Per una ricerca sulla traslazione dell’imposta di ricchezza mobile ed in ulteriore critica del progetto Rignano

Tratto da:

Saggi

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/05/1927

Per una ricerca sulla traslazione dell’imposta di ricchezza mobile ed in ulteriore critica del progetto Rignano

«La Riforma Sociale», maggio-giugno 1927, pp. 261-285

Saggi, La Riforma Sociale, Torino, 1933, parte II, pp. 45-71

 

 

 

Report of the Committee on National Debt and Taxation. Presented to Parliament by Command of His Majesty. Cmd. 2800, un vol. in-8° di pag. 448.

 

 

Appendix to the Report, etc. Un vol. di pag. 187. Amendue i volumi pubblicati presso H. M. Stationery Office, Adastral House, Kingsway, London, W. C. 2. Prezzo 7 sc. 6 d. e 5 sc. 6 d. net rispettivamente.

 

 

1. – Il rapporto, che qui si annuncia, è il frutto dei lavori di un comitato nominato il 20 marzo 1924 dal cancelliere dello scacchiere Snowden e composto di Lord Colwyn, presidente della «Lancashire and Yorkshire Bank» che lo presiedeva, Sir Charles Addis, Sir Alan G. Anderson, Sir Arthur Balfour, Mr. Henry Bell, Mr. J. W. Bowen, Mr. Fred Bramley, Mr. W. L. Hichens, Mr. J. A. Hobson, Mr. H. B. Smith, Sir William Mc. Lintock, Sir Josiah Stamp e Mrs. Barbara Wootton. Al posto del signor J.A. Hobson, impedito da altre occupazioni, fu nominato il 14 aprile 1924 il prof. Fred Hall. Segretario del comitato fu il signor G. R. Hamilton del dipartimento delle entrate pubbliche interne e vice segretario il signor G. Ismay del tesoro.

 

 

Il comitato tenne 48 sedute e sentì 62 testimoni, e di essi alcuni due volte, sia per esporre le loro vedute personali, sia per dichiarare le opinioni di importanti società industriali e commerciali, di ordini professionali o di pubblici dicasteri. Tra quelli di noti studiosi interrogati ricorderemo i nomi dello statistico prof. Bowley e degli economisti prof. Edwin Cannan, Mr. W. H. Coates, Dr. Hugh Dalton, Mr. F. W. Hirst, Mr. J. A. Hobson, Mr. J. M. Keynes, prof. A. W. Kirkaldy, Mr. W. T. Layton, prof. D. H. Macgregor, Mr. F. W. Pethick Lawrence, prof. A. C. Pigou e prof. W. Scott. Il comitato si divise in maggioranza (Colwyn, Addis, Anderson, Balfour, Bell, Hichens, Mac Lintock e Stamp) e minoranza (Bowen, Hall, Lees Smith e Wootton) e amendue presentarono un proprio rapporto. Il prof. Hall firmò il rapporto della minoranza, con cui in massima egli era d’accordo, ma comunicò una sua particolareggiata riserva. Il volume di appendici contiene, oltre a ricche statistiche utilizzate nel rapporto, importanti memorie compilate dal «Board of Inland Revenue» e dalla «Treasury» intorno alle probabilità pratiche di attuare talune proposte sottoposte al comitato, una monografia del sig. W. H. Coates sulla incidenza dell’imposta sul reddito e uno studio del prof. E. R. A. Seligman sulle imposte sul reddito e il livello dei prezzi.

 

 

2. – Il comitato, avendo avuto l’incarico «di studiare e riferire intorno al debito pubblico ed alla incidenza sulle imposte esistenti, avuto particolarmente riguardo agli effetti delle imposte sul commercio, sull’industria, sull’occupazione e sul debito pubblico», si ritenne esonerato dallo studiare problemi di carattere esclusivamente tecnico di accertamento ed esazione delle imposte; ma il campo di investigazione rimase tuttavia amplissimo. Il rapporto della maggioranza si apre con uno studio sul tenor di vita della popolazione britannica e sulle sue capacità di risparmio, quale premessa intorno al campo di incidenza delle imposte; continua narrando la storia dell’incremento del debito pubblico e delle variazioni dei fondi di ammortamento dal 1914 in poi, facendo l’analisi delle varie specie di indebitamento, dei privilegi e delle esenzioni accordate ai creditori pubblici e della gravezza del debito in relazione al livello dei prezzi; affronta poi, prima in generale poi in particolare, per ogni singola imposta il problema del peso, incidenza ed effetti delle imposte sui professionisti, sugli impiegati, sulle società per azioni, sulle imprese commerciali private, distinguendo gli effetti economici da quelli psicologici, quelli sullo spirito di intrapresa dagli altri sullo stimolo del risparmio. Le proposte di leva sul capitale od imposta straordinaria sul patrimonio, di prestito forzoso, di istituzione di una speciale od addizionale imposta sul reddito del capitale, di una imposta generale sulla produzione (noi diremmo imposta sulla cifra di affari), lo schema Rignano di imposta successoria, ed una variante di essa messa innanzi al dott. Dalton, alcuni avvedimenti diversi per accelerare l’ammortamento del debito pubblico o variarne l’importanza in relazione allo stato di occupazione operaia, sono ad uno ad uno criticamente discussi e respinti. Il rapporto si chiude con alcune proposte di minori modifiche legislative alle imposte vigenti e di aumento graduale del fondo di ammortamento del debito pubblico da 50 a 100 milioni di lire sterline all’anno. E quest’ultima è la conclusione più importante dei lavori del comitato, conclusione che il presente cancelliere dello scacchiere ha fatto sua portando senz’altro il fondo di ammortamento a 65 milioni di lire sterline a cominciare dal presente anno finanziario.

 

 

3. – Il rapporto della minoranza segue, più concisamente, quello della maggioranza quanto a numero e ad ordine di argomenti discussi. È più favorevole alla leva sul capitale: ma non s’azzarda a proporla recisamente essendo persuaso che il successo della leva dipende quasi in tutto dal consenso e dal favore dei contribuenti medesimi. Del che dubitando assai, suggerisce talune alternative all’imposta patrimoniale; come una sovrimposta speciale sui redditi di capitale, l’estensione delle imposte successorie, l’applicazione del principio Rignano. Anche qui il succo ultimo delle proposte fatte consiste nell’elevare notevolmente il fondo di ammortamento del debito pubblico, così da estinguerlo in un numero non lunghissimo di anni.

 

 

Il prof. Hall vorrebbe dal canto suo fare uno sforzo per ridurre in cinque anni di 1.500 milioni di lire sterline l’ammontare del debito pubblico; e a tal uopo si contenderebbe, per semplicità amministrativa, di rialzare quanto basta le attuali aliquote delle imposte sul reddito e sulle successioni, prediligendo alquanto nel rialzo i maggiori contribuenti.

 

 

4. – La preoccupazione, lodevolissima, dei commissari di legare le mani al cancelliere dello scacchiere, impedendogli, col crescere il fondo di ammortamento obbligatorio, di destinare i margini di bilancio a nuove spese più o meno utili, li ha indotti a dare importanza esagerata all’ammortamento del debito pubblico. La scienza inglese ha dato nel 1813, col famoso libro di Roberto Hamilton (An Inquiry concerning the Rise and Progress, Redemption and Present State, and the Management of the National Debt of Great Britain and Ireland, 3rd Ed., Edimburgh, 1818), la dimostrazione definitiva dell’illusione riposta nel concetto del fondo di ammortamento, soltanto l’eccesso effettivo delle entrate sulle spese essendo capace a ridurre il debito pubblico.

 

 

Ma spettava alla scienza italiana dimostrare «che l’ammortamento dei debiti pubblici si compie da sé, a misura che nelle classi e nelle nazioni debitrici aumentano le preferenze per gli investimenti nei consolidati nazionali. … A misura che i titoli di debito pubblico si collocano presso un numero sempre più grande di detentori, per altrettanto il debito medesimo deve sostanzialmente considerarsi come estinto, e quindi minore e meno gravoso, nei rispetti individuali, del debito originario, quantunque la massa degli interessi resti numericamente la medesima», le quali ed altre fondamentali osservazioni si leggono in una memoria pubblicata prima col titolo Pressione tributaria del prestito e dell’imposta nel fascicolo del gennaio del 1893del Giornale degli Economisti e poi, ampliata, col titolo Contributo alla teoria del prestito pubblico nel volume Saggi di Economia e Finanza del professore Antonio De Viti De Marco (Roma 1898). Il capolavoro del De Viti è ben meritevole di prender posto accanto a quello dell’Hamilton nella estimazione universale; e, forse, se il saggio del De Viti fosse stato tradotto in lingua inglese non accadrebbe oggi di vedere attribuita da studiosi forestieri all’ammortamento statale del debito pubblico una importanza che esso non ha.

