Prefazione Dedica

Tratto da:

Un principe mercante. Studio sull’espansione coloniale italiana

Data di pubblicazione: 01/01/1900

Prefazione-Dedica

Un principe mercante. Studio sull’espansione coloniale italiana, Ed. F.lli Bocca, Torino, 1900, pp. 1-20[1]

 

 

 

Ad Alberto Geisser e Pasquale Jannaccone

 

Egregi e cari amici,

 

 

La Divisione «Italiani all’Estero» della Esposizione generale di Torino del 1898, Divisione di cui voi siete stati tanta parte[2], aveva per iscopo di raccogliere le prove della multiforme opera scientifica, economica, colonizzatrice e commerciale dei milioni di italiani sparsi nelle varie parti del mondo al di fuori della patria. La galleria degli Italiani all’Estero era una delle meno appariscenti e delle meno frequentate dalla folla chiassosa e curiosa dei visitatori della Mostra Torinese. Ivi non macchine stupefacenti, non vetrine grandiose, ma libri, manoscritti, campionari e vetrine in gran parte imprestate dalla Camera di Commercio e racchiudenti le prove della operosità italiana all’estero. Eppure in nessuna altra galleria si aveva una visione così netta e precisa della importanza e della grandiosità dell’opera compiuta nell’ultimo trentennio dalla forte e vigorosa popolazione italiana[3]. Non già che mancassero le mostre splendide ed eleganti nella divisione degli Italiani all’Estero: basterebbe ricordare fra le altre il chiosco del Peliti, un curioso industriale di Carignano, paesello vicino a Torino, vero tipo di piemontese inglesizzato, alto, magro, nervoso, parlante una lingua intermedia fra l’italiano e l’inglese. Costui, durante una vita agitata e fortunosa, ha saputo diventare l’albergatore più in voga dell’India, provveditore ufficiale del viceré e dei governatori inglesi, dei principi e dei rajas indigeni, ed ha inoltre impiantato a Carignano una fiorente industria esportatrice per l’India di conserve e di confetti. A Carignano per iniziativa di quest’uomo irrequieto, sempre in viaggio dall’India in Italia e viceversa, è sorta tutta una nuova industria orticola; e ad Altare, sede dell’antica e prospera vetreria cooperativa, gli operai cooperatori devono al Peliti fortissime ordinazioni di bottiglie per conserve, grazie al mite prezzo delle quali è possibile vincere i concorrenti francesi ed inglesi sui mercati lontani dell’Estremo Oriente.

 

 

Elegantissimo era pure il padiglione del Parvis, anch’egli piemontese, da anni domiciliato al Cairo d’Egitto, dove fabbrica mobili e stipi, cofanetti, statuette, oggettini da salotto, in legno incrostato di bronzo e di argento, di una squisitezza ed eleganza artistica, veramente meravigliose. Notevole anche come opera d’arte la vetrina del Dellachà, il più grande fabbricante di cappelli dell’Argentina, costrutta a Buenos Aires da artisti italiani. Ma, come ho detto, l’importanza della mostra degli Italiani all’Estero, non consisteva nello splendore artistico delle vetrine e degli oggetti esposti, ma invece sovratutto nel materiale di studio per commercianti ed industriali e per gli studiosi di scienze sociali. Forse non mai in così breve spazio si vide raccolto tutto ciò che poteva servire ad illuminare lo studioso e l’uomo di Stato sulle condizioni della nostra emigrazione ed a spronare gli industriali ed i commercianti alla espansione della nostra attività economica al di fuori dei confini della patria.

 

 

Veniva primo il Consorzio Milanese pel commercio nell’Estremo Oriente, associazione sorta per iniziativa privata allo scopo di stringere in un fascio le forze di molti industriali e facilitare lo smercio dei loro prodotti sui mercati dell’India, Cina, Giappone, ecc. Molte fra le case consorziate esponevano campionari ricchissimi delle loro merci di esportazione, con l’indicazione dei prezzi, della qualità, e della quantità esportata.

