Piccola e media proprietà in un comune del duecento

Tratto da:

Rivista di storia economica

Data di pubblicazione: 01/03/1943

Piccola e media proprietà in un comune del duecento

«Rivista di storia economica», VIII, n. 1-2, marzo-giugno 1943, pp. 50-55

 

 

 

Giovanni Donna, Aspetti della proprietà fondiaria nel Comune di Chieri durante il tredicesimo secolo. Dagli “Annali della R. Accademia di agricoltura”, vol. 85. Torino, 1942. Estratto in ottavo in pp. 31 s. i. p.

 

 

Il breve scritto del Donna ha per fonte (annunciata nel quaderno del dicembre di questa richiesta) il volume nel quale la dott. M. C. Daviso di Charvensod pubblicava il catasto del 1253 del quartiere Vayro del comune di Chieri. Ma laddove la Daviso, pur avendo compiuto la fatica maggiore e più ardua, che è quella della trascrizione, interpretazione (con glossario ed indici) ed illustrazione filologica del primo volume del catasto del 1253, uno dei più antichi d’Italia, non aveva estratto dalla fonte egregiamente messa alla luce le illazioni sociali economiche e giuridiche di cui essa è feconda, il Donna si è assunto il compito non lieve di illustrare il significato economico delle notizie che distintamente, possessore per possessore si leggono nel volume edito dalla Daviso.

 

 

Premettasi che il quartiere Vayro del comune di Chieri si estendeva su 5.10,89 giornate piemontesi, ognuna di mq. 3.800,96 e quindi era pari ad ettari 2.134,14; che esso si sviluppava in regione di piano colle, e il suo ordinamento culturale non era molto diverso nelle sue linee essenziali da quello odierno.

 

 

Le indicazioni tra parentesi si riferiscono alla situazione del 1929. Serbatasi quasi invariata attraverso a poco meno di sette secoli la superficie a seminativo ed a vite, il prato permanente ha preso il luogo dei magri prati e gerbidi di un tempo; ed è notevolmente diminuita la superficie destinata al bosco (ceduo di quercia e di castagno). Il territorio, di cui il 55 per cento era coltivato a cereali (grano, segala, spelta, barbariato, orzo, avena, miglio, panico e sorgo) ed a leguminose, con alquanta cultura di canapa e lino per i bisogni famigliari, era assai frazionato. Su 5.441,13 giornate pari ad ettari 2.067,63, il numero delle ditte proprietarie era di 458; sicché il tipo prevalente della unità proprietaria si aggirava sui 4 ettari (circa 10 giornate); ampiezza che anche oggi nelle zone agrarie piemontesi di medio colle, pur tenendo conto della maggiore intensità delle culture, appare tipica.

 

 

Classificando più partitamente, si può costruire il seguente specchietto per la distribuzione della proprietà nel quartiere Vayro e nel 1253. La distribuzione non è molto diversa da quella che parrebbe oggi propria ad una contrada agricola posta nelle medesime condizioni di piano – colle, a cultura mista, con prevalenza dei cereali e dei pascoli per l’alimentazione diretta delle famiglie agricole e della vite per lo scambio ed il procacciamento di beni non producibili sul luogo. La piramide sociale è schiacciata, la punta non si innalza dritta al cielo, ma è larga alla base. I grandi proprietari, – il maggiore, con 241,60 giornate, appena giunge ai 91,8 ettari – sono 8 e posseggono il 23,06 per cento del territorio del quartiere; i piccoli sono 324 e ne hanno il 19,79 per cento; ma il peso sociale maggiore è dei proprietari medi, nerbo del ceto agricolo, che sono 126 ed occupano il 57,15 per cento del territorio.

 

 

Dopo sette secoli le cose non sono profondamente mutate in quel di Chieri. Con una classificazione lievemente diversa nei suoi limiti – la base non è più la giornata, ma l’ettaro – il Donna ci offre un confronto tra il quartiere del Vayro (2.067,63 ettari) nel 1253 e l’intero territorio del comune di Chieri nel 1929 (5.430 ettari).

