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Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Polemizzando coi siderurgici

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 376-379[1]

 

 

 

 

Chi sono costoro che hanno costituito il sindacato dell’acciaio? Per pretendere alle simpatie del pubblico, dovrebbero far conoscere al pubblico il modo tenuto nell’organizzarsi, gli scopi avuti di mira. Quando si chiedono 50 milioni di prestito e quando si legge, senza autorevoli smentite, che istituti di emissione e casse di risparmio dovrebbero essere chiamati a contribuire al prestito, il pubblico avrebbe diritto di sapere a che cosa i milioni devono servire, quali garanzie presentano le aziende sovvenute, quanta è la loro produzione, quanta è la loro vendita, e dove le vendite sono effettuate. Sono notizie che i sindacati dell’acciaio degli altri paesi del mondo non nascondono a nessuno, anzi mettono in piazza ad istruzione e guida degli interessati. Mese per mese il sindacato tedesco dell’acciaio dice quante poutrelle, quante rotaie, quanti prodotti semi-lavorati ha consegnato all’interno ed all’estero; quale è il premio di esportazione pagato agli esportatori all’estero; quali sono i suoi stocks e in che modo la produzione è stata distribuita fra gli stabilimenti sindacati. La United States Steel Company opera nella stessa guisa. Non ha paura di far sapere che essa aveva alla fine del 1909 ben 5.927.000 tonn. di ordinazioni in corso; che essa ne aveva solo 5.402.000 tonn. al 31 marzo, 5.257.000 al 30 giugno, 3.158.000 al 30 settembre e 2.648.000 al 31 dicembre. È nota trimestre per trimestre la cifra precisa degli utili lordi, delle spese, degli ammortamenti, dei nuovi impianti, dei redditi netti. Si conosce la situazione rispettiva del sindacato di fronte ai suoi concorrenti. Si sa, ad esempio, che nella produzione della ghisa, alla fine del 1910 il sindacato americano aveva per sé il 39,4% della potenzialità produttiva del paese, le acciaierie indipendenti il 41,2 e i produttori pure di ghisa il 19,4%. Si sapeva altresì che nella produzione degli oggetti lavorati, il sindacato, dal 66,2% all’epoca della sua fondazione, era caduto al 56,4% nel 1909.

 

 

Con ciò i sindacati non ottengono di far dimenticare il loro peccato d’origine. Nati nove volte su dieci dalla protezione doganale, che impedisce la concorrenza dello straniero, vivono sfruttando il consumatore nazionale. Son di moda adesso teorie secondo cui i sindacati sarebbero dei benefattori dell’umanità e otterrebbero profitti mercé organizzazioni più sapienti, costi tecnici e commerciali più bassi di quelli possibili in libera concorrenza. Il che può essere talvolta vero nei fatti, quantunque lo sia sovratutto nella immaginazione degli eleganti indagatori delle leggi regolatrici dei fenomeni puri economici. Ma l’unico modo che i sindacati hanno per dimostrare che le loro vittorie sono dovute alle loro qualità peregrine di produttori e non all’utilizzazione sapiente dei dazi protettivi, e la pubblicità massima data alle loro faccende. Difficilmente essi riusciranno con ciò a scuotere la verità del detto americano secondo cui the tariff is the mother of trusts, i dazi protettivi sono la culla dei sindacati; a confutare la qual verità di fatto, bisognerebbe dimostrare perché nell’Inghilterra i trusts siano in proporzione assai poco numerosi, limitati a certi servizi pubblici, alle banche, in cui, anche senza sindacati, la concorrenza di nuovi istituti non è temibile, e ad industrie situate in condizioni particolari; e perché ivi i trusts esistenti facciano tanto poco parlare di sé, non aumentando i prezzi, in modo da far inferocire i consumatori, come accade nei paesi protetti, Stati Uniti, Germania, Italia, ecc. Nulladimeno anche i sindacati che vivono all’ombra della protezione doganale riescono, mediante la pubblicità data ai loro conti, a far vedere che essi usano una certa moderazione nel servirsi della protezione doganale pel rialzo dei prezzi, e che essi cercano, più o meno, di giustificare i vantaggi loro largiti da legislatori e governi. Sarà naturalmente una dimostrazione incompiuta; ma gioverà almeno a dimostrare che la loro opera non è inspirata puramente agli interessi di qualche cricca monopolistica. Gioverà sovratutto a persuadere le banche ordinarie a imprestare loro denari e il pubblico a comprarne le azioni ed obbligazioni.

