Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Perdite e risorse giapponesi

«Corriere della Sera», 20 settembre 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 351-354

 

 

 

È forse possibile ora formarsi un giudizio più misurato intorno all’ordine di grandezza del disastro che ha colpito il Giappone e dello sforzo economico che dovrà essere compiuto per riparare alle sue conseguenze. Non che il disastro non sia stato grandissimo e che le magnifiche qualità dei giapponesi non debbano essere messe a dura prova. Ma sarebbe una esagerazione evidente parlare, come si fece nei primi giorni, di annientamento economico, di scomparsa del Giappone dal novero delle grandi potenze e così via. Il disastro fu grandioso; ma i giapponesi sono in grado di porvi riparo.

 

 

Primo: la popolazione. La perdita di qualche centinaio di migliaia di abitanti è terrificante; ma può essere colmata, dal punto di vista demografico, in meno di un anno, grazie all’eccedenza delle nascite sulle morti. Dal 31 dicembre 1910 al 31 dicembre 1920 la popolazione del Giappone propriamente detto, escluse cioè la Corea, Formosa e la parte giapponese dell’isola Sakaline, che insieme noverano altri 21 milioni di abitanti, crebbe da 50 milioni 984.844 a 55 milioni 963.053, ossia di mezzo milione all’anno. Ma tale incremento è già al netto dall’emigrazione, sicché il tempo necessario a colmare il vuoto risulta ancor minore; senza contare una riduzione dell’emigrazione ed un riflusso di emigranti, attirati dai più alti salari.

 

 

Secondo: ricchezze distrutte. Queste venivano valutate, prima della guerra, a 60 miliardi di lire oro all’incirca, di cui 28 miliardi costituiti dalle terre, 7,5 dalle case, 4 dal mobilio e 12,5 dalle miniere, industrie, scorte ecc. Durante la guerra, crebbero i prezzi al Giappone come altrove; ed oggi la valutazione, anche tenendo conto che lo yen si mantiene quasi alla pari con la sterlina, potrebbe essere portata a 120-150 miliardi di lire oro. Di questi, la maggior parte, come le terre, non è toccata dal terremoto. Il quale colpì forse più di un decimo dell’arca coperta da costruzioni. Supponendo che queste valgano in tutto 15 miliardi ed aggiungendo qualcosa per il mobilio e per le scorte – le industrie, concentrate attorno ad Osaka, sono fuori dell’area del terremoto – noi potremmo, molto grossolanamente, valutare i danni materiali del disastro tra 1,5 e 3 miliardi di lire oro. Grossissima cifra, ma non superiore alle forze di ricupero di quel paese.

 

 

Il quale, devesi notare subito, dovrà fare affidanza sulle sole sue forze per l’opera di ricostruzione. Quando 17 anni fa, crollò, incendiandosi, la città di San Francisco, in California, con danni valutati a 1.175 milioni di lire oro, i proprietari poterono ricuperare 325 milioni dalle compagnie inglesi di assicurazione contro gli incendi. Fu la vera prova del fuoco per quelle compagnie. Pagarono fino all’ultimo centesimo; ma, alla scadenza delle lizze, esclusero tutte dal novero dei rischi assicurati quello d’incendio in conseguenza di terremoto. Siccome la connessione tra il terremoto e gli incendi scoppiati a Tokio ed a Yokohama pare indubbia, così si può escludere che una parte dei danni venga stavolta a cadere sull’Europa, attraverso il congegno dell’assicurazione contro gli incendi.

