Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Perché si deve abolire il dazio sul grano

«La Stampa», 16[1] e 19[2] agosto 1900

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 205-210

 

 

I

 

Da qualche tempo si torna a parlare con insistenza da giornali di diversi partiti della questione del grano.

 

 

I prezzi crescono perché il raccolto è stato deficiente in Italia e sembra occorrerà l’importazione di circa 10 milioni di quintali per colmare la deficienza. Quantunque non si conoscano ancora con precisione i dati sul raccolto mondiale, molti temono che i prezzi nella primavera ventura abbiano a crescere sino a 28 o 29 lire al quintale, il che significa il pane a 50 centesimi. La prospettiva è allarmante, sovratutto in un paese in cui il pane costituisce la base dell’alimentazione popolare e coi ricordi tuttora freschi dei dolorosi moti del 1898.

 

 

Occorre provvedere bene e subito. I ritardi ed i temporeggiamenti potrebbero essere perniciosi, come furono nel 1898.

 

 

Nel 1898 il governo ridusse ed abolì temporaneamente il dazio sul grano all’ultimo momento, quando fu costretto dalla piazza tumultuante, e quella abolizione tardiva e provvisoria non ebbe alcun effetto sul mercato, per motivi che qui spiegammo diffusamente.

 

 

Il rimedio, se si ha in animo di far qualcosa prima che la tempesta scoppii, deve essere pronto e definitivo. Non un mezzo termine che si concede tardi e di malavoglia per rimangiarlo subito dopo; ma un provvedimento che assicuri per l’avvenire e non permetta alla speculazione di frustarne i desiderati benefici effetti.

 

 

Quale ha da essere il provvedimento da adottarsi?

 

 

Molti ne furono proposti. Alcuni stravaganti, come la limitazione del numero dei forni per affrettare il passaggio della panificazione dallo stadio di piccola industria allo stadio di grande industria, quasi che siffatti passaggi potessero avvenire per virtù di legge e la limitazione del numero dei forni non creasse un monopolio a vantaggio dei fornai superstiti e non rendesse necessario ricorrere per contrappeso al vieto sistema delle mete e dei calmieri.

 

 

Ancora più stravagante si è la proposta di avocare allo stato il commercio dei grani ed ai comuni l’industria della panificazione. Gli italiani, per fortuna, non si sono ancora dimenticati dei molti spropositi che, in mezzo ad un poco di bene, commise il ministero della guerra nel 1898, quando volle comprare e vendere grano a sollievo delle popolazioni affamate.

 

 

Il risultato netto fu una perdita di parecchi milioni di lire che i contribuenti dovettero pagare. Noi non abbiamo nessuna voglia di ripetere l’esperienza in grande, affidando allo stato la funzione di commerciante in grano, a cui non è adatto; come pure non vogliamo dare ai comuni l’incarico di fabbricare il pane, perché davvero ci manca qualsiasi argomento per ritenere che essi siano capaci a panificare meglio ed a minor prezzo dei privati.

 

 

Esclusi questi che non sono rimedi, ma espedienti rovinosi immaginati da coloro che, pur criticando continuamente tutti i governi esistenti, vorrebbero affidar loro numerose nuove mansioni, rimane l’unico e sovrano rimedio contro il caro del grano; rimedio che la «Stampa» da molti anni non si è mai stancata di additare ai legislatori: l’abolizione progressiva e definitiva del dazio sul grano, sui cereali affini e sulle farine.

 

 

Abolizione progressiva; ossia compiuta a poco a poco, riducendo il dazio prima a 5 lire, poi a 3, ed in seguito ad 1, per abolirlo affatto in ultimo.

 

 

L’abolizione deve essere progressiva, sia per non danneggiare l’erario in misura troppo sensibile ed improvvisa, sia per dar tempo ai proprietari di modificare la cultura delle loro terre.

Abolizione definitiva; ossia niente sospensione temporanea del dazio nei tempi di caro prezzo e niente scala mobile del dazio, come si vorrebbe da taluni. La sospensione temporanea e la scala mobile del dazio non giovano né allo stato né ai consumatori e neppure ai produttori di grano. Sono soltanto un’eccellente arma in mano agli intermediarii per comprare il grano a basso prezzo, introdurlo quando, per il caro, il dazio scema o scompare, e rivenderlo quando i prezzi sono al punto più alto.

