Prefazione

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Data di pubblicazione: 01/01/1959

 Prefazione

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. XIII-XL

 

 

In questo secondo volume ha inizio la collaborazione del «Corriere della Sera», la quale proseguirà sino alla soppressione della libertà di stampa nel novembre del 1925, epperciò alla mutazione dei giornali in bollettini ufficiali. La collaborazione al «Corriere» è quasi unicamente «economica»; sicché nel titolo delle Cronache dovrebbero essere tolte le parole «e politiche»; ma furono conservate perché un ragionamento economico intorno alle «questioni del giorno» non può fare astrazione dall’indole dei governanti e degli amministratori della cosa pubblica. Ne danno testimonianza le critiche rivolte al ministro Nasi per la baraonda da lui creata in materia di regolamenti universitari (p. 97); la condanna dell’usanza giolittiana di scansare i problemi grossi rinviandoli col pretesto di volerli meglio studiare, senza alcun affidamento sul modo da tenere nello studio (p. 744); l’accenno al metodo farraginoso tenuto dal legislatore nel dettare norme improvvisate sotto l’assillo di pretestuose urgenze (p. 780).

 

 

La collaborazione quasi esclusivamente economica non è ancora combattiva, come diverrà poi, ma è certamente tenace. Il merito, se c’è, è in gran parte dovuto alla volontà di Luigi Albertini di fare del suo giornale un organo di formazione dell’opinione pubblica. Perciò egli la voleva informata; e consentiva a me di imperversare nella trattazione di taluni problemi che mi sembravano rilevanti, anche se tali non apparivano a tutti. Epperciò, a costo di infastidire, ritornavo assai volte sull’argomento della tassazione delle aree fabbricabili, all’incirca per cinquanta delle 833 pagine del volume; consacravo una cinquantina di pagine alla discussione del problema ferroviario ed una settantina a quella connessa del porto di Genova e della direttissima fra Genova e Milano; e più di centoventi ad analizzare la urgenza o la inutilità di definire più o meno prontamente i capisaldi delle nuove convenzioni marittime. Anche potevo insistere ripetutamente, a proposito di Torino (per circa trenta-quaranta pagine), sui piani regolatori, sull’abolizione del dazio murato, sulla scelta fra riduzione del dazio consumo ed istituzione di una nuova imposta sul reddito e concludere non di rado col ricordo del vecchio istituto torinese dell’imposta dei tre quinti della maggior valenza delle aree della contrada di Po, allo scopo di caldeggiare l’istituzione od il maggior uso del contributo sulle migliorie promosse dall’opera dei comuni. Anche sulla riforma tributaria in genere e non solo per le città desideravo fossero informati i lettori, discorrendone per una trentina di pagine, e insistendo a parte (quindici pagine) sulla necessità, per non dilapidare, come si faceva, gli avanzi di bilancio, di costituire un «fondo sgravi»; rimedio empirico utile ad imbrigliare la propensione dei deputati a spendere per futili fini. Né difettavano le ripetizioni a pro della riduzione progressiva del dazio sul grano e delle farine e della abolizione degli abbuoni di tasse sugli spiriti, a danno del tesoro ed a sedicente vantaggio dei viticultori. Ma la trentina di pagine, consacrate tra il 1903 ed il 1909 a combattere l’errore, non vietarono che oggi il problema del grano e degli spiriti sia tuttora vivo ed anzi ne sia cresciuta la malignità. Tenevano ancora il campo, e qui per più di cinquanta pagine, i problemi del lavoro, che tanto luogo avevano avuto nel primo volume di queste cronache. Non mancano i lieti avvenimenti nelle cronache economiche del tempo; e fu sovratutto memoranda la conversione della rendita del 1906; augurata e discussa in circa quaranta pagine del volume.

 

 

Luigi Albertini tollerava tanta lungaggine nella trattazione di noiosi

problemi economici, soltanto perché era convinto il giornale dovesse

servire a formare l’opinione dei suoi lettori, istruendoli pacatamente, in

linguaggio non partigiano, sui problemi correnti, l’occhio rivolto non al

vantaggio immediato, sì a quello permanente, anche se lontano, del paese. Perciò egli consentiva persino alle tabelline di cifre e di statistiche, che ognun sa come riescano ostiche e la solo loro vista faccia saltare di pié pari al lettore infastidito le tabelline e con esse la prosa che vorrebbe illustrarle. Batti e ribatti, accadde che anche le statistiche finirono per parere leggibili al pubblico; il quale divenne per tal modo familiare con articoli i quali, pur non recando in fine l’annotazione, ad ogni costo vitanda, del continua, erano l’un l’altro collegati. «Vitanda», sì e ad ogni costo, perché, al solo scorgere la mala parola, chi legge il primo articolo, pensa: lo leggerò quando vedrò il fine; ma poi, quando l’articolo conclusivo arriva, il primo od i precedenti più non sono a portata di mano o la lettura è troppo lunga e la si rimanda a miglior tempo, e questo non giunge mai. Col non parlar mai di «continuare», poterono essere pubblicati sul porto di Genova studi che, nella presente nuova veste, durano rispettivamente ventitre e quarantadue pagine; quest’ultimo una vera monografia, che rilessi non senza frutto, ed era il succo di chiacchierate con ogni sorta di gente a lungo vissuta sul porto e di assai relazioni e statistiche pubbliche e private; e ricordo in specie la illustrazione che a viva voce l’amico Federico Ricci faceva delle statistiche contenute nella sua «Rivista carboni», rimasta poi la sola rassegna di cose economiche meritevole di essere letta da coloro i quali, in regime fascistico, desideravano essere informati sobriamente e sicuramente sugli accadimenti del giorno.

 

 

Se io sia riuscito, come era intendimento del direttore, ad informare con sobrietà ed esattezza, i lettori del «Corriere della sera», sugli accadimenti economici di quegli anni, non io debbo dire. Forse, per ossequio alle regole, osservate sin dai tempi di Torelli Viollier, discutevo, quasi fossero serie, anche proposte chiaramente balorde, come fu quella di importare contadini settentrionali in un mezzogiorno disertato a ragione dai suoi abitanti (cfr. pp. 423 sgg.); od indulgevo all’abito nello scrivere quotidiano propizio a dare importanza indebita a fatti del giorno; epperciò taluni giri di vite tributari, che erano mere scalfitture in confronto di quelli che vennero di poi, assumevano aspetti apocalittici (cfr. i casi di condotta di contribuenti tipici immaginati alle pp. 824 – 31); ovvero ancora consentivo senza riflettere alle richieste, anche allora volontieri accolte in tempo di svendita delle uve e dei vini, dovessero essere spiantate le vigne nei terreni di pianura (cfr. p. 723). Ma erano assenze momentanee in cose minime.

 

 

Può essere invece ragione di giusto rimprovero quel che, dando inizio alla prefazione del primo volume della presente raccolta, scrissi: «a rileggere di sé antichi scritti, par di conversare con un altro uomo»? Se avessi voluto dire, così scrivendo, che il trascorrere del tempo aveva mutato la sostanza del mio modo di ragionare, la mia concezione della vita; se da espositore delle idee di libertà economica mi fossi fatto seguace di dirigismo; se da difensore della libertà di sciopero e di coalizione per i lavoratori mi fossi mutato in seguace delle proposte di arbitrato obbligatorio e di divieto di scioperi e di serrata; se da contrario fossi divenuto favorevole ai dazi sul frumento e sul ferro ed acciaio; se da critico dei monopoli industriali fossi divenuto fautore dei monopoli statali, il rimprovero di mutazione ad ogni spirar di vento politico sarebbe giusto. Così non è, afferma l’amico Ernesto Rossi, il quale recensendo sul «Mondo» il primo volume di questa silloge di articoli, ha affermato, con benevolenza, della quale gli sono grato, pochi esempi di continuità di pensiero lungo un sessantennio potersi noverare accanto al mio. Non vorrei tuttavia si potesse ritenere non avere io mutato in nulla le opinioni intrattenute su problemi economici particolari; ché, in materia di imposte, le mutazioni sono parecchie e grosse; ed il presente volume ne reca tracce non poche. Dopo sessant’anni, invece di pensare e di scrivere, come allora facevo, intorno alla giustizia tributaria ed alla riforma radicale del nostro sistema d’imposte nella stessa maniera che si usa oggidì dai più, sono giunto a dubitare che il concetto stesso di giustizia, in materia di imposte, sia suscettivo di definizione ed a negare che esista un principio logico atto a guidarci nelle riforme. Rileggendo quel che scrivevo parmi davvero di contemplare un altro uomo e non mi dolgo di essere mutato.

