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Rivista di diritto finanziario e scienza delle finanze

Prefazione agli «Studi di scienza delle finanze e diritto finanziario» di Benvenuto Griziotti

«Rivista di diritto finanziario e scienza delle finanze», marzo 1955, pp. 211-214

 

 

 

Quanti ricordi di assensi e di dissensi in questo grosso volume di saggi, che l’affetto degli amici e degli allievi, degli allievi divenuti amici e collaboratori, ha messo insieme in onore di Benvenuto Griziotti! In quasi mezzo secolo Griziotti ha discusso un po’ con tutti: con De Viti De Marco, con Pantaleoni, con Pareto, con Borgatta, con Fasiani; ritornando di volta in volta sullo stesso problema o su un problema affine, per spiegare meglio questo o quel punto, per ribattere questa o quell’obbiezione. Ci conoscemmo, se ricordo bene, quando, avendo io letto alcuni suoi saggi, lo invitai a chiedere a Torino la libera docenza, che egli poi ebbe in quell’ateneo; ed allora le libere docenze si chiedevano in una data università e volevano essere, come è loro natura, una dichiarazione dell’attitudine di un giovane studioso ad esporre in un corso libero le sue idee a quei pochi o molti studenti che, per motivi svariati, si decidevano ad ascoltarlo.

 

 

Poi parve che la faccenda non fosse in tal modo abbastanza «disciplinata» uniformemente in tutta Italia; e le libere docenze si ottengono ora, se non erro, in seguito a concorso, per un dato numero di posti, su cosidette «materie» riconosciute adatte, da qualche consiglio superiore di dotti uomini, ad incoraggiare, a turno, questo o quell’argomento di studio. Il metodo può darsi serva a «disciplinare» la scelta degli argomenti che uomini rinomati o celebri desiderano altri intraprenda a studiare; ma è curioso che il metodo abbia, nella terminologia universitaria, riferimento a «docenze» che, dicendosi «libere», sembra che attengano a qualcosa che il docente scelga, immagini od inventi da sé, per dilettazione di giovani vogliosi di apprendere qualcosa diversa da quelle già familiari o gradite alla gente togata.

 

 

Comunque sia di ciò, Griziotti ed io cominciammo subito a discutere, prima a voce e poi per iscritto. A voce, Griziotti ha un modo suo di discutere, dando l’impressione che ogni tanto la parola gli si interrompa, aspettando che l’altro continui; ed invece è lui che medita e sta riflettendo su quel che dirà poi o si riserverà di dire, quando abbia riflettuto meglio sull’argomento. Ma a discutere non rinuncia e, se stesse in lui, costringerebbe il contraddittore a replicare, per toccare il fondo della disputa sino alla conclusione, laddove, non di rado, l’interlocutore ha svuotato il suo sacco e vuole mutare registro essendogli, ad esempio, la scienza delle finanze od il diritto finanziario venuti a noia e desiderando passare ad altro; suppongasi a un volume di saggi napoletani di Croce, o ad un enorme malloppo di 2000 pagine di Rostovtzeff sulle ragioni del fiorire e del decadere delle diadochie alessandrine o, mancandogli oggi il tempo, a rileggere per la ennesima volta una pagina dei pensieri di Leopardi o un brano di perfetto francese di Paul Louis Courier. Ma Griziotti non molla, ti afferra per la giacca e ti costringe a riconoscere che i suoi sono problemi veri e grossi.

 

 

Taluni, per chi ami le dispute sostanziali e, perché tali, eleganti, sono grossissimi. Notabile parte del volume che oggi viene presentato, in bella silloge, agli studiosi Italiani è occupata invero nella trattazione di problemi fondamentali: c’è e qual’è la diversità fra prestito ed imposta in punto alla loro pressione sui contribuenti? Ci sono e quali sono le imposte atte a dar luogo ad una variazione del valore capitale della loro fonte? Ed è conveniente e possibile, ed in quali limiti è, il loro riscatto, facoltativo od obbligatorio? A che cosa serve il catasto e quale giudizio si deve dare della preferenza data al metodo catastale di accertamento dei redditi fondiari ed agrari ed alla distribuzione, sulla base di quel metodo, delle imposte sulla terra?