 

 

5. – Il sommario riassunto delle più che seicento pagine del rapporto e dell’appendice ne chiarisce l’interesse grandissimo per gli studiosi ed i politici; ma dimostra nel tempo stesso perché qui di seguito si ragioni di due[1] soltanto dei molti problemi discussi nel rapporto; essendo ovviamente impossibile intrattenere i lettori di tutti i problemi affrontati dal comitato. Molti dei quali del resto attengono strettamente ai sistemi tributari ed amministrativi britannici e non potrebbero essere posti altrove, senza un discorso preliminare su quei sistemi e sulla loro diversità dai sistemi in uso, a cagion d’esempio, in Italia.

 

 

6. – Ha valore universale invece il tipo di ragionamento e di discussione osservato nel rapporto. Conosco quattro rapporti sull’imposta sul reddito a partire dal Report from the Select Committee (cosidetto comitato Hume) on Income and property tax (n. 563 del 1851 e 510 del 1852) e da quello stesso titolo del comitato Hubbard del 1861 (n. 503) sino al Report from the Select Committee (detto comitato Dilke) on Income tax del 1906 (n. 365) ed al Report of the Royal Commission on the Income Tax del 1920 ([Cmd. 615]) presieduta dallo stesso Lord Colwin, che dà il nome all’odierno rapporto. E l’eccellenza di quei documenti era siffatta che difficilmente pareva superabile. Gli ultimi due citati rapporti non avevano potuto fregiarsi di deposizioni storiche, come quelle che, per bocca di Giovanni Stuart Mill nel 1851-1852 e nel 1861, avevano posto, col teorema dell’esenzione del risparmio, la regola pratica della differenziazione tra i redditi temporanei e quelli perpetui, e neppure si adornavano di una collana di memorie superbe come quelle che furono presentate ad un’altra commissione (quella sulla tassazione locale del 1899) da economisti che si chiamavano Sidgwick, Marshall, Edgeworth, Bastable, Cannan, Gonner, Price, Courtney, Farrer. (Memoranda chiefly relating to the Classification and Incidence of Imperial and Local Taxes, 1899 [C. – 9528]). Ma per l’ampiezza delle indagini, il rigore e la prudenza nelle deduzioni, anche gli ultimi due rapporti avevano lasciato gran traccia, contribuendo a perfezionare, per aggiunte successive, quel monumento di legislazione tributaria che è l’imposta sul reddito britannico. Stavolta, l’oggetto dell’indagine era più vasto; non una o due imposte, ma una pressione tributaria ascesa tra il 1913-1914 ed il 1925-1926 da 4.345 a 16.625 milioni di lire oro in complesso e da 100 a 370 lire-oro per abitante ed un debito pubblico salito tra il 31 marzo 1914 ed il 31 marzo 1926 da 16.245 a 190.392 milioni di lire-oro dovevano essere studiati in rapporto alla vita economica e sociale del paese e delle varie classi che in esso vivono. Se era indicata la soggetta materia dell’indagine, nessun suggerimento era fornito rispetto alle conclusioni di essa. Tuttoché nominato da un cancelliere dello scacchiere labourista, il comitato non aveva un progetto labourista da attuare o svolgere o dimostrare buono. Come è secolare costumanza in quel paese, i contrasti di idee e di apprezzamenti furono approfonditi e largamente divulgati. Riprodotte stenograficamente le deposizioni dei testimoni e periti interrogati, stampate le memorie ufficiali e private richieste dal comitato o ad esso offerte, i commissari apprezzarono i problemi loro sottoposti in maniera intieramente indipendente da ogni premessa politica, sicché le conclusioni della maggioranza poterono essere accolte dal governo conservatore successo a quello che l’aveva scelta.

 

 

Quel che più colpisce tuttavia nel rapporto non è la larghezza e la franchezza nel discutere e nello squadernare dinanzi al pubblico tutto il contenuto delle indagini fatte; ché queste sono qualità caratteristiche da gran tempo nelle inchieste britanniche. È l’indole esclusivamente scientifica del discorso e della dimostrazione.

 

 

Chi volesse classificare i due rapporti di maggioranza e di minoranza non potrebbe dirli «conservatore» o «socialista»; ché la simpatia verso le classi lavoratrici non è meno viva nel primo che nel secondo rapporto; né il rapporto della minoranza reca alcuna traccia della forma mentale che è tipica del socialismo continentale. Se davvero si tiene ad un aggettivo, dovremmo dire «marshalliano» il rapporto di maggioranza e «webbiano» quello di minoranza. Chi scrive il rapporto di maggioranza è un marshalliano, tanto egli è minuto, penetrante, insoddisfatto dell’indagare finemente le ripercussioni più delicate delle imposte; tanto egli è peritante nel concludere, ansioso di non dimenticare neppure una delle circostanze economiche, sociali, psicologiche che possono influire sulle azioni e reazioni tra imposte, debito pubblico, spirito d’iniziativa, possibilità e volontà di risparmio. L’estensore del rapporto di minoranza è già risoluto, elimina gli accessori, usa volentieri, la classica maniera di ragionare che comincia con la frase a parità di tutte le altre circostanze, ricorda l’andatura chiara lapidaria del discorso alla Senior ed alla Cairnes, tornati di moda oggi con Keynes e tanto lontano dalle sfumature impercettibilmente svarianti, care a Marshall e, sott’altra forma, a Edgeworth ed agli economisti della scuola di Cambridge. Vi è meno psicologia individuale, di quella che Jevons e Gossen e gli austriaci prediligevano; affiora l’ironia per le delicatezze borghesi e si da più valore ai sentimenti ed alle ispirazioni di masse. Perciò ho chiamato «webbiano» il rapporto di minoranza, essendo i libri dei coniugi Webb rappresentativi del lento formarsi storico dei sentimenti e delle idealità delle classi operaie inglesi, divenute oramai larghissime fornitrici di uomini ai ceti politici governanti in quel paese.

 

 

Dopo aver tanto sentito parlare, anche da economisti valorosissimi come Cannan, dell’ignoranza in che la classe politica inglese giacerebbe rispetto alle verità economiche elementari, la lettura del presente rapporto produce una ben grata sorpresa. Un documento ufficiale azzurro che pare scritto in parte da un discepolo di Marshall ed in parte da un rinnovatore classicheggiante del pensiero socialistico è ben singolare documento di un’epoca che vorrebbesi di decadenza negli studi economici!

 

 

7. – Dimostrano talvolta di essere meno al corrente dei più recenti risultati delle investigazioni economiche i rappresentanti delle classi imprenditrici che non quelli delle classi operaie. Una tabella costrutta nel rapporto di maggioranza intorno all’onere percentuale dell’insieme delle imposte, dirette ed indirette, sul reddito, sulle successioni, sui consumi, per cui fu possibile una misura, diede il seguente risultato:

 

 

Ammontare dei redditi in lire sterline

Sui redditi supposti provenienti in tutto da lavoro

Sui redditi supposti provenienti per metà da lavoro e per metà da impiego di capitale

1903-1904

1925-1926

1903-1904

1925-1926

50

8,7

9,5

100

5,6

11,9

6,8

13,2

150

4,5

11,6

5,7

12,7

200

4,8

10,2

6 –

11,3

500

5,3

6,2

6,5

8,4

1.000

6,1

11 –

7,8

14,4

2.000

5,7

15,2

7,4

19,3

5.000

5,5

23,2

7,5

29,5

10.000

5 –

31,2

7,6

40,1

20.000

4,9

37,5

7,7

48,7

50.000

4,8

44,4

8 –

57,7

 

 

L’andatura fortemente progressiva del sistema tributario a partire dalle 500 lire sterline di reddito annuo non soddisfa del tutto i labouristi i quali si lagnano che il peso delle imposte sui consumi incida troppo ancora sui redditi bassi in confronto ai redditi medi. A loro volta industriali e grossi redditieri lamentano che troppo si accanisca contro di loro la furia delle imposte; e non solo affermano che le alte aliquote scemano per i grossi redditieri la possibilità di risparmiare, ossia di approntare nuovo capitale per i bisogni crescenti della popolazione, ma aggiungono che il peso dei gravosi tributi progressivi sui ricchi tende a ripercuotersi su tutti i cittadini, attraverso un aumento di prezzo dei beni di consumo.

 

 

8. – In una lettera al «Times» del 16 agosto 1924 il signor P. D. Leake così riassume il pensiero degli industriali di tutti i paesi del mondo: «Tutta la produzione, ad eccezione di quella delle imprese statali e municipali, si compie ad opera di industriali ed artigiani indipendenti. Gli industriali fissano i prezzi ed, a lungo andare, essi devono cessare a poco a poco di produrre se non riescono a mantenere i prezzi di vendita ad un livello sufficiente a pagare un ragionevole profitto netto, dopo aver coperto tutte le spese, comprese le imposte. Per lo più essi possono adottare e naturalmente adottano quest’ultima alternativa» (Appendix, pag. 69). Alla lunga, e facendo astrazione dalle oscillazioni correnti dovute a mutazioni nella offerta e nella domanda, «il livello generale dei prezzi di vendita deve necessariamente essere basato sul costo di produzione sopportato dagli industriali e siffatto costo comprende l’eccessivo onere delle imposte progressive cadenti sui produttori» (ivi, pag. 70). Secondo questa teoria, dunque, le imposte sul reddito entrano nel costo di produzione; e non solo le imposte speciali, ragionate in un tanto per cento del prezzo del prodotto o in un dato numero di lire per ogni unità di peso o di volume del prodotto, od in una percentuale di un particolare reddito netto, ma anche le imposte «generali» sul reddito, siano desse reali o personali, ad aliquota costante o crescente. La patente, dicevano gli industriali francesi, la ricchezza mobile, affermano gli italiani, l’income tax, ripetono gli inglesi, noi la mettiamo sulla fattura. Chi di noi, nel fare il conto dei costi, si dimentica di aggiungere, insieme con un per cento per le spese generali, anche il per cento, arrotondato, per le imposte?