 

 

La distribuzione è stata da me leggermente mutata, collocando nella media anche la proprietà di estensione superiore ai 3 ettari, sembrandomi che, data la intensificazione delle culture, una proprietà di almeno 3 ettari (7,80 giornate piemontesi) sia sufficiente alla vita autonoma delle famiglie.

 

 

Quanto è tenace, nei secoli, il tipo della distribuzione della proprietà terriera; e come appaiono contrastanti alla realtà certi luoghi comuni sulle profonde rivoluzioni accadute nella struttura sociale ed economica! Se, a tanta distanza di tempo, un paragone è lecito, constatiamo che è diminuito proporzionatamente il numero delle unità – agrarie particellari, inferiori a 3 ettari, incapaci cioè di consentire alla famiglia coltivatrice la possibilità di una vita autonoma. È diminuito cioè, dal 69,50 al 55,50 per cento il numero di coloro che non traggono dalla proprietà rustica i mezzi di esistenza per la famiglia; ed è invece aumentato dal 29,50 al 44,50 per cento il numero delle proprietà atte a dare sostentamento autonomo ai loro proprietari. È scomparsa la grande proprietà, se pur così vuol chiamarsi, superiore ai 50 ettari.

 

 

È questa una nuova conferma del fatto, noto per altri indizi, che la rivoluzione francese non segna, almeno per il Piemonte, l’inizio della piccola e media proprietà. Esse erano, in confronto alla grande, una caratteristica già radicata nella costituzione sociale del chierese nel 1253. Ulteriori ricerche in altri catasti piemontesi confermerebbero, penso, la constatazione ora fatta per un solo comune. La piccola proprietà particellare non autonoma aveva nel 1253 una funzione non molto diversa da quella attuale. Il Donna constata che nel “poderium”, ossia zona territoriale` aderente al comune e propria di questa, le case poderali non erano molte ed i contadini si recavano giornalmente in campagna per i lavori, ritornando in città la sera; dal che si può dedurre che dei 324 piccoli proprietari fino a 10 giornate non pochi erano artigiani e bottegai; i quali ritraevano dalla terra un complemento di reddito, ed altri braccianti e manovali, i quali collocavano in città la forza di lavoro esuberante ai lavori dei terreni posseduti.

 

 

