Per una riforma radicale in materia di dazio consumo

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 21/04/1899

Per una riforma radicale in materia di dazio consumo

«La Stampa», 21 aprile 1899

 

 

 

Nell’ultimo fascicolo (marzo) della Riforma Sociale l’on. Chindamo pubblica alcune osservazioni ed appunti a proposito di dazio consumo, le quali meritano attento studio da parte di tutti quelli che si interessano all’importante problema della nostra riforma tributaria.

 

 

Il punto di partenza delle proposte dell’on. Chindamo è il seguente: le riforme escogitate dai successivi ministri delle finanze e sovratutto dall’attuale ministro Vacchelli sono date accolte con isfavore, perché consistevano in un informe agglomerato di piccoli e vessatori aggravamenti di tasse esistenti ed imposizioni di tasse nuove destinato a lasciare intatti i mali nostri ed a premere con violenza sulla industria e sulla operosità nazionali.

 

 

Una riforma tributaria vasta ed organica si impone dunque al Parlamento, sia per ragione economica che per ragione politica; e se le classi conservatrici tentennano ancora sopra questo urgente problema, la democrazia parlamentare può e deve, secondo l’on. Chindamo, elevare la bandiera della riforma, se essa non vuole vedersi condannata all’impotenza dal paese che soffre e che lavora.

 

 

Ecco, brevemente esposto, il progetto di riforma dell’onorevole deputato. Il dazio di consumo attualmente gitta 211 milioni, dei quali 51 a favore del bilancio dello Stato e 160 per quello dei Comuni. Per ottenere tale intento esso colpisce 325 prodotti dalle farine alla paglia, dal vino alla carne, dai laterizi al carbone, alla luce ed al riscaldamento delle popolazioni più misere. E colpisce tutti questi prodotti con gravissimo danno dei consumatori senza corrispondente beneficio delle Casse dello Stato e dei Comuni.

 

 

Esaminando alcune fra le principali voci, si vede, ad esempio, che il vino, il cui consumo interno non scese mai al disotto di 25 milioni di ettolitri ed è colpito da una tariffa variabile da 6 a 11 lire, dovrebbe rendere almeno 180 milioni, ossia quasi tanto quanto lo Stato oggidì incassa da tutte le 325 voci daziate. La carne, dato un consumo accertato dalle statistiche di 10 milioni di quintali di bovini, e 10 milioni di ovini e suini, e data la tariffa vigente da 9 a 18.75 lire al quintale, dovrebbe rendere da 180 a 200 milioni. Calcolando nello stesso modo la farina e le paste, il reddito ne dovrebbe essere di 30 milioni; e quelle di tutti gli altri consumi tassati da 40 a 50 milioni.

 

 

In conclusione, i consumatori pagano più di 400 milioni; e Governo e Comuni incassano 211 milioni; il resto se ne va in spese di riscossione, profitto di appaltatori, ecc. Il Chindamo propone di abolire tutto questo mostruoso codice daziario per i Comuni; e di concedere allo Stato tre grandi tasse sul consumo del vino, della carne e delle farine.

 

 

Applicando sui 25 milioni di ettolitri di vino consumato in Italia il minimo della tariffa attuale pei Comuni aperti, ossia 6 lire all’ettolitro, si avrà un’entrata di 150 milioni. La tassa sarà di facile riscossione perché colpirà il vino al momento della vendita e del consumo diretto; essa sarà più giusta dell’attuale dazio sul vino, perché colpirà tutti i consumatori ricchi e poveri, laddove oggi nei Comuni aperti i consumatori ricchi ci si sottraggono; e finalmente non aggraverà i viticultori perché aprirà loro l’ampio mercato delle città chiuse, dove, per cagione dei dazi altissimi di 11 lire e più, i consumatori sono costretti a ricorrere ai vini annacquati ed adulterati.

 

 

Ai viticultori si potrà dare un compenso inoltre rimaneggiando la legge sulla distillazione dell’alcool, rendendo di nuovo conveniente di estrarre l’alcool dai vini scadenti e dalle vinacce, laddove oggi le grandi distillerie nazionali preferiscono i cereali stranieri. La voce carne applicando un dazio di 12 lire ai soli bovini ed esentando i suini e gli ovini, che costituiscono l’alimentazione preferita delle classi povere, renderebbe 120 milioni; ed altri 20 milioni si potrebbero ottenere aumentando di 2 lire la dogana di confine sulle farine, in luogo delle quattro lire che oggidì si pagano per dazio in molte grandi città. Per rendere più salda l’imposta e per togliere ogni timore di frodi e di disinganni, si potrà concedere di colpire temporaneamente anche le carni suine ed ovine nelle proporzioni di lire 5 o 6 al quintale con un gettito probabile di circa 50 o 60 milioni di lire.

