Postilla critica

Tratto da:

Giornale degli economisti

Data di pubblicazione: 01/11/1942

Postilla critica

«Giornale degli economisti e annali di economia», novembre-dicembre 1942, pp. 512-517[1]
In estratto: Padova, CEDAM, 1943, pp. 8

 

 

 

Ho l’impressione che la disputa si vada risolvendo, non per colpa mia, in una mera questione di parole[2]. Avevo cercato di mettere in luce

 

 

Ecco: a pag. 88 del suo secondo volume avevo letto: «Sennonché non è detto che, come implicitamente presupponevano gli attuari, Tizio e Caio debbano proporsi entrambi di ripartire uniformemente la ricchezza su tutto il loro illimitato periodo “economico”»; e mi era ragionevolmente sembrato che avesse ecceduto il F. nel supporre che, sia pure implicitamente, gli attuari avessero anticipato una elegantissima teoria che è sua, proprio sua, del F., e di cui gli attuari non avevano avuta alcuna intuizione né diretta né indiretta, né implicita né esplicita. E poiché il F. era stato troppo generoso e modesto ho voluto, e credo di aver fatto bene, togliendo ogni eventuale dubbio che potesse trarre origine dalla citata sua frase, mettere in rilievo come quella teoria fosse sua e non d’altri.

 

 

Il secondo punto si riferisce a quanto scrive il F. al par. 23: «Che poi l’Einaudi trovi ancor oggi metodo corretto lo svolgere ricerche scientifiche in forma precettiva, partendo da un arbitrario ”se”, più o meno chiaramente posto, o, comunque, da una premessa arbitraria; e che io ritenga invece tale metodo decisamente scorretto, fonte di moltissimi equivoci e di molti pericoli scientifici, e, comunque, uno spediente per evitare di studiare in quali casi o condizioni possono verificarsi i fatti postulati è questione che non ha grande rilievo».

 

 

Il brano del F. si riferisce al seguente mio: «Chi oggi nega indole scientifica alle indagini le quali partono da un se e pretende riservare quel carattere alle indagini le quali registrino le uniformità dei rapporti tra fatti accaduti od accadibili (tale o tale classe dominante, tale o tale sistema o tipo d’imposte, tale o tale uso del gettito delle imposte), riterrà vane anche teoricamente le indagini dell’ordinario tipo astratto dedotte da una premessa arbitraria. Discussione frusta, ripetuta le mille volte, che un tempo i metodologisti economici risolvevano consigliando all’indagatore desideroso di non far opera vana di trarre la propria o le proprie premesse dalla esperienza ordinaria, dalla realtà concreta, od almeno di saggiare la portata della premessa assunta arbitrariamente alla cote della validità delle illazioni logicamente ricavate dalla premessa».

 

 

Dal mio brano si deduce:

 

 

1)    che io non ho fatto alcun, neppur minimo, accenno ad un metodo che svolgerebbe ricerche scientifiche in forme precettive. Tra la forma precettiva ed il ragionamento dedotto da un «se» vi è contraddizione evidente. Se per forme precettive si intende il dar consigli d’azione ad uomini e governi, la mia tesi, tante volte ripetuta (ed anche ora in una nota intitolata Ipotesi astratte ed ipotesi storiche e dei giudizi di valore nelle scienze economiche, presentata il 17 febbraio 1943 alla Accademia delle scienze di Torino e pubblicata nei suoi Atti) è che sia di cattivo gusto rimproverare agli economisti vecchi o letterari di usare il linguaggio precettivo invece di quello ipotetico, quando la vera ricerca da farsi, rispetto ad essi, è se, in forma forse sbagliata, e consona ai loro tempi, essi non abbiano visto ed esposto verità che altri poi tradusse in linguaggio scientifico;

 

2)    che invece considero corretto metodo scientifico quello che parte dal se (se supponiamo che esista a, se ne deduce b ed invece non se ne deduce c), ossia il metodo che parte da una premessa astratta (il che vuol dire ridotta alla massima semplicità e generalità possibile) e ragionandovi sopra e via via introducendo nuove premesse, cerca di avvicinarsi, per approssimazioni successive, alla conoscenza della realtà; ben ricordando che, pur partendo da premesse precise e facendo ragionamenti rigorosi, non giungeremo purtroppo mai alla conoscenza della realtà per la mancanza di bastevoli premesse chiare e precise, e di adatti strumenti di ragionamento e di possibilità di esperimento;

 