 

 

La Casa Giacomo Cresta di Genova aveva organizzato in un elegante padiglione una Mostra italo brasiliana, dove, a rappresentare con sintesi svariata l’impulso dato nel Brasile alle industrie dagli Italiani si trovavano raccolti campionari, piani e disegni, fotografie e quadri grafici, dimostrazione evidente dell’orma impressa dai due milioni di italiani nella grande confederazione brasiliana. Al Brasile gli italiani, ignoti nel 1870, sono oramai diventati una forza sociale ed economica ragguardevolissima non solo per l’operosità indefessa delle classi operaie, ma anche per stabilimenti industriali di primo ordine, officine avviatissime, ditte bancarie e commerciali solide ed accreditate, fazende agricole, e persino per paesi fondati e popolati esclusivamente da italiani. A Rio Janeiro è italiano il grandioso Molino Fluminense (con una produzione di 1250 quintali di farina al giorno, del sig. Carlo Giannelli), il maggiore che si conti in tutta la Confederazione; italiane sono numerose fabbriche di liquori, di confetti, di mattonelle in cemento, di zolfanelli; italiani sono i maggiori costruttori di Rio, i fratelli Jannuzzi, assurti, con tenacia anglosassone di self made men, dal nulla ad invidiabile posizione economica e sociale. Nella Mostra Italo Brasiliana si incalzavano ed attiravano l’attenzione del visitatore meravigliato e lieto, il prodotto di tutte queste Case e di altre ancora con sede a Petropolis, a San Paulo, dove si può dire tutte le grandi iniziative sono dovute ad italiani, dall’opificio tessile del Ranzini, ai cappelli di Mongini e Schiffini, a Villa Prudente, un intero paese sorto per opera dei fratelli Falchi e dotato di stabilimenti industriali, colonie agricole, scuole, negozi e case operaie.

 

 

Nella medesima Mostra Italo Brasiliana la Casa Mario Cresta e C. di Amburgo, valendosi della sua posizione di casa esportatrice su quella piazza germanica, aveva esposto, con concepimento felicissimo, un campionario di merci esportate dai tedeschi nell’America Meridionale coll’indicazione dei prezzi di vendita, sconti, dogane, ecc., dicendo agli industriali italiani: venite a vedere che cosa ed a quale prezzo i tedeschi esportano; persuadetevi che voi potete fare altrettanto e più, con costanza e coraggio.

 

 

La Camera di Commercio di Massaua aveva fatto altrettanto esponendo un campionario di tessuti in cotone ed in seta ora importati nell’Eritrea da Case inglesi di Bombay, e che nulla, se non la ignoranza dei nostri industriali al riguardo, impedirebbe che fossero invece importati da italiani per un importo annuo di una decina di milioni.

 

 

Meritava lode eziandio l’onorevole Gavotti per una splendida e costosa raccolta di derrate e merci della regione amazzonica del Brasile; dalle pelli al legname, dal caffè al cacao, dai lavori dei selvaggi alla gomma elastica, l’oro vegetale del Brasile, vi era raccolto tutto quanto viene ora in Italia pel tramite di Londra ed Anversa e potrebbe invece venire importato direttamente a Genova.

 

 

Tutte le nazioni erano rappresentate in quella mostra cosmopolita. L’Australia era rappresentata per mezzo di uno dei migliori funzionari del corpo consolare italiano, l’avv. Pasquale Corte, il quale aveva inviato un campionario di pelli di marsupiali, di iene e di carni conservate che potrebbero con vantaggio essere importate in Italia; né mancavano i prodotti di industrie impiantate in Australia da Italiani benemeriti come il Fiaschi, uno dei primi medici di quelle colonie, proprietario di vigneti modello.

 

 

Il visitatore desideroso di sapere qualcosa di preciso sull’Australia, sui suoi abitanti, governi, libertà pubbliche e private, scuole, consuetudini sociali, ricchezze e commerci, poteva leggere i libri, appositamente compilati per la Mostra torinese del Corte (Il Continente Nuovissimo o l’Australia Britannica, Torino, Roux, 1898), del Gagliardi (L’Australia, i suoi commerci e le sue relazioni coll’Italia, Firenze, 1898), ed un libriccino prezioso noto già da alcuni anni del Munari (Un Italiano in Australia, Milano 1896). Sono tutti scritti i quali provano come la nostra immigrazione, piccola per numero (6000 in tutto), abbia una grande importanza ed abbia saputo conquistare nell’Australia posti elevatissimi nei commerci e nelle cariche pubbliche.