 

 

L’esempio tipico della mutazione si contempla a proposito dell’imposta sulle aree fabbricabili. Credo davvero di essere stato in Italia colui che primamente discusse il problema dell’aumento di valore delle aree fabbricabili e si fece promotore della sua tassazione. Dopo un saggio sul «Devenir social» nel 1898, gli articoli miei sull’argomento si susseguono sino al 1925 senza tregua: cfr. qui, le pp. 25 (10, 20 aprile e 4 maggio 1903), 133 (26 maggio 1904), 516 (20, 24, e 25 maggio 1907) e 535 (28 maggio 1907). Nelle relazioni ministeriali e parlamentari odierne sui rinnovati disegni di legge intorno allo stesso problema, rivedo le mie argomentazioni di un tempo: aumento dei valori delle aree dovuto a cagioni collettive e sociali, accaparramento delle aree da parte di speculatori monopolisti, ritardo artificioso nelle costruzioni ed aumento dei fitti, necessità di devolvere coll’imposta l’aumento di valore a favore comuni e di «stroncare» così l’opera della speculazione, con vantaggio della finanza locale e nel tempo stesso dei consumatori del bene «casa».

 

 

Negli articoli qui raccolti ha già inizio, dopo l’apologia, la critica; la quale si appunta tuttavia non sul «principio» dell’imposta, ma sulle erronee applicazioni che se ne andavano facendo in Italia: l’imposta non proporzionata all’«aumento» di valore, come la ragion ragionante voleva, ma sul valor capitale delle aree, con offesa alla «giustizia» tributaria, la quale avrebbe richiesto la tassazione delle aree in aumento e non di quelle stazionarie o calanti; l’imposta, per tal modo erroneamente distribuita, guastata ancor più dal suo inasprimento al 3% del valor capitale; le dichiarazioni di valore rese fisse per tempi definiti, persino di 25 anni e, grazie al diritto dei comuni di espropriare ai prezzi dichiarati, rese feconde di confisca a sotto prezzo e persino con rifatta da parte del contribuente espropriato senza indennità.

 

 

La critica tuttavia si appuntava sui particolari di applicazione, non sul principio medesimo dell’imposta. Epperciò, in ubbidienza all’antico broccardo, non era pertinente; che, eliminando i vizi di applicazione, il principio rimaneva valido. Spetta ad anni posteriori al 1909 il passaggio dalla critica delle applicazioni alla critica di fondo. Probabilmente, le ripetute esperienze dei mali effetti di un principio reputato «giusto» contribuirono a persuadere la necessità di una analisi più raffinata del principio medesimo. Il principio informatore dell’imposta consisteva in un ragionamento reputato chiarissimo e persuasivo: è vero o non è vero che l’area fabbricabile produce, al pari della terra coltivata, un reddito? La terra coltivata produce frumento, uva, olive, ortaggi, erba ed altri diversissimi frutti; ed i frutti, ridotti al netto, ognuno riconosce debbano essere tassati. L’area fabbricabile, oltre ai minori frutti agricoli, praticamente minimi, tassati coll’imposta fondiaria, non produce forse un reddito peculiare, detto «aumento del suo valore», reddito aggiuntivo a quello agrario; e non colpito da alcuna imposta? Esiste qualche motivo per il quale un reddito, comunque nato o denominato, non sia colpito da imposta? No; ché il principio antico, accettato, tradizionale e punto rivoluzionario, della uguaglianza di tutti i redditi dinnanzi al dovere tributario, esige che quel reddito sia soggetto ad imposta. Se gli aumenti di valore delle aree fabbricabili, a causa della loro scarsa importanza, non furono sinora colpiti da veruna imposta; oggi che sono divenuti, nelle città tentacolari, apprezzabili, siano tassati da un tributo creato a bell’apposta, detto sulle aree fabbricabili. Se già, nella seconda metà del Seicento, a Torino, l’imposta era stata stabilita col titolo di «tre quinti della maggior valenza dei siti della nuova contrada di Po», a che tardare ad istituirla oggi? Erano fin dall’inizio del secolo e sono tuttora, evidenti i vizi delle leggi di applicazione; ma pareva, e pare oggi ancora ai più, valido il principio.

 

 

La critica al principio venne poi, in una memoria presentata nella seduta del 23 giugno 1912 della «Accademia delle scienze di Torino» col titolo Intorno al concetto di reddito imponibile e di un sistema di imposta sul reddito consumato (riprodotta nei Saggi sul risparmio e l’imposta a carte 1-159 e particolarmente a carte 119-30 del primo volume della serie di queste «Opere») e fu riaffermata in Miti e paradossi della giustizia tributaria (nel capitolo secondo del secondo volume della serie prima). Non è qui il luogo di dimostrare nuovamente che la sequenza logica dei fatti deve essere capovolta. L’aumento di valore delle aree fabbricabili non è il fatto primo, ma l’ultimo della sequenza. Il fatto primo, senza il quale nulla accade, è il reddito dell’area fabbricabile giunta al momento della sua maturazione economica. Come il bosco non dà reddito se non al momento del taglio, così l’area non dà reddito se non al momento della sua maturazione. E quel reddito ha nome di fitto o frutto della casa fabbricata ed insieme dell’area su cui la casa insiste. Il reddito netto della casa, suppongasi 100, comprende 50 reddito della costruzione e 50 reddito dell’area? Chi tassa il 100, tassa quindi, oltrecché il reddito della costruzione, anche il 50 reddito dell’area. Una imposta del 30% sulle 50 del reddito dell’area, riduce il reddito da 50 a 35; e se noi supponiamo che i redditi si capitalizzino al 5%, l’area che, senza l’imposta esistente da tempo immemorabile sui fabbricati, avrebbe reso 50 lire e si sarebbe capitalizzata in 1000 lire, in conseguenza della stessa già esistente imposta sui fabbricati, rende solo 35 lire e si capitalizza in 700 lire. Imposta sul reddito ed imposta sul capitale sono lo stesso, stessissimo fatto, sono le due faccie della medesima medaglia. È stravagante dire che occorre una nuovissima imposta sulle aree perché esse danno un reddito esente da imposta, ché l’imposta c’è ed è quella che colpirà il reddito dell’area costrutta. Cotale verità palmare non vedevo io in principio del secolo e non vedono oggi gli ingenui, i quali immaginano di aver scoperta una materia imponibile mai prima veduta e miracolosamente sfuggita agli occhi indagatori del fisco. Forseché non è doveroso mutar sentenza quando gli occhi si aprono e si vedono i fatti diversamente da come si vedevano in cecità? Il che non vieta che sarebbe doveroso mutare nuovamente opinione se fosse dimostrata erronea la tesi che reddito e capitale sono la stessa cosa e se si tassa l’uno si tassa medesimamente al tempo stesso anche l’altro. Sinora, in cinquant’anni di discussione, la dimostrazione non è venuta.