3)    che nella scelta del se, ossia della premessa, occorre che l’indagatore usi un certo arbitrio e ponga quelle premesse che a lui paiono più significative, più generali, traendo la premessa dalla esperienza ordinaria e dalla realtà concreta. Non dunque premesse cervellotiche; ma ragionevole arbitrio inteso a trarre dalla realtà quelle ipotesi semplificate le quali valgano a renderci ragione di una fetta od aspetto o sezione della realtà, che è impossibile analizzare fruttuosamente nella sua interezza. Così dicendo, credo di non far altro se non riassumere il metodo pacificamente accolto da coloro che l’opinione degli studiosi tiene in conto di economisti;

 

4)    che io mi ribello alla pretesa che ogni tanto affiora di considerare scientifiche solo quelle indagini le quali siano intese a constatare le uniformità dei rapporti tra fatti accaduti od accadibili. Anche questa è una indagine importante e degna di essere perseguita; ma è indagine che non ha propriamente indole economica. La direi storico genetico sociologica. Sebbene si debba augurare il successo agli sforzi meritori che si compiono in tal campo, ritengo si debba usare grande prudenza nell’intraprenderli e nel valutarli.

 

 

Nella indagine: a) nel tipo di stato monopolistico prevalgono tendenzialmente le imposte alfa, e b) si studino perciò le imposte alfa, fa d’uopo distinguere due sotto indagini: quella a, che è di tipo storico genetico sociologico; e quella b, la quale è di natura astratta, propria della scienza economica. Nell’indagine b si richiede sovratutto forza di ragionamento; nella a attitudine ad interpretare la realtà storica, Fasiani quasi pare dire che chi intraprende l’indagine b senza preoccuparsi della indagine a usa «uno spediente per evitare di studiare in quali casi o condizioni possono verificarsi i fatti compiuti».

 

 

Quel rimprovero si può fare a chi, dopo aver constatato che la imposta alfa non è una invenzione cervellotica di un trattatista in cerca di casi eleganti, ma una realtà concreta, verificatasi in dati tempi o luoghi, la assume a punto di partenza dei suoi ragionamenti, epperciò la semplifica, la scompone nei suoi elementi essenziali e secondari e ne studia gli effetti, come appunto fa il Fasiani nel suo libro con meravigliosa valentia? Quel rimprovero gli si può fare se, spaventato dalle difficoltà dell’indagine a non si attenta di dire quale è il tipo di stato nel quale l’applicazione della imposta alfa è tendenzialmente normale, quasi si direbbe necessaria? Qualcuno più coraggioso constata l’uniformità: quando esiste il tipo dello stato monopolistico esiste l’imposta alfa.

 

 

Altri, meno audace, nel constatare uniformità storiche tendenziali si limita a dire: quel che importa sopratutto è lo studio della imposta alfa. Gli effetti suoi saranno tali e tali, qualunque sia il tipo di stato nel quale l’imposta alfa è applicata. Chi si limita alla indagine b: che cosa è l’imposta alfa e quali ne sono gli effetti ha però constatato che quella imposta non era un parto di mente astratta, ma una astrazione dalla realtà; e che quella realtà esisteva nel tal paese e nella tale epoca.

 

 

Quindi se i suoi ragionamenti lo hanno, ad es., portato a concludere che quella imposta incide sulla parte più povera della popolazione, la sua conclusione, di indole niente affatto precettiva, ma puramente scientifica, è evidentemente questa: nel tal paese e nel tal tempo esiste una imposta alfa, la quale incide sui poveri e risparmia i ricchi. Qui non c’è consiglio, né proposta, né precetto. C’è forse uno spediente? Non certo c’è il desiderio di evitare di farsi mettere allo scuro dal governante al quale piaccia di risparmiare i ricchi e taglieggiare i poveri, per mezzo dell’imposta all’alfa e dispiaccia di sentirselo dire in faccia. come lo stato influisca, in vario modo, naturalmente se agisce secondo la propria natura di stato[3] a rendere possibile la produzione della ricchezza.

 

 

A Fasiani non piace chiamare «fattore» l’azione da me descritta (di quella descritta da altri non ho ragione di occuparmene) e la vorrebbe indicare col nome di fattore sui generis, mezzo fattore, presupposto, condizione. Poiché anche queste parole non sono definite e le parole si definiscono con l’uso, non ho nessuna difficoltà a che altri usi altre parole per indicare quelle circostanze che io indico con la parola fattore. Tanto più che ho il vago sospetto che ogni fattore e non solo lo stato sia un fattore sui generis, ossia un qualcosa che influisce sulla produzione.