 

 

Si trovano in questa situazione i soci del nuovissimo sindacato dell’acciaio? Credo che se si interrogassero i 20 più accorti e studiosi agenti di cambio d’Italia, non se ne troverebbe uno il quale potesse dichiarare di essersi formato un’idea precisa, esatta della consistenza patrimoniale e dell’andamento finanziario di queste aziende. Si sa che esse hanno distribuito o non distribuito dei dividendi: le Piombino sulle azioni da L. 130 non hanno distribuito nulla; l’Ilva ha dato nei primi tre anni il 5%, prelevandolo dal capitale sociale, e poi più nulla; l’Elba ha dato negli ultimi quattro anni il 7,20%, il 10, il 12 e l’8%; le Ferriere italiane l’8, il 10, il 10 ed il 6%; la Savona l’11, il 12, il 12 e il 12%; e le Terni il 24, il 18, il 13 e il 13%.

 

 

Ma è questa forse l’unica notizia precisa che il pubblico abbia. Come questi dividendi siano stati guadagnati, in che modo siano stati compilati i bilanci per permetterne la distribuzione; perché certe aziende abbiano guadagnato ed altre no, è perfettamente ignoto. Chi prende in mano i bilanci di queste società, è bravo se ne capisce qualcosa. Nel bilancio dell’Elba, al 31 dicembre 1909, all’attivo, figurano in blocco 34.164.911 lire di spese di primo impianto, per concessione terreni, fabbricati, forni, macchinari e simili. Come gli amministratori non abbiano veduto l’improprietà di questa unica cifra per valutare oggetti d’indole così disparata, davvero non si comprende. Come può un azionista od un obbligazionista formarsi un’idea della consistenza reale di un’azienda in cui si mettono insieme concessioni terminabili di terreni, fabbricati, che non si dice se siano eretti su aree di proprietà sociale, macchinari e perfino le cose “simili”! Peggio è l’altra partita di L. 6.700.677 indicata sommariamente come “titoli di nostra proprietà”. Quali sono questi titoli, e a che prezzo furono portati in bilancio? Come è possibile all’azionista, obbligazionista ed al pubblico sapere se si siano o non seguiti i consigli della prudenza nella valutazione dell’attivo?

 

 

A leggere il bilancio della Savona al 30 giugno 1910 si rimane ancora più perplessi. All’attivo vi sono 11.598.896 lire di merci viaggianti, giacenti fuori cantiere in un magazzino. Come valutate queste merci? a quali prezzi, con qual margine di prudenza? Contro a un capitale azionario, obbligazionario e di riserve di circa 36 milioni di lire, assorbito già per 14 milioni dai terreni, stabilimenti e macchinari, non è cifra piccola una dozzina di milioni di merci. Vi sono altre cifre colossali che andrebbero chiarite: 14.285.265 lire di interessenze industriali, 9.160.302 lire di interessenze in titoli dati a riporto, 11.040.446 lire in effetti scontati da scadere. Intendiamoci bene: vi sono società potenti, antiche, reputatissime, che hanno dei bilanci altrettanto spartanamente concisi come quelli delle società siderurgiche. Mantengono il silenzio per timore del fisco, e fanno benissimo sinché il fisco farà opera di rapina. Contenti gli azionisti, contenti tutti. Essi non hanno bisogno dell’aiuto di nessuno; né i consumatori, trattandosi di industrie in regime di concorrenza, hanno timore di danni.

 

 

Ma quando – se son vere le cose divulgate sui giornali – si chiede il concorso degli istituti di emissione, che sono istituti pubblici; quando si macchina un sindacato il quale difenderà l’Italia dei siderurgici contro la concorrenza estera, che avrebbe fatto ribassare i prezzi a vantaggio dei consumatori italiani, io temo forte sia d’uopo che in Italia sorga qualche emulo di Roosevelt a chiedere maggior pubblicità nei minuti particolari dei bilanci delle società anonime. Probabilmente costui dovrebbe emulare Roosevelt nella ciarlataneria; ma anche i ciarlatani più insigni diventano sopportabili quando riescono a ridurre a miti consigli il fisco, e ad acquistare così il diritto di imporre responsabilità precise agli amministratori di società anonime, i quali non dichiarino le quantità metriche ed i prezzi unitari dei loro stocks, il numero e il titolo ed il prezzo dei singoli titoli tenuti in portafoglio, le specie delle interessenze, ecc., ecc. […]