 

 

Gli anni corsi dal 1903 al 1909 sono ricordati per lo più come quelli dell’età d’oro giolittiana: incremento dell’attività economica, avanzi nel bilancio dello stato, conversione della rendita, imparzialità nelle lotte fra capitale e lavoro, allargamento del suffragio e crescente partecipazione dei lavoratori alla vita pubblica, ampliamento della legislazione sociale, favore dato alle municipalizzazioni dei servizi pubblici, passaggio da quello privato all’esercizio di stato delle ferrovie, sostituzione ad un consorzio privato britannico di un consorzio pubblico semi-statale per gli zolfi siciliani, istituzione dell’imposta sulle aree fabbricabili, avviamento della riforma tributaria nei comuni con l’attenuazione del dazio consumo e con i primi saggi di progressività nella imposta di famiglia. Alla politica giacobina e audace di Crispi ed a quella conservatrice dei Di Rudinì, dei Pelloux e dei Saracco segue la politica finanziariamente prudente e socialmente innovatrice di Giolitti. Il settennio dal 1903 al 1909 è dominato dalla figura dell’uomo di stato piemontese. Salvo i dodici giorni di Tittoni dal 16 al 27 marzo del 1905, i dieci mesi di Fortis, dal 28 marzo 1905 all’8 febbraio 1906, i centodieci giorni di Sonnino dall’8 febbraio al 27 maggio 1906, i sette anni sono segnalati dai due ministeri Giolitti, dei quali il primo, cominciato il novembre 1901 durò sino al 12 marzo 1905 ed il secondo andò dal 29 maggio 1906 al 10 dicembre 1909. Del resto, il brevissimo gabinetto Tittoni e quello Fortis parvero surrogati di quelli Giolitti ed al ministero dei centodieci giorni di Sonnino fu consentito quasi soltanto di presentare disegni di legge, poi ritirati o fatti propri, sotto nuove spoglie, dal presidente piemontese, il quale godeva del favore sicuro della camera.

 

 

È certo che nel primo decennio del secolo, dominato in Italia dalla figura politica del Giolitti, le condizioni economiche e sociali del nostro paese grandemente migliorarono. L’on. Giolitti, ministro dell’interno dal 1901 al 1903 e presidente del consiglio poi, visse e resse l’Italia in un tempo nel quale agiva sul mondo un fattore misterioso di progresso ed era l’incremento della produzione dell’oro (cfr., qui, l’articolo L’inondazione dell’oro alle pp. 450-55 del 25 dicembre 1906). Da 815 milioni di lire nella media del 1890-95, la produzione era salita a 1 miliardo e 285 milioni nella media del 1896 – 1900 e, via via sempre crescendo, era giunta a 2 miliardi e 250 milioni nel 1906. Popoli e governi ne erano allarmati, ché i prezzi erano contemporaneamente cresciuti (indice Dun, cfr., qui, a p. 453) dall’indice 72,5 all’1 gennaio 1897, al 79,9 l’anno dopo, e via via a 95,3 all’1 gennaio 1900, a 100,1 il 1904, a 104,5 l’1 gennaio 1906 ed a 106,7 l’1 novembre del 1906. All’allarme, per il crescere dei prezzi, dei popoli si accompagnavano gli studi ed i libri degli economisti, i quali confermavano, indagando col metodo delle differenze le cause della situazione sopravvenuta, che i prezzi crescevano, probabilmente in notabile parte, grazie all’incremento nella produzione dell’oro, da cui nasceva un generale incremento nei mezzi monetari circolanti; sicché, non crescendo nella stessa proporzione la produzione dei beni e dei servizi, i prezzi logicamente dovevano crescere. Non certo nella misura terrificante in cui aumentarono poi durante e dopo le due grandi guerre mondiali; pur tuttavia, un incremento generale dei prezzi in un decennio del 50% circa appariva ed era grandioso. Presto però i popoli ed i governi si accorsero che non tutto il male viene per nuocere; e che se i prezzi bassi giovavano ai consumatori di pane e di panni, il «ribasso» dei prezzi durato all’incirca dal 1872 al 1897 non giovava, scoraggiando gli imprenditori, alla attività economica, e nuoceva alla occupazione degli operai. Sicché nell’ultimo decennio dell’ottocento erano cresciute la disoccupazione e la miseria; ed in Italia si erano osservati tumulti e rivolte in Sicilia, nelle Puglie, nelle Alpi Apuane ed a Milano. Col volgere del secolo l’ondata dei prezzi mutava al rialzo e dappertutto nel mondo l’attività economica riprendeva, i salari crescevano, diminuiva la disoccupazione. Crispi, Sonnino, Di Rudinì, Pelloux e Saracco avevano dovuto subire le conseguenze dell’avverso andamento del ciclo economico in cui erano capitati a governare e avevano dovuto subire il fio di colpe, delle quali non pochi economisti facevano risalire la responsabilità all’avarizia delle vecchie miniere della California e dell’Australia, le quali dopo il 1848 avevano fornito, facendo crescere per qualche tempo i prezzi dei beni e dei servigi, ragion di allegria al mondo fino al 1873. Alla fine dell’Ottocento, il posto delle stanche miniere australiane e californiane era stato finalmente preso dalle nuovamente scoperte miniere dell’Alaska e più del Transvaal. Di seguito od a causa delle crescenti masse di oro – fondamento universale in quei tempi della circolazione monetaria – i prezzi crescevano, gli industriali, dopo il lungo digiuno, riprendevano fiato, gli operai guadagnavano di più, ed i disoccupati diminuivano in tutto il mondo. Diminuivano anche in Italia e Zanardelli e Giolitti ne traevano giustamente profitto, perché è ovvio e giusto che i popoli non vadano per il sottile e non siano pronti a collegare taluni fatti, accaduti in paesi diversi quasi ignoti come il Transvaal e l’Alaska, con le migliori condizioni di vita in Italia; epperciò furono e sono frequenti le lodi date ai governanti del 1903-906 per l’aumento dei salari, la diminuzione della disoccupazione, il fiorire dell’industria e dei commerci, il crescere del traffico nei porti. Che furono anche dovuti in qualche parte all’opera dello stato; ma forse avrebbero potuto, quegli incrementi, essere più rimarchevoli, se l’opera dei governi non fosse stata in troppa parte negativa.

 

 

Il trionfo maggiore della finanza pubblica in quel decennio fu la conversione della rendita, operazione per quei tempi grandiosa, grazie a cui otto miliardi di debito pubblico venivano convertiti dall’interesse del 4 a quello del 3,50%. Chi scrive non si associò allora, se non in parte, alle lodi date al governo del tempo. Il titolo stesso, apposto all’articolo celebrativo (del 30 giugno 1906, qui riprodotto alle pp. 382 sgg.) dell’avvenimento davvero segnalato nella storia della finanza italiana: Dodici anni dopo, ricordava che il merito primo e maggiore della conversione risaliva ad un discorso memorando pronunciato dal ministro del tesoro Sonnino il 21 febbraio 1894 dinnanzi alla camera italiana. In quel discorso il Sonnino annunciava i duri provvedimenti necessari a rimettere l’ordine in un bilancio nel quale si prevedeva per l’esercizio 1904-905 un disavanzo di 155 milioni, si constatava che il saldo passivo del conto del tesoro presso l’istituto di emissione era salito a 563 milioni; l’aggio sull’oro, fatto scomparire anzitempo nel 1885 col prestito dei 644 milioni di lire in oro, era ritornato e oscillava fra un minimo dell’11,08 ad un massimo del 15,70%; il consolidato 5%, che nel 1886 era giunto nella borsa di Parigi, sotto l’impressione del prestito per l’abolizione del corso forzoso, a 102,55, scaduto a 72; il commercio coll’estero ridotto a minimi non toccati se non nel 1871 e nel 1878; il prodotto lordo delle ferrovie diminuito da 22,073 lire per chilometro esercitato nel 1883 a 17,346 lire. «L’orizzonte è carico di nubi e la situazione si può davvero, senza esagerazione, dire grave», esclamava Sonnino e proponeva, mascherandola col nome di aumento dell’imposta di ricchezza mobile, la riduzione forzata dell’interesse sul debito pubblico, il taglio sulle spese statali, e primamente sugli stipendi iniziali degli impiegati, l’inasprimento delle tasse di successione, dei dazi sul grano e sugli zuccheri, della tassa sugli spiriti, l’istituzione di nuovi balzelli sui fiammiferi, sul gas, sull’energia elettrica, sul cotone greggio. Una gragnola di imposte buone e cattive, che ancora oggi durano. Lasciando il potere, il ministro del tesoro Luzzatti (nel gabinetto Sonnino dei centodieci giorni) poteva dire invece al successore Angelo Majorana (nel lungo gabinetto Giolitti) che, grazie alla savia condotta dei ministri succedutisi nei dodici anni, i disavanzi nel bilancio avevano lasciato luogo ad avanzi di 65 milioni di lire nel 1900-901 e nel 1901-902, di 86 milioni nel 1902-903 di 49 nel 1903-904, di 64 nel 1904-905; e poteva additare con legittimo orgoglio il corso del consolidato giunto a 105 nelle borse estere, all’aggio sull’oro sostituito da un premio di quindici-venti centesimi per cento lire della carta italiana sull’oro; alla consistenza ordinaria dei buoni ordinari del tesoro inferiore di 130 milioni al massimo di 300 milioni consentito dalla legge; alle partite immobilizzate dei tre istituti di emissione (Banche d’Italia, di Napoli, di Sicilia) ridotte da 625 milioni nel 1894 a 167 il 30 aprile del 1906.