 

 

Quando gli occhi si aprono, si vede che il non stato, alla pari dell’operaio negligente e del capitalista ingordo e dell’imprenditore avventato, ha prodotto quantità negative di ricchezza. Questo il significato del mio brano citato al par. 4 dal Fasiani; e il quale veniva illustrato dalla dichiarazione, che subito seguiva, secondo la quale il vincolo fra servigi effettivi o pretesi e pagamento dell’imposta non implicava il concetto della realtà o bontà dei servigi medesimi, concetto estraneo alla scienza economica. Come in questa, non si chiede se il veleno sia domandato dagli uomini a scopo medicinale o criminale, così in finanza non occorre chiedere se gli uomini congregati a forma di stato facciano domanda di armi allo scopo di difendere il paese contro il nemico ovvero a quello di prepararlo, illudendolo, alla perdita dell’indipendenza nazionale.

 

 

L’analisi dell’indole dell’imposta e dell’uso fattone chiarirà, se essa ha potuto fondarsi su tutti i dati ali’uopo occorrenti, la natura di stato o di non stato propria degli uomini operanti coattivamente insieme per quei fini. E pare che questa analisi sia cosa ben diversa dal limitarsi a dire «che lo stato spende in qualche modo quel che incassa» (par. 4) dei beni economici, in modo conforme alla sua natura. Il lavoro e cioè il lavoratore influisce comportandosi come lavoratore; e anzi ogni specie di lavoratore influisce secondo la propria natura manuale, intellettuale, morale, fantastica, che è diversa dall’indole altrui. Il capitalista influisce diversamente dal lavoratore e tutti e due differiscono dall’imprenditore. Tutti sono fattori sui generis. Ci mancherebbe altro che il lavoratore operasse come il capitalista e questi come l’imprenditore ecc. ecc.!

 

 

Lo stato creando sicurezza non consente forse produzione di beni economici? Parrebbe che ciò sia dubbio perché, data la sicurezza, per ottenere un aumento della quantità del prodotto, si dovrebbero sempre impiegare maggiori quantità di lavoro, natura e capitale (F. par. 17). E perché? Io vedo un podere di x ettari, con y scorte vive e morte e z lavoratori. Ad un certo momento la produzione diventa nulla, perché scorrazzano ladri, assassini, bande di rapinatori, eserciti foraggiatori. Se le cose continuano un po’ a lungo, il podere diventa un deserto, le scorte sono consumate ed i lavoratori muoiono o si convertono in briganti. Lo stato crea la sicurezza; e quei fattori: podere, scorte e lavoratori, niente affatto cresciuti in quantità, producono di nuovo le stesse quantità di derrate agricole di prima.

 

 

Dico che il proprietario del podere, il conduttore (scorte) ed i lavoratori non hanno, salvo il discutere sulla attribuzione delle quote relative, nessun maggior diritto dello stato a dirsi fattori o coefficienti o condizioni della produzione di quella data quantità di derrate agricole. Se poi l’agronomo cattedratico ambulante consiglia nuovi sistemi produttivi, la produzione, rimanendo invariati gli altri fattori, delle derrate agricole cresce ancora. Se i lavoratori diventano per merito della scuola o della chiesa, più istruiti o meglio disposti ad assolvere il proprio compito, la produzione cresce ulteriormente.

 

 

Ammetto che l’economista non debba necessariamente occuparsi, in ossequio alla convenienza della divisione del lavoro, dell’azione dello stato, della cattedra ambulante, della scuola e della chiesa; ma non vedo la ragione per la quale stato, cattedratico ambulante, maestro e parroco non debbano essere considerati fattori o collaboratori o condizioni o presupposti, alla stessa stregua del proprietario del podere, del conduttore industriale e dei lavoratori della produzione delle derrate agricole. Tutti, compresi questi ultimi, sono fattori sui generis perché ognuno collabora all’opera comune secondo la propria particolare natura.

 

 

Poiché l’uomo non desidera solo derrate agricole o prodotti industriali, ma anche divertimenti, giardini, libri, audizioni musicali, indipendenza nazionale, giustizia, istruzione, difesa contro le malattie contagiose; e questi fini non potrebbero raggiungere se non esistesse, con tante altre condizioni, la condizione stato, dico che lo stato, ossia un qualcosa la cui esistenza e il cui funzionamento, conforme alla propria natura, sono condizione necessaria perché si producano quei dati beni economici, si può legittimamente chiamare fattore di produzione, alla pari delle altre condizioni a ciò opportune.