 

 

Abolizione contemporanea del dazio su tutti i cereali inferiori e sulle farine. Si deve abolire il dazio anche per i cereali inferiori per non creare disuguaglianze artificiali di cultura fra il grano e gli altri cereali; e si deve togliere il dazio sulle farine nella stessa misura in cui si toglie il dazio sul grano per non concedere un monopolio ai mugnai nazionali. Anzi, se non si vuole toccare il dazio sul grano, bisognerebbe cominciare subito ad equiparare il dazio sulle farine al dazio su 125 chilogrammi di grano, ossia a circa lire 9,90 il quintale di farina, perché col più alto dazio attuale, i mugnai sono protetti e possono aumentare il prezzo delle farine in rapporto a questa protezione, di cui non sentono affatto il bisogno, e la quale è causa che i mugnai grossi si uniscano in sindacati e tengono alto il prezzo delle farine anche quando il dazio sul grano scema, come nel 1898.

 

 

II

 

È noto come il dazio sul grano sia sorto in Italia.

 

 

Fu in seguito ad una santa crociata capitanata dal senatore Rossi, l’industriale laniero di Schio, il quale, avendo desiderio di ottenere dazi sui suoi manufatti di lana, si mise, a raggiungere lo scopo, a capo di una lega agraria per l’imposizione di un dazio sul grano che allora in grande abbondanza si riversava in Italia dai porti del Mar Nero e dell’America e faceva rinvilire i prezzi sul mercato interno.

 

 

La cosa può parere strana; ma è così.

 

 

Gli agrari, capitanati da un industriale, ottennero dall’accorto Magliani, – che andava in cerca di imposte allegre e desiderate per tappare gli ancora invisibili buchi del suo bilancio, – il dazio sul grano, e, come compenso per la disinteressata opera di apostolato e di guida, consentirono che i manufatti di lana e di cotone esteri fossero gravati da un forte dazio di importazione.

 

 

Chi pagò le spese di questo contratto fu, come al solito, il consumatore.

 

 

Il dazio era dapprima di 3 lire. Coll’andar del tempo l’appetito crebbe ed a poco a poco gli agrari ottennero fosse recato prima a 5 lire e poi a 7,50.

 

 

Il reddito per l’erario che prima era tenue, ora si aggira intorno ai 30 milioni di lire in media all’anno.

 

 

Ogni proposta di abolizione del dazio sul grano deve perciò incontrare una vivissima opposizione nelle sfere governative e nelle file degli agricoltori. Come farebbe l’erario a riparare alla falla di 30 milioni aperta nel suo bilancio?

 

 

Il problema è grave certamente. Ma l’abilità degli uomini di stato italiani deve in questo momento essere appunto quella di adottare provvedimenti i quali audacemente segnino una nuova via e siano fecondi di grandi benefizi in un futuro che sarà molto prossimo. Non è con meschine riduzioni di pochi centesimi sul caffè o sul grano che si può sperare di aumentare i proventi dell’erario coll’aumento del consumo.

 

 

Solo col ridurre – e di molto – i dazi sui beni di prima necessità, si può sperare che il consumo degli oggetti di lusso relativo cresca sensibilmente in guisa da riparare le perdite dell’erario. A non lungo andare, se fosse abolito il dazio sul grano, modificate in senso più mite le tariffe doganali, e ridotti di un terzo i dazi sul caffè, petrolio e zucchero, i consumi aumenterebbero per modo che l’erario si troverebbe in guadagno e non in perdita. Così fece l’Inghilterra in giorni non meno foschi di quelli attraversati ora dall’Italia, quando lo stato sembrava vicino al fallimento e il popolo tumultuava spinto dalla fame, e se ne trovò bene. Perché l’Italia non dovrebbe ottenere un risultato altrettanto se non forse più splendido di quello avuto in Inghilterra, date le energie di iniziativa e di lavoro che esistono da noi?