 

 

Frutto splendido della migliorata situazione finanziaria ed economica fu la conversione della rendita (debito pubblico consolidato) dal 4% netto al 3,75% per cinque anni ed al 3,50 in seguito. Dopo un secolo e mezzo l’Italia riprendeva la nobile tradizione della Repubblica di Venezia e di Carlo Emanuele III re di Sardegna che nel 1753 e rispettivamente nel 1763 convertivano, con l’adesione volontaria dei creditori, il loro debito pubblico dal 4,50 e 4% al 3,50%.

 

 

Si avverò l’augurio dell’articolista (cfr., qui, p. 386): «che i governanti non indulgessero al vizio di sperperare i frutti della conversione in piccoli favori di cresciuti stipendi e in aumenti di spese inutili; ma sapessero volgerli, con un piano meditato di prudenti e forti riforme tributarie e sociali, a pro dell’economia italiana»?

 

 

Ahimè! che le pagine di questo volume ospitano troppe querele di riforme non predisposte, né attuate e di anni di avanzi di bilanci lasciati trascorrere invano. Fin dal 1904 (23 luglio; Giolitti presidente del consiglio e Luzzatti ministro del tesoro) lamentavo che la ragioneria generale dello stato non tenesse il libro degli impegni assunti con atti e contratti e che il ragioniere generale dello stato fosse ridotto a «raccomandare» ai ministri della spesa, non di evitare le eccedenze di impegni sugli stanziamenti, ma di discernerle e illustrarne le cause, «procurando» di eliminare gli impegni «che non rispondano ad imprescindibili bisogni del servizio» (p. 163); istanze per fermo scarsamente efficaci a procacciare l’osservanza delle norme fondamentali della pubblica contabilità.

 

 

Invano (13 maggio 1904) ponevo la domanda: «sono sinceri i nostri bilanci?» e, lamentando le grosse cifre di residui e di eccedenze, stupivo come fossero frequenti i capitoli dei rendiconti nei quali ad uno stanziamento di 10.000 lire nel preventivo rispondevano nel consuntivo, ad esempio, 6.000 lire pagate e 4.000 da pagare. Come non accade mai di scoprire un capitolo nel quale fossero, per accidente, registrate economie? Accadeva già e forse accade ancor oggi, per importi di milioni invece che di migliaia di lire, che l’amministrazione reputi lo stanziamento una proprietà privata sua, che essa ha diritto nell’anno in corso o in quelli avvenire, di spendere sino all’ultimo centesimo, oggi sino all’ultima lira, sia o non sia la spesa necessaria all’andamento dei servizi pubblici!

 

 

Una contabilità scarsamente chiara non giova a limitare le spese; e già in principio del secolo si avvertivano i danni del fare previsioni prudentissime di entrate ed abbondanti di spese, allo scopo di occultare gli avanzi agli occhi delle camere (p. 480). Delle due scuole, l’una cerca di sminuire il gettito probabile delle imposte e di ingrossare le previsioni di spese, sperando così di non dare alimento a richieste di aumenti negli stanziamenti, e l’altra assevera la necessità di dire sempre il vero, sia esso scuro ovvero lieto. Poiché dominò quasi sempre la scuola del nascondere, fa d’uopo dire che essa mancò allo scopo; ché le sottovalutazioni delle entrate sono cucite a fil bianco ed i postulanti spese si sono adusati a richiedere nuovi stanziamenti fondati sulle eccedenze di entrate, le quali a mano a mano si verificano e debbono essere segnalate in documenti ufficiali; e dal canto loro gli ingrossamenti delle cifre di spese agevolano la industria delle eccedenze di impegni nei capitoli macilenti, eccedenze coperte nelle note di variazione da storni dai capitoli abbondanti.

 

 

Gli avanzi effettivi verificatisi nel primo decennio del secolo, i quali giunsero a 100 milioni di lire e non furono mai inferiori ai 50 all’anno, avrebbero consentito di formulare un piano veramente efficace di riforme tributarie. Avevo immaginato di adoperare, pur facendo uso nel discorso della parola «piano» sebbene non ancora venuta di moda, quella di «fondo sgravi» che mi pareva più accessibile all’intendimento ordinario (vedi gli articoli: Prestito o fondi sgravi? dell’8 gennaio 1907; La politica conservatrice degli sgravi, dell’11 gennaio 1907, e di nuovo Esiste un margine di bilancio? del 29 gennaio 1907); ed avevo cercato di dimostrare che, scegliendo bene le imposte da abolire o ridurre, le riduzioni, pur lasciando un margine di bilancio disponibile per necessari od utili aumenti di spesa, avrebbero consentito, non certamente subito ma in un non lungo volgere di anni, il proprio ricupero. Anche solo dedicando agli sgravi 30 o 40 milioni di lire all’anno, in cinque anni di sgravi metodici ed ordinati ad un fine, si sarebbero potute ridurre imposte per 150 o 200 milioni, il che in un bilancio complessivo di circa 1 miliardo e 800 milioni sarebbe stato un alleggerimento notabile per i contribuenti. Preferivo i perfezionamenti tecnici bene studiati alle grandi riforme apparenti. Inutile istituire una imposta generale e progressiva sul reddito, che sarebbe stata una brutta farsa, se prima non fossero stati perfezionati i mezzi di accertamento. Finché le operazioni catastali erano condotte a rilento, con vecchi estimi e con stime improvvisate, era impossibile conoscere l’ammontare dei redditi fondiari ed agrari; finché l’imposta sui fabbricati poggiava contemporaneamente su stime antiquate di decine d’anni per i fabbricati vecchi e aggiornate per i fabbricati nuovi, era difficile costruire una tassazione sopportabile, invece che oltraggiosamente sperequata; sinché le stime per i redditi mobiliari andavano dalla tassazione piena per taluni redditi di impiegati, pensionati, redditieri pubblici ad accertamenti incerti e inattendibili per i redditi industriali e professionali, era arduo persuadere i contribuenti del dovere di assolvere il debito di imposta.

 

Perciò insistevo (pp. 260, 308, 434, 495, 567, 756, 802, 809) sulla urgenza e priorità delle minute riforme perfezionatrici che, sole, potevano seriamente preparare la maggiore riforma, la quale, venuta su terreno pronto a riceverla, avrebbe dato buon frutto; laddove si preferì presentare disegni di legge, detti progressivi, di imposta personale sul reddito destinati a rimanere sulla carta o, se attuati, a palesarsi niente più che una aggiunta di decimi e di centesimi addizionali baroccamente distribuiti sulle vecchie sperequate imposte fondiarie e mobiliari.

 

 

Quanto alle imposte sui consumi, continuavo (pp. 189, 207, ecc.) a predicare la necessità e la giustizia della riduzione graduale del dazio sul grano, infelice surrogato dell’aborrito macinato, il quale perlomeno non arricchiva i proprietari terrieri a danno dell’erario; ma il dazio fu conservato ed aggravato. Preferivo (p. 500) ridurre l’imposta sul petrolio piuttostoché quella sul sale, perché ad un vantaggio uguale per i consumatori – in quegli anni la spesa per gli automobili era irrilevante ed il petrolio dava sovratutto luce alle campagne ed ai ceti modesti nelle città – la riduzione del prezzo del petrolio aggiungeva la attitudine, inesistente, a causa della rigidità del suo consumo, per il sale, a dare incremento ai modi tradizionali ed impulso a nuove maniere di consumo. Ma non si fece nulla medesimamente né per il sale, né per il petrolio.