Il frazionamento nella categoria della piccola proprietà non era nel 1253 più accentuato di oggi solo perché la categoria comprende il 69,50 per cento del numero totale dei proprietari e perché la produttività di ognuna di quelle piccole proprietà era notevolmente minore di quella delle corrispondenti unità poderali d’oggi. Il Donna rileva che una superficie complessiva di 5.610,89 giornate era divisa in 3.635 appezzamenti o particelle catastali, con una media di 8 appezzamenti per ogni proprietario, e una superficie di 1,54 giornate per particella; ben 2.066 appezzamenti (il 57,38 per cento del numero totale) non superando la superficie di una giornata. Oggi, che una giornata di orto o di frutteto a coltivazione intensiva basta a far vivere una famiglia, lo sminuzzamento della proprietà delle terre appare dunque ben meno accentuato e pericoloso che sette secoli or sono; ed il risultato, socialmente vantaggioso, è stato ottenuto senza quegli interventi coattivi statali che il clamore dei fabbricanti di leggi ha fatto credere necessario ai giorni nostri anche al di fuori dei casi veramente conclamati di polverizzazione della terra. La persistenza durante sette secoli – e probabilmente si risalirebbe ben più addietro se fossero sopravissuti documenti più antichi – di una costituzione sociale agraria immutata e sana dovrebbe insegnar qualcosa a coloro che immaginano di ottenere, con rapidi e violenti rivolgimenti, quei risultati che sono il lento frutto di adattamenti reciproci fra uomo e terra. In un saggio scritto or è quasi un mezzo secolo (“Les formes et les transformations de l’Economie agraire dans le Piémont”, nel “Devenir Social” del dicembre 1897) dimostravo che la distribuzione della proprietà ed i metodi di conduzione delle terre nel Piemonte erano profondamente diversi a seconda delle zone montagnose, collinari e pianeggianti dei terreni e dell’indole erbacea ed arborea delle culture. Ora vedo dal Donna che queste condizioni prendono, secondo taluni scrittori, nome di “volto fisiogeografico della regione” e sento dire che si è costruito un nuovo ramo della scienza dei popoli, che direbbesi geo-politica. Al solito c’è molto andazzo in questa faccenda, quell’andazzo di cui il contadino del Sassetti si lamentava col magnifico Lorenzo: “se a te piace che sia andazzo che i Medici si approprino della vigna del contadino e così sia!”; e quel che di vero c’è nella fisio-geografia può darsi si limiti all’osservazione antica che la terra simili a sé fa diventare i lavoratori. Ma quanta diversità sotto l’apparente immutabilità! Forse il libro del catasto di Chieri, quando la sua pubblicazione sia estesa a tutti i quartieri del territorio comunale e quando sia esteso ai catasti successivi, che si conservano nell’archivio di quel comune, ci può riservare altre preziose scoperte. La struttura economica del Comune lentamente si trasforma; da una delle città più industriose e popolose del Piemonte (6.665 abitanti contro 5.665 a Savigliano, 5.196 ad Ivrea, 4.200 a Torino, 3.830 a Pinerolo, 3.500 a Lanzo, 3.295 a Cuneo, 2.165 a Rivoli e Susa) a mezzo il secolo quattordicesimo, con numerose casane di banchieri, traffici grandi con l’estero, a poco a poco Chieri scade all’ufficio di capoluogo di una ricca regione agraria, dotato di modesta attività industriale locale. Non sono mutati i proprietari nel tempo stesso? Appartengono alle medesime categorie sociali? non v’è modo di seguire, da un tempo all’altro, la nascita , l’ascesa, la fioritura, la stasi e la decadenza delle famiglie proprietarie e le ragioni delle loro variazioni? Poiché il catasto comprendeva anche altre attività economiche, fuor di quella della terra, non se ne possono trarre indizi rispetto ad altri fatti di grande interesse sociale? I rustici si recano, quando si siano arricchiti, nella città o le ricchezze acquisite nei traffici si riversano nelle campagne e la rinnovano? I mercanti cittadini sono antichi contadini od i bottegai, divenuti mercanti e casanieri, ambiscono la proprietà della terra? Od ad altri fatti ed altre vicende si verificano, a noi non ancora noti? Converrebbe dare un volto ed un nome alle cifre che figurano come unità nelle tabelle del volto impassibile e traducibile negli ordinari indici di frequenza o di correlazione propri di tutti i paesi e di tutti i tempi. Non si può fare una storia terriera e mercantesca dei B “grand” e dei B “cit” di Chieri, delle famose famiglie Balbo, dei Bertone, dei Benso, dei Balbiano (i B grandi) e dei Broglia, Biscaretti e Buschetti (i B cit), che tanti illustri uomini di roba e di spada diedero al Piemonte, all’Italia ed alla Francia (ne discendono i Balbo, i Benso di Cavour, i Broglie francesi) ed avevano le loro radici nel territorio del comune di Chieri? Ed insieme con la storia terriera di questi grandi, scrivere quella delle famiglie di contadini inurbati, saliti poi a ricchezza ed a potere e di nuovo decaduti e scomparsi? Il Plesner ha ricostruito le genealogie di alcune famiglie fiorentine d’estrazione agricola di sui cartolari dei notai (cfr. in questa rivista il mio saggio su “La Leggenda del servo fuggitivo” nel quaderno del marzo 1973); ed il tentativo potrebbe essere ripreso, forse con maggior fortuna, di sui libri catastali chieresi, che la Daviso con tanta attenta cura ha cominciato a risuscitare dall’oblio.

 

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