Perché si deve discorrere della nominatività

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 19/01/1921

Perché si deve discorrere della nominatività

«Corriere della Sera», 19 gennaio 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 6-9

 

 

 

L’articolo A che punto siamo con la nominatività? mi ha valso una solenne lavata di capo da parte del «Corriere d’Italia», diario cattolico, in cui parmi scrivesse, prima di diventar ministro, l’on. Meda. L’articolo mio sarebbe un atto di leggerezza «imperdonabile», anzi qualche cosa «più che sola leggerezza». Il giornale mi contesta il diritto alla critica verso il governo, in materia di nominatività, essendo di questa stato «fervente sostenitore» e qualifica di «insano» il consiglio da me dato di pubblicare sollecitamente il regolamento per la nominatività.

 

 

Le lettere di pieno consenso ricevute in questi giorni da lettori disperati di trovarsi con dei titoli nominativi in mano che non si possono né vendere né impegnare, mi persuadono che il consiglio non era tanto «insano» come il mio contraddittore afferma. Sta di fatto che oggi un numero imponente di titoli privati – azioni, obbligazioni, cartelle comunali e fondiarie – si è tramutato o si sta tramutando rapidamente al nome per non pagare la multa del 15 per cento. Sta di fatto che questo era lo scopo voluto, desiderato dal governo nell’interesse della finanza. Sta di fatto che la trasformazione è stata chiesta sovratutto dai piccoli e medi detentori, dalla borghesia risparmiatrice, la quale forma il nerbo dell’economia e della finanza del paese.

 

 

Tutta questa gente si trova imbottigliata. Ha della roba invendibile in mano. Se le società fanno un aumento di capitale, come possono sovente costoro sottoscrivere, se non riescono ad impegnare le azioni vecchie? Come ottenere un’anticipazione in caso di bisogno?

 

 

Il «Corriere d’Italia» sposta la questione portandola sul terreno della convenienza o meno di attuare la nominatività. Quel giornale ha ben diritto di esprimere, sebbene non lo faccia apertamente, la sua opinione contraria alla nominatività e di mettere in luce gli inconvenienti molteplici di essa. Ma oggi non si discute di ciò. La nominatività, per una gran parte dei titoli privati – e di questi mi occupai, ché per i titoli di stato, non essendoci l’imposta del 15%, nessuno è costretto a metterli al nome e la questione perciò non sorge – è un fatto compiuto. Il guaio è che è un fatto non regolato; e per cui esiste la baraonda più assoluta. Si può essere contrari o favorevoli alla nominatività. Ma quando questa esiste, urge dire come deve esistere. Né il dirlo può importare ritardi strabilianti. Poiché non si tratta dei titoli di stato, poiché l’applicazione delle norme non richiederà alcuna spesa ed alcun nuovo impiegato allo stato, poiché i fastidi e le spese saranno tutti a carico dei comuni, dei crediti fondiari e delle società, lo stato non deve altro che stabilire le norme le quali dovranno essere obbligatorie per gli interessati. Questi hanno già espresso il loro parere; e la cagione del ritardo non deve stare tanto nella difficoltà della cosa per se stessa o nella insuperabilità degli ostacoli, quanto, probabilmente, nelle cautele inutili che l’amministrazione di stato ed i giuristi insisteranno nel volere stabilire a danno della facile negoziabilità dei titoli.

 

 

Sebbene il problema sia un altro, è bene affrontare chiaramente il rimprovero principe che il «Corriere d’Italia» muove a me ed a quanti difesero la nominatività. Io avrei detto e scritto che questa «avrebbe portato i più grandi vantaggi alle finanze dello stato» e quindi avrei torto nell’accusare il governo «di non aver avuto alcuna idea precisa delle difficoltà enormi dell’impresa, cui si accingeva, nell’amara constatazione dei danni che ne sono derivati». Io sono ben lieto che il governo abbia finalmente fatta questa «amara» constatazione. Probabilmente il «Corriere d’Italia» parla a ragion veduta, almeno per quanto si riferisce alla esperienza del ministro del tesoro, che deve essere stata amarissima in Italia ed all’estero. Ma non venga a dire che io ho pronosticato i più grandi vantaggi alle finanze dello stato in conseguenza della nominatività.