 

 

Nessuno si avvide che in quegli anni si studiassero i mezzi di cansare le spese inutili. Invano sin d’allora (15-16 agosto 1903, alle pp. 63 sgg.) ricordavo gli sforzi sostenuti in Inghilterra ed in Francia per limitare il diritto di iniziativa dei deputati a proporre nuove spese od a presentare emendamenti improvvisati alle proposte governative di modificazioni tributarie. Di fronte alle difficoltà di opporre un argine legislativo al malo andazzo, malinconicamente invocavo «una più perfetta educazione politica del paese, un maggior controllo degli elettori sugli eletti, e l’ossequio degli interessi particolari dinnanzi agli interessi generali».

 

 

Tra le spese, le più inutili non erano gli aumenti di stipendi agli impiegati elargiti sotto colore di miglioramento dei pubblici servizi. Poteva darsi – sebbene non sia dimostrato il legame logico necessario tra l’aumento dello stipendio di un funzionario e il diminuito costo del servizio a lui affidato, se l’aumento non sia accompagnato dalla riduzione del numero degli addetti a quel servizio, – che talvolta, invariato rimanendo quel numero, l’aumento significasse effettivo miglioramento del servizio; e ricordavo (il 30 gennaio 1908, cfr., qui, le pp. 573 sgg.) il lodevole sforzo di un gruppo di postelegrafici per chiedere migliorie di stipendio effettivamente collegate con una migliore resa delle loro prestazioni e con una diminuzione del loro numero. Né doveva essere trascurata la probabilità che, anche in tempi di moneta buona, dovessero gli stipendi essere cresciuti con frutto per tener conto del crescente reddito reale nazionale e per ragguagliare gli assegni di alcune categorie di dipendenti statali manifestamente inferiori a quelli di categorie tradizionalmente ritenute maggiori in dignità.

 

 

Il danno dello spreco manifesto del pubblico denaro era quando la spesa avvantaggiava un ceto privilegiato; e fu in quel tempo conclamato il caso della legislazione sugli spiriti. Col pretesto di venir in soccorso alla vitivinicultura, affetta sin d’allora da crisi periodiche, si era obliato il canone classico che le imposte devono servire a procacciare entrate all’erario. Con un sistema ingegnoso di abbuoni sugli spiriti da vino e di favori alla immissione in franchigia di determinate quote dei cognacs invecchiati o magari non invecchiati, non era forse accaduto che il gettito delle tasse sugli spiriti da 52 milioni di lire nel 1905-906 fosse sceso a circa 17 nel 1908-909 e tendesse, se non si poneva riparo d’urgenza, a zero e forse persino si convertisse in una perdita netta? A pro di chi? In apparenza dei viticultori; in verità dei produttori marginali di qualità scadenti di uve; vantaggio momentaneo, annullato dal danno di incoraggiare, coi salvataggi della coltura delle viti in terre disadatte, il ripetersi della sovraproduzione generatrice di crisi periodiche (In Un abisso senza fondo per lo stato e l’aggravarsi della crisi vinicola. 15, 18 e 25 giugno 1909, cfr., qui, le pp. 711-28).

 

 

Su nessun problema la mala soddisfazione di chi scrive è tuttavia più manifesta che nelle pagine consacrate al problema ferroviario (che, già fu notato sopra, giungono qui alla cinquantina, oltre alle settanta consacrate al problema connesso al porto di Genova), ed a quello delle convenzioni marittime (circa centoventicinque).

 

 

Pochi ricordano oggi la frequenza con la quale sui quotidiani appariva la rubrica del «disservizio» ferroviario: ritardi negli orari, consegne irregolari delle merci, furti, danneggiamenti, materiale rotabile vetusto ed inservibile, ingombro permanente delle officine di riparazione. Occorsero anni parecchi dopo l’1 luglio 1905 affinché l’andamento del servizio desse qualche segno di ripresa, nonostante che al timone fossero stati scelti gli uomini migliori che l’Italia vantasse in quel tempo, e nonostante che al passaggio dal sistema privato all’esercizio di stato non fosse mancata la lunga preparazione, vorrei dire di decenni, a partire dal classico libro di Silvio Spaventa sino alle inchieste, alle relazioni ed alle discussioni parlamentari e giornalistiche. Si conoscevano i mali dai quali era affetto l’esercizio privato; massimo la previsione errata fatta nel 1885, quando per i vent’anni dall’1 luglio 1885 al 30 giugno 1905, si stipularono le convenzioni colle società Adriatica, Mediterranea e Sicula. Si era immaginato, durando ancora tra il 1880 e il 1885 la fase favorevole del precedente ciclo economico, che si potesse fare affidamento sull’incremento progressivo dei prodotti del traffico per provvedere all’incremento necessario degli impianti fissi e del materiale rotabile. Poiché il traffico «doveva» crescere, pensassero certe «casse», alle quali veniva devoluto in tutto o in parte quell’incremento, alle spese in conto capitale: rinnovamento e miglioramento degli impianti (stazioni, gallerie, linee, ecc.) e del materiale rotabile. Le società, che erano di esercizio, non avevano né mezzi né interesse a pensarci; lo stato, proprietario, se ne lavava le mani; ci pensassero le casse! Purtroppo, col volgersi del ciclo economico al peggio dopo l’85, le casse rimasero in secco od erano assai scarsamente alimentate; sicché impianti e materiale divennero a poco a poco insufficienti per quantità e fatiscenti per qualità. Le società esercenti non potevano correre il rischio di investire capitali, ottenuti con la emissione di obbligazioni costose, senza la garanzia del rimborso dell’annualità di interessi ed ammortamento da parte dello stato; ed il congegno istituito nel 1885 era tale da sconsigliare investimenti aleatori.

 

 

Infatti conviene all’esercente un’impresa pubblica investire capitali in migliorie se l’aumento del traffico è tale da coprire almeno l’aumento delle spese connesse con l’aumento del traffico. Conviene spendere anche 100, se l’aumento del traffico non è inferiore a 100 e se il maggior prodotto è goduto da quella stessa persona od ente che sopporta le maggiori spese di 100. Le convenzioni del 1885 addebitavano tutte le maggiori spese di esercizio al concessionario; ma dividevano in proporzioni variabili i prodotti fra le società concessionarie, il tesoro e le casse. Le società le quali avrebbero avuto interesse a spendere 100, se ad esse fosse rimasto tutto il maggior prodotto 100 o più; se ne astenevano perché, anche se il prodotto lordo totale giungeva a 100, ad esse ne toccava solo una quota insufficiente a coprire le spese. L’errore era noto e denunciato da tempo in tutte le trattazioni di economia ferroviaria ed anch’io ne avevo subito avvisato, non appena assunto ad insegnare scienza delle finanze, i miei studenti di Torino. Invano, ché l’errore grossolano del chiamare stato o casse sitibonde a partecipare al prodotto lordo invece che a quello netto produceva l’effetto logicamente necessario di scoraggiare i nuovi investimenti.

 

 

Se la partecipazione erariale fosse stata calcolata sul reddito netto, l’effetto dannoso non si sarebbe verificato, perché si sarebbe ripartito solo ciò che fosse eventualmente avanzato dopo coperte tutte le spese, anche quelle per il procacciamento delle maggiori entrate. Ostava a ciò la diffidenza di governi e di parlamenti contro i concessionari sospettati di manipolare i conti per nascondere i guadagni al fisco ed allo stato comproprietario e si preferiva far partecipare l’erario al prodotto lordo, che dicevasi più facile a controllare. Di qui altresì, oltreché dalle avverse condizioni del ciclo economico, il difetto negli investimenti e l’isterilimento dei prodotti del traffico. L’eredità ricevuta dall’esercizio di stato l’1 luglio 1905 fu dunque di gestioni fortemente dissestate; alle quali si sarebbe dovuto provvedere con una coraggiosa politica di prestiti destinati a ringiovanire stazioni, linee, materiale rotabile, ed abbassare i culmini delle gallerie appenniniche, a migliorare l’accesso ai porti, ecc. ecc. Con quanto scarsa longimirante visione del problema si sia provveduto a risolvere i problemi ferroviari in Italia e quelli del massimo porto settentrionale, lo dicono le molte pagine, circa un settimo del volume, consacrate alla discussione di quei problemi; né qui occorre ripetere quel che negli articoli quotidiani era dichiarato in lungo ed in largo.