 

 

A quanto si può giudicare dai dati forniti dall’eccellente Annuario finanziario ed economico del Giappone, essi sono in grado di affrontare l’opera grandiosa: i bilanci dello stato si sono chiusi con avanzi od in pareggio dal 1879-1880 al 1921-1922. L’ultimo bilancio prebellico, del 1913-1914, portava 722 milioni di yen (1 yen = 2,58 lire oro) all’entrata e 573,4 milioni all’uscita, con una eccedenza di 148,6 milioni di yen. Il bilancio del 1921-1922 si chiude in pareggio, con 1.584 milioni di yen all’entrata ed all’uscita. Senza avventare giudizi recisi, i quali richiederebbero una conoscenza profonda della struttura del bilancio, si può dire che, a primo aspetto, questa appare abbastanza semplice e chiara; e che dei 1.584 milioni di entrate, vi sono soltanto 54,3 milioni provenienti da sottoscrizioni a prestiti pubblici e 214,1 milioni provenienti dall’avanzo dell’esercizio precedente, che potrebbero non essere considerate come entrate effettive dell’anno. Quanto alle spese, 905 milioni sono qualificate ordinarie e 678 straordinarie. In ambe le categorie, una grossa fetta è quella della marina da guerra: 144,8 milioni nella parte ordinaria e 357,2 milioni nella parte straordinaria. Con la guerra, che assorbe 183,3 all’ordinario e 79,8 allo straordinario, la spesa militare ammonta a 765,1 milioni di yen, il 48% della spesa totale. Se si aggiunge che le finanze assorbono altri 261 milioni e le comunicazioni 265, balza fuori il quadro di un bilancio prevalentemente militare, in cui le risorse esistenti vengono destinate sovratutto alla funzione primordiale della difesa del paese.

 

 

In questo quadro, il debito pubblico non prende un gran posto. Il carico non grava tutto sul bilancio generale, ma viene ripartito in parte sui bilanci speciali delle ferrovie, della Corea, di Formosa e di Sakaline. In totale, il debito pubblico, che era di 2.584 milioni di yen alla fine dell’esercizio 1913-1914 era divenuto di 3.234 milioni alla fine del 1920-1921. La guerra mondiale era passata senza produrre quelle spettacolose conseguenze che aveva avuto per gli altri belligeranti. Il debito che era, per testa di abitante, di 37,3 yen nel 1911-1912 ed era diminuito a 32,1 nel 1916-1917, giungeva a 42 yen nel 1920-1921. A questa stregua, ove si calcoli lo yen a 11,50 lire carta attuali, esso equivale ad un carico di 480 lire carta circa per abitante; sicché, per non superare le cifre giapponesi l’Italia dovrebbe avere soltanto un debito pubblico di 19 miliardi circa di lire carta, mentre esso è di tanto superiore. Pur tenendo conto che nel numero degli abitanti sono compresi anche i coreani e gli indigeni di Formosa, pur ricordando che la ricchezza media degli italiani è superiore a quella dei giapponesi, è chiaro che il Giappone possiede ancora un margine di possibile indebitamento notevolmente maggiore di quello della maggior parte delle nazioni europee. Il che è tanto più vero, in quanto poco più della metà (1.650 su 3.234) del debito è stata creata per scopo di guerra. Il resto ha avuto scopi economicamente riproduttivi: 1.065 milioni per la costruzione delle strade ferrate, 129 per la costruzione di ponti e strade, telefoni, ecc., 122 per l’abolizione del corso forzoso, conversioni di debiti antichi, impianto del monopolio del tabacco e 177 per la colonizzazione della Corea, di Formosa e di Sakaline. Su un totale di 150,9 milioni di yen di interessi annui pagabili per il debito pubblico, solo 98,4 gravavano sul bilancio generale; il resto andava a carico delle ferrovie e delle colonie. Se si tiene conto della riserva metallica, già menzionata su queste colonne, di 1.800 milioni di yen, di cui un terzo già depositato in Europa ed in America, è evidente che non vi possono essere difficoltà per il Giappone ad emettere quei prestiti che si rendessero necessari per la ricostruzione delle città distrutte. Tanto più facile, in quanto i prestiti giapponesi hanno già un largo mercato all’estero: su un totale di 3.234 milioni di yen, 1.809 appartenendo al debito interno e 1.424 al debito estero. Quasi non c’è paese, tra quelli noti come approvvigionatori di capitali, il quale non sia interessato alla prosperità del Giappone ed al mantenimento del suo credito pubblico.

 

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