 

 

La riduzione progressiva del dazio sul grano, specie se coordinata ad altri provvedimenti di finanza, potrebbe essere un eccellente affare per l’erario dello stato. Forse si dovrebbero superare strettezze momentanee. Ma non a queste guarda l’uomo di stato veramente degno di tal nome, bensì ai risultati benefici finali, che non potranno essere molto remoti.

 

 

Coll’abolizione del dazio sul grano lo stato compirà un’opera di giustizia sociale e di progresso economico.

 

 

Il dazio sul grano ha questo di diverso da un’altra imposta; ad esempio dalla tanto criticata imposta sul macinato, la cui abolizione parve una così mirabile cosa a coloro medesimi che si affrettarono a sostituirle il dazio sul grano pochi anni dopo.

 

 

Per ogni lira tolta al contribuente dall’imposta sul macinato, dall’imposta fondiaria o di ricchezza mobile o sul sale, ecc., entra una lira nelle casse dello stato; mentre lo stato introita il dazio sul grano solo sui quintali di grano che entrano dall’estero, ed i consumatori pagano 7,50 lire di più al quintale, tanto il grano introdotto dall’estero, quanto quello prodotto dall’interno. In definitiva il consumatore paga una duplice imposta: una visibile allo stato, di 30 milioni all’anno, per il grano estero consumato all’interno; ed un’altra invisibile, superante certo il centinaio di milioni, ai proprietari nazionali di terre a grano, i quali vendono il grano prodotto. Escludiamo dal conto i numerosissimi piccoli e medi proprietari, i quali mangiano il grano che producono ed a cui il dazio non fa né caldo né freddo.

 

 

Lo stato ha il dovere di fare cessare la enorme ingiustizia che gli italiani debbano pagare un tributo ingentissimo, invisibile, non per scopi di utilità pubblica, ad un piccolo manipolo di grandi proprietari di terre a grano.

 

 

È una vera irrisione dire che col dazio sul grano si protegga l’agricoltura nazionale e che questa debba andare in rovina quando il dazio sia abolito. Su una produzione agricola annua di 5 miliardi di lire, il grano rappresenta a mala pena 800 milioni, calcolato al suo valore attuale artificialmente alto a causa del dazio. Di questi 800 milioni, la metà è consumata dai medesimi produttori e solo la metà va sul mercato e si giova del dazio.

 

 

Si può forse onestamente sostenere che un regalo fatto a quest’infima minoranza degli agricoltori italiani equivalga a proteggere la terra nostra?

 

 

Non solo non la protegge ma la danneggia. Perché il giorno in cui ci saremo decisi ad abolire il dazio sul grano noi potremo ottenere dalla Russia, dagli Stati uniti, dall’Argentina, dai paesi balcanici tali riduzioni di dazio sui nostri vini, olii, agrumi, frutta, ecc., che un grande slancio verrà dato all’agricoltura perfezionata e progressiva italiana.

 

 

Quando il dazio sarà abolito, gli agricoltori italiani si scoteranno un po’ dalla tradizionale inerzia e faranno ciò che tanti anni di protezione non li hanno indotti a fare: mutare i metodi culturali, perfezionarli per resistere alla concorrenza straniera, emulare quello che taluni loro compagni cerealicultori hanno già fatto, purtroppo in numero troppo esiguo.

 

 

Nella lotta è la vita; e quegli agricoltori che si rifiutano di lottare coll’estero e non vogliono pagare le imposte, se un’altra imposta gravissima non è messa a loro beneficio sul grosso dei consumatori, meritano di andare in rovina e senza rimpianto.

 

 

Quando noi chiediamo l’abolizione del dazio sul grano, noi vogliamo dunque compiere un’opera di giustizia, senza la quale nessuno stato vive a lungo, ed un’opera di progresso economico.

 

 

Le classi dirigenti italiane devono persuadersi della necessità di fare qualche rinuncia, se vogliono evitare in futuro danni peggiori. Tanto più la rinuncia deve essere facile, quando si fa getto di un vantaggio le cui origini sono impure e che nulla può giustificare dinanzi ai dettami della giustizia sociale.



[1] Con il titolo La questione del grano.

[2] Ristampato nel 1954 col titolo Abolire il dazio sul grano in Il buongoverno, pp. 367-370.

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