 

 

Un’altra settima parte del volume è consacrata alla discussione delle nuove convenzioni marittime, che si sapeva da tempo sarebbero giunte alla scadenza. Da tempo, pubblicisti, studiosi, commercianti, industriali parlavano delle vecchie carcasse, dei piroscafi valetudinari, della anzianità persino cinquantennale della flotta posseduta dalla «Navigazione generale italiana» e si affermava l’urgenza di provvedere alla stipulazione di nuove convenzioni marittime; sicché i nuovi concessionari potessero in tempo prepararsi a costruire o ad ordinare navi moderne, atte a sostituire «i pezzi da museo», altrettanto frusti come i carri e le carrozze delle tre società ferroviarie, con i quali la Navigazione generale si industriava ancora a tenere alla men peggio i mari.

 

 

Fin dal 17 gennaio 1901 (cfr. nel primo volume le pp. 315 sgg.) riproducevo le lagnanze della Società mediterranea, la quale dichiarava di non poter far nulla per agevolare il compito del porto di Genova a causa della insufficienza degli impianti portuali e ferroviari, dovuta alle disordinate competenze di pubbliche autorità, atte solo a rinfacciarsi l’un l’altra i malanni dell’esercizio e gli ingombri delle calate del porto e delle stazioni ferroviarie; e qui in un articolo del 21 novembre 1905 (cfr. pp. 275-84) ricordavo che le convenzioni marittime scadevano l’1 luglio 1908 e governo e parlamento con legge del 16 maggio 1901 avevano provveduto alla nomina di una commissione reale incaricata di fare proposte tempestive affinché gli armatori avessero quattro anni di tempo per approntare una flotta moderna al posto di quella esistente forse «buona per un museo di antichità» ma incapace «per almeno i tre quarti a tenere decentemente il mare per conto dello stato». La commissione aveva studiato; ma era passato il 1903, era passato il 1904, stava per passare il 1905 ed il frutto dei lavori della commissione stava tutto in un memorandum di sei paginette in cui erano «elencati» i servizi che la commissione proponeva di istituire, la loro periodicità, la velocità, il tonnellaggio delle navi che avrebbero dovuto essere adibite ai servizi proposti e si riassumevano le norme per il credito navale, per le aste e per la costruzione dei piroscafi. Il ministero della poste e telegrafi competente, a cagion dei servizi postali che erano la ragion d’essere od il pretesto del pagamento delle sovvenzioni, dando notizia delle proposte della commissione, dichiarava però che le conclusioni dei ministeri interessati erano tuttora riservate. Invero un altro ministero, oltre quello delle poste e telegrafi per la marina sovvenzionata, aveva competenza in merito di navigazione, quello della marina (militare), provveduto di una direzione generale della marina mercantile, la quale sopravegliava ai premi di navigazione dati alla marina libera ed ai premi di costruzione concessi ai cantieri navali. Naturalmente i due ministeri erano tra di loro cani e gatti e presentavano, ciascuno di essi, proposte separate non coordinate e contradditorie. La confusione era cresciuta per le richieste, del resto ragionevoli, del ministero di agricoltura di aver bocca in fatto di industrie (cantieri) e di commerci (premi e sovvenzioni), del ministero dell’interno, che aveva la vigilanza dei porti, della guerra e della marina, per l’esigenza che le navi mercantili potessero trasformarsi in tempo di guerra in navi ausiliarie. La lacrimevole storia delle vicende dei disegni di legge relativi a materia tanto delicata si legge nelle molte pagine del presente volume, consacrate alla cronaca ed alla critica di quel che si discusse in argomento. A malapena si arrivò in tempo, innanzi alla scadenza dell’1 lugli0 1908, ad assicurare i collegamenti, oltrecché con le isole minori, tra il continente e la Sicilia, e la Sardegna; e, nell’urgenza di non sapere come cavarsela, si pensò a scaricare l’onere del collegamento con le due grandi isole sulle ferrovie di stato; pensiero in sé ragionevole, ma, attuato in un momento nel quale l’esercizio di stato delle ferrovie stava traversando il tempo del «disservizio», l’innesto del servizio marittimo in dissoluzione su quello ferroviario in crisi non ebbe per allora vantaggiosi risultati.

 

 

Due voci non trovarono ascolto né nei consigli di governo né in parlamento; e la prima era quella di coloro i quali sostenevano la tesi che i premi di costruzione ai cantieri navali potevano essere soppressi, se l’importazione dall’estero dei materiali di ferro ed acciaio fosse fatta immune da vincoli e da dazi. La tesi non era soltanto propria di economisti teorici; ché parecchi armatori, insofferenti dei vincoli, a cui erano astretti dalla legge i cantieri navali italiani, desideravano essere liberi di acquistare navi dovunque le potessero ottenere se adatte ai servizi loro propri a prezzo internazionale; e la scelta delle navi appariva più agevole nel mercato libero mondiale che in quello ristretto obbligatorio italiano. Non fu ascoltata parimenti la voce di coloro, e qui si ricorda particolarmente quella del negoziante Zaccaria Oberti, consigliere della camera di commercio di Genova, il quale sul «Lavoro» (qui citato a p. 740) e in una lettera al «Corriere» (qui riprodotta alle pp. 745 sgg.) sostenne vigorosamente che, essendosi già provveduto alle comunicazioni postali colle grandi e minori isole, le sovvenzioni alle altre linee erano superflue, nei casi nei quali queste fossero già esercite dalla marina libera senza alcun onere per l’erario, ed utili soltanto se le linee fossero davvero scelte in ragione del nuovo traffico che esse sarebbero state capaci di promuovere. Importava non trovasse conferma da noi la diceria diffusa delle navi che solcavano i mari non a trasportare uomini e merci, sebbene a pescar premi.

 

 

Trovò invece favore, a causa della repugnanza di governi e di parlamenti ad assumere la responsabilità di un accordo a prezzo convenuto e fisso, il principio di un periodo iniziale sperimentale, nel quale il concessionario ottenesse garanzie contro le perdite e lo stato partecipasse ai maggiori prodotti. Che fu l’inizio dei metodi, invalsi poi nei tempi di guerra, accolti dai fascisti e non ripudiati dai governi venuti dopo la liberazione; metodi che si possono definire delle concessioni a piè di lista, promettitrici di eventuali profitti e feconde di paurose perdite a carico del pubblico erario.

 

 

