Tratto da:

Saggi

La Riforma Sociale

Piani

«La Riforma Sociale», maggio-giugno 1932, pp. 291-297

Saggi, La Riforma Sociale, Torino, 1933, parte II, pp. 479-487

 

 

 

 

Il gran fracasso di pubblicità che i bolscevichi vanno facendo, a scopo di propaganda interna ed estera, attorno ad un loro “piano quinquennale” ha messo di moda la parola ed il concetto di “piano”. L’uso della parola si è diffuso a causa della crisi, la quale ha fatto ritenere ai più che il mondo vada alla deriva per mancanza di un piano razionale atto a porre la produzione dei beni in armonia con il consumo, e taluno aggiunge, con la distribuzione di essi. Tale, che non molti anni or sono voleva razionalizzare, tailorizzare e fordizzare tutto il creato, adesso grida che si è razionalizzato troppo, che le macchine ed i metodi economizzatori del lavoro umano, col mandare a spasso operai, distruggono la domanda di beni, e soprattutto fa d’uopo razionalizzare, insieme con quella tecnica, anche la condotta economica degli uomini. Poiché in Russia pare non esista disoccupazione ed esiste invece il piano quinquennale, i più non indugiano a studiare che cosa sia quella mancanza di disoccupazione, a quale momento del ciclo economico iniziatosi laggiù essa si riferisca e se per avventura gli “occupati” o molti di essi non stiano peggio dei disoccupati del resto dell’Europa; e trascorrono senz’altro a concludere: in Russia c’è un piano e non c’è disoccupazione; quindi la salvezza sta nel fare piani. Oggi perciò siamo sull’andazzo dei piani; dappertutto essendo nata gran concorrenza tra fabbricanti di piani. Cominciarono i protezionisti col proporre, in nuove spoglie, il vecchio piano delle tariffe doganali; ma tale fu la furia di tutti gli stati nell’adottar dazi o nell’inasprirli da fare tutti in breve ora persuasi della verità, dell’assioma inutilmente predicato da secoli dagli economisti: essere futile pretesa quella di vendere senza comprare, vendere non essere cosa separata dal comprare, ma sinonimo di esso. Nessuno si decide ancora a buttare il rimedio; ognuno attendendo che l’altro cominci. Che è anche, insegnano parimenti da secoli gli economisti, futilissima idea: è lamentevole, per fermo, che altri continui a danneggiare sé stesso e me a gran rinforzo di dazi contro le mie esportazioni; ma la sua azione dannosa non deve condurmi ad infliggere volontariamente a me stesso ulteriore danno con dazi, i quali rincarano il costo delle mie importazioni e scemano perciò la possibilità, delle mie esportazioni. Cristo disse: «A chi ti schiaffeggia tu porgi l’altra guancia». Ma l’uomo il quale ha ricevuto lo schiaffo su una guancia non pensa di rimediarvi schiaffeggiando l’altra con la mano propria.

 

 

Ho paura che gli altri “piani” siano destinati a fare la fine di quelli protezionistici. Anche il “piano”, il quale ancora qualche mese fa godeva di una certa popolarità, dei cartelli o sindacati o trusts o, come si dice in lingua italiana, dei consorzi, attraversa un brutto quarto d’ora. Uno dopo l’altro, i più gran facitori di consorzi sono andati a rotoli: Thyssen, Ansaldo, Kylsant, Kreuger, Insull. In Italia basta nominare l’Italiana Gas o le Bonifiche ferraresi, perché tutti facciano gli scongiuri e vituperino le società a catena, la mania del far grande, del comandare, del ridurre ad unità. Ciò fa piacere a chi l’aveva detto, quando tutti esaltavano gli uomini mediocri i quali catenavano, organizzavano, unificavano e si davano l’aria di dar da mangiare a centinaia di migliaia di uomini premendo bottoni su meravigliose tastiere di apparecchi telefonici. Ma la soddisfazione è di breve durata, ché, screditato, dopo quello dei dazi, il piano dei consorzi, subito se ne inventerà un altro.

