Potrà lo stato pagare gli interessi dei prestiti?

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 18/01/1918

Potrà lo stato pagare gli interessi dei prestiti?

«Corriere della Sera», 18 gennaio 1918

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. 610-613

 

 

È generalmente riconosciuto e sono irragionevoli le preoccupazioni di quei timidi risparmiatori i quali, conservando i propri capitali liquidi od altrimenti investendoli, credono di mettersi in salvo dai pericoli di rivoluzioni o semplicemente di dissesti finanziari dello stato. Rimane da rispondere alla domanda: e probabile che lo stato possa far fronte ai suoi impegni?

 

 

Per rispondere occorre fare una ipotesi intorno alla durata ed al costo della guerra; ed io supporrò che essa duri sino al 31 dicembre 1918, che essa finisca di costare 60 miliardi e che questi siano coperti con 40 miliardi di prestiti interni e 20 di prestiti esteri, e che i 40 miliardi per almeno gli 8 decimi siano costituiti da prestiti propriamente detti e meno di 2 decimi da prestiti in biglietti circolanti. In questa ipotesi il tesoro italiano dovrà far fronte subito a 1 miliardo e 6oo milioni – 1 miliardo e 800 milioni di lire di interessi sui prestiti interni, a cui si deve aggiungere il necessario per il pagamento delle pensioni di guerra; in tutto supponiamo 2 miliardi e mezzo. A quest’onere immediato, seguirà poscia, a seconda dei patti intervenuti con gli alleati, l’onere degli interessi sui prestiti esteri. È dominante nelle più autorevoli riviste finanziarie inglesi ed americane il concetto che debba essere lasciato ai paesi debitori un largo margine di tempo per iniziare il servizio dei prestiti contratti in Inghilterra e negli Stati uniti. Contemporaneamente dovrà procedere l’opera di liquidazione e ritiro dei biglietti esuberanti, opera non immediata, non essendo né possibile né conveniente provocare un ribasso subitaneo e violento, ma piuttosto un lento aggiustamento dei prezzi, in rapporto alla decrescente massa dei biglietti. Il ritiro dei biglietti si potrà compiere coi nuovi prestiti, presumibilmente pero contratti ad un tasso d’interesse minore dell’attuale. Occorrerà, a partire da un momento imprecisato, un altro miliardo di lire annue, bastevole, ove si tenga conto del più basso interesse dei prestiti esteri in confronto ai prestiti interni e della apparente gratuità dei prestiti in biglietti. Dunque, in complesso occorrono ancora 2 miliardi e mezzo all’anno subito, ed un altro miliardo in seguito, pure all’anno, di maggiori entrate.

 

 

Di questi 3 miliardi e mezzo circa 1 miliardo e mezzo esistono già. In verità il conto consuntivo 1916-17 si chiuse, in confronto col 1913-14, con un supero di 2 miliardi e 821 milioni di entrate effettive, ma poiché di questi ben 1 miliardo e 600 milioni circa hanno carattere transitorio, il supero effettivo si residuò a circa 1 miliardo e 200 milioni. Nel 1918-19 produrranno effetto alcuni provvedimenti finanziari già deliberati, che nel 1916-17 non potevano ancora agire o non agirono compiutamente. Il progetto di bilancio prevede, in confronto al 1913-14, un maggior reddito di 1 miliardo e 895,4 milioni, che, tenendo conto da un canto delle entrate di carattere transitorio e dall’altro della prudenza nelle fatte previsioni, si possono ridurre appunto a 1 miliardo e mezzo.

 

 

Il problema si riduce a trovare un altro miliardo di entrate nuove subito e un miliardo in seguito. Non è questa una impresa da pigliarsi alla leggera; ma non è lecito dire che essa sia impossibile. Le sole imposte sul reddito – sui terreni, sui fabbricati, sulla ricchezza mobile e relativi amminicoli – hanno reso al tesoro nel 1916-17 ben 949,7 milioni di lire. Credesi forse non sia possibile aumentarne notevolmente il gettito, senza aumentarne l’aliquota o percentuale? Non è questa la persuasione di quanti hanno riflettuto sull’argomento, dei funzionari delle imposte principalmente, i quali sono tuttodì chiamati ad applicare le leggi. Bastano alcune non difficili riforme alle leggi fiscali e sovratutto si richiede una amministrazione rigida, esperta, indipendente, che, rispettando le ragioni dei contribuenti, abbia i mezzi ed il diritto di conoscere la verità. Dicasi lo stesso per quanto ha tratto alle imposte di successione ed alle tasse di registro. Non occorre inferocire con aliquote alte, bastando applicare severamente quelle vigenti.

 

 

Se questo si farà, si sarà camminato un buon tratto sulla via della provvista dei 2 miliardi di necessarie entrate nuove. Non azzardo cifre che sarebbero cervellotiche; ma sembra certo che il contributo di questa fonte non debba essere spregevole. Occorre fermezza di governanti, civismo di cittadini, buona scelta di funzionari; senza di che ogni miglior proposito va a rotoli e sarebbe stato inutile subire i sacrifici della guerra.

 

 

Senza di quelle qualità sarebbe anche inutile discorrere di imposte nuove, le quali in tanto frutteranno in quanto siano seriamente applicate. Non v’è una gran scelta oramai, in fatto di imposte nuove; si riducono, a parer mio, all’imbottato nel ramo dei consumi ed alla imposta complementare sul reddito, combinata con un’imposta patrimoniale, nel ramo dei redditi e dei capitali. Amendue possono rendere assai, le parecchie centinaia di milioni; ma per entrambe occorrono onestà nei contribuenti, sapienza e fermezza ed equità nell’amministrazione. Non si può studiare, in una parentesi di articolo, in che modo debba essere congegnato l’imbottato, che i viticultori avversano nella falsa credenza che essi lo debbano pagare. Mentre, come per tutte le altre imposte di produzione, sugli zuccheri, sugli spiriti, sui gas luce esso deve essere correttamente pagato dai consumatori del vino. È il consumatore del vino, derrata non necessaria, quello che dovrà essere chiamato a pagare 400-500 milioni; e per farle pagare i viticultori devono essere chiamati a consulta e diventare gli alleati del tesoro, il che vuol dire gli alleati del paese.

 

 

Quanto all’imposta sul reddito e sul patrimonio complessivo del contribuente, la miglior garanzia di successo sarà la equità e la moderazione. Paghino tutti, ma paghino in rapporto al proprio reddito o patrimonio, tenendosi conto dei debiti, dei carichi di famiglia, dei gravami di assicurazione sulla vita, contro gli infortuni, le malattie, le disgrazie.

 

 

Concludo se in Italia si sapranno seriamente, severamente applicare le imposte esistenti, se si sapranno scegliere alcune imposte di gran reddito ed a larga base, come l’imbottato e la personale sul reddito-patrimonio, non v’è dubbio che i 2 miliardi tuttora mancanti si troveranno e gli interessi sul debito pubblico potranno essere pagati fino all’ultimo centesimo. Questa è l’unica e ottima garanzia che possa essere fornita ai creditori pubblici. Nessuno stato, nessun debitore privato, nessun investimento mai offrì e mai potrà offrire garanzia migliore.

 

 

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