 

 

Dall’Australia si passava alla Mostra collettiva del Chilì, dove i pochi connazionali nostri hanno posizioni primarie nelle industrie delle miniere, dei prodotti chimici, dei liquori, ecc. Un antico operaio di Pollone nel Biellese, il signor Boggio, metteva in mostra i tessuti e le maglie di lana prodotte nell’opificio di Santa Caterina di Lima nel Perù, da lui creato con la tenacia e l’iniziativa dei figli dell’industre biellese sparsi oramai in tutte le parti del mondo.

 

 

A pochi passi la Fossati, una signora italiana piena di coraggio, esponeva i fiori liguri, toscani e meridionali che per opera sua signoreggiano oramai il mercato di Vienna; il Galletti, farmacista piemontese, stabilito al Cairo e ad Alessandria, metteva in mostra i prodotti della più grande casa chimica e farmaceutica dell’intiero Egitto; il veneto Cazzavillan esponeva i numerosi giornali da lui diretti ed editi a Bukarest e che vanno dal giornale di viaggi e di mode al maggior diario politico quotidiano della Rumenia; la Compagnia Italo Svizzera allineava i prodotti della Colonia Asti della California, i quali hanno acquistato ai piemontesi, proprietari pel 98 per cento delle immense distese di vigneti della Compagnia la fama dei più grandi ed abili produttori di vini degli Stati Uniti del Nord; il Comitato Triestino dimostrava con quanto tenace affetto si conservi nella capitale dell’Istria la nazionalità italiana con una esposizione di opere scientifiche e storiche pubblicate da italiani e di atti scritti in nostra lingua di numerosi Istituti di beneficenza ed istruzione di Trieste; il conte Orsi dimostrava con una serie di carte geologiche del Venezuela di avere una conoscenza profonda di estesissimi territori del paese in cui egli si propone ora di iniziare una vera colonizzazione agricola per mezzo di contadini italiani; il signor Rubeo Lisa aveva inviato una importante raccolta di materiale e di dati intorno alle colonie di minatori italiani nelle famose miniere di rame di Calumet and Hecla nel Michigan (Stati Uniti dell’America del Nord).

 

 

In una sala a parte i resoconti, gli statuti ed i regolamenti delle Società italiane stabilite all’estero. In Italia le Società di Mutuo soccorso sono così numerose che difficilmente la lettura dei documenti che le riguardano riesce a commuovere l’animo. Ma la contemplazione dei nuclei di nostri connazionali che fuori d’Italia si uniscono per sorreggersi nelle avversità della vita e per difendere la nazionalità propria è ben altrimenti confortante ed incoraggiante. Il movimento associativo è radicato nell’animo dell’emigrante italiano; in ogni paese sorgono a folla le Società di Mutuo soccorso e di beneficenza: dalla Lira Italiana di Parigi, alla Colonia italiana di Ginevra, all’Orfanotrofio di Praga, alla Società di Beneficenza di Vienna ed alle intrepidi e coraggiose Associazioni triestine («Società di Beneficenza», «gli Amici dell’Infanzia», la «Poliambulanza», la «Società di prestito di macchine a cucire») è tutto un conserto di istituzioni, le quali tendono nei modi più svariati e sagaci a sorreggere l’italiano nella lotta contro l’avverso ambiente. Potentissime fra tutte le Società dell’Argentina (Società di M.S. ed Istruzione «Unione e Benevolenza», Società italiana di Tiro a segno, Società Nazionale italiana, Società Colonia Italiana, Circolo Italiano, tutte a Buenos Aires), le quali stringono in fascio migliaia e migliaia di soci, posseggono patrimoni di centinaia e di migliaia e talvolta di milioni di lire, sono le protettrici più salde delle scuole destinate a mantenere vivo, insieme colla conoscenza della lingua italiana, l’amore della madre patria nel cuore dei figli dei nostri emigranti. Associazioni italiane si annoverano nella Tunisia, nel Levante, negli Stati Uniti, nel Messico, e perfino nella lontana Australia; lo studio dei loro statuti e dei loro resoconti, spesso disadorni, ma sempre vibranti di intenso patriottismo, fornirebbe materia ad un lavoro interessante sull’influenza che l’ambiente cambiato ed i costumi diversi esercitano sui tratti fondamentali del carattere italiano[4]. Si vedrebbe, ad esempio, il regionalismo riprodursi all’estero nelle numerose Società piemontesi, venete, calabresi, napoletane, l’amore alle cariche tradursi nella scissione di antiche e potenti società, dileguarsi nei paesi nordici ed accentuarsi nei paesi spagnuoli, dove alcune Associazioni, non contente di aver creato cinque o sei comitati direttivi, di controllo e di visita, con relativi presidenti, vice presidenti, segretari, economi e cassieri seppero creare la carica, nuovissima per la madre patria, di oratore ufficiale della società[5].

