Prefazione

Tratto da:

Corso di scienza delle finanze

Data di pubblicazione: 01/01/1914

Prefazione

Corso di scienza delle finanze, Tipografia E. Bono, Torino, 1914, pp. V-X

 

 

 

Questo volume è frutto di parecchi anni di insegnamento della Scienza delle finanze nella Università di Torino e nella Università commerciale Bocconi di Milano. Il corso, in una prima edizione litografica a cura del dott. Giulio Fenoglio, comparve nel giugno del 1911 e riassumeva le lezioni tenute nei due anni scolastici 1909-910 e 1910-911. La presente seconda edizione, edita a cura del dott. Achille Necco, corrisponde ai corsi degli anni 1911-912, 1912-913 e 1913-914. Ringrazio i due egregi studiosi per la diligenza da essi posta nel raccogliere, nulla aggiungendovi, le mie lezioni e nel riprodurre testualmente i miei appunti scritti; diligenza la quale rende il volume una cosa ben diversa, ai miei occhi, dai centoni che sono comunemente noti sotto il nome di dispense; e dell’opera loro cordialmente perciò li ringrazio.

 

 

Poiché, dunque, se riconosco esplicitamente che questo volume di lezioni contiene davvero il corso da me professato, esso non vien pubblicato senz’altro a guisa di libro finito e portante il mio nome?

 

 

La ragione sembra a me che vi sia e sta nel fatto che queste lezioni sono un libro che si sta ancora facendo. Si fa, di volta in volta, di lezione in lezione, di anno in anno. Esse hanno in alcune parti e principalmente nella seconda, quel carattere di cosa detta, non ancora sistemata ed organizzata in un tutto perfettamente simmetrico, che hanno spesso le esposizioni orali; e di queste hanno talvolta le necessarie ripetizioni e persino, sia di ciò data venia all’autore ed all’estensore – la riproduzione di alcuni brani di lavori di chi scrive, non sempre, per istile e contenuto, perfettamente armonizzanti colle presenti lezioni. Il libro non è dunque ancora tale da poter essere licenziato al pubblico come l’espressione di un pensiero entro certi limiti, definitivo.

 

 

Nessun libro è definitivo, per chi lo scrive; ed anzi accade spesso che, appena finito, un libro desti ripugnanza in chi vorrebbe averlo scritto diversamente. Ciò che qui si vuol dire, affermando trattarsi di un libro il quale si sta ancora facendo, si che l’autore ha speranza di potere un giorno forse non vicino – riprendere in mano la soggetta materia di questo volume e scrivere su di essa qualcosa, che gli sembri avere il carattere di un vero libro.

 

 

Frattanto, è parso a chi scrive non inutile consentire alla divulgazione di questi ho in origine volevano essere soltanto dei riassunti scolastici.

 

 

Alcuni di coloro che ebbero a leggere la prima edizione (litografica) del mio corso la dissero suggestiva. Forse può essere non inutile che il pubblico possa giudicare direttamente se il giudizio sia meritato. Sono ben lontano dal credere che nelle pagine seguenti ci siano molte novità, specialmente perché l’esperienza mi ha abituato a leggere cose vecchissime nei libri i cui autori da sé medesimi si proclamano scopritori di terreni nuovi e cose nuove nei volumi, i cui autori di sé non parlano. Posso dire soltanto questo: che le lezioni qui riprodotte sono il risultato dello sforzo che da anni vado facendo per veder chiaro nelle cose discorse a scuola. Da quindici anni oramai insegno scienza delle finanze negli istituti tecnici prima e nelle università dopo; e confesso che una della mie maggiori vessazioni intellettuali fu, per forse dieci anni, di essere costretto, per dovere d’ufficio, a spiegare una disciplina la quale, per non essersi ancora sistemata nella mia mente, mi sembrava un ammasso incoerente di nozioni più o meno interessanti intorno ad una moltitudine di istituti tributari, che ballavano una ridda infernale dinnanzi ai miei occhi ed, immagino, anche a quelli dei miei studenti.

 

 

Quell’andare cogliendo fior da fiore nei campi più diversi della economia politica (traslazione delle imposte), del diritto (leggi tributarie), della statistica (statistica tributaria), della storia, (precedenti degli istituti tributari odierni), della legislazione comparata (income tax, einkommensteuer e simili cose mirabili che si vedono solo all’estero), che si osserva in una precedente sinossi delle mie lezioni, pure compilata dall’egregio dott. Cesare Jarach (Casale, 1907), mi lasciava il palato amaro. Avevo la sensazione che quella non fosse una costruzione scientifica, ma un’accozzaglia incoerente, una specie di dizionario di dottrine e di fatti riuniti insieme da un filo molto sottile e tenue, dal semplice riferirsi cioè tutte esse dottrine e tutti essi fatti alle entrate ed alle spese dello Stato. La necessità di dover insegnare qualcosa come un dizionario di cose tributarie mi irritava, poiché avevo la coscienza di trovarmi così in una situazione idealmente inferiore a quella di coloro che avevano la ventura di poter esporre i teoremi di una vera scienza, di scienze chiare, ordinate, semplici, in cui i teoremi ed i corollari si deducono, a fil di logica e di osservazioni e di sperimenti appropriati, da alcune poche premesse fondamentali.