 

 

Lo Stato avrebbe così indubbiamente una entrata superiore ai 300 milioni di lire in complesso. Ai Comuni, i quali verrebbero privati del prodotto del dazio consumo abolito, il Chindamo propone di cedere quella parte della ricchezza mobile che lo Stato esige per ruoli e che dà circa 131 milioni, suscettibile di aumento quando dai Comuni fosse applicata per contingente dagli interessati diretti e vicini.

 

 

Una difficoltà si presenta, ed è che il gettito dell’imposta di ricchezza mobile non è in ciascun Comune in proporzione dei redditi dei dazi di consumo, e quindi, concedendo puramente e semplicemente ai Comuni l’amministrazione diretta di questa imposta, si verrebbe a creare una stridente sperequazione tra le varie classi dei Comuni ed apporterebbe delle serie difficoltà all’assestamento dei bilanci dei Comuni rurali. Un rimedio a questa difficoltà potrebbe essere il seguente: lo Stato incassi direttamente il prodotto di questa imposta e la ripartisca proporzionalmente a tutti i Comuni del Regno, in conformità all’accertamento medio dell’ultimo quinquennio, del prodotto dei dazi di consumo per ciascun Comune.

 

 

In seguito, per non ledere l’autonomia comunale, accertato il fabbisogno dei Comuni, potrebbe permettere alle Amministrazioni locali di applicare direttamente l’imposta nel limite già fissato, sotto la forma di contingente da ripartirsi sui redditi mobiliari di tutti i comunisti.

 

 

Riassumendo: i Comuni perderebbero il provento del dazio consumo ed acquisterebbero quello della ricchezza mobile. Lo Stato perderebbe 131 milioni, gettito della ricchezza mobile, e 51 milioni gettito della partecipazione al dazio consumo, ossia in tutto 184 milioni per acquistarne 300 colle tre tasse sovraddette sul vino, sulle carni e sulle farine. Il guadagno netto della operazione sarebbe di 100 milioni di lire, i quali dovrebbero una buona volta servire a formare il famoso fondo di sgravi delle imposte più vessatorie e più opprimenti che pesano sull’industria e sull’agricoltura nazionale.

 

 

Il Chindamo propone di cominciare a sgravare le imposte che gravano sulla produzione agraria. Le quali, secondo lui e secondo moltissimi ed autorevoli, sono veramente enormi.

 

 

La produzione della terra si calcola in cinque miliardi di lire, ed è stazionaria da un ventennio.

Da questi cinque miliardi bisogna dedurre però 2273 milioni che sono prodotto delle industrie affini alla cultura diretta, quali l’industria armentizia, l’industria del pollame e delle uova, la vendita delle carni, la cacciagione ed il commercio delle pelli. Dei 2750 milioni residui occorre togliere almeno un quarto per riuscire a conoscere il reddito vero del proprietario nel suo fondo e non il valore che i prodotti agrari acquistano sul mercato e che è almeno di un quarto superiore al valore delle derrate poste sul fondo.

 

 

 

Rimangono 2 miliardi e 62 milioni e mezzo, reddito vero della terra italiana. E su questo reddito, ridicolmente basso, quando lo si paragoni coi 15 miliardi della Francia, gravano 106 milioni di fondiaria governativa, 53 milioni addizionali delle Province, 79 dei Comuni; il 2% di aggio degli esattori, le multe per i ritardati pagamenti, le tasse per le bonifiche, consorzi e strade obbligatorie; in tutto 250 milioni. Né basta; ché a questi 250 milioni occorre aggiungere 10 milioni per tassa di registro, per vendite volontarie o giudiziarie, ed i proventi delle tasse sugli spiriti, tratti dai residui della vinificazione, delle tasse sul consumo dei vini, della imposta di ricchezza mobile sugli esercenti dell’industria agraria. In totale un tributo complessivo dai 300 ai 350 milioni di lire gravante su un reddito di 2 miliardi, i quali sono sminuiti ancora dagli interessi sull’enorme debito ipotecario e dall’imposta di ricchezza mobile su quegli interessi.

 

 

Che meraviglia che l’agricoltore sia nell’impossibilità di migliorare i prodotti agricoli per sostenere la concorrenza della produzione mondiale, e che il latifondo vada progressivamente sostituendosi alla piccola e media proprietà!

 

 

Nel periodo 1884-1895 la piccola proprietà subì una espropriazione forzata per 164 mila parcelle catastali e per un valore d’imposta variabile da una lira a cinquanta.

 

 

Col fondo di sgravio proposto dall’onorevole Chindamo ed accertato da lui in 100 milioni si potrebbe cominciare a dare un po’ di sollievo alla nostra agricoltura e si potrebbe tener lontana la catastrofe e la sommossa agraria che ora uomini illuminati vedono vicina.

 

 

Queste, in breve sunto, le idee dell’onorevole Chindamo, le quali meritano di essere largamente commentate e discusse. E sarebbe bene che la discussione venisse portata dalle severe pagine della Riforma Sociale sulle colonne dei giornali quotidiani.

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