 

 

In una sala apposita erano esposti i saggi scolastici ed i lavori manuali delle Scuole Italiane all’Estero. Un senso di intima compiacenza e di orgoglio nasceva nell’animo di chi sfogliava i quaderni dove i figli dei coloni italiani mandavano un saluto alla patria lontana. E la compiacenza era tanto più viva perché la conservazione e la diffusione della nostra lingua all’estero sono opera non solo del governo ma anche delle tenaci ed amorevoli cure di insegnanti disinteressati e dei sacrifici pecuniari di colonie vibranti di intenso sentimento nazionale. Il fatto poi, interessante in sommo grado, che alcune delle ricompense somme furono assegnate a scuole tecnico commerciali (Tunisi, Salonicco, Cairo d’Egitto), dimostra come i coloni italiani pregino sovratutto la cultura pratica che li mette in grado di lottare efficacemente contro la concorrenza delle altre nazioni nelle feconde gare economiche e sociali[6].

 

 

Non basta; la mostra Torinese degli Italiani all’estero può menar vanto di aver dato occasione a numerosi lavori di carattere scientifico, i quali rimarranno a dimostrazione di quanto possono fare i privati con iscarsi e deficienti mezzi per dilucidare il problema della emigrazione.

 

 

Il Laboratorio di Economia Politica dell’Università di Torino, il pioniero in Italia dei seminari e degli Istituti così diffusi in Germania, in Inghilterra, in Francia ed in America per diffondere lo studio delle scienze economiche fra la gioventù e gli uomini colti, esponeva numerose carte ed un grande stereogramma costrutto con infinita pazienza e con precisione matematica a rappresentare al vivo il fenomeno della emigrazione italiana nell’ultimo ventennio sotto l’aspetto delle professioni, dei paesi di destinazione e di provenienza.

 

 

Il Conte Marcello, un patrizio veneto, il quale consacra il suo tempo non ad ozii infecondi, ma ad opere degne del nome suo, avea inviato i risultati di un’inchiesta compiuta da lui con gravi spese ed operosità intelligente in tutti i Comuni delle provincie di Treviso e di Venezia. L’inchiesta gitta sprazzi di luce intensa sulle cause della emigrazione nel Veneto, ne spiega le singolari caratteristiche e ne lumeggia gli effetti sullo stato sociale ed economico di quei paesi.

 

 

Il comm. N. Malnate, ispettore di pubblica sicurezza nel Porto di Genova, è un funzionario unico forse in Italia; da quasi un ventennio vive sul Porto, ed è diventato il terrore, non degli emigranti, come forse sarebbe avvenuto di molti suoi colleghi, ma delle migliaia di sfruttatori del povero contadino o bracciante costretto a chiedere a terre straniere il pane negato dalla madre patria. Questo esempio raro di funzionario di pubblica sicurezza, che del suo dovere professionale si è fatto un apostolato, aveva inviato alla Mostra degli Italiani all’estero un breve libretto, in cui sono raccolte le statistiche dell’ultimo ventennio della nostra emigrazione.

 

 

Sembrerebbe una cosa arida e noiosa, ma chi pigliasse in mano l’opuscolo del Malnate, sarebbe costretto ad andare sino in fondo con commozione sempre crescente. C’è nel libretto una tabella dove sono raccolte le cifre dei morti in rapporto alla velocità ed alla stazza delle navi, che è una rivelazione. Coloro i quali non credono all’urgenza di una legge severa per fissare il numero dei metri cubi di spazio per ogni emigrante, e la velocità minima delle navi, gettino uno sguardo su questa tabella, le cui cifre implacabili dimostrano come la enorme maggioranza delle morti avvenga volutamente durante i viaggi transatlantici per la colpevole negligenza delle più elementari norme di igiene e pel permesso dato ad ingordi trafficanti di carne umana di trasportare gli emigranti su navi di scarto, comprate a basso prezzo quando sono rese inservibili al trasporto del carbone, e che troppo dolorosamente giustificano l’appellativo di vascelli fantasma, loro dato dai terrorizzati passeggieri, contrastanti invano in alto mare colla morte.

