Perché la Banca sia italiana. Gli stranieri non ci hanno insegnato nulla!

Tratto da:

Giornale d’Italia

Data di pubblicazione: 09/11/1915

Perché la Banca sia italiana. Gli stranieri non ci hanno insegnato nulla!

«Giornale d’Italia», 9 novembre 1915

 

 

 

Egregio Avvocato,

 

 

Voglia scusarmi se non posso concederle l’intervista che Ella mi chiede intorno al nostro problema bancario, ed alle questioni suscitate dalla polemica intorno alla Banca Commerciale. Sarebbe la prima volta che sono intervistato e non voglio incominciare la serie. Tanto più che le farei perdere inutilmente del tempo solo per dirle che in realtà io non ho nulla da dire in argomento che non sia stato detto e ridetto le mille volte in occasione delle recenti controversie.

 

 

Ma, poiché Ella mi ha fatto delle domande, alle quali non saprei rispondere nulla di nuovo o di interessante, mi consenta di dirle che la lista del questionario, a cui pure sarebbe utile rispondere, è grandemente incompleta.

 

 

Supponiamo risoluto il problema del carattere nazionale delle banche italiane. E poi? Siamo appena al principio.

 

 

Ho sentito dire che i banchieri venuti di Germania hanno avuto il merito di insegnare a noi come si deve fare la banca, sicché, compiuto il loro ufficio, gli italiani possono ora fare senza dei maestri e gerire da sé gli affari propri.

 

 

Così fosse stato sul serio! Ma su quali fatti, su quali dati si afferma che l’ultimo ventennio della nostra vita bancaria sia stato fecondo di insegnamenti e di esperienze feconde venute dal di fuori? Io lo ignoro; e finché dura tale ignoranza fondata sulla mancanza quasi assoluta di particolari precisi, di esposizioni dettagliate per ciò che le banche ordinarie, di origine straniera e di origine italiana, hanno fatto, come negare od affermare?

 

 

Ci sono, è vero, i bilanci, con le cifre dei portafogli, dei depositi, delle partecipazioni, dei conti correnti, dei corrispondenti, ecc. ecc. Ma è bravo chi ne comprende il significato. Fu detto da un bello spirito e con mia sorpresa ho dovuto rilevare essere opinione universale di tutti i banchieri, agenti di cambio ecc. con cui ho parlato, che i bilanci delle banche italiane sono sempre stati in passato magnifici, fino a quando non è venuta… l’ora del fallimento. È probabilissimo, anzi io amo di ritenere come cosa certissima, che questo broccardo della sapienza popolare non si applica a «nessuno» degli stabilimenti di credito ordinario ora esistenti in Italia. Ma è anche cosa certissima che gli stabilimenti non hanno fatto nulla per dissipare tale leggenda; relazioni scheletriche, discorsi su tutto fuori che sui fatti veramente interessanti, bilanci sbalorditoriamente riassuntivi, cifre colossali di partecipazioni e di titoli di portafoglio. Se non erro, il solo «Credito Provinciale» usava pubblicare la distinta dei titoli di portafoglio; e ne ebbe ironie e scherzi senza fine. Mentre quella dovrebbe essere la regola seguita da tutti gli stabilimenti; poiché, fino a dimostrazione chiara e convincente «finora non mai data», l’assenza di quei dati non può essere accusata con la paura di possibili raids borsistici, ma solo può essere spiegata con la preoccupazione di non far sapere che si sono portati in bilancio titoli ad un prezzo superiore al corso di Borsa.

 

 

Come mai, in queste condizioni, sarebbe possibile a noi italiani riconoscere che si sono avuti dei maestri nei banchieri tedeschi, francesi, inglesi e d’altra qualunque stirpe?

 

 

Maestro è chi insegna; chi fa dei discepoli; chi esercita una azione pubblica, nota all’universale. In materia bancaria, io dico che hanno insegnato qualcosa Stringher e Miraglia, nelle cui relazioni si può leggere, con particolari minuti, come si possa risanare un istituto d’emissione. Maestri sono stati i reggitori delle nostre grandi e piccole Casse di risparmio, delle Banche popolari, la cui azione a pro delle industrie e commerci è nota a tutti, dettagliata nelle relazioni annue, assoggettata all’esame critico di ognuno.

 

 

Tra gli stabilimenti di credito ordinario ci possono essere stati dei maestri valorosissimi senza alcun dubbio. È convinzione universale che alcune delle migliori teste d’Italia siano là dentro. Ma come essi agiscano, che cosa facciano è perfettamente ignorato dal pubblico. Sarebbe puerile chiedere che le banche squadernino al pubblico tutti i loro segreti, ma non è eccessivo chiedere che esse facciano in materia di pubblicità quanto fanno molte Banche popolari, molte Casse di risparmio, le quali in Italia hanno assorbito gran parte delle operazioni di sconto che in Inghilterra ed in Francia sono l’appannaggio della Banche ordinarie. Perché ciò è accaduto? Perché gran parte del vero lavoro classico di banca è compiuto tra noi da altri enti, che non sono le Banche ordinarie? Quale è il lavoro effettivo che queste banche fanno? Finanziano industrie? In qual maniera; con quali garanzie; a che scadenze? Quali industrie sono finanziate a preferenza dagli stabilimenti ordinari di credito? È vera o falsa l’impressione diffusissima che essi si siano sovratutto specializzati nel finanziare le industrie che vivono attorno allo Stato, che hanno bisogno degl’incoraggiamenti, dei sussidi, della protezione dello Stato? Se la preferenza è vera, quale può essere stata la causa di questa singolare specializzazione? C’è qualche rapporto, tra il diverso favore di cui godono nel pubblico dei risparmiatori padri di famiglia le azioni di stabilimenti bancari tipo Credit Lyonnais e Banche inglesi ordinarie e le azioni di Banche italiane?

 

 

Come vede, egregio avvocato, io sarei piuttosto in vena di intervistare altrui per imparare qualcosa che di essere intervistato.

 

 

Brancoliamo nel buio, in cerca di quei maestri di cose bancarie, che tutti dicono esserci stati, ma nessuno dei quali ha mai voluto svelare i proprii metodi di azione, le proprie direttive, i proprii intenti. Inchiniamoci dinnanzi ai maestri avvolti nel velo del mistero, ma auguriamoci che vengano quelle notizie che a noi riuscirebbero accademicamente interessanti, ma tornerebbero sovratutto utili ad azionisti, depositanti, clienti, industriali.

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