Perché stare in attesa della Conferenza?

Tratto da:

Borsa

Data di pubblicazione: 15/02/1933

Perché stare in attesa della Conferenza?

«Borsa», 15 febbraio 1933, p. 3

 

 

 

«Il problema del ritorno alla sanità monetaria e alla libera circolazione dei beni e degli uomini non è una eccezione alla regola. Esso è un problema interno di ogni stato, assai prima e più che un problema internazionale»

 

 

Confesso di non riuscire ad interessarmi soverchiamente per la prossima conferenza economica. Tutti sono persuasi, in tutti i paesi del mondo, di quel che non si deve far più, se si vuole che il mondo riposi o se almeno non si vuole ostacolare questa ripresa la quale verrà quando vorrà, ma non verrà certamente se si continua a sbarrarle la strada. Bisogna cessare di aumentare i dazi, porsi vigorosamente all’opera dello smantellamento dei dazi istituiti. Bisogna ristabilire, senza limitazioni, dove è stato sospeso, il cambio aureo a vista, della moneta di carta alla parità antica, o ad una nuova, purché una parità vi sia; ed importa perciò abolire ogni vincolo al traffico monetario, anche se questo voglia dire esportazioni di capitali. Bisogna ridurre le spese pubbliche, cominciando, se così piace, dalle spese per armamenti. Bisogna, attraverso una grande ripulita, non sentir più parlare delle riparazioni e dei debiti interalleati.

 

 

Non manca in verità la voglia di discorrere intorno alle verità ora dette; né quella di darne eleganti dimostrazioni, e neppure il proposito di tradurlo in atto. Manca la forza la quale sia capace di costringere gli stati sovrani a tradurre in atto idee, voglia e propositi. In parecchi stati, talune forti correnti d’opinione pubblica sono avverse alle rinunce senza le quali il programma sovra delineato non può attuarsi. Negli Stati Uniti, la grande massa agricola del centro o dell’occidente non vuole rinunciare alle annualità dovute dagli stati europei perché teme di dovere pagare imposte cresciute. In Francia tutti sono ossessionati dall’idea della rivincita tedesca; né rinunciano ad armarsi se non ottengono sicurezza. In Germania nessun uomo di stato dura al potere, il quale non chiegga parità di diritti, ossia di armamenti. Colle convenzioni di Ottawa l’Inghilterra, attratta dal miraggio dell’idea imperiale, si è messa nella impossibilità di negoziare ribassi di tariffe. Finché gli agricoltori americani, timorosi di nuove imposte, i francesi in allarme sui confini del Reno, i tedeschi rivendicatori del diritto, gli inglesi fautori dei legami imperiali non siano, da una più grande speranza o da un più vivo timore, costretti a rinunciare a qualcuna delle loro preoccupazioni o rivendicazioni presenti, tutti gli stati rimarranno colle armi al piede, asserragliati entro mura più alte di quelle della Cina ed il mondo continuerà ad andare alla deriva.

 

 

Dicesi che il presidente degli Stati Uniti, Roosevelt, abbia in animo di offrire al mondo una proposta concreta: la rinuncia da parte degli Stati Uniti alle annualità dei debiti interalleati, contro il compenso, da parte degli altri stati, di un notevole ribasso dei dazi doganali, del ritorno alla stabilità monetaria e della riduzione degli armamenti. Non so se il «dicesi» si tradurrà in offerta concreta dopo il 4 marzo, quando il Roosevelt assumerà la carica presidenziale; e non ho dubbio che, se fosse fatta, gli altri stati avrebbero vantaggio ad accettare la proposta, l’accettazione essendo vantaggiosa ad essi anche senza il compenso del condono dei debiti. Il punto non è qui; ché, se gli uomini fossero capaci di fare le cose a sé vantaggiose, da un pezzo non si sentirebbe discorrere di tariffe doganali, di instabilità monetarie e di grossi armamenti.

 

 

Finché gli uomini seguiteranno a pretendere compensi per rinunciare a fare il proprio malanno, la condizionata offerta americana del condono dei debiti temo sia destinata ad essere accolta da una salve di vituperi.

 

 

Offerta di condonar che cosa? Un pagamento, che i debitori sono persuasi di dovere soltanto in forza di contratto scritto non in virtù di legge morale. Un pagamento, che si sa di potere impunemente sospendere o troncare, senza alcun danno per il debitore. Quali rappresaglie possono gli Stati Uniti usare contro l’inadempiente? Rialzare i dazi doganali? Sono già proibitivi.

 

 

Non concedere prestiti? Gli Stati Uniti non sono, oggi, in grado o non hanno voglia di fornire capitali a nessuno.

 

 

Spuntata la sola arma esistente di persuasione internazionale, quale forza resta a persuadere gli stati a fare il bene? La forza dell’idea; e questa non ha bisogno di convenzioni e di conferenze internazionali per imporsi. Ricordiamo l’insegnamento del conte di Cavour, a proposito della politica doganale del piccolo Piemonte. Anche allora v’era chi diceva necessario l’accordo tra i principali stati europei ed italiani prima di iniziare riduzioni di dazi e paventava disastri in conseguenza di una prematura e quasi unilaterale (l’esempio dell’Inghilterra ed il trattato Cobden-Chevalier fra Inghilterra e Francia non parevano sufficienti) politica liberista. Cavour replicò che qualunque momento, e principalmente, quello di crisi e difficoltà finanziarie, era buono per fare il proprio vantaggio.

 

 

Osò: ed i fatti gli diedero ragione.

 

 

Non parlo degli armamenti, per cui entrano in campo altre considerazioni e per cui ogni stato potrebbe del resto cominciare col rendere rigidamente pubblica l’industria ad essi relativa, con abolizione di ogni interesse privato a fornire armamenti allo stato proprio ed a quelli amici. Per gli altri problemi – dazi e vincoli ai trasferimenti di denaro – perché l’uomo di stato convinto che dazi e vincoli siano un male, non comincia coll’attenuarli a casa propria, senza preoccuparsi menomamente di quel che facciano gli altri stati? Si rifletta che la convinzione del danno dei dazi e dei vincoli al traffico implica necessariamente la convinzione che il dazio nazionale deve, per fare il vantaggio del proprio paese, essere abolito anche se gli altri paesi mantengono i loro dazi contro le esportazioni. È evidente che i dazi stranieri contro le esportazioni nazionali sono dannosi a noi; ma attenuiamo o compensiamo forse cotal danno coll’arrecarci l’ulteriore danno di rincarare, con dazi nostri contro le merci straniere tutto ciò che noi abbiamo bisogno o convenienza di acquistare?

 

 

Delegati e periti nelle conferenze internazionali sono uomini del loro tempo e del loro luogo. Perché dovrebbero ragionare e deliberare efficacemente quando gli uomini di stato che hanno dato ad essi il carico di rappresentarli nei congressi internazionali immaginano ed attuano ogni giorno nuovi strumenti di lotta? Sempre il mondo ebbe bisogno di chi prendesse l’iniziativa del bene e spronasse gli altri coll’esempio. Il problema del ritorno alla sanità monetaria ed alla libera circolazione dei beni e degli uomini non è una eccezione alla regola. Esso è un problema interno di ogni stato, assai prima e più che un problema internazionale.

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