 

 

L’ingegnere De Toma è un industriale valsesiano stabilito a Vienna, il quale volle compiere per la mostra torinese un lavoro degno del più alto encomio, eseguendo un vero censimento degli italiani residenti nell’Austria e nell’Ungheria. Al censimento diligentissimo, con dati sulla età, stato civile, occupazione, salari, spese famigliari, il De Toma avea unito una sua relazione colma di osservazioni pratiche e sagaci.

 

 

Il conte Marazzi per il Canton Ticino, il conte Greppi pel Chile, il Dott. Bolla per la Colonia di Iquique, il Console Perrod pel Caucaso, il Cambiaso per le Antille, il Rubeo Lisa pel Michigan ed altri ancora per la California, la Columbia, Sumatra, l’Alsazia Lorena aveano mandato relazioni accurate e precise sull’attività italiana nelle rispettive regioni. Egisto Rossi accuratamente esponeva l’attività spiegata dall’Ufficio Italiano di protezione per gli emigranti stabilito ad Ellis Island presso New York e da lui diretto.

 

 

Il Generale Palma di Cesnola, un italiano che fa altissimo onore all’Italia sul suolo americano, avea inviato la collezione dei suoi studi sugli scavi da lui operati a Cipro e le vedute del Metropolitan Museum of Art da lui fondato e diretto a New York.

 

 

Il Dr. Giuseppe De Michelis avea inviato la intiera raccolta del giornale «Il Pensiero Italiano» da lui diretto a Ginevra nel 1894/95, bella pagina di patriottismo disinteressato, utile ed intelligente.

 

 

Né, in mezzo a tutta questa fioritura di scritti sull’emigrazione, di cui ho ricordato soltanto i principali, mancavano le lettere, i libri di ricordi e di conti dei nostri connazionali emigrati: alcuni contadini stabiliti al Brasile aveano mandato all’Illustrissimo Comitato dell’Esposizione di Torino, delle lettere e degli scritti, che spesso sono sgrammaticati e talvolta sono dei veri libelli personali, ma i quali costituiscono dei documenti umani e parlanti intorno alle condizioni della nostra emigrazione povera nell’America latina.

 

 

La Mostra era davvero cosmopolita; gli italiani di tutte le regioni del mondo vi erano rappresentati. Ma appunto l’essere convenuti gli espositori dalle più diverse regioni imprimeva alla Divisione degli Italiani all’estero un certo carattere disorganico, cui non bastava a togliere il sentimento intenso di patriottismo che pervadeva tutta la galleria e che io non ho mai sentito tanto forte come quando studiavo i documenti ed i monumenti della operosità italiana all’estero e discorrevo con alcuno dei più entusiasti apostoli della nostra espansione mondiale. Malgrado tanta onda sincera di intenso affetto alla madre patria, quasi una specie di rammarico veniva a conturbare il cuore e la mente del visitatore: il rammarico ed il timore che tutta questa opera, multiforme andasse perduta per l’Italia e ridondasse unicamente a beneficio ed a gloria di schiatte straniere. Voi sapete per esperienza lunga e faticosa meglio di tutti, quanto sia stato difficile ottenere il concorso degli italiani di molte regioni, e durante i vostri lavori di incoraggiamento e di stimolo ai dubbiosi ed agli incerti avete chiaramente veduto il pericolo che in alcuni paesi presenta il fenomeno migratorio: la perdita del sentimento della nazionalità italiana. Dovunque gli italiani emigrati si trovano in mezzo ad una forte e compatta popolazione di razza e di lingua profondamente diversa ivi è inutile ribellarsi al fatale assorbimento della nostra emigrazione nella stirpe dominante; dopo due o tre generazioni gli italiani saranno divenuti americani, tedeschi, inglesi e pochissimi, troppo pochi, conserveranno il culto e l’amore alla patria d’origine. Anche chi non sia propenso alle sentimentalità patriottiche, deve dolersi che la perdita della nazionalità porti con sé la perdita dei legami di affari e di commercio colla madre patria. Il commercio segue le orme dell’emigrante; ma non di tutti gli emigranti, bensì di quelli soli che anche dopo parecchie generazioni conservano relazioni di affetto e di interessi e di consuetudini sociali colla terra che vide nascere essi od i loro genitori.

