Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Perché i quattro quinti del reddito nazionale non pagano imposte dirette

«Corriere della Sera», 20 settembre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 856-860

 

 

 

Riassumo le conclusioni a cui ero arrivato in un articolo precedente: La finanza italiana delle imposte sui redditi e sui capitali si aggira in un circolo vizioso. Da un lato i contribuenti sono chiamati a pagare, tutto compreso, imposte, sovrimposte, addizionali, ripetizioni della stessa imposta con nomi diversi, escluse le imposte sui sovraprofitti e sul patrimonio, aliquote enormi: l’88% per i terreni, l’80% per i fabbricati ed il 40% per la ricchezza mobile per ruoli. Se tenessimo conto, come in realtà si dovrebbe, nonostante le obbiezioni dottrinarie dei fanatici del prelievo sul capitale, anche dell’imposta sul patrimonio, l’imposta bene spesso supererebbe il reddito. Dall’altro lato, la finanza statale e locale non incassa se non 3 miliardi e 614 milioni di lire (1921), ossia il 6% dei 60 miliardi di reddito di cui gode annualmente la totalità dei cittadini italiani.

 

 

L’apparente enigma per cui i contribuenti pagano fino l’88% del loro reddito e la finanza incassa solo il 6% del reddito nazionale (somma dei redditi netti di tutti i cittadini) trova però spiegazioni sufficienti. Varie sono le maniere con le quali si riesce a passare dai 60 miliardi di reddito realmente percepiti dagli italiani, ai 12 miliardi che la finanza accerta e tassa. Dove sfumano gli altri 48 miliardi, che, se fossero accertati, dovrebbero nel tempo stesso fornire un buon gettito alla finanza e consentire ai contribuenti, oggi troppo tassati, di pagar di meno? Non bisogna credere che la volatilizzazione dei 48 miliardi avvenga solo in virtù di frode. Le cause sono parecchie. Vi è una prima categoria di redditi giustamente esenti:

 

 

  • a) D’Aroma, nella sua relazione, ne valuta un primo gruppo a 6 miliardi. Sono i redditi dei titoli di debito pubblico, a cui lo stato, al momento della emissione, garantì l’esenzione da qualunque imposta presente e futura. Sono ancora i redditi ricavati da case nuove, migliorie agricole, bonifiche, industrie non prima esercitate nel mezzogiorno d’Italia.
  • b) Un altro grosso gruppo è dato dai redditi minimi, ossia dai redditi appena necessari all’esistenza. Se si badasse alla lettera della legge, non esisterebbero in Italia redditi minimi. La legge infatti vuole che siano tassati fino dalla prima lira tutti i redditi di terreni, di fabbricati e di capitali mutuati e solo si adatta ad esentare i redditi di commercio ed industria fino alle 534 lire all’anno e quelli di lavoro fino alle 640 lire. Ossia non esenta nulla; poiché, con la presente svalutazione della lira, dove sono i redditi complessivi annui che per una persona non giungano a quelle cifre ridicole? I fatti si ridono però della legge assurda; e se ne ridono giustamente, in primo luogo perché, dove il reddito è veramente minimo, ossia ad esempio non arriva alle 2.000 lire all’anno, non c’è margine per pagare imposte dirette; ed in secondo luogo perché questi redditi minimi pagano le imposte sui consumi, non poche e non lievi. Calcolando 15 milioni di lavoratori, operai, contadini, piccoli impiegati, piccoli rivenduglioli, artigiani, ed il loro reddito netto di lire 2.000 in media, abbiamo 30 miliardi di reddito su 60 che devono essere esenti dalle imposte dirette, perché costituiscono redditi minimi o la parte iniziale necessaria del reddito che non può pagare imposte dirette. Insieme con i 6 miliardi del primo gruppo, tocchiamo i 36 miliardi su 60. Rimangono 24 miliardi che dovrebbero essere tassabili. Come va che su 24 ne sono tassati solo 12? Questa è la vera, la sola indagine interessante. Il margine da scoprire non è più immenso, come appariva a primo aspetto; non sono 48 miliardi su 60 che sfuggono, bensì 12 su 24, perché il resto non è materia tassabile. Qui non è possibile dare cifre, le quali sarebbero cervellotiche. Si possono soltanto azzardare ipotesi generiche. Eccone un elenco:
  • 1) Operai per la parte del salario che supera il minimo. Oggi tutti gli operai di fatto, se non di diritto, sono esenti dalle imposte dirette. Come dissi sopra, è perfettamente giusto esentarli per quella parte del loro salario che, ragguagliato ad anno, non supera quel minimo che il legislatore crederà opportuno di stabilire per i contribuenti che vivono del loro lavoro. Anche i professionisti, anche i bottegai hanno stagioni morte, rischi di disoccupazione, aspettazione vana di clienti; eppure nessuno si sogna di esentarli. Bisogna per tutti tener conto dei soli redditi effettivamente percepiti e della disoccupazione, detrarre dall’imponibile, ad esempio, le prime 2.000 lire. Ma se resta qualcosa, anche gli operai debbono pagare. Se è vero che un facchino del porto di Genova guadagna 100 lire al giorno, pur moltiplicando per soli 100 giorni lavorativi, si ottengono 10.000 lire di reddito, le quali presentano, anche dopo eseguite adeguate detrazioni, una certa superficie tassabile. Perché l’impiegato paga, anche se il suo reddito è minore il facchino no?
  • 2) Contadini. Si ripetono le medesime osservazioni fatte sopra, per i contadini semplici lavoratori, non mezzadri, non proprietari, non fittabili. Sono milioni che non pagano un centesimo di imposta diretta, neppure per la parte del loro reddito, che supera il minimo.
  • 3) Mezzadri ed altri coloni parziari. Mentre i fittavoli di terreni pagano la loro brava imposta di ricchezza mobile, con le sovrimposte locali e la tassa esercizio e rivendita, i mezzadri pagano solo la tassa bestiame ed una comica tassa colonica, che è come non esistesse, tanto è evanescente. Per lo più essa è tale una cosa da nulla che essi non sanno nemmeno di pagarla.
  • 4) Proprietari di terreni coltivatori dei terreni proprii. Questi pagano l’imposta sui terreni in ragione del reddito che ricavano dalla terra in qualità di proprietari. Ma essi, coltivando direttamente il loro terreno ed impiegandovi capitali, ne ricavano ben altro reddito di quello che ricaverebbero se lo affittassero. Su questo maggiore reddito non pagano un soldo, eccezione fatta per la tassa bestiame.
  • 5) Commercianti, industriali e professionisti non conosciuti dalla finanza od i quali pagano meno del dovuto. Questa è la materia più nota al pubblico ed agli agenti delle imposte. Non devono essere in molti i contribuenti ignoti, poiché c’è poco da contare sulla differenza ricordata da D’Aroma fra i 170.000 contribuenti dei capoluoghi di provincia che pagano imposta di ricchezza mobile allo stato ed i 250.000 contribuenti degli stessi capoluoghi che pagano tassa d’esercizio ai comuni. Quegli 80.000 in meno, che i comuni conoscono e lo stato ignora, per nove decimi sono poveri diavoli di rivenduglioli, piccoli bottegai di villaggio, procuratori di conciliatura che tirano la vita coi denti ed hanno diritto di essere esenti. Il che non toglie che la finanza faccia bene a guardar addosso al rimanente decimo ed a rivedere le bucce ai 170.000 già tassati. S’intende, a condizione che le aliquote delle imposte diventino meno feroci.
  • 6) Proprietari di terreni e di fabbricati. Per questa categoria il problema è di una complicazione strana. Esso è dato dai seguenti elementi:

 

 

nessuno sfugge all’imposta. Non esistono terreni o fabbricati i quali non siano conosciuti dalla finanza; quasi mai il reddito imponibile è uguale al reddito vero. Per i terreni esso è notevolmente inferiore al reddito vero, talvolta uguale alla metà, più spesso ad un quarto, non di rado ad un decimo del reddito vero. Per i fabbricati le proporzioni variano a seconda della data della stima del reddito. Se il fabbricato fu stimato nel 1890, che è la data più antica di stima, il reddito può essere notevolmente inferiore al vero; se fu stimato recentemente, può darsi anche che il reddito imponibile sia superiore al reddito vero, per le cresciute spese di riparazione;

 

 

il reddito vero non è spesso tutto goduto dal proprietario, che paga le imposte, ma da un’altra persona, ossia dall’affittuario od inquilino che fitta la terra o la casa a sotto prezzo. Se un fondo od una casa vale oggi 10.000 lire all’anno in libera contrattazione, ma la legge o il contratto vietano di aumentare il fitto oltre 3.000 lire, il reddito non cessa di essere di 10.000 lire. Queste però vanno per 3.000 al proprietario e per 7.000 lire all’affittuario od inquilino. Invece le imposte le paga tutte il proprietario. Ciò accade quasi sempre per le case e spesso per i terreni.

 

 

Il quadro ora fatto indica quali sono le difficoltà enormi a cui va incontro la finanza nei suoi tentativi di scoprire e tassare i 12 miliardi di reddito imponibile che oggi le sfuggono. Il grido popolare: dalli ai frodatori! sale solo per la quinta categoria: quella dei commercianti, industriali e professionisti. Soltanto qui la finanza non trova nessun impedimento legale e politico alla sua opera investigatrice. È questione di costanza, abilità, perizia da parte del bravo D’Aroma e dei suoi funzionari, valorosi tanto che spesso, i contribuenti, dopo averli conosciuti, vanno a gara nel disputarli allo stato, facendo loro offerte allettatrici per indurli ad abbandonare l’ingrato ufficio di tassatori. E già dissi altra volta che, in questa categoria, la finanza era riuscita a portare in pochi anni, dal 1918 al 1922, da 2 a 6 miliardi il reddito imponibile.

 

 

 

Ma per gli altri gruppi, non bastano abilità, perizia, costanza alla finanza, per accertare bene i redditi. La legge non fornisce armi per tassare gli operai (1), i contadini (2), i mezzadri (3) ed i proprietari di terreni proprii (4). Ed ho l’impressione che socialisti e popolari si opporranno accanitamente contro qualunque tentativo di fornire quelle armi. Cifre false, argomentazioni bugiarde si veggono ogni giorno adoperate dai paladini dell’immunità tributaria di queste classi. Qualcuno cè, tra socialisti popolari, il quale riconosce che una mite tassazione, sul mero supero oltre il reddito minimo, sarebbe equa, tollerabile, educatrice. Ma sono pochi. Ed i progetti e decreti Meda, Tedesco e Soleri, che rimedierebbero all’abuso, dormono, con l’acquiescenza dei liberali, il sonno del giusto.

 

 

Ad accertare esattamente il reddito dell’ultima categoria, dei proprietari di terreni e di case, fanno ostacolo da un lato l’enormità delle aliquote medie dell’88 e dell’80%, che dovrebbero essere ridotte ad un massimo del 25%, comprese le sovrimposte, e dall’altro il permanere dei vincoli ai fitti. Finché socialisti, popolari e democratici, in commovente unanimità di piaggieria verso i loro elettori, conserveranno l’attuale sistema di vincolo, come sarà possibile valutare in 10.000 lire un reddito che in verità il proprietario percepisce solo nella cifra di 3.000 lire?

 

 

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