 

 

Perciò non è forse fuor di luogo avvertire che questa dei piani è una novità vecchia come l’arca e la barba di Noè. Un tempo usavo dire che l’uomo civile si distingue dal selvaggio a causa, per l’appunto, della sua capacità a far piani. Ma da quando, visitando musei o facendo letture da laico orecchiante, ho imparato che i cosiddetti selvaggi sono non di rado più previdenti dei sedicenti uomini civili, mi contento di dire che, a tacer di certe bestie, tutti gli uomini sempre hanno fatto, fanno e faranno piani. Fa un piano l’impiegato il quale distribuisce il mensile fra le differenti esigenze della famiglia; fa piani il contadino che cava dal mucchio del frumento sull’aia la parte della semente; fa piani il proprietario quando progetta una bonifica, calcola il ricavo dal terreno fra cinque o dieci anni lo paragona colle spese probabili e cogli interessi del capitale impiegato. Fa piani l’industriale il quale studia la convenienza di acquistare una macchina nuova o costruirne un secondo od un ennesimo padiglione.

 

 

Tutti fanno piani e tutti sbagliano nel farli. La crisi presente, non diversa in ciò dalle crisi passate, non deriva dal non essere stati fatti piani in passato; ma dall’averli sbagliati. Dal 1914 al 1918 per un verso, dal 1918 al 1928 per un altro, tutti facevano piani, progetti, immaginazioni di ingrandimenti di produzioni, di impianti, di bonifiche, di strade; e pareva che non si progettasse mai abbastanza grande. Poi si vide che certi piani, molti piani erano sbagliati; ed ora, con la solita inconsistenza logica degli uomini, si invocano nuovi piani, laddove invece si dovrebbe semplicemente desiderare si inventasse un metodo di far piani “senza sbagli”. Il punto è tutto lì: esiste una graduatoria nei piani, cosicché si possa gradatamente passare dai piani con un massimo a quelli con un minimo di errori di previsione?

 

 

Secondo l’andazzo universale del pensare odierno, la probabilità di errare nella costruzione dei piani sarebbe massima quando il numero delle imprese è grandissimo e perciò le dimensioni unitarie di esse sono piccole e minima quando il numero delle imprese è piccolo e perciò le dimensioni unitarie grandissime. È piccolo il numero non solo quando sono poche le imprese, ma anche quando le molte sono unite sotto una direzione unica in consorzi o soggette altrimenti ad una sola volontà organizzatrice. Il pensare comune è confortato dalla ovvia osservazione che i moltissimi agiscono gli uni indipendentemente dagli altri, e come le pecore, quel che l’uno fa gli altri imitano, cosicché il calcolo corretto se i produttori fossero cento diventa erroneo quando essi sono centocinquanta o duecento e la produzione di tutti si palesa superiore al previsto; laddove i pochi o l’uno conoscono meglio il mercato, sanno meglio adattare la quantità prodotta alla domanda attiva a prezzi convenienti, sanno ritrarsi a tempo, evitando rigurgiti di mercato e doppioni negli impianti.

 

 

Ahimè! quanto l’esperienza è difforme dal pensare comune! Le Confessioni di un industriale da me ridotte in atto verbale nel fascicolo scorso di questa rivista hanno chiarito quanto fossero maggiori le probabilità di sopravvivenza delle medie e piccole imprese governate da un uomo o da una famiglia in confronto a quella delle imprese grandissime e colossali dirette dalla volontà anonima di consigli di amministrazione e di comitati di consorzi. L’on. Olivetti ne «La Stampa» ed, a quanto riferirono i giornali, nel congresso corporativo di Ferrara e il Mazzucchelli nella «Rivista Bancaria» (15 maggio, 329) confortarono con l’autorità di una ricca esperienza la tesi che il piccolo, il medio, il singolo si sia dimostrato capace di resistere alla crisi assai meglio del grosso, dell’associato, dell’anonimo, del consorziato, del collettivizzato. I guasti dei ribassi di prezzi e delle rimanenze, invendute sono maggiori dovunque una volontà organizzata in consorzi volontari od obbligatori, ha cercato di arginare, di razionalizzare la produzione, di costituire riserve per adattare meglio la produzione al consumo. Una grossa riserva in mano ad un consorzio o ad un ente semipubblico pesa sul mercato e fa tracollare i prezzi di gran lunga più che non mille piccole riserve dello stesso ammontare totale in mano a mille speculatori indipendenti. Verità già osservata e chiarissimamente dimostrata or son quasi due secoli dai fisiocrati.