 

 

Per questi motivi, sentimentali ed interessati nel tempo stesso, una persuasione profonda si è radicata nell’animo di molti studiosi del fenomeno dell’emigrazione: la convinzione che convenga sovratutto incoraggiare il movimento migratorio verso quei paesi dove gli italiani formano già un nucleo solido e rispettato, dove essi si trovano di fronte ad una razza indigena affine e non preponderante in numero, dove l’avvenire prepari una lenta fusione e non un letale assorbimento. Quei paesi, è facile comprenderlo, sono le Repubbliche dell’America meridionale.

 

 

Abitate da una razza affine alla nostra, di un livello di civiltà non superiore e spesso inferiore al livello italiano, quelle Repubbliche offrono il campo più adatto all’espandersi vittorioso della razza italiana. E la espansione è già avvenuta. Nel Brasile le sorti dei nostri emigranti sono ancora turbate dai residui di antiche consuetudini schiavistiche; ma dove, come negli Stati meridionali di Rio Grande, di Santa Caterina, ecc., e nella Repubblica Argentina l’accesso alla libera proprietà della terra è aperto con facili agevolezze a tutti gli emigranti, ivi l’esodo della stirpe italiana ha assunto proporzioni grandiose.

 

 

«Vi ha in questo mondo un paese» scrive Carlo Cerboni in un suo libro sull’Argentina (Roma, Voghera 1898), «vasto pel suo territorio dieci volte l’Italia; un paese la cui popolazione tocca appena i quattro milioni di abitanti, e di questi un milione e più sono italiani. La sua capitale contiene seicentomila anime, per la terza parte italiane. In cotesta città vivono, operano, esercitano traffici e scambi fiorentissimi oltre quindicimila case di commercio, cui attribuisconsi tre miliardi di capitale circolante; e quasi metà di queste case appartengono ad italiani e rappresentano più di 750 milioni di quel capitale. Di seimila officine industriali, sempre della medesima città, sei decimi sono proprietà di figli d’Italia. Al suo Banco principale di credito, sono inscritti circa ventimila depositanti: seimila sono italiani e vi tengono più di cento milioni … A Santa Fè, dove le colonie che saranno un giorno città, si chiamano coi nomi di Victor Emanuel, Florencia, Cavour, Nuova Torino, Bella Italia, Umberto I, Regina Margherita, Garibaldi, Caracciolo, Nuova Roma, quasi a ricordare a ogni piè sospinto la patria d’origine dei fondatori, a Santa Fè i proprietari italiani non sono meno di 12.000 e posseggono per circa 67[7] milioni di terre. Tre anni dopo la crisi del 1889 la succursale della Banca d’Italia odierna, allora Banca Nazionale del Regno, stabilita a Santa Fè (città) rappresentava un movimento annuo di cinquanta milioni di lire ed avea in cassa per pesos 385.456,85 pari al cambio odierno a lire italiane 539.639,59. Di queste la metà appartenente ad italiani.

 

 

Forse agli occhi degli storici contemporanei non si offerse mai spettacolo più grandioso della colonizzazione coraggiosa e tenace della grande pianura americana da parte della razza anglosassone. In meno di un secolo, dove prima cacciavano gli indiani e pascolavano i bisonti, si estese a fecondare col lavoro i campi e le città un popolo potente di lavoratori, di industriali e di commercianti. In questi momenti in cui gli Stati Uniti fanno pompa dinanzi all’Europa attonita della loro grandezza materiale e morale, sia lecito additare all’Italia l’opera di colonizzazione iniziata dai suoi figli, opera non minore di quella compiuta dalla razza anglosassone.