 

 

Ho cominciato a non irritarmi più ed anzi a compiacermi assai di dover insegnare scienza delle finanze, il giorno in cui ho deciso di non discorrere a scuola di tutte le voci del dizionario sovramentovato di dottrine e di fatti, ma di quelle sole che a me sembravano interessanti. Un po’ per volta finii di ordinarmene nella mente un numero sempre maggiore ed a veder chiaro dove prima vedevo scuro.

 

 

Ne è uscito fuori il presente corso, il quale non è ancora così semplice, come vorrei e come col tempo forse diventerà; contiene forse ancora alcune discussioni di dottrine (per esempio quelle contenute nei capitoli II e III della parte seconda) che probabilmente sono in parte inutili: ma vuole essere, sovratutto per la parte specifica nelle imposte, a partire dal capitolo IV della parte seconda, una deduzione logica da una sola premessa fondamentale – che nel testo viene eliminata il postulato dell’uguaglianza – dedotta dall’esperienza storica relativa all’evoluzione passata dei sistemi tributari e dalla constatazione dei danni economici prodotti dalla sua inosservanza. Questo sforzo di ragionare sulla base di una sola premessa e di costruire, in base ad essa, la dottrina dei tributi particolari esistenti nel nostro paese si vede sovratutto nella trattazione particolareggiata che ho voluto fare delle nostre tre grandi imposte dirette sui redditi – terreni, fabbricati e ricchezza mobile – le quali a me sembrarono assai più interessanti, suggestive, eleganti, che non le diavolerie straniere ed i progetti nostrani che si sbandierano ogni giorno dinnanzi ai nostri occhi come gli ultimi portati della scienza finanziaria. A me i veri fabbricatori della scienza finanziaria sembrano essere gli estensori delle decisioni amministrative e delle sentenze di corti giudiziarie ed i loro commentatori e non i solenni trattatisti, i quali discorrono di giustizia tributaria e di finanza democratica e sociale. Questi fan delle scorribande senza costrutto, attraverso la legislazione comparata; quelli ci fanno vivere dinnanzi agli occhi la vita d’un tributo, il suo atteggiarsi successivo, i suoi adattamenti ai fatti nuovi che si fanno via via formando, le sue trasformazioni dettate dalla necessità di non urtare troppo il senso di uguaglianza dei contribuenti. Quando si ha finito di leggere Wagner se ne sa quanto prima, salvo uno stordimento classificatorio in più nella testa; quando si sono letti i tre noiosissimi volumi di Quarta sull’imposta di ricchezza mobile italiana si ha almeno l’impressione che qualcuno, che volesse, potrebbe scrivere uno stupendo libro, in cui, partendo da una sola premessa logicamente sviluppata, si ricostruirebbe l’intero edificio dottrinale ed applicato di questo bellissimo ed elegantissimo tributo. È possibile cioè – a chi non sappia verbo delle querimonie tra i diversi principii fondamentali della finanza, tra i molteplici criteri giustificatori delle imposte, tra i variabili metodi di giustizia tributaria – ricostruire col solo studio dei fatti tributari, della intima struttura dei tributi, della logica interna che li anima e che li trasforma via via in guisa che sarebbe parsa persino assurda ai legislatori che li istituirono, un corpo di dottrine che si adeguino ai fatti reali e ne traducano in leggi le uniformità.

 

 

È probabile che, nell’attuazione pratica, allo sforzo non abbiano corrisposto i risultati; tanto più che al nucleo centrale della trattazione (estesa, come si disse, dal capitolo IV della parte seconda a tutta la parte terza) si sovrappongono altre discussioni (parte prima, e capitoli I-III della parte seconda) aventi diverse origini ideali e segue la trattazione della finanza straordinaria di guerra (parte quarta), la quale ha carattere particolarissimo.

 

 

In questa parte quarta della finanza straordinaria si è posto però studio grande nel perseguire l’indagine, a cui anche nelle parti precedenti si era posto mente, consistente nello sceverare la realtà dei fatti dalle illusioni formali, frequentissime in finanza e germoglianti sovratutto in gran copia nei giardini fioriti dei debiti pubblici, a persuadere i popoli della convenienza di sostituire alle imposte i debiti ed a certe maniere realmente meno costose di debiti altre maniere apparentemente più agevoli a sopportare. Questo delle illusioni è un motivo che riforma spesso nel corso; poiché nulla parve più pestifero per una chiara comprensione della materia tributaria dell’immaginare diversità sostanziali (per es. tra imposte sul reddito globale ed imposte sui redditi o prodotti delle cose, tra imposte sul reddito ed imposte sui consumi, tra imposte sul reddito e imposte sui consumi, tra imposte sul reddito ed imposte sui capitali o sui trasferimenti o sulle successioni), laddove esistono soltanto diversità di nomi e di strumenti tecnici intesi a raggiungere sempre il medesimo intento.

