Piero Gobetti nelle memorie e nelle impressioni dei suoi maestri

Tratto da:

Il Baretti

Data di pubblicazione: 16/03/1926

Piero Gobetti nelle memorie e nelle impressioni dei suoi maestri

«Il Baretti», 16 marzo 1926

 

 

 

Di Piero Gobetti voglio mettere oggi in carta alcuni ricordi personali. Lo conobbi quando non era ancora arrivato all’università e già il suo cervello era una fucina di idee, le quali fermavano l’attenzione di chi l’ascoltava, anche per il modo rotto ed inspirato con cui egli le esponeva, accompagnando le parole col moto nervoso delle mani e del capo. All’università, mi organizzò nell’anno in cui volle frequentare il mio corso di finanza, un piccolo pubblico di ascoltatori non obbligati; sicché io, che in quell’anno avevo intrapreso un insegnamento esegetico su alcuni testi di legge tributaria italiana – e i periti possono ben comprenderne l’aridità noiosa, sebbene voluta – dovetti fare sforzi erculei per trasformare il commento ad articoli di legge in un esercizio di logica economica applicata; e dello sforzo compiuto fui sempre grato al Gobetti perché ne uscì un tentativo di mettere ordine nel disordine apparente, di costrurre un ordine logico deduttivo su materiali frammentari.

 

 

Ma le conversazioni migliori che ebbi con lui toccavano quasi sempre il problema del lavoro; e l’essersi egli fatto editore di un mio volume su Le lotte del lavoro fu la conseguenza di quelle conversazioni. Egli stesso ha scritto e stampato quel che, intorno ai problemi del lavoro, pensò; e lo fece certamente meglio di quanto non possa ricostruire io, ricordando le sole cose che mi rimasero più fitte nella memoria e ricordandole in quel modo approssimativo e vago che il tempo trascorso consente. Tuttavia anche il ricordo altrui può giovare, se non altro, a fermare le sembianze sotto le quali l’amico fu visto dall’amico e le idee che il sopravvissuto poté illudersi di aver fatto conoscere a chi non è più.

 

 

Vi fu un tempo, dunque, durante il quale Gobetti visse a contatto con operai torinesi, elementi scelti delle maestranze le quali popolano gli stabilimenti della Fiat e delle altre imprese nostre. Era un vero Ordine nuovo che sembrava allora sorgere; in cui al lavoro che agisce e pensa era serbato il governo della società. A vantaggio ed istruzione di questa scelta di operai egli teneva qualcosa che non era una scuola od una università popolare o proletaria; ma conversazioni e lezioni tra amici e conoscenti, ricordi e ripetizioni di letture fatte, commenti ad articoli di giornali o su fatti del giorno.

 

 

Egli vedeva nel mondo operaio, allora agitato dalle convulsioni del dopo guerra, formarsi i germi di una società nuova, a cui i teorizzatori del tempo davano il nome di comunistica o socialistica, ma che in realtà era tutt’altra cosa. Non si può dire che Gobetti si fosse fermato neppure sul sindacalismo come su una dottrina atta ad andare in fondo a ciò che accadeva.

 

 

Al disopra ed al di là dei nomi, egli vedeva le forze nuove, vergini, capaci di creazioni sociali diverse dalle attuali. Ci sono negli operai manuali, nei tecnici degli stabilimenti industriali, nei rustici appena tolti dalla vanga e gittati nel tormento dei forni e nel rombo assordante del macchinario di fabbrica, energie, forze, volontà le quali ancora non sono state sfruttate; ci sono uomini d’eccezione, capaci di cose notevoli, intelligenze che l’ignoranza soltanto rende incapaci di dare frutti insperati. Il sindacalismo, la conquista della fabbrica, la vittoria del proletariato sono soltanto gli strumenti, le formule per mezzo di cui riescono ad imporsi gli uomini di valore esistenti nella massa proletaria, e l’oro esce purificato dalla bruta ganga appena estratta dalla miniera. Perciò, egli che pure in sostanza repugnava alla statolatria, ed alla irreggimentazione comunistica, fu amico di comunisti, ne apprezzò gli sforzi.

 

 

Aveva comune con essi il senso della rivoluzione, la quale, anche quando assunse per lui l’aggettivo «liberale» gli parve necessaria nei momenti delle grandi crisi, per scuotere l’ordine costituito e per lasciare venire a galla, al luogo delle vanità fatte persone, uomini energici tratti dalle classi sociali non ancora fruste dall’esercizio del potere politico ed economico.

