Perché gli zuccherieri chiedono il dazio ?

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 15/02/1925

Perché gli zuccherieri chiedono il dazio ?

«Corriere della Sera», 15 febbraio 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 85-89

 

 

 

Gli zuccherieri, quando affermano che senza protezione doganale contro lo zucchero estero, la industria italiana non può vivere, probabilmente dicono il vero. Sono costretto ad adoperare l’avverbio «probabilmente» non perché esista una qualsiasi ragione per tacciare di mendacio siffatta affermazione, quanto perché è impossibile che il costo di una fabbrica sia uguale al costo di un’altra fabbrica. Tante terre, tanti tenori zuccherini di bietole; tante fabbriche, altrettanti costi di lavorazione. Ognuno, discorrendo, si riferisce alla propria esperienza; e tutte sono vere. Ma qual è la verità più vera da citarsi a tipo? Una cifra media ha valore zero, perché guai a quell’industria che non sa progredire verso i costi più bassi! Il «vero» costo – inteso nel senso di costo interessante la collettività – non è il costo massimo, che gli industriali in cerca di dazi amano sbandierare, ma che la collettività non ha nessun obbligo di pagare per premiare la poltroneria degli inetti, e neppure il costo medio, che è un nonsenso. Sarebbe il costo «minimo» della fabbrica meglio attrezzata, a cui gli altri concorrenti dovrebbero tentare di rassomigliare a loro spese e rischio. Soltanto quando il costo «minimo» fosse superiore al prezzo dello zucchero estero posto a Trieste, gli zuccherieri avrebbero ragione non di chiedere senz’altro la protezione, bensì l’apertura di quell’inchiesta che dovrebbe preliminarmente essere condotta ogni qual volta un’industria chiede di essere sussidiata a spese dei contribuenti. Se il costo della fabbrica che in Italia lavora al minimo costo è lire 2,25 al chilogrammo e se il costo massimo della fabbrica peggiore è lire 3,50 e se, ancora, il prezzo dello zucchero boemo a Trieste è lire 1,90, il processo può istituirsi solo per la differenza tra 1,90 e 2,25. I maggiori costi oltre 2,25 devono in ogni caso essere indifferenti dal punto di vista dell’interesse pubblico. Se v’è tizio il quale sa produrre a lire 2,25, perché i contribuenti dovrebbero sussidiare coloro che non sono capaci di tanto? L’esistenza di tizio dimostra senz’altro che si può produrre a 2,25. Se gli altri non sanno, peggio per loro. Il tesoro dello stato non è un ospizio di carità per coloro che non conoscono il loro mestiere.

 

 

Gli zuccherieri, in verità, replicano che non è colpa loro se non sempre possono produrre al costo minimo. è colpa delle bietole, le quali hanno il tenor zuccherino che è dato dal terreno. Se il terreno non dà un alto tenor zuccherino, bisogna lavorare bietole povere, a costi superiori al minimo di coloro i quali hanno la fortuna somma di essere localizzati nelle vicinanze di terreni privilegiati. Si potrebbe osservare che, dopotutto, gli ettari necessari per produrre bietole sufficienti al consumo nazionale non sono molti: da 80 a 100.000 e che le fabbriche debbono, a loro rischio e spese, come ogni altro industriale, spostarsi in cerca di terreni buoni.

 

 

Ma il dibattito può fermarsi qui, perché, se ho capito bene alcuni memoriali ricevuti da parte zuccheriera, il problema del costo dello zucchero può riassumersi in due affermazioni fondamentali, le quali si possono considerar pacifiche, senza uopo di andare a fondo nell’imperscrutabile abisso dei costi minimi, medi e massimi. Dividiamo il costo in due parti: la parte industriale propriamente detta, imputabile alla lavorazione e la parte che si potrebbe chiamare naturale, imputabile alle bietole. Si può affermare:

 

 

  • che, per la parte industriale, l’Italia non ha bisogno di protezione veruna, essendo oramai in grado l’industria nazionale di lavorare a costi più bassi dell’industria estera. Riproduco, da un memoriale di parte zuccheriera, un confronto tra il costo di lavorazione in lire per quintale di bietole in Italia ed in Boemia. Data la provenienza delle cifre, la superiorità italiana non sembra sia stata esagerata.

 

 

 

Italia

Boemia

Operai durante la campagna

1,50

2,30

Operai fuori campagna

0,90

1,40

Carbone 7,5 a lire 250

1,87

Carbone 10 a lire 130

1,30

Calcare, coke e varii

0,75

1,10

Manutenzione macchinari

0,30

0,50

Spese generali

1,35

2,00

Assicurazioni e imposte

0,50

0,75

Interessi passivi

0,90

1,50

Perdite seme e imballaggi (non confrontabili)

0,65

0,65

Trasporti e scarichi

2,50

2,50

Totale

11,22

14,00

meno ricuperi (polpe e melasso)

3

3

 

8,22

11,00

 

 

Non posseggo le cognizioni tecniche necessarie per dare un giudizio di questi calcoli di costo e debbo perciò limitarmi ad assumerli come una confessione degli interessati che essi sono capaci di lavorare il quintale di bietole con una spesa di lire 8,22 laddove ai boemi la stessa lavorazione costa 11 lire. Gli industriali dicono anche i motivi di tale superiorità, visibile in tutti i capitoli di spesa, fatta eccezione, e per differenza esigua, del solo carbone. In Italia vi sono oramai tecnici specializzati; a parità di spese e condizioni di impianto in Italia si lavorano più bietole che in Boemia; si affrontano generalmente lavorazioni di mole eccezionale rispetto alla entità dell’impianto e si riesce perciò a ridurre il costo unitario delle spese generali, della manutenzione, della mano d’opera e dei consumi accessori. Se anche non tutte le fabbriche italiane ottengono i risultati che il memoriale mette in luce, il problema è, per i motivi detti sopra, risoluto dal punto di vista della protezione doganale. Ciò che il memoriale afferma essere conseguito in media, deve essere conseguito da tutti. Rendiamo onore al merito di questi nostri valorosi tecnici ed ammettiamo come accertato il fatto della superiorità dell’industria nazionale.