 

 

In molti luoghi del presente corso si analizza questa grottesca illusione degli uomini e si studia quale profitto ne abbiano tratto i legislatori per togliere le penne alla gallina tributaria senza farla troppo strillare. Ed anche si indaga come, malgrado i nomi diversi tutte le imposte, avendo la medesima indole di tributi sul reddito, si possano le une commutare nelle altre, mercé adatti avvedimenti contabili. La quale conoscenza delle reciproche commutazioni giova a scovrire quando, mossa dalla propria logica interna, una imposta si sia trasformata, per modo da urtare con la logica delle altre imposte e le necessità d’euritmia dell’intiero sistema tributario.

 

 

Quando l’illusione dei nomi non faccia più velo all’indagatore ed i nomi diversi si concepiscano soltanto come strumenti tecnici utili per l’attuazione di una norma generale di tassazione, sparisca, a parer mio, il contrasto o la diversità fra i principii economici ed i principii giuridici delle imposte. Perché sparisce tutto ciò che del diritto tributario positivo vigente nei diversi Stati è la parte contingente e caduca, tutto ciò che non ha reale importanza per la costruzione dell’edificio scientifico, che è pura norma amministrativa pratica o grottesca superstruttura dovuta all’ignoranza del legislatore, al suo malo modo di esprimersi, alla sua fretta convulsionaria nell’abborracciare leggi nuove; sparisce tutto ciò che è puro commento letterale della legge fiscale o fors’anco derivazione rigida di testi di legge che non hanno nessun legame logico con la materia tributaria; e restano le norme generali, permanenti, logiche giuridicamente, perché inquadrate nel sistema generale del diritto tributario, e logiche economicamente, perché feconde di risultati economici utili. Il contrasto, che talora si vede, e che in Italia ebbe manifestazioni clamorose nella tassazione degli avviamenti, dei sovraprezzi delle azioni, della cessione delle annualità, delle riserve matematiche delle società d’assicurazione, delle forze idrauliche, non è fra la ragion giuridica e la ragione economica. No. Questo è un contrasto assurdo. Il contrasto è solo fra la norma giuridica contingente, risultante da false interpretazioni, letterali od analogiche, di testi di leggi per sé medesimi muti o stiracchiabili a volontà, da una falsa concezione dell’interesse pubblico, che stortamente si identifica coll’appropriazione della ricchezza privata, e la norma giuridica permanente, che si deduce dalla logica propria dell’intero sistema tributario ed armonizza con esso e si impone alla lunga, mercé gli sforzi perseveranti della critica scientifica, al legislatore, ad essa repugnante per ignoranza o per interesse. La prima norma giuridica, quella falsa, è anche dichiarata assurda dal ragionamento economico; mentre la seconda trova nel ragionamento economico validissimo appoggio. Del che nel corso si danno numerose prove, discorrendo principalmente delle nostre tre grandi imposte sul reddito.

 

 

Essendo stato sovratutto preoccupato di esporre i fatti finanziari, come mi si erano andati a poco a poco chiarendo nella mente, debbo avvertire che i lettori non troveranno, nelle pagine che seguono, discorsi molti problemi che tradizionalmente fanno parte della scienza delle finanze. Non si parla della traslazione delle imposte, non delle spese pubbliche, salvo accenni generali, non del bilancio, non di tante altre cose, di cui parrebbe doveroso discorrere; ma di cui io non vidi, per ora, l’occasione di parlare in maniera che fosse logicamente connessa con le altre parti della trattazione.

 

 

Di questo difetto, del resto, non si lamenteranno gli studenti, ai quali i corsi di lezioni paiono sempre troppo lunghi. Ad evitare al essi lo sforzo di ripetere gli esami dei nomi sbagliati, ho soppresso altresì ogni apparato bibliografico. è probabile che molte delle cose qui dette si leggano anche in scritti che nel corso delle lezioni non furono ricordati.

 

 

Le citazioni riguardano soltanto quegli autori, da cui consapevolmente traevo fatti da me utilizzati o dottrine discusse od accettate; e di questi autori spero non aver dimenticato alcuno. Per gli altri, gli studiosi possono ricorrere a parecchi nostri trattati insigni, in cui allo studio della letteratura finanziaria è dato un largo ed adeguato posto.

 

 

Luigi Einaudi

 

 

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