Non fu questo il solo caso di preannuncio delle nazionalizzazioni venute poi di moda, ma aveva in comune con gli altri la circostanza che nessuno allora si accorse che a vere e proprie nazionalizzazioni si intendesse giungere. Pareva che i deputati ed i senatori fossero chiamati a discutere dei modi tecnici di calcolare le sovvenzioni alle navi «postali»; ma che cosa è nazionalizzare se non gerire in società un’impresa economica, con i necessari controlli e nomine di dirigenti da parte dello stato, incaricati, sia pure invano, di scansare le perdite a danno dell’erario? Nessuno immaginava che il parlamento fosse chiamato a municipalizzare le aree edilizie nel 1907 quando alla camera fu presentato un disegno di legge nel quale pareva si discorresse solo di modalità di valutazione delle aree edilizie soggette ad imposta, reputata tenue perché limitata al 3% del valore capitale, e apparentemente avvantaggiate da una indennità di esproprio uguale allo stesso valor capitale. Ma le parole usate erano siffattamente congegnate che ben poteva darsi e in talune fattispecie necessariamente accadeva i proprietari non solo non ricevessero alcuna indennità per le aree forzosamente confiscate, ma fossero costretti a versare in aggiunta somme egregie a titolo di azioni di grazie per la avvenuta confisca (cfr., qui, Come avvengono le rivoluzioni sociali in Italia del 28 maggio 1907 alle pp. 535-40). La rivoluzione per allora non approdò in quella maniera surretizia ed in quella materia; ma ben fu attuata, in una breve seduta antimeridiana del luglio 1906, un’altra grossa mutazione negli ordini economici, che non ebbe alcuna eco nella stampa, non suscitò discussioni fra liberisti e socialisti e tuttavia non esitavo ad additare alla pubblica attenzione come «uno dei fatti più importanti nella storia industriale moderna non pur d’Italia, ma del mondo» (in due articoli dal titolo Uno sperimento di intervento dello stato dell’8 e del 9 agosto 1906, qui riprodotti alle pp. 412-22). Volgevano mali passi per l’industria solfifera siciliana, dimostratasi incapace a reggere alla concorrenza dello zolfo della Louisiana; che, per la sua giacitura e la sua ricchezza, pareva si potesse estrarre ad un costo minore della metà, con metodi assai più economici di quelli antiquati usati in Sicilia. Da tempo l’arretratezza dei metodi industriali ed il frazionamento minuto della proprietà mineraria avevano consigliato ai più dei proprietari di affidare la vendita del minerale ad una Anglo-Sicilian Sulphur Company costituita a Londra nel 1896. Ma lo spettro della concorrenza americana aveva persuaso la compagnia inglese a rifiutare la rinnovazione del contratto. Dinnanzi al ribasso inevitabile dei prezzi, alla impossibilità di liquidare, senza perdite gravi, una rimanenza di circa quattrocentomila tonnellate di zolfo invenduto, alla rovina di 200.000 persone interessate nella proprietà, nella coltivazione e nel commercio dello zolfo, ai clamori dell’opinione pubblica siciliana e di tutti gli enti rappresentativi dell’isola, alle minacce di tumulti dei solfatai di Caltanissetta, il governo si decise a proporre e il parlamento ad approvare a furia la creazione di quel Consorzio obbligatorio solfifero che ancor oggi esiste. Già allora si parlava di lotta contro i monopoli; ma, invece di apprestare, ad imitazione di quel che negli Stati uniti già si faceva, i mezzi per combatterli, si iniziava l’esperimento di un monopolio creato, garantito, sussidiato e sostanzialmente amministrato dallo stato. Forse oggi quella, che allora parve a me una novità grossa, un avvenimento memorabile nella storia industriale del mondo, non farebbe più impressione; ché nel nostro paese i monopoli creati o fomentati dallo stato sono tanti e paiono siffattamente ovvii da non destare l’attenzione neppure di coloro i quali propongono norme dirette a vietare, sopprimere o regolare i monopoli in genere. Qui si voleva solo ricordare che i germi di molti istituti, giganteggiati nel tempo fascistico e cresciuti ancora dopo la liberazione, si possono ricondurre agli anni (1903-909) contemplati in questo volume delle Cronache.

 

 

A questi anni risalgono altresì i rinnovati accenni ad una mutazione notabile nella psicologia e nelle aspirazioni del movimento operaio. Alcuni sintomi erano già stati rilevati innanzi al 1903 (cfr. le pp. XXIV-XXV della prefazione al primo volume delle Cronache); ma le preoccupazioni crescono dopo il 1903 e prendono il luogo dell’entusiasmo con il quale era stata salutata ed ancora si ricorda con commozione la svolta creativa verificatasi nei rapporti fra capitale e lavoro negli ultimi anni del secolo XIX.

 

 

La lotta operaia per ottenere il riconoscimento del diritto di coalizione e di sciopero era chiusa e nessuno più contestava agli operai ed ai contadini il diritto di trattare da paro a paro con gli imprenditori. Conquistata la parità tra due parti, politiche o sociali, accade non di rado che gli oppressi di prima non si ristiano e vogliano «procedere innanzi», come se il camminare «sempre» in una direzione non fosse per lo più indice di involuzione e di decadenza. Dalle Cronache non appare che operai e contadini ansiosamente mirassero – salvoché in tumultuose dimostrazioni innanzi a stabilimenti industriali, note nella storia sociale anglosassone col nome di picketing e reputate lecite a meno degenerassero in violenze personali – a sopraffare a loro volta legislativamente la parte padronale. Ma già i politici del tempo anticipavano aspirazioni inesistenti; ed accadeva perciò che l’on. Sacchi immaginasse di fare opera di progresso sociale, annunciando il proposito di presentare un disegno di legge ricalcato su di un analogo vecchio disegno presentato nel 1900 in Francia dagli on. Waldeck Rousseau e Millerand e sepolto con gli onori del rinvio alla commissione del lavoro. Ma il progetto Millerand sanciva l’obbligatorietà dell’arbitrato solo per gli imprenditori e gli operai che avessero accettato di sottomettere ad arbitri le questioni, attinenti al lavoro, tra essi insorte; laddove il progetto Sacchi obbligava le minoranze ad astenersi dal lavoro sempre quando le maggioranze deliberassero lo sciopero (cfr., qui, alle pp. 175-78 Arbitrato e sciopero obbligatori del 13 ottobre 1904). Accanto ai politici, anche i «giuristi dell’imperatore» fiutavano l’odore del vento sociale ed apprestavano ai dominatori dell’avvenire le armi giuridiche utili alla vittoria. Il sostituto procuratore generale della corte d’appello di Roma, Raffaele De Notaristefani, delineava sapientemente ne «La Giustizia penale» la nuovissima figura del reato di crumiraggio. Partendo dal principio, divenuto assiomatico nel tempo fascistico ed accettato oggi dai più, che la libera concorrenza nelle industrie, nei commerci e nei rapporti tra capitale e lavoro fosse oramai superata e fosse a poco a poco sostituita dal principio della solidarietà sociale, il De Notaristefani osservava che la solidarietà è rotta quando, essendo stato deliberato lo sciopero dalla collettività operaia, i crumiri, offrendosi a sostituire gli assenti volontari, fanno abortire lo sciopero. L’atto dei crumiri deve essere reputato di concorrenza illecita e, come tale, deve essere punito dal codice penale. Nel testo del presente volume si possono contemplare le eleganti disquisizioni con le quali il giurista definiva le caratteristiche dello sciopero «giusto», dalle quali si deduceva dirittamente la tesi della punibilità del reato di crumiraggio (articolo del 9 novembre 1904, alle pp. 178-82). Nel testo si contemplano altresì le discettazioni squisitamente raffinate con le quali Giovanni Montemartini, direttore dell’ufficio centrale del lavoro, smantellava il diritto di sovranità del parlamento, nel determinare le spese pubbliche, argomentando: forseché lo stato fissa il prezzo dei carboni acquistati dalle sue ferrovie o non si deve adattare ai prezzi di mercato? Fissi il parlamento l’ammontare dei servizi richiesti alle ferrovie; ma accetti le paghe, le carriere e le condizioni del lavoro che per i ferrovieri son fissate dal mercato; e poiché, in condizioni di monopolio, non esiste un mercato libero del lavoro, accetti le norme stabilite dagli arbitri nominati in conformità della legge (cfr., qui, alle pp. 244-49 L’arbitrato obbligatorio per i ferrovieri del 23 settembre 1905).

 

 

Trattavasi di affermazioni dottrinali di politici, giuristi e periti nelle questioni del lavoro; come fu anche delle discussioni avvenute, grazie al fervido impulso dato ai lavori dall’infaticabile Montemartini, in seno al Consiglio superiore del lavoro a proposito della scelta, libera o coattiva fra diversi tipi di contratti collettivi e di contratti di tariffa (cfr., qui, alle pp. 488 – 506 Contratti collettivi di lavoro o contratti di tariffa? del 25 febbraio 1907).