 

 

Sempre si dolse, allora e poi, che purtroppo venissero a galla non gli eroi, che tutti vagheggiavamo, ma puri imitatori, mascherati col rimbombo di assai parole grosse, dei politicanti corruttori venuti su dopo la caduta della destra storica. Il liberalismo concreto delle classi dirigenti italiane gli sembrò perciò ognora assai meschina cosa. Non negava quel che esso ebbe poi di eroico in taluni uomini, i quali videro nella difesa della legalità costituzionale la difesa dei diritti di tutti; ma gli pareva che il liberalismo fosse decaduto al livello di una formula priva di contenuto, usata per tener su gente vecchia, in decadenza, non capace di lottare per il raggiungimento di nuovi ideali. Perciò egli voleva che nella lotta intervenissero le classi operaie; che di dosso ad esse fossero tolti quei pesi morti di ignoranza, di povertà che le tengono in basso ed impediscono alla società intiera di valersi utilmente delle loro forze fresche.

 

 

Perciò egli era rivoluzionario; ché senza un qualche scrollo creativo di una nuova formula gli pareva impossibile che le classi operaie riuscissero a rompere la crosta di posizioni acquisite, di pregiudizi, di convenzionalismi, che davano il potere sociale ad una classe fossilizzata. Non mi parve mai un ammiratore dei ceti borghesi, che in Italia, dopo la caduta della destra, eransi ristretti ad occupazioni materiali e, datisi ad arricchire, non sentivano i grandi problemi politici e sociali.

 

 

In tutto ciò v’era un fondo generoso di passione umana, di quello spirito di discesa nel popolo che è caratteristico dei momenti in cui si preparano i grandi rivolgimenti sociali.

 

 

Personalmente, a me pareva, discorrendo con lui nel periodo in cui egli aspirava a portare tra gli operai il senso virile del liberalismo concepito come sforzo per educare e migliorare sé stessi, per capire il mondo circostante, per rispettare negli altri la propria personalità, di ritornare un quarto di secolo addietro, quando, poco prima del 1900, anch’io, frequentando operai ed agitatori avevo creduto nell’elevazione faticosa, meritata, conquistata degli uomini rozzi, che lavorano colle loro mani, in cui è spesso tanta luce di fresca, verde, genuina intelligenza.

 

 

Non ho mai rimpianto quelle vecchie conversazioni ed ancor oggi ho taluno di quei primi agitatori come tra gli uomini migliori, per bontà d’animo e altezza di ideali, che io mi conosca. Ma dubito che la via della elevazione debba essere assai più aspra di quella che ingenuamente avevamo intravista. Non già soltanto perché il movimento operaio, così bello negli anni della lotta e della persecuzione innanzi al 1900, sia caduto poi troppo spesso preda di profittatori, di politicanti e di chiacchieroni abili.

 

 

Questi sono soltanto i sintomi di un male più profondo, di cui qualche volta discorrevo con Gobetti, e che a me pareva consistesse probabilmente nella malvagità innata dell’uomo. Capitai una volta a fargli vedere certe mie non poche schede di appunti presi leggendo le opere di Le Play, che gli economisti e gli statistici conoscono per i suoi bilanci di famiglie operaie: – opera monumentale per fermo, la quale raccomanderà per un gran pezzo agli studiosi il nome dell’autore, come quello del creatore di un metodo originale e preciso di studiare le condizioni sociali dei popoli; – ma che dovrebbe anche essere meglio ricordato come apostolo di un verbo sociale.

 

 

Ché il Le Play si mutò da ingegnere di miniere in compilatore di bilanci operai in seguito ad una crisi di coscienza sofferta al termine di una lunga malattia; quando per una visione quasi religiosa egli si sentì spinto a proclamare la necessità della riforma sociale; la quale in sostanza si riduceva poi a combattere la teoria di Rousseau della bontà originaria dell’uomo selvaggio, che le istituzioni umane avrebbero corrotto e reso malvagio. Altri, notissimi, pensatori oppugnarono la teoria di Rousseau; ma dubito assai vi sia chi possa eguagliare il Le Play per la ricchezza dei riferimenti tratti dai grandi libri religiosi dell’umanità e delle osservazioni compiute durante cinquant’anni, sotto i più diversi climi storici, in luoghi tra loro lontanissimi, dagli Urali alla Siria, dalla Scandinavia alla Spagna ed al Marocco. Ignoro se vi sia uno scrittore il quale più di lui dia il senso storico di età trascorse: della tribù nomade della Bibbia, del servo della gleba, del compagno della corporazione medievale d’arte e mestieri, del mezzadro italiano, dell’operaio di fabbrica contemporaneo.

