Pieni poteri

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 01/12/1922

Pieni poteri

«Corriere della Sera», 1 dicembre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 973-976

 

 

 

Il governo ha ottenuto anche dal senato i pieni poteri che la camera gli aveva già accordati. Da oggi comincia per i ministri l’ora di una responsabilità angosciosa e terribile. Mai il paese ha riposto tanta fiducia in un governo, mai ha manifestato tanta attesa dell’opera sua. Verremmo meno a un nostro preciso dovere, ci dimostreremmo inconsapevoli dell’altissima missione affidata alla stampa se esacerbassimo questo senso d’attesa che è nel pubblico, se lo disponessimo ad aspettare il miracolo. Ricordiamo che la legge dei pieni poteri non vuole miracoli. Vuole toccare una meta più semplice: il pareggio. Si dice «semplice» per indicare che non è l’assurdo, che è una meta possibile, che il suo raggiungimento è ostacolato più dalla debolezza degli uomini che da una ragione logica o da un impedimento obbiettivo assoluto. Passammo da un disavanzo di 16 miliardi a uno di 8; e ora siamo a 5. Dunque dobbiamo arrivare allo zero. Non ricordiamo queste cifre allo scopo di precostituirci un argomento per svalutare, quando sarà compiuta, l’opera degli uomini che hanno la responsabilità dei pieni poteri. È grandemente più facile ridurre il disavanzo da 16 a 8 e da 8 a 5 che non farlo scomparire del tutto. Gli ultimi miliardi sono i più duri. L’ultimo sarà durissimo. Attorno ad esso si concentreranno gli sforzi di tutti coloro che hanno gli interessi più forti da difendere e che sono i più agguerriti nella difesa.

 

 

Il dovere dell’opinione pubblica oggi è di non attendere il miracolo improvviso e spettacoloso. È di tacere di fronte agli sforzi che il governo dovrà fare per realizzare le economie. La pressione tributaria, di fronte alla contrazione dei redditi già verificatisi in causa della crisi economica e di fronte a quella maggiore che si verificherebbe se il cambio sul dollaro da 21 discendesse a 15 o a 12 lire, è e sarà sempre più intollerabile. Bisogna perciò che la pubblica opinione dia forza a coloro che debbono intraprendere in primo luogo la riduzione delle spese. Bisogna avere il coraggio di non chiedere nulla anche quando gli altri chiedono. Bisogna che gli interessi locali tacciano, che i porti non si lamentino se un approdo sarà tolto o se la costruzione di una banchina nuova o di un molo nuovo sarà rinviata a epoca indeterminata. Bisogna che sorga una gara tra le regioni per rinunciare alla costruzione immediata di una ferrovia da lungo tempo attesa; di una linea di navigazione interna progettata, di un’opera pubblica non assolutamente urgente. L’impiegato deve mandare consigli non sul maggior lavoro che possono fornire gli altri, ma su quello ch’egli stesso è in grado di dare in più. L’odio e l’invidia, che fanno ritenere buone solo le imposte che pagano gli altri, debbono destare tanta ripugnanza da non osare più neppure di manifestarsi.

 

 