 

 

Non sembra che l’on. Giolitti abbia prestato molta attenzione ad idee e proposte, che alla sua mentalità semplificatrice dovevano apparire forse «nuove» e certamente complicate ed atte a promuovere incertezze e contese, od almeno nelle pagine delle Cronache non si notano interventi suoi notabili atti a mutare la sua ferma politica di imparzialità nelle controversie fra operai e datori di lavoro. I dubbi verranno poi in anni più fortunosi, non nel tempo dal 1903 al 1909. Qui veggo solo qualche traccia di momentaneo oblio in un progetto presentato da lui e dall’on. Cocco-Ortu per regolare il lavoro nelle risaie. Trattandosi di problemi locali, praticamente interessanti solo le plaghe del vercellese e del novarese, l’on. Giolitti si era lasciato persuadere dal collega dell’agricoltura Cocco-Ortu ad introdurre, accanto a parecchie buone norme, un articolo improvvisato col quale si dava facoltà ad una commissione paritetica, presieduta dal pretore del luogo, di decidere, prima in via di conciliazione e poi con sentenza obbligatoria ed inappellabile «tutte le questioni relative al contratto di lavoro in risaia, alla remunerazione, al pagamento delle mercedi, ai patti speciali di lavorazione, all’abbandono del lavoro, allo scioglimento del contratto». È vero che l’articolo chiudeva «ed in genere alla interpretazione ed applicazione del contratto», dalle quali parole si poteva dedurre che la competenza del pretore a decidere fosse limitata alla interpretazione dei contratti liberamente stipulati tra le parti. Ma la prima parte dell’articolo legittimamente poteva essere interpretata nel senso che il pretore avesse il potere di decidere con sentenza inappellabile sui salari orari e condizioni del lavoro. Era un precedente veramente rivoluzionario; ma fatta rilevare la grossissima novità, la commissione parlamentare mutò senz’altro, senza opposizione del governo, l’arbitrato obbligatorio per sentenza di pretore, in tentativo di conciliazione fra le parti (cfr., qui, alle pp. 507-15, Il progetto di legge sul lavoro nelle risaie: dall’arbitrato alla

conciliazione, del 4 marzo e 17 maggio 1907).

 

 

Non vorrei che quel che scrivo oggi nella prefazione e sovratutto quel che si legge nel testo potesse essere interpretato come un giudizio negativo su tutta l’opera economica e politica dell’uomo che resse la somma delle cose nel primo decennio del secolo. In primo luogo, i problemi economici e sociali discussi nel testo, pure se agli occhi miei rilevantissimi, sono alcuni soltanto di quelli che furono materia di dibattito in quell’epoca. In secondo luogo, delle questioni politiche, militari, religiose, scolastiche, nazionali e internazionali, che affaticavano gli uomini di stato, qui si fa cenno solo di passata.

 

 

Non di tutto quel che accadde nel settennio il merito o la colpa può essere del resto data agli uomini di governo. Anche allora, come in tutti i tempi ed in tutti i paesi, quel che accade non è massimamente, anzi è solo in piccola parte, dovuto all’opera dei governi; e questi, quando si attribuiscono meriti di accadimenti prosperi, fan spesso come le mosche cocchiere, le quali ai buoi aggiogati all’aratro con sicumera comandano: «ariamo». Forseché, se il reddito nazionale cresce in un paese di anno in anno del cinque per cento, è agevole dimostrare, salvoché col sofisma del post hoc propter hoc, che l’incremento è dovuto al governo, il quale aveva per l’appunto pianificato o, meglio, previsto un incremento uguale? Già dissi sopra che gli anni del secolo nuovo erano caduti in una fase del ciclo economico collegata dall’euforia dei cresciuti mezzi di pagamento aurei; sicché del prospero andamento dell’economia mondiale male può essere dato merito ai governanti dei singoli paesi, i quali pur attuavano politiche economiche diversissime.

 

 

Se si bada soltanto a quella che dalle pagine del testo risulta essere stata l’azione dello stato in materia economica e sociale negli anni dal 1903 al 1909, non si trae davvero ragione di conforto sulla sua fecondità.

 

 

Proponevano bensì talvolta gli uomini dei governi giolittiani riforme dette «coraggiose», per esempio in materia tributaria; ma le proposte non erano sostenute a fondo, sicché cadevano volentieri, in seguito a mutazioni di governo o ad elezioni generali. Sotto il suo regime si attuarono talune cose grossissime, come la rivoluzione, la quale sostituisce alla proprietà privata delle miniere di zolfo la gestione da parte di un pubblico consorzio, gestito sovratutto da organi statali; o quell’altra, non condotta a termine, che confiscava, a pro dei comuni, con indennità negativa, la proprietà privata delle aree fabbricabili. Ma le novità grossissime si attuarono in mezzo alla disattenzione universale; laddove altre novità pur grosse, come l’esercizio ferroviario di stato, erano decise tumultuariamente sotto l’urgenza dello scadere delle convenzioni antiche e senza provvedere alle esigenze del grande mutamento.

 

 

Talvolta le incertezze furono lasciate trascinare a lungo, come nel caso di quel nido di vipere quali erano per fermo le convenzioni marittime; ma non si avvertì abbastanza che se la politica, prediletta dall’on. Giolitti, del rinvio riusciva non di rado ad evitare soluzioni affrettate e dannose, talvolta invece aggravava il male. Auguravo, (cfr., qui, p. 743) il 6 luglio del 1909, che l’on. Giolitti, coll’autorità del nome e coll’appoggio della sua fida maggioranza, consentisse a studiare meglio il problema, non nell’intento di aumentare i voti a lui favorevoli, grazie alla concessione di approdi e agevolezze a minimi interessi locali, ma perché lieto di una manifestazione di fiducia del parlamento nella sua capacità a tutelare gli interessi più alti del paese.

 

 

La sua, veramente insigne, capacità di semplificare i problemi, nascondeva forse la insofferenza verso i politici ed i pubblicisti, troppo disposti a dar rilievo a questioni che a lui sembravano ad arte ingrossate e complicate. A lui bastava affrontare i quesiti che ogni giorno la realtà gli poneva, quesiti diversissimi gli uni dagli altri in un paese tanto vario come il nostro.

 

 

Pur avendo dovuto dare, sul fondamento esclusivo e parziale di quel che scrivevo allora, un giudizio non laudativo dell’opera dello statista, debbo dire che dura nell’animo mio la impressione ricevuta quando verso il 1899, nella stanza di Luigi Roux, direttore della «Stampa», con giovanile improntitudine chiesi a lui, non ancora ritornato al governo, ma già capo della opposizione, che cosa bisognasse fare per trarre il paese dai mali passi ai quali si era condotto dopo le giornate del maggio 1898 ed egli rispose nel nostro dialetto vënta gövernè bin. Alla quale regola del dovere di governare bene, nel senso di esatta conoscenza ed opportuna scelta degli uomini, dominio fermo e cortese di essi, conoscenza precisa della pubblica amministrazione, regolarità metodica nelle ore del lavoro, del riposo, dei pasti e della ricreazione; assiduità scrupolosa ai lavori parlamentari; chiarezza e brevità lapidaria nel discorrere pubblico (rimase famosa la risposta ad un deputato novellino suo corregionale, il quale gli chiedeva consiglio sul momento e sul modo opportuni del suo debutto: «quando avrà qualcosa da dire, chieda la parola ed, ottenutala, esponga il suo pensiero. Quando avrà detto il necessario, si segga»); perizia consumata nei dibattiti in assemblea, nei quali eccelleva la sua abilità nel ridurre, passando sopra medesimamente ai grovigli complicati ed alle obbiezioni sostanziali, i problemi al nocciolo più consentaneo alla sua tesi; vita morigerata esemplare, sicché nessuna accusa di indole finanziaria mai poté essere rivolta contro di lui e la modesta fortuna da lui lasciata ai figli fu quella sola che, insieme coll’eredità avita accuratamente conservata, nella lunga vita di ottantacinque anni egli ritenne suo dovere di mettere da parte col risparmio quotidiano e con la prudente maniera, allora possibile, di investirlo. La lode all’uomo pubblico e privato si conchiude con la domanda: visse ed operò in quel tempo altro uomo di stato meglio capace dell’on. Giolitti a governare quegli italiani che allora vivevano e dovevano essere governati? La risposta è necessariamente siffatta da costringere i critici più ostinati di quel tempo ad inchinarsi rispettosamente alla sua memoria.

 

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