 

 

Perché il nocciolo della questione è proprio qui. L’industria della prima lavorazione – e seguito ad adoperare questa locuzione, perché è usatissima dai tecnici, perché tutti comprendono ciò di cui si tratta, perché i sofismi sul dove comincia e dove finisce ogni fase della lavorazione sono della stessa natura di quello con cui si voleva sostenere che l’uomo capelluto non diventa mai calvo, perché la perdita di un solo capello per volta non toglie nulla alla capigliatura – è tutta fondata in Italia sullo sfruttamento delle miniere dell’isola dell’Elba ad un prezzo di favore. Esauriti i minerali dell’Elba, la fabbricazione della ghisa non può vivere, a meno di ottenere una protezione enorme, incomportabile. Il conto è chiarissimo; né i trivellatori hanno mai tentato di confutarlo. Per ottenere una tonnellata di ghisa occorrono almeno due tonnellate di minerale di ferro ed una tonnellata e mezza di litantrace, da trasformarsi questo in una tonnellata di coke. Quindi, quando non ci sarà più l’Elba, occorrerà trasportare in Italia tre tonnellate e mezza di materia prima e di combustibile per fabbricare in Italia quella unica tonnellata di ghisa che si potrebbe benissimo comperare all’estero. Faccio grazia ai miei contraddittori dei minori oneri di ogni specie – minor carico di imposte, prezzi di trasporto più a buon mercato, interessi più miti, ecc. – mercé i quali i siderurgici stranieri producono ad un prezzo di costo grandemente inferiore a quello a cui i siderurgici italiani possono ottenere i loro prodotti – ammissione stupefacente la quale rovina la tesi degli avversari – e mi limito a questo unico elemento: costo del trasporto. Nessuna oltracotanza siderurgica riuscirà mai a distruggere questo fatto elementare: che noi italiani, importando la ghisa dall’estero, dobbiamo pagare il trasporto di una sola tonnellata di roba; mentre se la vogliamo fabbricare all’interno, appena siano esaurite le miniere dell’Elba, noi dovremo pagare il trasporto di tre tonnellate e mezza. E poiché i signori siderurgici mi dicono che il nolo è di 15 lire per tonnellata, basta questo fatto unico a dimostrare che, importando dall’estero la ghisa, dobbiamo pagare 15 lire di trasporto, mentre, fabbricandola in paese, la stessa, spessissima tonnellata di ghisa costerà, per solo trasporto, lire 52,50, ossia lire 37,50 di più. Il che è enorme per una merce la quale vale da 60 a 90 lire la tonnellata, a seconda del momento! Dicasi poi che l’industria siderurgica non è innaturale[2] all’Italia! Innaturale è e sarà sempre fino a quando non si scoprano in Italia miniere ricche di minerale di ferro e di carbone, o si inventino metodi di lavorazione, speciali all’Italia, che possano neutralizzare questa enorme differenza di costi nei trasporti. L’attuale dazio protettivo di 10 lire per tonnellata sulla ghisa è insufficiente, insufficientissimo per se stesso a rendere conveniente la produzione della ghisa da noi. Se non fosse dell’altro regalo delle 15 e forse più lire per tonnellata ai siderurgici per la concessione quasi gratuita dei minerali dell’Elba, la grande industria della ghisa non potrebbe vivere da noi un solo istante, e non potrà vivere il giorno in cui i minerali stessi siano esauriti. In quel giorno, purtroppo non lontano, non basteranno né le 10, né le 20, né le 30 e forse più lire per tonnellata di protezione a rendere possibile la lavorazione della ghisa. A seconda del mercato dei noli occorrerà un dazio più o meno forte, di 25 lire coi noli a 10 lire, di 37,50 coi noli a 15 lire, come i siderurgici dicono essere oggi, di 45 lire se i noli salissero a 18 lire. Il calcolo è semplicissimo; trattandosi solo di sapere quanto costa il trasporto delle due tonnellate e mezza di più che si devono trasportare per avere il gusto di lavorare in paese il minerale di ferro. Dopo ciò, fa d’uopo credersi davvero in possesso di tutta una nuova teoria del nazionalismo economico, per affermare che le società siderurgiche hanno bene meritato del paese, dando vita in Italia, con ardita iniziativa, alla grande industria della ghisa. Sarà bene che essi si tolgano di mente questa pietosa illusione delle loro benemerenze verso il paese. Noi non siamo niente affatto disposti a riconoscere in loro e nei legislatori che se ne fecero i paladini nessuna benemerenza di nessun genere. Non è benemerito, anzi è nimicissimo del paese chi fa costare 50 ciò che potrebbe costare 15. Costui bisogna combatterlo, anche se animato da nobile fervore industriale, non essendo un merito l’avere speso decine di milioni di lire per il gusto di vedere fabbricato in paese a caro prezzo ciò che poteva ottenersi dal di fuori a buon mercato; ed essendo grande il danno, se tutta questa fantasmagoria di milioni, questo lusso di alti forni, questa ardita iniziativa, questi impianti grandiosi, mentre hanno ingoiato centinaia di milioni di lire di proprietà dei contribuenti e dei consumatori costretti a pagare la differenza nei costi tra la merce estera e la merce italiana, hanno servito a dare a migliaia di capitalisti illusi la credenza in utili colossali, che oggidì vanno miseramente svanendo; non prima però che alcuni più accorti tra gli arditi iniziatori non abbiano intascato il prezzo sovracapitalizzato delle azioni delle effimere intraprese così create.