 

 

9. – Le obbiezioni contro la teoria dell’imposta messa sulla fattura sono ovvie. Se il produttore è un monopolista, l’imposta non può mutare la sua determinazione di lucrare il massimo utile netto. E poiché vi è un solo prezzo o, dove sono possibili prezzi molteplici, una sola combinazione di prezzi, che gli dà il massimo utile netto, come potrà il monopolista avere interesse a mutare quel prezzo o quella combinazione di prezzi? Logicamente, la mutazione del prezzo scemerebbe il suo utile netto e qualunque sia l’imposta, val sempre meglio avere un utile massimo meno il 20 o il 30% d’imposta, che un utile minore del massimo meno la stessa imposta: 100 valendo sempre meglio di 90, anche se ambe le quantità sono decurtate dall’imposta.

 

 

10. – Se l’industria è in mano di parecchi industriali tra loro concorrenti, parrebbe che il produttore debba spingere la produzione solo al punto in cui il prezzo ottenuto per l’ultimo incremento di prodotto posto sul mercato è per l’appunto uguale al costo di produzione di quell’incremento, cosicché a quel punto, e su quell’incremento ultimo non si consegua alcun profitto né si soffra alcuna perdita. E poiché il prezzo generale di mercato di tutta la merce prodotta è uguale al prezzo ottenuto per quell’ultimo incremento di prodotto – per la regola che non si possono dare due o più prezzi differenti per la stessa merce sullo stesso mercato nel medesimo momento – ed essendo questo prezzo uguale al costo marginale di produzione, sì da non dar luogo ad alcun residuo di perdita o di profitto epperciò ancora ad alcun pagamento di imposta – non si paga imposta sul reddito dove non ci sono utili – così è dimostrato che l’imposta sul reddito non entra nella formazione del prezzo di mercato. L’imposta sul reddito è pagata soltanto dai produttori il cui costo è inferiore al prezzo di mercato; non è pagata dai produttori, i quali unicamente ci interessano, e sono quelli che mettono sul mercato l’ultimo incremento di prodotto, il cui costo è uguale al prezzo e che, non dando luogo a utili, non è, per definizione, soggetto ad imposta sul reddito. Anzi tutti i produttori si trovano in questa situazione, poiché tutti, spinti dalla concorrenza, dopo di aver posto sul mercato dosi di produzione con margini di profitti e soggette ad imposta, spingono la produzione sino a quel punto, in cui l’ultimo incremento di prodotto non dà né profitti né perdite e non paga più imposta. Poiché il costo di quest’ultimo incremento è uguale al prezzo di mercato, il prezzo medesimo non può contenere particella alcuna d’imposta. Questa, crescendo o diminuendo o forsanco disparendo, non può far mutare, colle sue variazioni, un prezzo con cui non ha nulla a che fare.

 

 

11. – Ma è esatto affermare che i produttori spingano la produzione sino a quell’ultimo incremento, il quale non dà luogo né a profitti né a perdite, e dunque non paga imposte, ecc. ecc., con tutte le illazioni sopra dette? O non piuttosto il produttore spingerà la sua produzione solo sino al punto in cui egli ottenga ancora il normale profitto di produzione, ossia un profitto siffatto da contenere in se tutte le imposte che su di lui gravano? Se così stessero le cose, il produttore si deciderebbe ad intraprendere la produzione marginale solo dopo di essersi assicurato un sufficiente profitto, netto dal pagamento delle imposte sul reddito. E l’imposta facendo parte del costo marginale e quindi del prezzo sarebbe trasferita su altri.

 

 

Od è vera invece una terza ipotesi, secondo la quale l’incremento marginale di prodotto non è quello che non dà né profitti né perdite, e neppure quello che giusto giusto dà il profitto normale, dopo coperti tutti i costi, compresa l’imposta, ma un altro variabile da caso a caso, a seconda della infinitamente varia distribuzione delle qualità atte a procacciare successo all’imprenditore? «In ogni gruppo numeroso di produttori, ve ne sono sempre taluni, la cui situazione finanziaria è instabile. Le perdite possono essere provvisoriamente coperte con riserve, con anticipi da banche, con versamenti da capitali da interessati; ma le statistiche delle bancarotte, delle ricostruzioni e delle liquidazioni sono eloquente testimonianza delle condizioni esistenti ai margini delle imprese redditizie. Imprese sul punto di ritirarsi dalla produzione hanno tuttavia contribuito una quota della totale offerta e la loro influenza dal lato dell’offerta è stato uno dei fattori i quali hanno determinato il prezzo, questo essendo in ogni data unità di tempo determinato dalla domanda effettiva in relazione alla totale quantità offerta. L’aggiunta alla offerta totale che è provocata dalle imprese dubbie ha la tendenza a deprimere i prezzi in faccia alla effettiva domanda esistente. Ma il prezzo determinato dalla produzione marginale dei produttori deboli non è stato certamente bastevole a concedere ad essi un margine di profitto. In questo prezzo non può entrare alcun elemento di imposta la quale sia prelevata sul profitto, poiché, nelle condizioni di fatto esistenti, quei deboli produttori, il cui incremento di produzione posto sul mercato ha determinato il prezzo, non pagano imposta». (COATES in App., 71).

 

 

12. – La soluzione del problema non può essere fornita dal ragionamento, trattandosi di questione di fatto che solo l’esperienza può decidere. Le industrie sono di fatto governate principalmente da imprese rappresentative, il cui costo normale di produzione determina il prezzo (seconda ipotesi, in virtù  di cui l’imposta entrerebbe nel calcolo del costo marginale e quindi del prezzo e sarebbe trasferita), ovvero sono distribuite fra una varietà grande di imprese, da quelle le quali ottengono grandi profitti per unità di produzione a quelle le quali perdono (terza ipotesi, in virtù  di cui il prezzo sarebbe in funzione dell’incremento di offerta dovuto alle imprese in perdita e non conterrebbe quindi alcuna particella di profitti e di imposta)? Si può trascurare la prima ipotesi, secondo cui di fatto la produzione marginale è ottenuta senza profitti né perdite, sembrando questa ipotesi, teoricamente impeccabile, difficile a verificarsi, essendoché i produttori, se sanno arrestarsi al punto preciso in cui comincierebbero a perdere, sono capaci altresì di non procedere innanzi oltre il punto che dia ad essi il profitto normale. Ed il caso in cui non si guadagna né si perde è del resto assorbito da quello più ampio, e che dal punto di vista tributario produce lo stesso effetto – mancanza, al margine di profitto e quindi di imposta – dell’esistenza di imprese in perdita.

 

 

13. – Allo scopo di dare una risposta al quesito ora fatto l’Inland Revenue Departement condusse una diligentissima indagine sui bilanci delle società per azioni per gli anni 1920 – 1921 e 1922 – 1923; traendone dati atti ad illuminare la relazione percentuale del profitto netto ottenuto al giro degli affari (turnover), e fu preferito il giro degli affari al capitale, essendo il capitale difficile a precisare, soggetto a variazioni individuali, imbrogliato per l’influenza di variazioni monetarie.

 

 

Mi limito alla illazione più importante che si può ricavare dai dati raccolti al fine di illustrare il quesito posto di incidenza tributaria. La tabella a pagina 56 indica la percentuale di affari sui quali non si conseguì alcun profitto in relazione al giro totale di affari fatti.

 

 

Notisi che il periodo fino al 30 giugno 1920 fu di grande prosperità – il testo dice «boom», ossia frenesia all’aumento – e in esso, per l’acuirsi della domanda e la lentezza dell’offerta ad adeguarvisi, le condizioni di concorrenza tendevano ad essere sostituite da altre monopolistiche. Eppure anche in tempi di quasi monopolio, durante i quali per altre ragioni non si può parlare di traslazione dell’imposta sui consumatori, esistevano in tutte le industrie studiate, imprese o frazioni di produzione senza profitto: a mano a mano che il ciclo economico si allontana dal punto di massima prosperità e la concorrenza tra i produttori si fa più viva, cresce la percentuale del prodotto messo sul mercato senza profitto, il che vuol dire in perdita, finché nel 1922-1923, che fu tempo di depressione, la percentuale del prodotto complessivo venduta in perdita giunse al massimo e persino, nell’industria del cotone, toccò il 43,95 per cento.