 

 

Son problemi secolari, posti da legislatori celebri e da economisti ancora più celebri nei secoli scorsi e che il Griziotti riprende e ridiscute in qualità di un economista, il quale, ridiscutendo e ridisputando, dimostra di sapere il fatto suo come economista; e col quale ha sempre avuto piacere di intrattenersi, per assenso o dissenso, colui il quale appartiene alla medesima congrega di uomini amanti della logica ordinaria e fastidiosi a chi non ha la pazienza necessaria a porre i problemi, ad analizzarli, ed a distinguere i casi e le soluzioni. Così operando, Griziotti – il quale sa essere, in materia finanziaria, maestro raffinato di diritto ed ha incoraggiato ed educato all’arduo cimento della interpretazione e della costruzione del diritto finanziario un scelto manipolo di valorosi allievi – ragiona, a parer mio, come economista puro e semplice.

 

 

Ho l’impressione, però, che guai a dirglielo! Guai a ricordargli che semel abbas semper abbas e che quel maledetto vizio di saper ragionare anche come economista puro e semplice egli non potrà toglierselo mai di dosso! No, la scienza delle finanze e il diritto finanziario o tutte e due insieme o l’una prima e l’altro dopo o l’altro prima e l’una dopo non è o non sono una scienza economica, ma un’altra cosa. Che io non mi attenderò a dire quale sia, perché Griziotti lo spiega lui, meglio di tutti, negli scritti raccolti nelle due prime parti della presente silloge.

 

 

Ma, poiché egli ha ancora innanzi a sè una lunga vita di meditazione e di lavoro, sono sicuro che egli continuerà ad elaborare i concetti che gli son cari. Ve n’è uno, quello di causa dell’imposta, che io non mi attenterò a spiegare quel che esso sia nella sua mente, perché sono persuaso che sbaglierei l’interpretazione. Da gran tempo ho rinunziato a discutere le teorie e le terminologie altrui, per la difficoltà insuperabile di riprodurle nella mia mente quali esse furono concepite dal loro creatore. Basti perciò osservare qui che quello della «causa dell’imposta» è uno dei problemi preferiti dal Griziotti; che esso è per fermo un problema importante; e che è anche importante la distinzione, che pur ivi si legge, delle cause in «logiche» e in «non logiche». Non monta discutere qui la distinzione. Dirò soltanto che, astrazion fatta da quel che può essere sul punto l’opinione del Griziotti, ho sempre avuto fisso in testa che «la sostanza dell’insegnamento e della ricerca scientifica in materia finanziaria non sia l’esposto della legislazione tributaria vigente. Non è ancora scienza, né dell’economia né del diritto finanziario. Si arriva alla scienza solo se ci poniamo il quesito del perché: se, al di là della legge scritta, cerchiamo le ragioni di essa, le riduciamo a sistema, all’ordine.

 

 

In questa ricerca economisti e giuristi possono collaborare. Griziotti con la ricerca del perché ossia delle cause delle imposte e degli altri istituti finanziari, ha fatto opera di scienza, cercandone la ragione o funzione e riducendoli a sistema, in modo da distinguere ciò che si paga come tassa o imposta o contributo per provvedere alle spese pubbliche, che ritornano a favore della collettività, del paese e dei contribuenti (tributi causali) da quanto è imposto per estorsione a chi non è tenuto o non ha ragione di corrispondere nulla oppure per angheria, quando una causa illusoria viene posta per giustificare presso il contribuente un prelievo senza fondamento (tributi acausali o senza causa). Questo ordine e tale distinzione di concetti causali da quelli acausali giova alla scienza delle finanze e nello stesso tempo al diritto finanziario, che in luogo di norme erratiche non riducibili a sistema riesce a distinguere la sostanza dalla mera forma, la pretesa fiscale legittima da quella arbitraria da abolire o da contenere nella più stretta applicazione.

 

 

D’altra parte la ricerca causale o scientifica delle finanze riesce a smascherare ordinamenti intesi a far pagare miliardi invece di milioni, ad avvertire ove la finanza oltrepassi il punto critico, aumenti i costi di esazione o fabbrichi istrumenti di tortura fiscale per coloro che, se non fossero così tormentati, creerebbero essi occasioni di lavoro numerose e profittevoli per la gente disposta a lavorare sul serio.