Se questi sono i doveri dell’opinione pubblica, non meno grandi sono i doveri di coloro cui è stato affidato il carico dei pieni poteri. Pericolo massimo, di gran lunga maggiore di tutti, a cui essi vanno incontro, è la tentazione di fare. Di fare molto e di fare rapidamente. Importa che i ministri si irrigidiscano contro la tentazione di agire subito, agire spettacolosamente. Val meglio perdere o lasciar credere di voler perdere due o tre mesi ora, che dover riformare dopo l’opera concepita troppo rapidamente. Una settimana di legislazione del giugno 1923 varrà più di due mesi oggi. Se un consiglio può essere dato in materia finanziaria, questo non è di emanare oggi un decreto per la tassazione di un cespite dimenticato o trascurato, come quello dei coltivatori di terreni proprii o di mezzadri o di coloni; o, almeno, la dichiarazione del principio della tassazione deve essere scritta nel primo articolo; ma un secondo deve immediatamente seguire il quale dica: «Allo scopo di attuare il disposto del precedente articolo è bandito il concorso per mille nuovi posti di allievo geometra catastale per l’acceleramento delle operazioni catastali». La via può parere più lunga e tortuosa, ma è la sola che conduca alla meta. Scaraventare addosso all’attuale amministrazione così com’è agguerrita e dotata di uomini, il compito di fare un mezzo milione di nuovi accertamenti agrari, in aggiunta al mezzo milione di accertamenti mobiliari di cui già è gravata, vorrebbe dire ripetere l’errore del centesimo di guerra, del 50% sui fitti, della complementare sui redditi, dei sovraprofitti di guerra, della patrimoniale. Curva sotto l’enorme peso del nuovo lavoro, l’amministrazione sarebbe isterilita per anni. Sarebbe un disastro per il rendimento delle imposte. Il governo dei pieni poteri non ha bisogno e non deve volere il plauso della platea. Deve riparare al caos, mettere l’ordine dove oggi c’è il disordine, rendere produttive le imposte le quali vanno isterilendosi. Ma per fare ciò occorre un coraggio elementare, un coraggio che i suoi predecessori non ebbero: il coraggio della rinuncia al successo immediato. Non mancarono le idee buone, anzi le idee giudicate ottime dal pubblico: il progetto Meda-Tedesco-Soleri resta il monumento della ideazione organica e feconda. Ma, per far denari subito, il progetto era tenuto sul suo piedestallo di gloria, e frattanto si istituivano i centesimi, si appiccicavano le complementari, si crescevano le aliquote, si inventavano nuovi nomi per le cose vecchie. Il reddito immediato si otteneva; ma a scapito dell’avvenire; ma provocando disordine, sovrapposizione, intollerabilità delle imposte.

 

 

I pieni poteri non debbono servire a ripetere la sciagurata esperienza del passato. Se anche Tangorra e De Stefani non potranno annunciare al 31 marzo 1924 di aver ottenuto i miliardi di nuovi proventi fiscali, ma potranno invece dire: «noi abbiamo portato dal 50 al 70% la superficie del territorio nazionale censito a catasto nuovo e i lavori procedono così che entro un anno è certo che la percentuale della superficie censita crescerà al 90% e entro due anni giungerà al 100% – noi abbiamo formato e educato mille giovani forniti della perizia, dell’onestà, della temperanza necessaria a ben giudicare del reddito dei professionisti, dei lavoratori, dei commercianti e degli industriali». Se essi potranno dire questo, oh, non temano che alcuno li accusi di aver male usato del tempo che ad essi era stato concesso. La conquista del pareggio non sta nei progetti di legge e nelle riforme sensazionali: è nella severità delle economie; è nell’equa ripartizione delle imposte. E questo si ottiene con due mezzi: preparazione catastale per i redditi agrari, perfezionamento e accrescimento di una classe colta, imparziale di accertatori per i redditi mobiliari.

 

 

Corrono per il mondo residui di altre idee, residui dello spirito demagogico sui compiti del governo restauratore. Dovere della stampa è di non fomentare vane, insane speranze. Ma l’opera della stampa a nulla gioverebbe quando su un punto il governo dei pieni poteri non cambiasse a fondo i sistemi finora invalsi. La classe politica degli anni scorsi non è morta per troppo aver discusso e cioè educato troppo poco. Fu sempre ragione di meraviglia grandissima, a chi aveva formata la mente sulla lezione dei governi parlamentari classici, lo spirito di reticenza, di silenzio, di mistero di cui si circondarono gli uomini di governo italiani dell’ultimo trentennio. Il parlare sibillino, misterioso, vago era divenuto di moda. Pareva il sommo della sapienza: dietro c’era il vuoto. Gli uomini dei pieni poteri debbono avere un’altra ambizione ben più alta. Il popolo è ancora da conquistare. Dopo l’ondata dei sentimenti deve venire la predicazione dell’idea. Essi debbono, mentre agiscono, e mentre ancora l’azione è in corso, persuadere tutti che così e non altrimenti essi debbono agire. Soltanto con questa opera assidua, commossa di propaganda e di istruzione essi possono impedire che sorgano e si ingigantiscano le disillusioni e che il malcontento per il duro travaglio delle leggi economiche non riprenda forza. La pubblicità, la discussione, l’educazione nel folto della mischia, sono il succo di verità che sta al di sotto della formula della sovranità del popolo e del regime parlamentare. Le formule sono lo strumento: la sostanza sta nell’educazione spirituale del popolo e della nazione. Auguriamo che quest’anno di pieni poteri dia all’Italia un pareggio di bilancio ottenuto per volontà acerrima dei responsabili e divenuto saldo come roccia per consenso consapevole di un popolo educato a comprendere i valori supremi dello stato.

 

 

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