 

 

BILANCI

chiusi ad una data intermedia

INDUSTRIE

COMMERCIO

del cotone

della lana

dei metalli

della alimentazione

all’ingrosso

al dettaglio

ferro ed acciaio

diverse

1920-1921

fra il 6 aprile e il 30 giugno 1920

2,88

0,07

1,67

5,63

1,93

1,12

2,17

fra il 1° luglio e il 30 sett. 1920

3,97

 

 

Pare dunque potersi concludere che l’ipotesi la quale si verifica di fatto, sia quella che fu sopra designata come terza. «Non vi è» – osserva il rapporto di maggioranza – «alcun indizio che industriali e commercianti richieggano un prezzo sufficiente a rimborsare l’imposta sul reddito come condizione necessaria per continuare a lavorare. Al contrario, la relazione del profitto al giro di affari varia notevolmente e vi sono normalmente produttori i quali continuano a lavorare giust’appunto poco sopra o sotto il margine in cui il profitto si converte in una perdita. In un mercato libero di concorrenza con ampia offerta in rapporto alla domanda, il prezzo in ogni momento è misurato dal costo di produzione per il produttore marginale. Questo prezzo non da profitto e non è soggetto all’imposta sul reddito; in esso non può entrare alcun elemento d’imposta» (par. 308).

 

 

14. – Un’altra tabella dimostra come la distribuzione delle imprese rispetto alla loro capacità di guadagnare non è mutata gran fatto dai tempi prebellici. Ponendo in monte le sette categorie di imprese, esse si classificano nella seguente maniera per quant’è al contributo che al complessivo giro di affari danno le imprese, le quali perdono o lucrano sugli affari fatti le percentuali indicate nella prima colonna:

 

 

Percentuale di perdita o di lucro sulla cifra di affari

Contributo che al totale giro di affari di tutte le imprese considerate danno le imprese le quali ottengono i risultati controindicati nella prima colonna

 

1912-1913

1922-1923

      – 20 e al disotto

0,03

0,87

del – 19,9 al – 10

0,03

2,07

del –   9,9 al –   5

0,04

2,39

del –   4,9 al –   0

1,02

8,96

del     0    al     9

9,44

8,33

del     1    al     1,9

7,69

9,86

del     2    al     2,9

11,02

10,25

del     3    al     3,9

14,57

6,45

del     4    al     4,9

8,69

7,41

del     5    al     5,9

11,45

7,48

del     6    al     6,9

6,22

5,52

del     7    al     7,9

5,86

3,85

del     8    al     8,9

3,96

3,40

del     9    al     9,9

4,01

2,85

del   10    al   10,9

2,23

2,98

del   11    al   11,9

2,59

1,75

del   12    al   12,9

2,95

1,29

del   13    al   13,9

1,48

1,41

del   14    al   14,9

0,54

1,08

del   15    al   15,9

3,24

5,47

del   20    al   25,9

1,10

3,31

del   25    al   29,9

0,18

1,51

del   30    al   39,9

0,59

0,98

del   40    al   49,9

0,05

0,33

del   50 ed oltre

0,12

0,25

100 –

100 –

 

 

Nonostante il cataclisma da cui le due epoche sono separate, vi è una grandissima rassomiglianza tra le due serie, le quali sono interessantissime dal punto di vista economico, poiché dimostrano come sia costante la tendenza delle imprese a disporsi da una parte e dall’altra della mediana, la quale stava al 4,61 % al 1912-1913 ed al 4,11 % nel 1922-1923; sicché si va dalle pochissime imprese le quali lucrano il 50 % e più alle pochissime che perdono il 20 % e più sul giro degli affari, attraverso ad una gamma variabilissima. Calcolando la mediana (ossia, per esprimersi in lingua volgare, il punto, che è diverso dalla media, il quale si trova alla giusta metà qualora si dispongano le imprese osservate in fila partendo da quella la quale ha subito la massima perdita sino a quella che ha ottenuto il massimo guadagno), il quartile inferiore (che è l’impresa al disotto di cui stanno un quarto e al disopra i tre quarti delle imprese disposte in fila come sopra); il quartile superiore (che è l’impresa al disotto di cui stanno tre quarti ed al disopra un quarto), e la media deviazione della mediana, otteniamo il seguente risultato:

 

 

 

1912-1913

1922-1923

Mediana

4,61

4,11

Quartile inferiore

2,53

1,24

Quartile superiore

7,67

8,46

Deviazione media dalla mediana

3,59

6,01

 

 

La deviazione media della mediana, che era già notevole nel 1922-1923, come si vede anche dal distacco cresciuto tra il quartile inferiore e il quartile superiore. Dopo questa indagine, la prima la quale ci dimostri la inesistenza del tipo immaginario dell’impresa «rappresentativa» capace di coprire tutte le spese, comprese le imposte, diventa impossibile chiudere gli occhi dinanzi al fatto di una parte della produzione la quale è messa sul mercato ad un prezzo inferiore al costo e sulla quale non cade quindi imposta sul reddito.

 

 

15. – La media generale del profitto percentuale sulle cifre degli affari risulta la seguente:

 

 

 

1912-1913

1922-1923

Industria del cotone

7 –

2,47

Industria della lana

8,19

9,78

Industria del ferro e dell’acciaio

7,49

7,74

Industria diverse in metalli

6,10

5,22

Industria dell’alimentazione

5,07

7,11

Commercio all’ingrosso

3,90

4,14

Commercio al minuto

8,48

5,14

Media generale

5,80

5,43

 

 

Il Coates, commentando, osserva che, poiché nel 1912-1913 l’aliquota dell’imposta sul reddito era del 5,84 % e nel 1922-1923 del 25 %, con un aumento del 328 %, i profitti lordi d’imposta avrebbero dovuto aumentare notevolmente – fatti i calcoli del 25 % all’incirca – nel secondo anno per conservare allo stesso livello i profitti netti d’imposta. Se occorrevano 100 lire nel 1912-1913 per avere 94,16 lire nette da un’imposta del 5,84 %, sarebbero occorse 125,55 lire per avere nel 1922-1923 le stesse 94,16 lire nette da un’imposta del 25 per cento. L’ispezione della tabella dimostra che siffatto incremento medio di reddito non ci fu; il che farebbe concludere che l’incremento medio dell’imposta da 1 a 4,28 non mise in grado i produttori di aumentare proporzionatamente la percentuale del profitto sul giro di affari. Altro indizio il quale proverebbe l’erroneità della dottrina, secondo la quale gli industriali metterebbero l’imposta «sulle fatture».

 

 

16. – Una indagine dello stesso tipo condotta in Italia quali risultati darebbe? Qui importa fare una osservazione. Gli scrittori inglesi, teorici e pratici, funzionari ed amministratori di società commerciali, non mettono in dubbio che l’imposta «sul reddito» sia pagata solo dai contribuenti i quali «hanno un reddito netto». «Il prezzo è regolato da un costo che non da profitto e perciò non sopporta imposta (by a cost which yields no profit, and therefore bears no tax)», dice il Coates (App., pag. 70). «Questo prezzo non dà profitto e non è soggetto all’imposta sul reddito (That price yields no profit and is not liable in tax)» ripete il rapporto di maggioranza (par. 308). «I prezzi, in condizioni normali, tendono ad essere uguali al costo di produzione del produttore marginale il quale non paga l’imposta perché alla fine dell’anno egli si accorge di non aver guadagnato (Prices will tend, under normal conditions, to be fixed at the cost of production of the marginal competitor who pays no tax because he finds at the end of the year that he has made no profits)»; conferma l’americano prof. Seligman (App., pag. 123). E la minoranza (par. 94) su questo punto è d’accordo con la maggioranza (we are in substantial agreement with our colleagues).

 

 

Secondo la lettera e lo spirito della legge italiana per l’imposta di ricchezza mobile, questa non è, come talvolta sembrano ritenere taluni scrittori stranieri (ad esempio lo Seligman per le analoghe imposte cedolari francesi, in App., 117), una imposta speciale trasferibile, ma una vera imposta generale, analoga in tutto – le differenze sono secondarie e non pertinenti al problema della traslazione – all’income tax inglese e quindi intrasferibile e, come in Inghilterra, impera tra noi il principio: l’imposta sul reddito si deve pagare solo quando esiste reddito netto.

 

 

Di fatto, il principio non trova completa applicazione. Interrogati su quel che realmente accade, difficilmente contribuenti e funzionari italiani sarebbero in grado di attestare, con la sicurezza dei loro colleghi inglesi ed americani, che l’imposta non si paga dalle imprese le quali alla fine dell’anno accusano una perdita invece di un guadagno. Le società anonime, tassate in base al bilancio, solo in casi eccezionali pagano imposta in anni di perdita. Possono, è vero, nel 1927, anno per ipotesi di perdita, pagare imposta perché sono tassati sui guadagni del 1925; ma ciò non infirma la regola, perché nel 1929, anno, suppongasi, di guadagno, non pagheranno imposta, essendo tassate sui risultati del 1927 che fu di perdita. Per i privati contribuenti, però al concetto della tassazione sui risultati effettivamente ottenuti, si sostituisce tal volta, ignorasi con quale frequenza, il concetto della tassazione sui risultati che mediamente si devono essere ottenuti.

