Per una riforma tributaria

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 20/02/1897

Per una riforma tributaria

«La Stampa», 20 febbraio 1897

 

 

 

Alcuni anni fa, quando un ministro coraggioso propose l’adozione di una tassa progressiva sulla rendita, l’ardimento parve estremo e pericolosissima l’innovazione; e la proposta cadde senza quasi speranza di rialzarsi. Ora sembra, da alcune brevi notizie comparse sui giornali, che il Rudinì abbia ripresa l’idea accarezzata già dal Giolitti e voglia fare dell’imposta progressiva uno dei capisaldi del programma governativo nelle prossime lotte elettorali.

 

 

Non è da farne meraviglie; l’imposta progressiva conta oramai una lunga serie di vittorie in molti fra i paesi più civili del mondo: ed in Italia maggiore è la necessità di un largo riordinamento del sistema tributario, il quale attualmente male regge all’infuriare delle critiche molteplici e fondate che contro di esse vengono rivolte.

 

 

Abbiamo visto spezzarsi a Milano i conati di riforma tributaria di fronte alle esistenze imperiose e gravissime dello Stato, che toglie ogni libertà d’azione agli enti locali. La imposta progressiva può dare il mezzo allo Stato di abbandonare gradualmente il sistema del dazio consumo, oramai riconosciuto incompatibile colle esigenze più elementari dei traffici, della industria e della alimentazione popolare.

 

 

Se molti si trovano d’accordo sul concetto generale dell’imposta progressiva, alte e vivissime sorgono le discussioni rispetto alle modalità con cui l’imposta deve colpire le manifestazioni della ricchezza dei cittadini, rispetto ai limiti di esenzione per le fortune minori, ecc. Non è intendimento di chi scrive di delineare quali debbano essere i concetti informatori della futura imposta progressiva; quando i particolari dell’eventuale progetto saranno noti, sarà forse il caso di esaminarli e di sottoporli ad accurata critica.

 

 

Fra i varii progetti di pratica attuazione in Italia del concetto dell’imposta progressiva, uno merita speciale ricordo sia per la autorità grande della persona da cui proviene, sia per l’originale carattere che lo informa. Nel fascicolo di gennaio della Riforma Sociale Achille Loria ha esaminato largamente il nuovissimo volume del prof. E. Masè Dari sull’Imposta progressiva, e le parole di alta ammirazione e di larghissima lode dell’illustre economista verso il libro del Masè Dari ridondano ad onore non solo di lui, ma dell’Università torinese.

 

 

Il nuovo volume non ha però solo una importanza scientifica: le nuove circostanze politiche ne mettono in risalto la importanza eminentemente pratica e d’attualità: non riuscirà perciò inutile esaminare brevemente i capisaldi dell’organismo della imposta progressiva quale l’autore l’ha concepito per l’Italia.

 

 

Agli occhi del Masè Dari non può reggere per un momento alla critica una imposta progressiva assisa su tutte le manifestazioni della ricchezza nazionale. Questa è già gravemente colpita dalla tassa fondiaria, dalla imposta di ricchezza mobile e da altre molteplici e vessatorie imposte sussidiarie che fanno assurgere l’Italia ad uno dei più alti e poco invidiabili posti nella scala delle nazioni più gravate dalla rude ed inesorabile mano del fisco.

 

 

Una nuova imposta progressiva generale non avrebbe altro risultato se non quello di aumentare l’aliquota, giunta già ad altezze vertiginose ed inverosimili delle varie imposte dirette. Tutt’al più l’imposta progressiva potrebbe colpire le cime più alte nella graduatoria della ricchezza, avocando allo Stato una parte degli opimi redditi che vanno ad impinguare le casse dei fortunati possessori di un’entrata annua di almeno 30,000 lire. Ridotta a tali proporzioni, la nuova imposta non riuscirebbe esiziale alla già dissanguata economia nazionale, ma renderebbe molto poco allo Stato.

 

 

È inutile farsi illusioni; i milionari sono fenomeni rarissimi, specialmente in Italia, ed uno Stato che basasse la sua finanza su di essi avrebbe diritto al fallimento. Se una tassa progressiva generale sulla rendita incontra ostacoli insormontabili in Italia per l’alto limite a cui si sono già spinte le imposte dirette, soavi però alcune forme di ricchezza che non traggono origine dal lavoro e che offrono perciò allo Stato larga e giusta materia tassabile.

 

 

Negli ultimi anni si è operata una gigantesca trasformazione nelle condizioni rispettive delle campagne e delle città. Le campagne si spopolano, ecco il grido di terrore che si va ripetendo in tutte le nazioni europee da coloro che osservano accuratamente i lenti movimenti della popolazione!

 

 

Le città assorbono dalle campagne i migliori elementi attratti da alti salari, dalle seduzioni della vita cittadina, i lavoratori della terra emigrano a folla nelle città e ne accrescono con incremento irrefrenabile la popolazione.

 

 

Il fenomeno è così generale, così costante e permanente che deve essere considerato come uno dei caratteri più essenziali della moderna vita economica. Mentre però procede e si acuisce l’accentramento della popolazione nelle città, il valore delle case e dei terreni edificabili aumenta continuamente.

 

 

I proprietari di terreni e di case nelle città godono sotto forma di accresciuti fitti e di rendite più elevate delle conseguenze di un fenomeno a cui essi non hanno menomamente contribuito col loro lavoro. è vero che per la crisi edilizia che ancora si prolunga i fitti sono diminuiti relativamente al saggio che correva una decina di anni fa; ma quale distanza separa però i fitti attuali, pur ribassati, da quello di quaranta o cinquanta anni fa! La distanza fra il valore dei terreni edificativi prima del 1848 in Torino ed il valore attuale è enorme, e, benché sia goduta dai proprietari di case, pure trova le sue ragioni in un fatto ad essi estraneo e da essi indipendente: l’incremento della popolazione. Ora, per qual motivo non dovrebbe la società, rappresenta dallo Stato, appropriarsi questi incrementi di ricchezza, che ad essa e non ai proprietari sono dovuti? Questa la domanda che il Masè Dari si rivolge nel suo libro, il quale costituisce la trattazione più completa e più larga dell’imposta progressiva pubblicata negli ultimi tempi.

 

 

Come soluzione all’arduo quesito egli propone che lo Stato instauri una imposta progressivo sul valore dei terreni edificabili e delle case edificate, in modo che l’imposta eguagli la condizione delle case poste al centro e di quelle poste alla periferia, accrescendo progressivamente il tasso a mano a mano che si passa dai terreni meno cari dei quartieri eccentrici ai terreni del centro aventi un valore altissimo ed artificiale. Non ci è possibile ora di seguire l’autore nelle particolari dimostrazioni della bontà della proposta da lui fatta; è certo però che essa dovrà suscitare larghe e vivaci controversie.

 

 

La riforma del nostro antiquato e variopinto sistema tributario si impone: ma questa dovrà essere maturata e profondamente pensata per adattarla alle condizioni reali del nostro paese: il potere esecutivo nelle sue proposte di riforma ed il legislatore nelle discussioni eventuali di esse devono tenere in gran conto tutte le varie manifestazioni dello spirito scientifico, di cui una fra le più geniali e logiche è certamente quella più su fugacemente analizzata.

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