Possibilità di studio per tutti

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Data di pubblicazione: 01/01/1949

Possibilità di studio per tutti

Lezioni di politica sociale, Einaudi, Torino, 1949, pp. 33-35

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 546-548

 

 

 

 

Poiché parliamo di salari, discorriamo ancora di un fatto che forse avrà già attirato la vostra attenzione. Fattorini di banca, commessi di bottega, – non quelli anziani, sperimentati, di fiducia, che tengono il negozio, ma quelli giovani, che fanno le corse, – i ragazzi degli ascensori degli alberghi che aprono le porte, i portapacchi capaci di correre in bicicletta, sono spesso pagati poco e male. Pigliano dei gran scapaccioni, ma danari pochi. Passano così gli anni migliori della vita e dopo il servizio militare, se la caserma non li ha migliorati, non son più buoni a fare le corse e debbono adattarsi ad ogni sorta di mestiere. Mestieri qualunque che tutti sono buoni a sbrigare, che non richiedono grande istruzione, lungo tirocinio e sono i peggio pagati di tutti. Eppure, se non avessero dovuto cominciare a quindici anni a fare il ragazzino delle corse, anche costoro avrebbero potuto imparare a fare qualche buon mestiere, con maggiori esigenze di tirocinio e di istruzione, ma in compenso più sicuro e meglio pagato.

 

 

La spiegazione che si dà è sempre la stessa: i genitori erano poveri ed avevano bisogno di mettere subito il ragazzo a lavorare. Ed i ragazzi, si sa, corrono volentieri in bicicletta e si pavoneggiano ad aprire porte di ascensori in una bella divisa con i bottoni luccicanti; tanto più se in giunta hanno qualche soldo in tasca ed acchiappano mance. Poi da vecchi la spurgano.

 

 

Non sempre la spiegazione è buona; ché i genitori talvolta non erano tanto poveri quanto ubriaconi o noncuranti dei figli ed incapaci a indirizzarli. Comunque sia; c’è qualcosa che non va nella educazione di tanti ragazzi e di tante ragazze e nei salari che in conseguenza si formano sul mercato.

 

 

Supponete che, invece di essere costretti o invogliati a lavorare troppo presto, quei ragazzi avessero potuto seguitare a studiare; a frequentare una scuola tecnica o industriale o magari il ginnasio, a seconda della inclinazione. Supponiamo che tutti i giovani volenterosi possano studiare sino a che il loro desiderio di apprendere sia soddisfatto; che senza incoraggiare i poltroni, desiderosi soltanto di scaldare i banchi della scuola, si offrano a tutti coloro che lo desiderassero e che dimostrassero, studiando sul serio, di essere meritevoli dell’aiuto loro offerto, modeste sufficienti borse di studio; forse che sul mercato del lavoro essi non si sarebbero presentati a diciotto, a venti, a venticinque anni, in qualità di tecnici capaci di disegnare e di dirigere macchine, chimici periti in uno stabilimento, contabili pratici di tener conti, contadini capaci di potare frutta, periti di orticoltura, di floricoltura, di incroci di bestiame e di volatili ecc. ecc., gente insomma capace di contribuire all’incremento della produzione e di meritare salari assai migliori di quelli a cui può aspirare un pover’uomo che non è più in grado di fare le corse e di portare pacchi, ma sa fare solo cose che tutti sono buoni a fare? E si noti che anche quelli che fossero rimasti a portare pacchi ed a fare lavori comuni, trovandosi sul mercato in meno, potrebbero avere lavoro più sicuro e meglio rimunerato.

 

 

Chi esclude che qualcuno di questi ragazzi, avendo la possibilità di studiare, non faccia qualche scoperta grande? Anche senza esagerare questa possibilità e, pur tenendo conto del fatto che chi ha davvero la scintilla del genio riesce non troppo di rado a trovare la sua strada attraverso le prove più dure, bisogna riconoscere che talvolta le difficoltà per i poveri sono così grandi che nessun «volere è potere» le può vincere.

 

 

Ecco perciò come un cattivo o un buon sistema di educazione, come la possibilità offerta, a taluni soltanto od a tutti, di seguire i diversi stadi d’istruzione, dalla elementare alla media ed alla superiore universitaria, possa influire sulla vita economica, sulla formazione dei prezzi e dei salari e degli stipendi e dei profitti, possa rallentare o stimolare la produzione della ricchezza.

 

 

Durante il secolo scorso e quello presente si sono, ricordiamolo per non incorrere nell’errore di credere che in passato non si sia fatto nulla, compiuti enormi progressi in materia di istruzione. Dal giorno in cui quasi tutti in Italia erano analfabeti ad oggi, in cui l’analfabetismo è un’eccezione, si son fatti dei gran bei passi avanti. Appunto i progressi compiuti ci persuadono di quelli ugualmente imponenti che si debbono ancora fare.

 

 

È un errore grave credere che sia dannoso mettere tanta gente allo studio. Non ce ne sarà mai troppa, fino a che tra i sei ed i venti – venticinque anni ci sarà qualcuno il quale non abbia avuto l’opportunità di studiare quanto voleva e poteva. Il male non sta nella troppa istruzione, come non sta nel produrre troppa roba. Di roba non ce n’è mai troppa al mondo. Quel che occorre è che non ve ne sia troppa di un genere e troppo poca di un altro. Parimenti, in fatto di educazione, il danno non è che ci sia troppa gente istruita, ma che siano troppi avvocati e troppi pochi medici o viceversa; troppi disegnatori e troppo pochi contabili o viceversa; troppi contadini che coltivano cereali e troppo pochi che piantino patate e viceversa; e così via.

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