 

 

Altra causa di meraviglia è la nostra ostinazione nel volerci occupare degli affari degli altri. Il finanziamento siderurgico è un mero interesse privato. Se banche e banchieri e casse di risparmio hanno dato i loro denari, li avranno dati a ragion veduta. Che cosa centrate voi, o liberisti impertinenti? Se le società siderurgiche hanno speso troppo nei loro impianti, se non riusciranno ad ammortizzarli prima del 1922, data della scadenza delle concessioni, è cosa che riguarda esclusivamente i loro azionisti, non voi, professori di liberismo e scribacchiatori di stupefacenti sentenze dottrinarie.

 

 

Duole dover confermare il proprio disaccordo in materia di tanta importanza. Ma è pur d’uopo assicurare una volta i nostri avversari della fermissima intenzione di noialtri liberisti di seguitare a ficcare il becco negli affari cosidetti altrui. Perché quegli affari sono invece nostri, indiscutibilmente nostri e cioè di tutti i contribuenti e consumatori italiani. Chiamasi affare privato quello di chi arrischia capitali propri e non chiede favori a nessuno. Ma dal giorno in che certi industriali sono venuti a chiedere l’aiuto dello stato e cioè dei contribuenti per esercitare una industria, quella industria è divenuta soggetta al controllo pubblico, e non può sottrarsi alla libera critica. Potrete dire che la critica è spropositata, è degna di un professore inacidito, è contennenda, ma non potrete mai dire che sia illegittima. Alle obiurgazioni i professori rispondono con adeguate ritorsioni; a questa stravagante pretesa rispondono che seguiteranno per la loro via senza lasciarsi commuovere dalle nuove colonne d’Ercole che si vorrebbero opporre alla loro critica.

 

 

Gli affari dei siderurgici, dei cotonieri, dei lanaiuoli, dei cerealicultori sono affari pubblici e non privati; perché essi trivellatori esercitano la loro industria sotto l’usbergo di una protezione doganale che il legislatore ha concesso e che va a carico dei consumatori italiani. Quando avete chiesto ed ottenuto i dazi che voi trovate già insufficienti e che noi combattiamo, non avete cercato forse l’appoggio dell’opinione pubblica, il suffragio del parlamento? Non avete messo in piazza i vostri conti od i vostri pretesi conti di costi e di prezzi, per dimostrare che non potevate reggere alla concorrenza straniera e che avevate bisogno di un dazio protettivo? E chi lo paga questo dazio se non il consumatore italiano? Così operando, voi vi siete esposti alla pubblica critica fino a quando durerà la protezione doganale. Poiché ogni cittadino ha il diritto di criticare le leggi dello stato; e poiché voi non siete ancora una delle istituzioni fondamentali dello stato, che i cittadini amanti dell’ordine hanno il dovere di rispettare, così ogni cittadino ha il diritto di rifarvi i conti addosso e di dimostrare che i vostri costi non sono così alti come voi pretendete, o che, anche se sono alti, non val la pena di fare un sacrificio per compensarveli, perché la vostra industria non ha dimostrato coi fatti di avere le attitudini necessarie per diventare adulta e indipendente in un non troppo lungo volgere di anni. Siccome si tratta di denari suoi, che egli è obbligato per legge a pagarvi, ogni cittadino ha il diritto di dimostrare, se ci riesce, che i suoi sacrifici hanno servito soltanto ad attirare capitale ad una industria che non potrà restituirli nel periodo probabile di sua vita. Ognuno di noi, il primo che passa per la via, ha il diritto di protestare quando istituti pubblici, come la Banca d’Italia o le casse di risparmio, imprestano denari per sostenere imprese che a lui consumatore e contribuente costano già fin troppo care. Ogni uomo vivente in una società libera ha il diritto di parlare e di scrivere per criticare le leggi vigenti, per dimostrarne gli effetti che a lui sembrano cattivi e per augurarne la riforma. Non sono sottratti a critica i tributi che paghiamo allo stato, i quali hanno almeno l’attenuante di essere rivolti al conseguimento di fini pubblici, e, secondo la nuovissima teoria dei trivellatori, dovrebbero essere sottratti a critica gli atti e fatti di coloro che, per legge, hanno il diritto di sottoporre a tributo privato i loro connazionali?