 

 

L’uomo della scienza assolve perciò tanto meglio al suo compito quanto più contribuisce con la sua analisi critica a ridurre la materia a lui soggetta a pochi istituti semplici, chiari e bene ordinati e sistemati. Troppi Istituti tributari sono cresciuti col tempo, quasi da sé, per il susseguirsi di accidenti storici, per la tendenza degli uomini a perfezionare, ad aggiustare, ad arrotondare le norme da essi sopra vegliate solo perché esse sono nate e, essendo nate, devono vivere e crescere; e fa d’uopo accarezzarle e spiegarle e dar ragione della causa del loro persistere e crescere.

 

 

Dar la caccia alle «cause» futili, morte, sopravvissute per inerzia è perciò compito altrettanto urgente quanto quello di approfondire l’analisi degli istituti acclamati dalla esperienza secolare perché necessari alla persistenza della società e dello stato. La urgenza della semplificazione del sistema delle imposte appare, al più dei contribuenti, manifesta. Costoro, ogni anno, si vedono recapitare un foglio detto «cartella dei pagamenti»; ed è il documento il quale li costituisce in debito di pagare a certe date certe somme determinate. Gli enti incaricati della esazione sogliono elencare, sul margine e sul retro di quei fogli, il titolo delle tante imposte, tasse e contributi a cui il contribuente potrebbe teoricamente essere assoggettato. Ogni «titolo» comprende talvolta parecchi sottotitoli, che sono o potrebbero essere altrettante imposte, tasse o contributi, elencati per lettere dell’alfabeto.

 

 

Essendo elencati per lettere minuscole, forse sono destinati a fare minore impressione; ma in due casi ho contemplato lettere che andavano da a ad f e non erano poca cosa. Tuttavia, anche trascurando la suddivisione in lettere dell’alfabeto ed i molteplici aggi, nella «cartella dei pagamenti» a me recapitata nel mio comune, ho constatato che il numero più alto in essa segnato era 208, di cui 145 non menzionati, evidentemente perché reputati non applicabili in quel comune e 63 ricordati per disteso, con le loro eventuali suddivisioni, e ricordati, suppongo, perché ritenuti di «possibile» applicazione in quel comune: 40 tributi erariali, provinciali ed altri, 23 comunali, 13 diversi e 7 afferenti ad acque, ponti e strade.

 

 

È vero che, di fatto, tre sole erano le qualità di tributo riguardanti il caso mio e che, variando per ognuno la specie del tributo, è improbabilissimo che esista in Italia un solo contribuente il quale possa essere chiamato a pagare non dico i 145 tributi innominati, ma anche solo i 63, i cui titoli sono stampati per disteso nella mia cartella; ma il fatto che tanti numeri o qualità o specie di tributi si possano elencare su una cartella è in se stesso cagione di inquietudine.

 

 

Notisi, per giunta, che le 63 o 208 specie di tributi appartengono ad una sola delle categorie esistenti in Italia e cioè ai tributi esatti per ruoli, quelli per cui il debito del contribuente nasce dalla iscrizione su grossi registri a gran fatica compilati una volta o più volte ogni anno e trasmessi agli esattori, i quali a loro volta ne traggono la cartella comunicata, anzi notificata, al singolo contribuente. Mancano tutti gli altri tributi, esatti con metodi diversi da quello del ruolo o per eventi incerti: di successione, di registro, di bollo, sull’entrata (I.G.E.), di privativa, di consumo (dazi doganali, dazi di consumo, ecc. ecc.), che non sono esigibili ogni anno, per la buona ragione che in principio d’anno non si può compilare il ruolo di coloro che moriranno o venderanno o compreranno o fumeranno od andranno a teatro durante l’anno. Il numero delle imposte non esigibili per ruoli è legione e va ad aggiungersi ai 63 contemplati ed ai 145 omessi nella cartella dei pagamenti a me notificata. Qui è davvero un campo immenso aperto alle feconde investigazioni dell’amico Griziotti.

 

 

Esiste per ognuno degli alberi crescenti nella fitta rigogliosa selva tributaria italiana una causa, una causa la quale possa essere dichiarata con parole intelligibili nella loro logica concatenazione all’universale dei contribuenti? Od in troppi casi la causa, la ragion d’essere, il fondamento non esiste od è futile, sicché il vantaggio per l’erario è minimo e l’onere per i contribuenti è massimo? Alla ricerca delle cause della imposta non è urgente far procedere la ricerca delle non cause, delle cause che nacquero per accidente o di cui nessuno ricorda od immagina più la natura razionale od illusoria, buona o malvagia?

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