 

 

Il concetto del reddito medio o normale, il quale è accolto per legge nel sistema di tassazione sui redditi fondiari, non di rado è applicato anche di fatto nella tassazione dei redditi industriali e commerciali. L’opportunità di evitare frodi o querimonie individuali, la difficoltà di fare indagini attendibili sugli effettivi risultati ottenuti, il sistema delle revisioni quadriennali, il quale ineluttabilmente consiglia a considerare fatti a lunga portata, conducono ad accogliere il sistema della tassazione dei redditi medi.

 

 

Se tale metodo fosse principalmente seguito, è chiaro che le imprese in perdita pagherebbero imposta sul reddito alla pari delle imprese in guadagno; ed è chiaro che l’imposta di ricchezza mobile per i contribuenti individuali più che sul reddito netto sarebbe un tributo sul giro degli affari. Verrebbe meno l’argomento principe: «il produttore marginale, non ottenendo profitti, non paga imposta», in base al quale vittoriosamente si sostiene che l’imposta sul reddito non si trasferisce sui consumatori.

 

 

Né varrebbe opporre che le società anonime e, presumibilmente, una parte dei contribuenti privati pagano solo se guadagnano; poiché la soluzione del problema gira tutta intorno al punto: i produttori marginali (senza profitti né perdite) o sub-marginali (con perdite) chi sono? Sono contribuenti collettivi (società) tassati sui risultati effettivi o contribuenti privati? Se sono privati, quale è la frequenza di applicazione del metodo di tassazione dei risultati presuntivi per i contribuenti marginali o sub-marginali?

 

 

17. – Alle quali domande io non mi azzardo di dare una risposta. Come per l’Inghilterra, occorrerebbe una inchiesta precisa, che solo l’amministrazione finanziaria potrebbe condurre, intorno ai seguenti quesiti:

 

 

  • come si distribuiscono i contribuenti collettivi ed individuali in relazione ai loro profitti o redditi netti in cifra assoluta?

 

  • ed in cifra relativa al giro degli affari?

 

  • in quale proporzione stanno gli accertamenti condotti in base ai risultati effettivi a quelli condotti in base a presunzioni medie per i contribuenti collettivi?

 

  • e per i contribuenti individuali?

 

 

Probabilmente non è possibile rispondere alle domande ora poste per tutti i contribuenti. Ma basterebbe potere operare uno scandaglio per un certo numero di essi; e lo scandaglio sarebbe di somma importanza, non solo scientifica, ma anche legislativa; perché soltanto esso ci farebbe conoscere,cosa che oggi ignoriamo, se l’imposta di ricchezza mobile per la categoria dei redditi industriali e commerciali sia di fatto quel che la legge dice sia, una imposta trasferibile sul reddito netto, ovvero sia un’altra cosa e precisamente un’imposta sul giro di affari trasferibile sui consumatori. Non sapendo oggi se l’imposta di ricchezza mobile sia, in una sua principalissima branca, una imposta sul reddito ovvero sui consumi, rimaniamo all’oscuro altresì delle proprietà dell’imposta complementare progressiva sul reddito complessivo, che si adagia sugli accertamenti dell’imposta base e quindi anche sugli accertamenti dell’imposta mobiliare.

 

 

18. – È opinione corrente che l’imposta successoria, incidente sulle sostanze al momento del loro trapasso per causa di morte, diminuisca la ricchezza nazionale; diguisaché alcuni scrittori vorrebbero che il provento dell’imposta non fosse trattato alla stessa stregua di quello delle imposte le quali incidono sul reddito annuo; questo potendo, senza diminuzione del patrimonio nazionale, essere consumato per le spese pubbliche correnti e quello no. Epperciò si propone da taluno che il ricavo dell’imposta successoria sia devoluto ad estinguere gradatamente il debito pubblico, cosicché di tanto questo scemi, e pel reimpiego del montare rimborsato ai creditori pubblici cresca il capitale privatamente impiegato, di quanto la ricchezza privata sia diminuita in seguito al pagamento dell’imposta successoria. Ma è vera la premessa dell’«incidendo sulle sostanze»?

 

 

L’imposta successoria è davvero pagata dal capitale o patrimonio o sostanza nazionale ed ha davvero l’effetto di diminuire la ricchezza nazionale o somma dei capitali accumulati od esistenti al momento in cui l’imposta di esso è versato nel tesoro dello Stato?

 

 

19. – Il rapporto di maggioranza nega apertamente la premessa: «L’imposta successoria può, normalmente essere pagata con un prelievo sul fondo di un dato patrimonio. Dal punto di vista collettivo, tuttavia, non vi sarà perdita di capitale esistente, perché la fonte di pagamento deve alla fine essere il reddito di qualcheduno. Gli esecutori testamentari possono forse essere costretti a vendere valori per disporre della somma da versare al tesoro. Il primo compratore può forse ritirare i valori (titoli o terreni o case) acquistati col ricavo di qualche vendita da lui a sua volta eseguita; e potrà dirsi vi sia una catena di transazioni consistenti soltanto nel trasferire capitale esistente. Ma la catena deve finire da ultimo in un compratore il quale può disporre di risparmi tratti dal proprio reddito; e sono questi risparmi i quali provvedono in definitiva al pagamento dell’imposta successoria» (par. 514).

 

 

Ed il rapporto di minoranza ripete: «Anche quando si è costretti a vendere attività patrimoniali per pagare l’imposta successoria, non si distrugge capitale. Lo si trasferisce soltanto. Le proprietà vendute debbono alla fine essere acquistate da taluno il quale disponga di reddito libero in cerca di investimento» (par. 253).

 

 

La conseguenza vera, e in ciò concordano i due rapporti, è d’impedire la formazione di un «nuovo» capitale. Il capitale preesistente è lasciato invariato dall’imposta successoria; ma il «nuovo» risparmio, da chiunque operato, il quale avrebbe cercato un «nuovo» investimento e dato luogo ad un incremento del capitale esistente, è assorbito da vecchi investimenti posti sul mercato da chi aveva bisogno di pagare l’imposta successoria.

 

 

20. – L’effetto è più accentuato di quello che deriverebbe da un’imposta sul reddito feconda del medesimo ammontare. Attraverso a ragionamenti raffinati (par. 516 a 533) la maggioranza conclude che, tenuto conto delle reazioni fisiche e di quelle psicologiche, l’imposta successoria è sensibilmente, sebbene non forse grandemente, più dannosa al risparmio di una imposta sul reddito. Sovrattutto perché, essendo differita nel tempo, non esercita sul contribuente un’impressione così viva come un’imposta sul reddito la quale deve essere pagata ogni anno e forza o persuade a ridurre i consumi; e perché il grosso dell’imposta successoria è pagato dai contribuenti in media più ricchi di quelli i quali sono assoggettati all’imposta sul reddito, da contribuenti cioè i quali possono più facilmente prelevare l’imposta sul risparmio che senza di essa, avrebbero fatto, senza ricorrere, come in maggior misura dovrebbero fare i contribuenti all’imposta sul reddito, ad una particolare riduzione dei consumi. Per siffatte due ragioni, è probabile che l’imposta successoria riduca per tutto il suo ammontare il nuovo risparmio; mentre l’imposta sul reddito riducendo in parte questo ed in parte i consumi, è più favorevole all’aumento della ricchezza nazionale.

 

 

21. – La preoccupazione visibilissima dei commissari rispetto agli effetti dei diversi tipi di imposta sulla formazione del nuovo risparmio spiega l’interessamento con cui essi si intrattengono del «progetto Rignano», così conosciuto dal nome di quell’italiano che da tanti anni (il suo Di un socialismo in accordo con la dottrina economica liberale fu pubblicato dal Bocca nel 1901), propugna un particolare piano di distribuzione dell’imposta successoria. Come è esposto nel rapporto di maggioranza il piano «massimo» Rignano sarebbe questo: imposta secondo le aliquote esistenti sul patrimonio abbandonato dall’originario risparmiatore o formatore, 50 % del resto al secondo trasferimento e confisca intiera dell’ultimo residuo al terzo trasferimento. Il piano «minimo» non arriverebbe alla confisca e distinguerebbe due soli gradi di trasferimento: una aliquota più bassa essendo prelevata sulla parte del patrimonio costituito col risparmio del defunto, ed un aliquota più alta dello stesso patrimonio che il defunto avesse a sua volta ereditato. Ridotto alla sua più semplice espressione, il piano Rignano vuole tassare di più – il quantum del più o del meno dovrebbe essere determinato dal legislatore – la ricchezza proveniente dai genitori od avi e di meno quella creata colla intraprendenza e collo spirito di sacrificio e di risparmio del defunto.

