Boehm von Bawerk ed i von Wieser facciano a pugni con i Wagner e gli Schmoller. Anche stavolta, tra le lodi del Ratto e la mia capacità a capirle deve star di mezzo l’abisso della mia ignoranza. Io sono tornato a rileggere quelle mie novità, che “con enorme ritardo” avrei “per la prima volta” divulgate tra gli economisti; e non ho riletto altro che idee, le quali sempre avevo visto difese o pacificamente accolte dagli economisti fin dall’epoca del diluvio universale. Naturalmente quelle idee furono da me ripetute con parole nuove, adattate ai fatti contemporanei ed alla guerra presente; ma con altre parole umilmente continuo a ritenere siano sempre state moneta corrente tra gli economisti od implicitamente contenute e logicamente derivabili dalle dottrine fondamentali da essi sostenute. Anche il Ratto, quando discorre degli economisti, deve pensare a tutt’altra gente da quella che io conosco. Vorrebbe anch’egli compilare, ad istruzione nostra, un breve manualetto esegetico, con citazioni di fonti e di testi – anno di pubblicazione, città, editore, edizione e pagina compresi – di quei portatori del bacillo della “mentalità economista” che egli da parecchio tempo va facendo oggetto delle sue discettazioni su per i giornali romani, e di cui quindi nessuno può essere più competente di lui a narrare criticamente, coll’opportuno apparato bibliografico, la storia?

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