Politica da struzzo

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 16/10/1901

Politica da struzzo

«La Stampa», 16 ottobre 1901

 

 

 

Il Congresso dei Comuni italiani, che si riunirà in Parma domani, suscita discussioni vivaci nel campo di coloro che si occupano di politica municipale.

 

 

Sembra ad alcuni che non sia opportuno creare una rappresentanza permanente dei Comuni. Organi di amministrazione locale, essi non hanno veste per stringersi in Associazioni o Leghe, quasi sostituendosi allo Stato, che ha il carico di rappresentare l’intera nazione. Ché se è compensabile che privati cittadini si uniscano in Associazioni per invocare una riforma legislativa, la quale allarghi i poteri degli Enti locali, non si può consentire che i Comuni, creati dalla legge con scopi definiti e precisi, si giovino dei mezzi concessi dalla legge per agitarsi nell’intento di modificare la loro legge costitutiva.

 

 

Né mancano critiche vivaci nel campo opposto. Vi è chi dice essere lo schema della Associazione tra Comuni, da discutersi nel Congresso di Parma, troppo scarno ed inadatto a raggiungere risultati pronti ed importanti. Scopo dell’Associazione, dice infatti lo schema di Statuto, è quello di vigilare e tutelare più efficacemente, col mezzo di una completa organizzazione, gli interessi, i diritti e l’autonomia dei Comuni ove siano menomati dalle leggi vigenti o possano esserlo da disegni di legge e di occuparsi di qualunque altro oggetto che interessi la generalità dei Comuni.

 

 

Che cosa si vuole, chiedono molti, da una simile Associazione, diffusa su tutto il regno, impacciata nei suoi movimenti, pesante per la sua organizzazione unitaria, affidata alla direzione di un Consiglio di persone egregie, ma prive di affiatamento, perché troppo lontane le une dalle altre o mancanti di influenze locali in tutte le parti del nostro territorio? L’Associazione si ridurrà a tenere un annuo Congresso più o meno accademico, ed a diramare tra l’uno e l’altro Congresso una serie di circolari più o meno utili ai Comuni federati. Meglio radunarsi, come propone la Giunta di Torino, volta per volta quando ne sorga l’opportunità per presentare domande di comune accordo al Governo.

 

 

Obbiezioni codeste non prive di un certo peso, ma non tali da indurci a credere inopportuna l’iniziativa del Comune di Parma.

 

 

Non regge anzitutto a parere nostro il consiglio che i Comuni non possano associarsi allo scopo di modificare la legge che li ha creati. I Comuni debbono bensì la loro vita giuridica alle leggi dello Stato; ma non si deve dimenticare che la legge medesima non ha fatto altro se non sanzionare un fatto voluto da ragioni storiche, politiche, amministrative ed economiche; sicché, sarebbe assurdo immaginare una legge distruttiva della personalità giuridica dei Comuni. I quali possono, come può qualsiasi altro ente morale, federarsi insieme a scopi di studio e di tutela dei loro diritti, nell’intento di invocare dal Parlamento leggi relative all’ordinamento municipale. Finché l’Associazione dei Municipii si mantenga in una cerchia di azione legale, finché essa non adoperi mezzi di agitazione contraddittori colle leggi esistenti, noi non vediamo perché essa non debba dare buoni frutti.

 

 

Si e parlato tanto di autonomie locali, di allargamento dei poteri dei Comuni, di riforme tributarie da attuarsi per iniziativa dei Municipii, che dobbiamo rallegrarci che i Comuni si siano scossi e diano prova di voler fare da sé, senza aspettare l’impulso dall’alto.

 

 

L’esistenza di un’Associazione permanente giova come stimolo agli inerti, concede ai Comuni volonterosi l’aiuto dell’esperienza altrui, sollecita la risoluzione di problemi per cui occorre un’intesa fra diversi Municipii. Il che non impedisce che di caso in caso i rappresentanti dei Municipii maggiormente interessati in una singola questione si riuniscano in speciale convegno. Anzi codesti convegni saranno resi più facili dall’esistenza di un’Associazione che dirami gli inviti a tutti i Comuni o ad alcuni soltanto di essi, scelti per regione o per popolazione o secondo altri criteri che si reputeranno più adatti.

 

 

Né l’utilità della Associazione crediamo possa essere fin qui messa in dubbio. Invero il motivo che più induce a dubitare non sta negli scopi che gli attuali promotori si prefiggono di raggiungere, ma in quegli altri intenti che si teme possa l’Associazione proporsi quando riescano ad acquistarvi preponderanza i partiti estremi, desiderosi di servirsene a scopo di agitazioni e di lotta contro lo Stato.

 

 

Il timore non è infondato. Già sin d’ora si pretende da alcuni che l’Associazione non debba limitarsi a compiere studi, a tutelare e difendere i diritti e l’autonomia dei Comuni ed a propugnare legalmente utili riforme; ma si debba estendere altresì a promuovere l’abolizione delle province e delle prefetture, l’astensione quasi assoluta dello Stato da ogni intervento nella vita locale, ecc., ecc. Intenti questi i quali possono condurre ad agitazioni infeconde, a cui si capisce molti Comuni non vogliano dare il proprio consenso.

 

 

Non crediamo però che il mezzo migliore di combattere codeste tendenze, la cui pratica utilità è profondamente dubbia, sia quello di astenersi dall’entrare a far parte dell’Associazione fra i Comuni italiani. Questa è politica da struzzo, che nasconde il capo nella sabbia per non vedere. L’unico mezzo veramente efficace e consentaneo ai moderni sistemi di discussione è quello di entrare invece nella Associazione a combattere per il trionfo delle proprie idee. L’astensione delle persone ragionevoli conduce al trionfo dei violenti e degli estremi.

 

 

Soltanto la discussione serena ed aperta può far trionfare il partito di coloro che vogliono difesa l’autonomia dei Comuni contro le inframettenze governative, senza pregiudizio della sovranità dello Stato e della compagine unitaria del Paese.

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