 

 

22. – È inutile rimettere sotto gli occhi dei lettori italiani il quadro degli effetti cospicui di spinta al risparmio, eliminazione degli oziosi, migliore distribuzione della ricchezza, alleggerimento progressivo delle altre imposte e, miraggio ultimo, abolizione di tutte le altre imposte -, i quali dovrebbero, secondo il Rignano, essere l’effetto della adozione del suo piano. Poiché l’accoglienza che esso ebbe in Italia fu alquanto tiepida e le discussioni, a cui esso dette origine, furono sovrattutto il risultato della indefessa pertinacia dell’autore nel divulgare i consensi e nel controbattere le obbiezioni, mi sembra interessante riportare i giudizi che si leggono nel rapporto inglese, prova indubbia ed effetto dell’interessamento che per il piano dimostrarono uomini di fama distinta come il dott. Dalton e Sir Josiah Stamp.

 

 

23. – Nel rapporto il piano fu studiato da vari punti di vista. E in primo luogo rispetto alla sua «effettuabilità». Il Board of Inland Revenue, da noi si direbbe la «Direzione Generale del Registro» non si impacciò di dar giudizi di principio intorno alla equità e giustificazione del piano. Il quesito studiato dall’ufficio era esclusivamente tecnico: «il piano Rignano può, dal punto di vista pratico, essere attuato nella Gran Bretagna»?

 

 

L’ufficio non dà una risposta netta, perché all’uopo «sarebbe necessaria una indagine lunga e particolareggiata, potendo insospettate difficoltà, anche di carattere serio, venire in luce solo dopo aver investigato assai». Fatta la quale riserva, l’ufficio «non ritiene lo schema impraticabile»; ma a condizione di «tenere registrazioni molto elaborate e costose». Nei primi tempi il piano «non potrebbe essere applicato a guisa da ottenere una giusta ripartizione del tributo fra un contribuente e un altro». Probabilmente «solo dopoché il piano fosse stato attuato per lungo periodo, ad es., per due generazioni e dopoché fossero state accumulate complete e elaborate registrazioni, si potrebbe prevedere la possibilità di gestire il nuovo tributo in maniera approssimantesi al livello raggiunto per le altre principali imposte dirette». Sovrattutto sarebbe difficile scoprire le donazioni e «quand’anche si comminassero severissime pene, l’incentivo e le agevolezze di evasione rimarrebbero notabili». Anche «gli investimenti ed i conti correnti bancari cumulativi offrirebbero comodità di evasione che sarebbe molto difficile controllare». L’introduzione del piano richiederebbe una modificazione profonda dei vigenti sistemi di fedecommesso (settlements and trusts).

 

 

24. – Venendo a qualche particolare, l’ufficio nota che oggi nulla si sa intorno al modo in cui le differenti attività patrimoniali del defunto sono state distribuite fra gli eredi. Ove si applicasse il piano Rignano sarebbe necessario impiantare registri da cui risultasse la distribuzione – immediata o susseguente, per cessazione di usufrutti, usi, vincoli, fedecommessi, ecc. – dei beni compresi in una eredità . A poco a poco sarebbe possibile accumulare una gran massa di notizie ed essere in grado di distinguere tra la ricchezza nuova accumulata dal defunto e quella trasmessagli dai suoi autori. Sarebbe tuttavia sempre ardua cosa formulare norme atte a raccogliere dati sulle donazioni inter vivos, le quali potessero essere praticamente applicate. Solo lo spoglio regolare delle dichiarazioni fatte per l’imposta sul reddito e la richiesta di chiarimenti ogni volta che un incremento improvviso da redditi da investimento apparisse inspiegabile, potrebbe illuminarci. Ma siffatte indagini inquisitorie indurrebbero a falsificare, più di quanto oggi accada, le dichiarazioni fatte per l’imposta sul reddito e reagirebbero in modo spiacevole sul gettito dell’imposta principale e di quella complementare progressiva sul reddito. Le azioni al portatore, le quali già oggi sono una possibile fonte di evasione all’imposta, acquisterebbero una portata, da questo punto di vista, assai più ampia, sicché col tempo si renderebbe necessario richiedere alle banche informazioni sui proprietari dei titoli al portatore od addirittura sopprimere per legge i titoli stessi.

 

 

In un paese, come la Gran Bretagna, in cui è tanto diffusa l’usanza di lasciare solo l’usufrutto ai figli ed ai nipoti, con la proprietà al pronipote, l’adozione del piano Rignano costringerebbe a mutare il sistema consuetudinario di eredità o imporrebbe problemi complicati di distribuzione dell’onere dell’imposta tra le successive generazioni.

 

 

25. – La conclusione ultima dell’ufficio si è che «il piano quantunque appaia semplice nella sua concezione, è destinato, ove lo si voglia applicare alla Gran Bretagna, a dare origine a difficilissimi e complicatissimi problemi. Esso è, naturalmente, costrutto in vista della sua applicazione all’Italia, dove le condizioni sono differenti da quelle vigenti qui e dove il sistema dei fedecommessi (trust and settlements) praticamente non esiste. L’ufficio non può esprimere nessuna opinione sul punto se un siffatto piano possa praticamente funzionare in Italia. Esso opina tuttavia che nel nostro paese sia forse dubbio se esso possa praticamente essere attuato. In ogni modo esso potrebbe essere attuato unicamente se norme e penalità straordinarie severe (drastic) fossero stabilite e modificazioni notevoli fossero introdotte nel sistema esistente di fedecommessi». (App., pag. 175 e 177). Nella sua testimonianza orale, Sir Richard Hopkins, comparso in rappresentanza dell’ufficio, mise in luce le difficoltà straordinarie del piano massimo Rignano, riducibili nel piano minimo; ed in ogni modo concluse che il successo sarebbe in gran parte dipeso dall’atteggiamento dei contribuenti (Rapporto di maggioranza par. 924).

 

 

26. – Traducendo le quali riguardose e prudentissime osservazioni in parole povere, l’ufficio considera il piano Rignano forse buono per l’Italia, ma praticamente impraticabile, fiscalmente improduttivo e forse dannoso per la Gran Bretagna, salvo che i contribuenti – e per contribuenti si intendono nel linguaggio del rapporto, come si deduce dal contesto e specialmente dalla trattazione della leva sul capitale, coloro che effettivamente saranno chiamati a pagare l’imposta, non la collettività di coloro che stanno a guardare e plaudono alle imposte pagate dagli altri – si adattino di buona voglia alle norme severissime, che sarebbero indispensabili per assicurare al piano un qualche successo dopo due generazioni. L’humour inglese usa rigiri cosiffatti di frasi per sbarazzarsi in bel modo delle cose ingombranti.

 

 

La riserva fatta dall’essere forse il progetto buono per l’Italia si fonda sulla mancanza nel nostro paese del sistema fedecommessario, larghissimamente diffuso, fino alla terza generazione, in Inghilterra. Ma non sono ignoti anche in Italia gli usufrutti ed i diritti temporanei di godimento; ed hanno diffusione assai più larga di lassù i titoli al portatore, i quali dovrebbero essere aboliti, se non si voglia spalancare la via alla frode. E la nostra esperienza nel seguire le trasformazioni delle fortune private attraverso le dichiarazioni per l’imposta complementare sul reddito è tanto più recente di quella inglese; ed ancora incipiente è la collaborazione volenterosa dei contribuenti alle finanze!

 

 

Se agli sperimentali amministratori britannici parve necessario il trascorrere di due generazioni per assicurare al piano Rignano un dubbio successo nel loro paese, un tempo doppio parrà dunque insufficiente a garantire a noi un successo assai meno sicuro.

 

 

27. – Il rapporto di minoranza, il quale si lusinga che le difficoltà di applicazione del piano Rignano, secondo il programma minimo, non siano insuperabili (par. 266), ritiene che il principale vantaggio del piano sia di essere immune all’obiezione di scoraggiare lo spirito di intrapresa e di risparmio, il quale si muove contro ogni specie di imposte dirette. Aliquote anche altissime di imposta sulle eredità al secondo trapasso non scoraggerebbero il risparmio e l’industria, perché nessuno si scoraggia al pensiero di un’imposta che non sarà pagata durante la propria vita, né alla propria morte, né durante la vita dei primi eredi, ma solo alla loro morte (par. 267). E la minoranza concorda col Rignano nel pensare che il contribuente, il quale ha ricevuto una sostanza in eredità da altri, sarà spinto a risparmiare almeno tanto da trasmettere la fortuna stessa intatta ai propri eredi (par. 268).

 

 

28. – Agli occhi della minoranza la obbiezione più seria, e la sola da essa ricordata, mossa al piano Rignano è quella di ingiustizia nel caso di deprezzamento od apprezzamento di attività patrimoniali ricevute in eredità. Se Tizio eredita un fondo del valore di L. 100.000 e questo poi deprezza, per diminuita amenità di posizione, o per altre cause, a L. 80.000 ed egli muore dopo avere, con propri risparmi, riportate la sua fortuna al punto di origine, tutte le 100.000 lire sono tassate coll’aliquota più elevata, perché si suppone che tutte siano provenienti da eredità precedente, tuttoché 20.000 lire siano frutto del suo risparmio. Inversamente, se il fondo apprezza a L. 120.000, le 20.000 lire in più sono tassate all’aliquota minore, supponendosi legalmente che siano frutto del risparmio di Tizio, nonostante fossero già contenute nell’eredità da lui ricevute (par. 269).