 

 

L’insuccesso dei tentativi di prevedere unitariamente, di regolare e di organizzare sotto una sola guida non è paradossale. La spiegazione[i] dell’apparente paradosso è ovvia appena si parta dalla premessa che il successo nell’operare economico dipende dalla attitudine ad agire in modo diverso da quel che tutti fanno. Alla radice delle crisi sta la legge gosseniana della decrescenza dell’utilità delle dosi successive dei beni. A mano a mano che cresce in una data società economica e le difficoltà dei trasporti, delle dogane, delle monete, dei costumi, delle guerre, delle inquietudini sociali, degli esclusivismi nazionalistici, ecc., ecc., si incaricano di determinare per ogni bene i limiti della società economica considerata – la massa prodotta di un bene, la utilità sentita dai consumatori per l’ultima dose del bene portato sul mercato scema; sicché ad un certo punto il prezzo che i consumatori sono disposti a pagare per quel bene non compensa il costo di produzione dei produttori. Ma questi, a tratti, superano quel limite perché sono incapaci di trattenersi a tempo dall’investire nuovi capitali nel produrre quel bene che avevano veduto essere in passato fecondo di profitto a sé o ad altri, e che, oggi, diventa cagion di perdite perché essi hanno, per spirito di imitazione, sorpassato nel produrre il limite di convenienza. Quale dei tanti possibili tipi di “piani”, è meglio in grado di non superare il punto critico? Il piano dell’individuo o del consorzio o della collettività? In una società economica in cui le imprese siano molte ed indipendenti e libere nella loro azione, ossia nella decisione di sorgere, ingrandirsi e morire, i più seguono l’andazzo comune, perché come le scimmie, i pappagalli e le pecore sono fortissimamente dotati di spirito imitativo. Ma i meno, i pochi, che si accorgono in tempo o tardi dell’errore, sono liberi di non commetterlo, di non persistervi, di tagliare in tronco le perdite; i pochissimi che fiutano l’avvenire, e sentono l’utilità di produrre qualche altro bene, o di inventare il nuovo bene desiderato dagli uomini sono liberi di voltarsi alla diversa o nuova produzione.

 

 

Invece, in una società economica colossalizzata, consorziata o collettivizzata l’errore ha uguale probabilità di prodursi e vi è minore o non vi è punto probabilità di reazione da parte della minoranza non imitativa. L’errore ha uguale probabilità di prodursi perché il ridurre le imprese economiche a colossi, a consorzi o ad enti collettivi non muta la natura umana. Gli uomini non fanno piani in base ad una ipotetica realtà vera, ma a quella realtà che essi vedono oggi e proiettano sul domani. Se traversano un’ondata di ottimismo, essi vedono colorata in rosa la realtà dell’oggi e del domani e fanno rosei piani di ingrandimento; se essi sono in balia dell’umor nero, i piani si restringono e gli investimenti si riducono a nulla. Perché suppone che gli stessi uomini, sol perché posti a capo di un’impresa gigantesca o di un consorzio o di un ente collettivo non siano ottimisti o pessimisti al par di tutti gli altri? L’andar contro corrente è di pochi o pochissimi. Perciò nei tempi allegri i ribassisti in borsa sono pochi e da ultimo riescono a guadagnare milioni contro il gregge dei rialzisti; ed alla fine del tempo nero, quando oramai tutti si sono messi al ribasso, i rialzisti sono arcipochissimi e di nuovo arricchiscono. Perché supporre che i capi delle imprese gigantesche, dei consorzi e degli enti collettivi appartengano alla minoranza sparuta di coloro che vanno contro corrente? Sarebbe puro effetto del caso se così fosse e noi non possiamo costruire un sistema economico sul fondamento del “caso”. Ma così non può essere, perché a capo di grandi imprese, di consorzi e di enti collettivi economici arriva colui il quale interpreta ed esalta le tendenze dei tempi, il super ottimista in tempi di ottimismo, il becchino in tempi funebri. È probabile che egli commetta per lo meno gli stessi errori della universalità di coloro dal cui novero egli è stato tratto; ed anzi, per l’impeto della massa da lui governata e seguita, in essi egli si inveschi più di quanto farebbero i più dei seguaci. Se si aggiunga che nelle grosse imprese, il capo deve sentire la voce dei consigli, comitati, gruppi e che in essi la maggioranza è formata da uomini medi, i quali vanno secondo corrente, appare fuor di ogni umana probabilità che il colossalismo ed il consorzialismo siano mezzi adatti ad evitare errori nella costruzione di piani economici.