 

 

Questo mi pare il problema di sostanza di cui mi sono occupato. Il resto sono aggeggi meramente verbali. Ed è anche un aggeggio la maggiore difficoltà di studiare il fattore stato ed il grado del suo contributo alla produzione. La difficoltà era stata da me largamente riconosciuta in qualche luogo devo aver pur negato che la difficoltà di studiare un determinato problema e la giustificatissima ripugnanza degli economisti ad occuparsi di fatti scarsamente misurabili e constatabili, muti l’indole propria del problema.

 

 

Forse le difficoltà sembreranno minori quando si ricordi che in realtà le parole stato natura capitale lavoro sono modi stenografici di discorrere usati allo scopo di evitare l’impiego di un numero sterminato di altre parole quando si vogliono indicare le diverse manifestazioni dell’opera dell’uomo. L’uomo produce in diverse maniere. Se si pensa all’uomo che lavora colle braccia e colla mente, noi gli daremo nome di fattore «lavoro»;se pensiamo all’uomo in quanto usa strumenti prodotti di lavoro passato, discorreremo di capitale; se riflettiamo all’uomo chino sulla terra, che egli in passato ha trasformato in strumento produttivo, parleremo di natura; ma se noi lo pensiamo quando organizza il lavoro altrui, lo chiameremo imprenditore.

 

 

Se infine noi pensiamo all’uomo medesimo, il quale per raggiungere certi fini si unisce ad altri ed opera insieme con essi e non può non cooperare con essi, perché altrimenti i fini non si raggiungerebbero o si raggiungerebbero male, noi, se la sua cooperazione per varie ragioni è coattiva, lo diremo stato. Chi produce è sempre l’uomo; e produrre vuol dire compiere gli sforzi necessari a raggiungere il fine od i fini voluti e scelti tra i tanti che si presentano dinnanzi alla sua mente. In ciascuna di queste sue vesti o manifestazioni, l’uomo riceve di fatto un compenso, adatto alla natura della sua prestazione. Il compenso è determinato diversamente a seconda della diversa indole della prestazione; e perché i compensi sono determinati diversamente li chiameremo salario interesse profitto rendita o quasi rendita ed imposta. In una visione unificata del processo economico prestazioni e compensi sono parti di un tutto e si trovano in date relazioni reciproche; e, sebbene forniti di modalità diverse, ubbidiscono alla legge fondamentale per cui la somma dei compensi di tutte le varie maniere di operare dell’uomo non può eccedere e deve uguagliare il valore del prodotto totale. Accade che talvolta uomini operanti nelle forme dello stato operano ai danni altrui, della maggior parte dei consociati e giovandosi della forza, traggono ugualmente a sé una parte del prodotto comune.

 

 

Ma la stessa cosa accade anche agli uomini che operano come lavoratori (dappertutto vi sono oziosi od intriganti influenti che ricevono salari, forse più voluminosi di quelli spettanti a gente laboriosa sul serio), o come capitalisti (si badi a talune specie di pubblicità inutile e dannosa) o come proprietari di agenti naturali (assenteisti e simili). Ed ai margini della società vivono ladri criminali viziosi vagabondi prostitute giocatori d’azzardo falsari. Accanto alla fisiologia è degna di studio la patologia economica. Ma anche qui non esistono differenze fondamentali fra il criminale il quale agisce da solo o liberamente associato ad altri ed il signore della guerra che, a capo delle sue bande, terrorizza e trionfa all’epoca dello sfacelo dell’impero romano o della Cina dei Manciù.



[1] Postilla a Mauro Fasiani, Della teoria della produttività dell’imposta, del concetto di « stato fattore della produzione » e del teorema della doppia tassazione del risparmio [Ndr.].

[2] In nota, accenno a due minori punti. Il F. non sa da quale sua frase io abbia tratto l’ipotesi di una generosità scientifica verso il pensiero degli attuari inglesi, nell’argomento della tassazione dei redditi temporanei.

[3] Se agisce invece secondo la natura del non stato (e su di ciò vedi la memoria accademica citata nella nota precedente) nascono le illusioni di cui si occuparono con acutezza fruttuosa di indagini il Puviani ed il Fasiani. Sinché le illusioni fanno presa, il non stato vuole, come la mosca cocchiera, persuadere il buon pubblico che il progresso economico del paese è dovuto all’opera sua e non alla fatica degli altri collaboratori della produzione (i buoi pazienti che tirano il carro).

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