 

 

La minoranza, pur riconoscendo valore all’obbiezione, non la giudica sufficiente a controbilanciare i meriti del piano. «L’ineguaglianza sta non tanto nella differenziazione delle aliquote dell’imposta quanto nel fatto che il patrimonio di taluni si apprezza e quello di altri no; e di ciò non ha colpa alcun sistema d’imposta» (par. 270). Argomentazione, osservisi, caratteristicamente sofistica; poiché supponendo pure che siano un male in se stessi gli apprezzamenti ed i deprezzamenti, da cause monetarie o da altre, non v’ha ragione che l’imposta sia congegnata in modo tale da aggravare ingiustamente, ossia contrariamente allo spirito della stessa imposta, ed ulteriormente il danno di chi ha subito il deprezzamento col fargli pagare l’imposta alta relativa alle somme ereditate invece di quella bassa spettante ai risparmi propri.

 

 

29. – La maggioranza, più saviamente, afferma la giustizia di tener conto delle mutazioni del valore della moneta con un acconcio uso dei numeri indici e ricorda che di ciò lo stesso Rignano è persuaso. Ma come tenere conto dei deprezzamenti od apprezzamenti dovuti al mutato saggio di interesse? Tizio riceve in eredità un fondo del reddito di 4.000 lire che al saggio allora corrente di interesse del 4 % valeva 100.000 lire. Quand’egli muore il saggio di interesse è salito al 5 % ed il fondo perciò è ribassato ad 80.000 lire. Fino a concorrenza di 20.000 lire, il risparmio nuovo da lui fatto sarebbe reputato parte della eredità prima ricevuta e tassata secondo l’aliquota maggiore della imposta successiva. E queste sono alcune soltanto delle circostanze le quali fanno mutare col tempo i valori capitali. Tizio eredita una sostanza del valore di L. 50.000 e questa, conservata intatta, raddoppia da sé di valore; ma poiché l’applicazione dei numeri indici dice che quella sostanza dovrebbe essere aumentata per ragioni monetarie solo da 50.000 a 75.000 lire, la sua eredità, che è di 100.000 lire, viene divisa in due parti: L. 75.000 ereditate, tassate all’aliquota alta e L. 25.000 supposte risparmiate e tassate all’aliquota bassa. Caio, che aveva ereditato la stessa somma di L. 50.000, la investì in un’impresa appena iniziata, la perdette in gran parte, la ricostruì a furia di risparmi e muore con L. 75.000. In virtù dei numeri indici, i quali dicono che una sostanza ereditata nel momento x col valore 50.000 deve valere nel momento y 75.000 lire, Caio si suppone non abbia fatto alcun risparmio e tutta la sua fortuna è tassata all’aliquota massima (par. 925).

 

 

Il Rignano è propenso ad affidare ad un tribunale competente il compito di decidere sulle perdite patrimoniali dovute a circostanze fortuite od a forza maggiore; ma la maggioranza fondatamente opina che «sarebbe estremamente difficile tracciare la giusta linea di separazione, se si ammettessero eccezioni; vi sarebbero continui ricorsi per nuove categorie di concessioni legali e speciali e l’opera della amministrazione ne sarebbe gravemente impacciata» (par. 926).

 

 

30. – Quanto all’effetto benefico sulla formazione dei nuovi risparmi, la maggioranza lo subordina innanzi tutto all’accoglimento favorevole da parte dei contribuenti. Anche in tale ipotesi, gli effetti non sarebbero uniformi.

 

 

«Il proprietario di una sostanza ereditata, il quale fosse minacciato da un’alta aliquota o da confisca alla sua morte, spessissimo sarebbe indotto a lavorare ed a risparmiare; nei casi normali l’aliquota di tributo relativamente bassa sui suoi risparmi propri riuscirebbe di incentivo a risparmiare a la prospettiva che siffatti risparmi a loro volta soffrirebbero una imposta più forte alla morte del suo erede non lo scoraggerebbe seriamente. D’altro canto il proprietario di una sostanza ereditata può essere spinto a fare investimenti speculativi, poiché il capitale accumulato con la speculazione sarebbe tassato colla aliquota bassa alla pari di qualunque altro risparmio. Inoltre, egli può essere fortemente tentato ad evadere il tributo, specie per mezzo di donazioni, assai difficili da impedire. Finalmente egli può essere indotto a sperperare il capitale, specie se i suoi figli o gli altri probabili eredi già stessero bene per proprio conto».

 

 

In complesso, però la maggioranza ritiene che «se il piano può essere introdotto in una maniera gradita al contribuente, esso avrebbe un effetto vantaggioso sul lavoro e sul risparmio. Ogni effetto immediato in questo senso sarebbe accentuato se l’imposta più alta sulla seconda e sulla terza trasmissione consentisse di ridurre le aliquote sulla prima trasmissione al disotto di quelle ora vigenti» (par. 927).

 

 

31. – Tenendo, da ultimo, conto delle considerazioni relative alla applicabilità e di quelle riguardanti la equità e gli effetti economici del piano, la maggioranza rimane peritante: «Alcuni di noi reputano il principio in se stesso attraente e credono che possa in prosieguo di tempo avere utili sviluppi e consentire qualche perfezionamento nel sistema esistente dell’imposta successoria. Tuttavia noi» – e qui parla la maggioranza come tale – «saremmo contrari ad un qualunque sistema il quale consigliasse la finanza ad occuparsi ed a ingerirsi della amministrazione e della conservazione dei patrimoni durante la vita dei loro proprietari. Possiamo aggiungere che il gettito intero dell’imposta addizionale potrebbe essere realizzato solo gradualmente, non cominciando esso ad essere prelevato prima del secondo passaggio dei patrimoni dopo la data dell’introduzione del piano. Qualche tempo dovrebbe trascorrere prima che il piano possa sensibilmente promuovere la riduzione del debito pubblico» (par. 928).

 

 

32. – La fredda accoglienza fatta in Italia del piano Rignano non si può dunque spiegare col proverbio nemo propheta in patria.

 

 

Non meno dubitosi sono i critici inglesi; un po’ meglio disposti gli studiosi a trovare del buono nel principio astratto; più recisi gli amministratori nello scoprire ostacoli, difficilmente superabili, di applicazione. Ed anche gli studiosi col porre la premessa assoluta del gradimento dei contribuenti perché si possa cominciare a discorrere della possibilità di studiare come e in quali limiti il piano possa applicarsi, dimostrando di ritenere il piano disadatto ad una discussione immediata. Per la stessa ragione sovrattutto essi scartano l’imposta sul patrimonio o leva sul capitale, rinviandone lo studio concreto all’epoca in cui si potrà supporre esista nei contribuenti l’animo propenso ad accoglierla favorevolmente. Per ora, quell’animo non c’è. Spetta alla propaganda delle idee, lentissima nei paesi anglo-sassoni specie in materie fiscali, apparecchiare il terreno ad una futura discussione.

 

 

33. – I commissari britannici, così guardinghi nella valutazione delle possibilità di attuare il piano Rignano, non hanno abbastanza ponderato se la virtù creativa di nuovo risparmio, che si assunse propria del piano, era in realtà di peso maggiore della forza distruttiva nel piano medesimo contenuta. Il problema è: l’erede di una sostanza di 100.000 lire, il quale sa che l’imposta alla sua morte la distruggerà in tutto o in parte, è in media davvero spinto a ricostruirla dalla previsione che l’imposta rispetterà, nel primo trapasso, il risparmio da lui formato?

 

 

34. – Faccio astrazione dall’ubbia che la sostanza assorbita dall’imposta non si trasformi in beni di consumo, ma, consacrata ad estinzione del debito pubblico, conservi la sua qualità di capitale, senza diminuire il flusso del nuovo risparmio. Questa è la vecchia ubbia del fondo di ammortamento dimostrata vana dal ragionamento e dall’esperienza, le quali insegnano che un efficace fondo di ammortamento può essere unicamente alimentato coll’avanzo effettivo del bilancio, ossia con il fondo generale delle imposte e non con una qualsiasi imposta in particolare.

 

 

35. – Faccio astrazione dalle variazioni monetarie e da quelle dipendenti dal saggio di interesse e in generale dalla congiuntura economica, perché a sufficienza i commissari britannici hanno dimostrato la straordinaria difficoltà di superarne l’inciampo nell’applicazione del piano Rignano.

 

 

36. – Supponendo che tutte le difficoltà siano superate e che il piano funzioni col minimo attrito, il peso dei vantaggi sarà superiore al peso dei mali? Perché il contribuente sia spinto, dall’esenzione provvisoria per una generazione, a ricostruire col risparmio il patrimonio ereditato che l’imposta assorbirà alla sua morte, è necessario in primo luogo che egli abbia eredi diretti od altri a cui egli sia interessato a trasmettere un patrimonio. Se questi eredi non ci sono perché il contribuente dovrebbe preoccuparsi di un’imposta che non lo riguarda?