 

 

Per due versi le società economiche composte di molte imprese piccole, medie e grandi, indipendenti le une dalle altre e libere nel nascere, crescere e morire, appaiono dunque atte alla produzione di “piani” guasti dal minimo di errori di previsione. In primo luogo, molti uomini, fortunatamente, sono prudenti e sospettosi. Non amano la novità, il progresso, lo slancio. Preferiscono toccar con mano i risultati delle novità sperimentate da altri, a spese e rischio altrui. Perciò i contadini proprietari vanno a passi di lumaca e vanno lontano; e poco sentono le crisi. Quando il grande proprietario innovatore sarà andato colle gambe all’aria, i contadini se ne spartiranno il fondo ed applicheranno quelli tra i nuovi metodi di cui avranno apprezzato i frutti, trascurando gli altri che furono la causa della rovina del pioniere. In secondo luogo, esistono alcuni pochi, sfortunatamente troppo pochi, uomini i quali sono dotati di spirito critico. Novantanove lettori di giornali su cento giurano nel verbo del loro “giornale”. Come può essere sbagliato – mi diceva un tale, – ciò che è “stampato nel ferro?” Il buon uomo intendeva dire che una proposizione può essere falsa se pronunciata a voce, dubbia se manoscritta; ma diventa incontrovertibile e sacra se ripetuta e stampata in centinaia e migliaia di copie. Come può un verbo mille volte ripetuto essere uno sproposito? Un lettore su cento, ma forse è dir troppo, scopre il vizio nel ragionamento sofistico, equivoco o capzioso. Tra questi pochi dotati di spirito critico, alcuni soltanto sono nel tempo stesso forniti di spirito ricostruttivo. Nel campo dell’industria e dell’agricoltura, i puri critici provocano “in tempo” la rovina delle imprese mal combinate dei più balordi imitatori di quel che tutti fanno; ed i critici ricostruttori vanno contro corrente, creano il nuovo e preparano l’avvenire. Per questa via l’errore economico è ridotto al minimo compatibile con i difetti della natura umana: per ritardo nell’aumento della produzione da parte dei prudenti, per rovine provocate dai critici innanzi che i più irriflessivi abbiano spinto le loro imprese al massimo della espansione erronea, per costruzione tempestiva di nuove imprese da parte dei critici ricostruttori capaci di andare contro corrente. Affinché il meccanismo ora descritto della riduzione al minimo degli errori nei piani economici agisca, non occorre che le tre categorie dei prudenti i quali frenano, dei critici i quali buttano a terra l’edificio innanzi che cada da sé con maggior fracasso e più grave danno e dei ricostruttori i quali tirano su le fabbriche nuove siano composte di molta gente. Accanto alle leggi di Gossen, gli economisti usano esporre un altra legge, assai più antica, detta di King, in virtù della quale un difetto od un eccesso di una data dimensione nella produzione di un bene cagiona un aumento od un ribasso di dimensioni o proporzioni assai maggiori nel prezzo del bene medesimo. Che cento produttori mettano sul mercato lo stesso bene non è molto pericoloso; è invece assai pericoloso che ai cento si aggiunga un nuovo produttore. È la piccola aggiunta la quale fa traboccare il vaso e fa scendere i prezzi. Basta che il mercato sia sbarazzato in tempo dalla gente che sta al margine, che lavora male od ha sbagliato i conti perché il meccanismo economico lavori con risultati discreti. Guai se tutti, per rivoltamento così pecoresco come l’entusiasmo di prima, si astenessero dal produrre! Alla bisogna di rimediare agli errori economici basta di solito un piccolo manipolo di guastatori.