 

 

Dite che la critica è falsa, dite e dimostrate non essere vero che voi taglieggiate gli altri italiani; e la vostra difesa sarà ascoltata. Ma non sperate che alcuno vi ascolti quando negate altrui il diritto alla critica. Il qual diritto di tutti i cittadini si converte in un dovere strettissimo per noi che siamo persuasi del danno che la protezione di cui godete infligge al paese. Mancheremmo ad un dovere impostoci dalla coscienza se, fino a quando il tempo e la fatica ce lo consentiranno, non vi assillassimo diuturnamente. Un sol mezzo avete per sottrarvi a quella che voi considerate curiosità impertinente. Rinunciate al vostro carattere pubblico. Rinunciate ai dazi e ridivenite uomini privati. Vi prometto, a nome anche di tutti i miei correligionari italiani, che non ci occuperemo mai più dei fatti vostri. O ce ne occuperemo solo per celebrare, commossi e profondamente convinti, i vostri liberi e non sovvenzionati ardimenti futuri.

 



[1] Questo articolo è la ristampa parziale di Nuovi favori ai siderurgici?, «La Riforma Sociale», febbraio 1911, pp. 97-112 [ndr].

[2] Giova a proposito di questa parola “innaturale” notare che i miei contraddittori si sono immaginati un concetto infantile di quella che sarebbe per me la “naturalità” o “innaturalità” di un’industria per l’Italia. Immaginano cioè costoro che io chiamerei “innaturale” qualunque industria che debba far venire le sue materie prime dall’estero. Dove abbiano pescato questa pretesa mia definizione delle industrie “innaturali” io non lo so. Certamente sono persuaso di non aver mai pensato uno sproposito così ridevole. Naturale è quella industria che può essere esercitata, senza aiuti governativi, che non siano gli aiuti di pubblici servizi che è ufficio dello stato rendere, da qualsiasi paese provengano le materie prime. Se un’industria può prosperare da sé in Italia, essa è naturale all’Italia, anche se fa venire la lana di cui ha bisogno dall’Argentina, il cotone dagli Stati Uniti, i bozzoli dalla Cina e dal Giappone, ecc. Il criterio della “naturalità” è data dall’assenza di ogni costrizione al consumatore che lo induca a comprare i prodotti della industria nazionale a preferenza di quella straniera. Se i siderurgici riusciranno a produrre ghisa, senza dazi protettivi e senza regali di minerali demaniali, sarò il primo a proclamare che la loro industria è “naturale, naturalissima” all’Italia. Si può ammettere teoricamente soltanto, in conformità agli insegnamenti dello Stuart Mill, che una industria possa ancora dirsi naturale, quando nel periodo della sua infanzia, per dieci o tutt’al più venti anni, riceve qualche incoraggiamento di premi o dazi dal governo. Ma già lo Stuart Mill ha sconfessato la sua ammissione puramente teorica, dichiarando che del suo argomento, rivolto esclusivamente a pro delle industrie giovani, in pratica abusano industrie vecchissime, sebbene poco venerande per incapacità a perfezionarsi, od incapaci ad uscire dall’infanzia per imperizia dei suoi dirigenti o per impossibilità tecnica assoluta. Onde augurava che in pratica non si facesse uso del suo famoso argomento teorico, l’unico ragionevole fin qui inventato a favore di un “temporaneo” protezionismo. Fa pena dover ripetere queste verità elementari, che uno studente universitario si vergognerebbe di non conoscere; ma la arroganza dei siderurgici è tale che conviene rassegnarsi a siffatte ripetizioni.

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