 

 

37. – In secondo luogo è necessario che il contribuente abbia la possibilità di ricostruire col risparmio la ricchezza assorbita dall’impresa nello stesso giro di generazioni entro il quale accade la distruzione a mezzo dell’imposta. Se l’imposta sui patrimoni trasmessi una seconda volta o successivamente distrugge, ad es., il capitale originario entro due generazioni, il contribuente dovrebbe, volendo conservare invariato il capitale originario, potere in due generazioni ricostruire col suo risparmio il capitale distrutto. Il che è forse possibile per le classi agiate e ricche con forti margini di risparmio; non lo è per le classi medie dei professionisti, impiegati, proprietari, piccoli, medi e grandi, di campagna, le quali hanno margini ridotti di risparmio. Il piano Rignano è una forza operante a crescere il potere economico delle classi speculative, bancarie, mobiliari, usuraie e a danneggiare le classi conservatrici, rurali e medie. Non potendo le imposte essere differenziali per classi sociali, non pare vi sia alcun rimedio a cotale effetto. Chi non lo vuole, non può accettare il piano.

 

 

38. – In terzo luogo, è lecito al contribuente commettere errori economici o lasciarsi travolgere da erramenti morali qualche volta nella vita, specie in giovinezza. Quanti giovani, spinti dalla foga del vivere, non dissipano parte o tutta la fortuna ereditata? Quanti altri non comprano, con grosse perdite iniziali, una esperienza commerciale, od industriale, od agricola che potrebbe poi essere fruttuosamente usata? Eppure col piano Rignano, l’erede di 100.000 lire che ebbe la disgrazia di perderle nei primi anni in cui ne entrò in possesso, sarà in seguito, prima sotto l’incubo di dovere prima risparmiare le 100.000 lire perdute, per darle – in tutto o in parte, a seconda che provenivano da proavi, avi o genitori e in ogni caso in parte notevole – allo Stato. Soltanto dopo che egli, faticando, avrà ricostruito la fortuna avita, potrà sperare di trasmettere il supero eventuale ai figli. Non accadrà troppo spesso che siffatta prospettiva basti a scoraggiare il contribuente dai primi e più duri passi sulla via della riabilitazione economica e del risparmio? Né vale obbiettare che un tribunale terrà conto dei casi più duri, perché ad un tribunale non può affidarsi il compito arbitrario di indagare sui meriti e sulle disgrazie dei defunti. Solo gli imbroglioni avrebbero partita vinta; né il contribuente che vuole alzarsi, può fare a fidanza sulla sentenza di un tribunale il quale dopo venti o trenta o più anni accerti le sue disgrazie giovanili e la sua energica volontà virile di rialzarsi. L’imposta non può moralmente reggersi né sulla presunzione generale di frode contro tutti coloro i quali allegassero la perdita iniziale del patrimonio avito, né sulla istigazione e racconti di immaginarie perdite.

 

 

39. – In quarto luogo, ha il contribuente l’attitudine psicologica al risparmio? Il piano Rignano parte dalla premessa erronea che socialmente siano da incoraggiarsi solo le qualità creative, acquisitive, risparmiatrici. I risparmiatori sono senza dubbio validi presidi della società in cui vivono; ma non essi soli. Non meno validi ausili dalla persistenza degli aggregati sociali sono gli uomini i quali posseggono soltanto capacità di amministrazione e di conservazione della ricchezza acquisita. Non di rado il creatore di nuove imprese, l’iniziatore, il formatore di nuovi patrimoni manca della capacità di rassodare e conservare. Tutta la sua vita fu conquista, fu febbre. Per lui il patrimonio avito, e forse non l’ebbe, fu appena il punto di partenza. Vogliamo perciò noi rimproverare ad altri uomini, probabilmente alla maggioranza degli uomini, di non possedere quella stessa virtù creativa? È ragionevole creare un congegno tributario il quale, se, fortunatamente per la conservazione della società, non fosse frastornato dalla frode, dovrebbe avere per effetto di eliminare dal mondo gli uomini i quali non hanno la virtù di accumulare nuovo risparmio? È l’accumulazione la sola qualità la quale rende bella la vita, crea idee nuove, ingentilisce i costumi, migliora il vivere sociale? Proprietari rurali, contadini, studiosi, artisti, amministratori pubblici dovrebbero forse plasmarsi tutti ad imitazione di coloro i quali, grazie alle loro virtù economiche acquisitive sono in grado di ricostruire in due generazioni i patrimoni ed anche di crescerli? Un mondo composto soltanto di accumulatori di denaro sarebbe un ben brutto mondo; e l’imposta che producesse siffatto risultamento un ignobile strumento di degenerazione morale. Eh via! Anche a non riflettere che un modico ammontare di «otia» parve sempre condizione necessaria per le più alte creazioni dell’intelletto poetico, filosofico e scientifico, tolleriamo che al mondo vi sia una categoria di uomini atti semplicemente a «conservare» le fortune già formate! Purtroppo, che al mondo molti vi sono dei quali non hanno né la qualità del risparmiatore, né quella del conservatore, ma vogliono solo godere il momento che fugge. Così sottile è il filo che divide i conservatori dai dissipatori, così scarsi spesso in gioventù i freni morali i quali trattengono dal dissipare, da farci guardare con spavento ad un congegno tributario il quale dica: «o voi riuscirete a guadagnare e ad accumulare od i vostri figli saranno ridotti alla miseria». Coloro che hanno già in sé il sacro fuoco della creazione economica e dell’accumulazione, non hanno d’uopo di cotale minaccia per seguire la propria natura; i dubitanti, gli incerti, tutti coloro che sentono lo scrupolo istintivo di por mano alla sostanza formata, ma non hanno la forza occorrente per il sacrificio creatore di nuove sostanze riceverebbero la spinta decisiva al godimento. O non è meglio goder noi in vita, prima che lo Stato giunga a spogliare i nostri figli?[2]

 

 

40. – Perciò il piano Rignano sembra oppugnabile più ancora per ragioni morali e sociali che per quelle, del resto bastevoli, finanziarie ed economiche. Esso è caratteristico nella mentalità economica pura, che i socialisti, i nazionalisti ed i romanzieri inventarono ed attribuirono agli economisti. Quell’«uomo economico» che in mano degli economisti era stato un puro strumento di lavoro, adoperato consapevolmente come tale ed entro i limiti della sua utilità logica, fu immaginato essere dai critici della scienza economica un uomo «reale», anzi l’ideale degli uomini. E se taluno se ne fece beffe, altri, epigone incapaci a capire la scienza che pretendeva spiegare ed invece diffamava, lo prese sul serio; e suppose che la perfetta società fosse composta di uomini i quali agissero esclusivamente mossi dalla brama di ottenere il massimo risultato col minimo sforzo; e restò ammirato dinanzi ad immaginari esseri che accumulano per accumulare. Laddove gli uomini accumulano per primeggiare, per comandare, per vivere tranquilli in vecchiaia, per avere una casa propria, quella casa, ingrandire un fondo, quel fondo e non un altro, per fondare una famiglia, per non sapere come consumare i propri redditi. E vi sono altri i quali non sanno primeggiare e creare e fondare, ma sanno conservare il patrimonio ricevuto in eredità ; e questi non sono meno utili socialmente dei primi, poiché impediscono che le terre, le case, le collezioni, le industrie esistenti siano inghiottite dall’usura inesorabile del tempo. La visione di un mondo composto di uomini i quali ricomincino ad ogni generazione, nudi il travaglio di formarsi un ricovero di cifre monetarie contro le avversità della sorte è una visione distruttiva proprio dei moderni nomadi, liberi da ogni legame sentimentale colla terra, colla casa, con la famiglia, con il villaggio, con la patria. Ma i nomadi non avrebbero pagato un tempo e non pagherebbero oggi l’imposta Rignano; poiché un tempo portavano da sé la propria fortuna, avendo cuciti i gioielli di famiglia nelle pieghe delle zimarre, ed oggi vivono accampati nelle città ed investono capitali in titoli al portatore ed in conti correnti bancari su più teste. L’imposta sarebbe pagata dai terrieri che hanno tutto al sole. Esso è dunque un tentativo anti sociale dei vagabondi per sradicare dalla terra alla seconda generazione quelle classi che vivono della terra e sono il sale di essa.



[1] A dar ragione del titolo posto alla presente recensione, si osserva che i parr. 16 e 17 chiariscono l’opportunità di ricerche da intraprendersi rispetto all’italiana imposta di ricchezza mobile e quelli 26 e da 33 a 40 aggiungono, a quelle formulate dai commissari britannici, qualche critica al progetto Rignano di confisca, progressiva col tempo, delle fortune ricevute per eredità.

[2] Queste considerazioni furono in parte già esposte dallo scrivente in un saggio Tendenz der italienischen Theorie und Praxis in der Erbschaftsbesteuerung contenuto in una raccolta in onore del prof. Wieser. In questo saggio si metteva in rilievo il pregio essenziale e probabilmente unico del piano Rignano: di avere continuato ad attirare l’attenzione pubblica, in epoca di infatuazioni espropriatrici, sulla necessità di promuovere la formazione del risparmio. Era, cioè, buona l’intenzione del piano, sebbene, come quasi sempre accade nei piani di riforme sociali, fosse cattivo il mezzo per attuarla.

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