 

 

Fa d’uopo però che il manipolo possa liberamente formarsi, attrupparsi e sciogliersi. Fa d’uopo che i prudenti siano lasciati tranquilli e non siano spinti, colle lance nelle reni, a far ciò che essi non sono ancora disposti a fare. Se si ordina a un contadino di sarchiare il campo colla promessa di ricavarne più sacchi di frumento, lo si irrita senza costrutto. Bisogna sarchiare il “nostro” campo e lasciare al contadino la soddisfazione di dire: quel signore è matto; per togliere un po’ d’erbacce ha strappato anche la pianta del grano. Ma l’amico sicuramente passerà ancora su quella via e, sogghignando sempre meno, osserverà il grano crescere più rigoglioso del suo e l’anno venturo verrà a chiedervi in prestito la sarchiatrice. Fa d’uopo che i critici siano liberi di muovere all’attacco, a loro rischio, delle imprese o delle azioni delle imprese che essi giudicano cattive. Se sbagliano, pagheranno i cocci coi loro quattrini; perché le imprese buone non crollano per la maldicenza dei critici. Fa d’uopo che i ricostruttori siano liberi di fondare le nuove imprese dove, come e quando ritengono più opportuno.

 

 

Il “piano” economico più razionale pare dunque consista nella combinazione di molti piani contemporaneamente concepiti da menti separate ed indipendenti, in modo che l’andazzo imitativo dei più in un senso unico venga frenato dalla paura, dalla prudenza, dalla critica dallo spirito di contraddizione e di innovazione dei meno. Il risultato non è certamente quello perfetto che otterrebbe nostro signore Iddio onnipotente ed onniveggente, posto, nell’empireo celeste, al di fuori delle passioni umane. Ma poiché uomini siamo e non iddii, giova contentarci dell’umanamente possibile. Ad ogni modo giova altresì constatare che siffatta imperfezione è un meglio in confronto dei malanni combinati ogni qualvolta si conferì, per accidente, per consenso o per legge, la potestà di far “piani” a gruppi, o consorzi o corpi collettivi, nei quali gli uomini dal temperamento prudente o critico o ricostruttore sono impediti dal compiere il loro benefico ufficio e costretti a mettersi al seguito dell’uomo medio, dell’uomo rappresentativo della tendenza psicologica dominante, fatalmente volta all’imitazione ossia, al margine, all’errato operare economico.



[i] La teoria svolta nel testo è diversa od almeno più compiuta di quella implicita nella difesa comunemente tentata dei piani costrutti ad opera di molte imprese indipendenti contro i piani unificati. Nei primi, si dice, l’errore degli uni è compensato dall’errore contrario di altri produttori; nei secondi l’errore dei pochi dirigenti diventa errore generale. La compensazione degli errori nelle economie a libera iniziativa individuale è una invenzione da tavolino. Gli errori dai quali derivano le crisi sono errori generali, per montatura diffusa dello spirito di iniziativa economica; né l’errore nel produrre troppa merce a da parte dei tizii entusiasti è compensato dal contrario errore del produrre troppo poco di quella stessa merce a da parte dei sempronii diffidenti. L’entusiasmo è malattia che si attacca a tutti, tizii e sempronii. Neppure la compensazione può avvenire fra un troppo di a ed un troppo poco di b; che anzi la crisi deriva spesso dal non aver saputo o potuto produrre contro il doppio di a non il doppio esatto di b, ma quella maggior quantità di b e quel tanto di a… che sarebbero stati sufficienti ad assorbire a (cfr. su questo punto i par. da 5 ad 8 del mio saggio su Costo di produzione, leghe operaie e produzione di nuovi beni per eliminare la disoccupazione tecnica, in «La Riforma Sociale», del gennaio-febbraio 1931). Il punto sta nel mettere in rilievo l’effetto dell’operare della piccola minoranza non imitativa, non certo atta a “compensare” l’opera della stragrande maggioranza imitativa, ma ritardata, a guastarla ed a rinnovarla. Il che si è tentato di chiarire nel testo. In qualunque tipo di economia, le redini di comando spettano a chi opera o spinge nel senso voluto dai più. Sopravvive però meglio quel tipo in cui si salvaguarda la libertà dei pochi di mettersi contro corrente.

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