 

 

Questo singolare ingegnere, il quale sarà un giorno studiato come una fonte di prim’ordine dello storico della Russia prima dell’ukase di emancipazione e dallo studioso di forme economiche scomparse, non si stancò mai di ripetere che Rousseau aveva detto il falso e che l’uomo era nato malvagio, crudele, mentitore, ladro e che solo la forza delle istituzioni umane e della religione, solo i legamenti della tradizione, delle consuetudini e la virtù dei pastori di popoli, dei notabili – altri poi li chiamò élites e per averli forniti del senso delle combinazioni ossia dell’imbroglio si procacciò gran fama – a poco a poco lo addomesticano, lo frenano, lo riducono a membro vantaggioso della società.

 

 

Di qui l’utilità delle tradizioni religiosamente osservate, delle istituzioni antiche le quali si impongono ai popoli quasi avessero una virtù soprannaturale; di qui il pericolo sociale gravissimo di scuotere con fatti rivoluzionari quel senso di tabù che mantiene salda la compagine sociale. Se qualcuno, audace o incosciente, rompe l’incanto, si vede che il mondo sociale è tutto un tendone da palcoscenico; e dietro non c’è nulla. Il castello di carta stava in piedi perché nessuno osava – tanta era la forza dell’incantesimo creata dai secoli – soffiarvi dentro; ma intanto, al riparo dell’incantesimo, vissero per secoli società che il Le Play chiama prospere in contrapposto alle società instabili, che lo spirito della critica riduce in polvere e lentamente dissolve.

 

 

Io non dico che Gobetti sia stato persuaso dagli appunti le-playani che talvolta gli sfogliavo per pungere e frenare il suo animo forse troppo propenso a vedere il bene dei germi di rivoluzione gittati nel crogiolo sociale. Troppo poteva in lui lo spirito critico, l’insaziato desiderio di sapere, il convincimento della forza creativa dell’intelligenza per acquietarsi alla visione di un mondo governato dalla tradizione, dai notabili, dall’immagine dei castighi annunciati ai disonesti dai versetti della Bibbia e del Corano.

 

L’ingegno umano che nell’industria moderna è stato capace di creazioni tanto utili alla prosperità materiale, perché non dovrebbe, affinato dagli stessi mirabili ordigni da lui creati, perfezionare altresì il meccanismo della vita politica e sociale? Piero Gobetti aveva fede nella potenza rivoluzionatrice, nella virtù intima di innalzamento, nella capacità creativa di coloro che vivono quotidianamente accanto alla macchina, fattore per eccellenza rivoluzionario, il che vuol dire creativo di forme nuove, del mondo economico. Tuttavia egli, che era sempre ansioso di far rivivere tra le generazioni nuove il ricordo di qualsiasi corrente originale del pensiero umano, non cessò mai di invitarmi a divulgare in una qualche lettura ed a raccogliere in un volumetto il succo degli insegnamenti dell’ingegnere autodidatta francese.

 

 

Amantissimo della piccola famiglia che egli si era creato, idolatrato dai genitori, egli vedeva nettamente che il culto delle tradizioni, la continuità del focolare domestico, il rispetto al risparmio che costruisce la casa, l’impresa, la terra sono idee forze, le quali hanno anch’esse, insieme col pensiero critico e creativo, con la macchina rivoluzionatrice dell’economia e coll’aspirazione profonda delle masse lavoratrici a salire, rompendo l’equilibrio sociale esistente, diritto di cittadinanza, in quella città ideale che egli veniva costruendo nella sua mente, e che è bella perché non è rigidamente immota; ma continuamente si trasforma sotto la pressione contrastante delle tante forze che agiscono su di essa.

 

 

Se i tempi e le forze fisiche, ahimè!, troppo impari al compito assunto, glie lo avessero consentito, anch’egli avrebbe creato, nella sua casa editrice, una di quelle forze sociali, uno di quei ligamenti tra uomo e uomo, tra spirito e spirito, i quali impediscono che la nostra povera umanità si dissolva in un caos indistinto di atomi sperduti nel buio.

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