 

 

Il mio discorso al senato – chiedo venia ai lettori di dovermi per forza citare costrettovi da altri – era tutto imperniato sulle seguenti tesi:

 

 

  • che la nominatività era un’impresa lunga e difficilissima;
  • che essa sarebbe stata feconda di danni non lievi, senza corrispettivo di vantaggi, alla economia del paese;
  • che i vantaggi finanziari diretti alla finanza dello stato sarebbero stati così tenui, che, se di essi soltanto si fosse trattato, la nominatività avrebbe dovuto senz’altro essere respinta. E tanto diffusa e insistente parve questa esposizione di danni, che parecchi colleghi vennero a dirmi poi di avere perciò data palla nera al progetto di legge.

 

 

Ciononostante, la mia conclusione era favorevole; per un unico e prevalente motivo, il quale in parole povere si può esporre così. La esistenza dei titoli al portatore è stata finora un ottimo pretesto a tutti i facinorosi per dire corna della borghesia che non paga, a tutti i frodatori per sottrarsi al giusto debito d’imposta, allegando la esenzione illegittima dei titoli al portatore. Accusa in gran parte falsissima ed ingiusta. Poiché il grosso dei titoli al portatore, che è dato dai titoli di stato, è esente dalle imposte reali nell’interesse dello stato, il quale se avesse emesso i titoli al lordo, avrebbe dovuto contentarsi di un prezzo ben minore. E gli altri titoli (privati) al portatore pagano sacrosantamente fior d’imposte, tutte le imposte dovute, le quali sono comodissimamente esatte presso il comune, il credito fondiario, la società emittente, salvo rivalsa, la quale non interessa direttamente allo stato se sia o no esercitata.

 

 

Le sole imposte che i titoli al portatore talvolta, più o meno spesso, di fatto non pagano sono le imposte globali sul reddito, sul patrimonio e di successione. Ed, in relazione a queste sole, sebbene il provento finanziario non possa essere fantastico – quante centinaia di milioni si possono esigere per questi motivi su 4 miliardi circa di reddito dei titoli al portatore, su cui già si esigono somme imponenti di imposte dirette? – è necessaria la nominatività. Non per se stessa. Ma per togliere di bocca ai facinorosi ed ai contribuenti riluttanti (agricoltori proprietari, industriali e commercianti privati, professionisti) od ostinatamente negativi (contadini ed operai) il pretesto a non pagare le dovute imposte sui loro forse 80 miliardi di redditi. In altre parole: bisognava infliggere al paese il danno della nominatività, far vedere in modo inoppugnabile che i 4.000 milioni di reddito dei titoli, già oberati di gravose imposte, non potevano sfuggire alle tre imposte personali (reddito, patrimonio e successione) per aver modo di tassare gli 80.000 milioni di reddito di coloro che pagano, in proporzioni varie, di gran lunga meno del dovuto di quanto possano nascondere i possessori dei titoli. Questo il succo del mio pensiero, che potrà essere detto brutale, non certo lusingatore od atto a far nascere infondate speranze.

 

 

Temo forte di essermi sbagliato; ed è meglio farne subito la confessione aperta, innanzi che il tempo passi. Non vedo alcun indizio dell’avverarsi dell’unica ipotesi in base a cui la nominatività mi sembrava necessaria. Al contrario. Il rinvio all’1 gennaio 1922 del decreto legge Meda-Tedesco per la riforma dei tributi diretti può essere stato dovuto anche a ragioni plausibili. Ma, sottovoce, alcuni affermano che il rinvio sia dovuto alla poca voglia di applicare l’imposta sui salari e sui guadagni dei contadini e degli operai, che quella riforma prescriveva. Se quel sottovoce è esatto, il solo motivo per cui si ordinò la nominatività va con le gambe all’aria. Ed allora ha ragione il «Corriere d’Italia» il quale vede solo i danni economici del provvedimento.

 

 

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