 

 

  • per la parte naturale, la inferiorità italiana è irrimediabile. Essa si può esporre dicendo, come fa un memoriale, sempre di parte zuccheriera, «che per fabbricare un quintale di zucchero atto al consumo occorre lavorare in Italia, in annate favorevoli, almeno 10 quintali di bietole, mentre per esempio in Boemia bastano 6,5 quintali» e concludendo che l’obbligo di acquistare e lavorare in più, per ogni quintale di zucchero prodotto, 3,5 quintali di materia prima produce «un maggior aggravio di circa 70 lire in confronto del concorrente estero». Ovvero si può dire, come fa un altro memoriale, che le bietole boeme hanno un tenore zuccherino del 18%, laddove il tenore delle bietole italiane è del 12%; e che per giunta le bietole boeme sono molto più pure, «cioè contengono minore quantità di sali melassigeni, che sono i nemici della cristallizzazione dello zucchero nelle soluzioni in cui è contenuto, la cui eliminazione rappresenta i quattro quinti del compito da raggiungere con la lavorazione delle bietole». Per conseguenza, le bietole boeme dal 18 si riducono al 15% di tenore zuccherino, laddove quelle italiane dal 12 si riducono all’8 per cento. Qui è tutta l’inferiorità italiana. È vero che un quintale di bietole costa solo lire 8,22 per spese di lavorazione; ma siccome se ne ricavano solo 8 chilogrammi di zucchero, ogni chilogrammo di zucchero costa per lavorazione lire 1,03. Siccome poi per avere un chilogrammo di zucchero, alla resa dell’8%, occorrono chilogrammi 12,5 di bietole e queste furono pagate in media lire 0,14 il chilogrammo, il costo delle bietole occorrenti per avere un chilogrammo di zucchero, risulta di lire 1,75 per chilogrammo. Addizionando lire 1,75 costo delle bietole e lire 1,03 costo di lavorazione si ha un costo totale del chilogrammo di zucchero in Italia di lire 2,78. In Boemia, nonostante il costo della lavorazione del quintale di bietole sia di 11 lire, siccome la resa zuccherina netta è del 15%, fatti calcoli analoghi, il costo del chilogrammo di zucchero boemo risulta di lire 1,79 con una differenza in meno di 99 centesimi. Siano 99 ovvero 70, come assevera il primo memoriale, sembra accertata una inferiorità italiana per quanto riguarda le bietole e la loro resa netta in zucchero.

 

 

L’industria italiana, superiore per tecnica, soccombe perché dispone di una materia prima inferiore. La inferiorità delle bietole nostrane sembra irrimediabile. Nonostante gli sperimenti ed i tentativi laudabilissimi di scuole, campi sperimentali, selezioni di sementi, la bietola italiana pare condannata a rendere meno della bietola forestiera. Perciò uno dei memoriali conclude che «la necessità della protezione è assoluta e non solo per questo anno, ma come condizione ferma ed essenziale per la vita dell’industria».

 

 

Mi pare di avere esposto nel modo più oggettivo i dati tecnici del problema. Gli zuccherieri chiedono una protezione, perché affermano e cercano di dimostrare che né ora né mai l’industria nazionale sarà in grado di produrre allo stesso costo dell’industria straniera. Lasciamo da parte per il momento il quanto della protezione, se lire carta 70 o 99 o lire-oro 18, come recherebbe la tariffa doganale vigente. Il punto essenziale è che di una certa protezione l’industria italiana non può far senza.

 

 

Mi limito, chiudendo l’articolo, ad una constatazione: che dunque il dazio protettivo non può, nel caso dello zucchero, essere difeso col celebre argomento delle industrie giovani. Come si sa, l’argomento dice che può convenire ad un paese sottoporsi ad un costo – il dazio -; può convenire pagare lo zucchero più caro del prezzo di concorrenza, quando vi sia notevole probabilità che entro dieci, entro quindici, al più entro vent’anni l’industria da giovinetta possa farsi adulta, fortificarsi, ridurre i costi e mettersi in grado di reggere, senza aiuto, alla concorrenza straniera.

 

 

L’esperimento fu tentato per lo zucchero; e fu riconosciuto vano. Da più di trent’anni, l’industria nazionale tenta di ridurre i costi e vi è riuscita, dice essa, per la parte industriale. Ma alla riduzione del costo totale si oppone l’ostacolo insormontabile, derivante dal cielo, dalle acque, dalla terra, dalle stagioni del basso tenore zuccherino delle bietole. Parce sepulto: dell’argomento dell’industria giovane o bambina meritevole di incoraggiamento nel periodo di passaggio alla maturità, non parliamone più. Gli argomenti a favore della protezione dell’industria zuccheriera, oramai divenuta una vecchia industria italiana, sono dunque altri e meritano di essere oggettivamente esaminati.

 

 

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