 

 

L’Argentina sarebbe ancora un deserto, le sue città un impasto di paglia e di fango senza il lavoro perseverante, senza l’audacia colonizzatrice, senza lo spirito di intraprendenza degli italiani. Figli d’Italia sono stati coloro che hanno creato il porto di Buenos Aires, che hanno colonizzato intiere provincie vaste come la Francia e l’Italia; sono per nove decimi italiani quei coloni che hanno dissodato la immensa provincia di Santa Fè, donde ora si diparte il grano che inonda i mercati europei; sono italiani coloro che hanno intrepidamente iniziato la cultura della vite sui colli della provincia di Mendoza, sono italiani moltissimi fra gli industriali argentini, ed italiani i costruttori e gli architetti dell’America del Sud; ed italiano è quell’imprenditore, il quale, emulo degli inglesi, ha costruito sulle rive del Plata per più di mezzo miliardo di opere pubbliche.

 

 

Da questo paese dove ad ogni passo si incontrano meraviglie create dal braccio e dal genio italiano, dall’Argentina era venuto alla Mostra Torinese il contributo più significante, il contributo che diceva a noi italiani abitanti nella madre patria: Eccovi le prove che al di là dell’Atlantico, sulle rive del Plata, sta sorgendo una nuova Italia, sta formandosi un popolo, che pure essendo argentino, conserverà i caratteri fondamentali del popolo italiano e proverà al mondo che l’ideale imperialista non è destinato a rimanere soltanto un ideale anglosassone.

 

 

Anzi noi stiamo dimostrando al mondo che l’Italia è capace di creare un tipo di colonizzazione più perfetto e evoluto del tipo anglo sassone. Poiché, mentre alla conquista pacifica del colono inglese si è sempre accompagnata, sebbene tenue e quasi evanescente talvolta, la dominazione militare, mentre ora si cercano di rinsaldare i vincoli politici tra la vecchia Inghilterra e le colonie, la colonizzazione italiana è sempre stata libera ed indipendente. Malgrado la incuria e la indifferenza del Governo italiano, malgrado il malvolere di taluni suoi rappresentanti diplomatici, si è a poco a poco costituita nell’Argentina una forte e vigorosa collettività italiana. Il colono italiano, in terra di stranieri ha saputo prima domare e coltivare la terra ed ora sta trasformando il popolo che su quella terra abita. Quando nel ventesimo secolo i governanti d’Italia si accorgeranno che nell’Argentina vivrà una repubblica popolata da italiani, dove i discendenti degli italiani, occuperanno le più alte cariche pubbliche e private, e donde si dipartirà per l’Italia una fiumana immensa di merci ed una corrente inesausta di traffici, dovranno, meravigliando, riconoscere di trovarsi dinanzi ad un nuovo fenomeno storico creato dalla iniziativa intraprendente e dalla tenace laboriosità di quei poveri Paria che adesso aspettano laceri e trepidanti la partenza del piroscafo sulle calate del Porto di Genova ed a cui gli attuali governanti non hanno ancora saputo offrire il meschino aiuto di un temporaneo ricovero dalle intemperie atmosferiche e dagli artigli dei sensali di carne umana.

 

 

Questo ai visitatori attenti della Mostra Torinese diceva un libro splendido («Gli Italiani nella Repubblica Argentina all’Esposizione Generale di Torino», Buenos Aires, Compania Sud Americana de Billetes de Banco, 1898), che nelle biblioteche d’Italia dovrà essere conservato con amore come uno dei più insigni monumenti della espansione della civiltà italiana alla fine del secolo decimonono.

 

 

Di questo libro e di alcuni altri preziosi manoscritti[8] mi sono servito per delineare i tipi più caratteristici della colonizzazione italiana nell’Argentina. Mi è parso infatti utile di tracciare in uno scritto i lineamenti vaghi ed incerti dello stato di transizione fra un periodo che muore ed un periodo che nasce della emigrazione italiana.

 

 

Perché noi viviamo in un momento nel quale si inizia una trasformazione profonda nel tipo normale del nostro emigrante. La folla muta, indistinta dei contadini analfabeti, dei braccianti rozzi e dei saltimbanchi, ludibrio del nome italiano all’estero, sta trasformandosi in un esercito disciplinato il quale muove compatto sotto la guida di capitani e di generali alla conquista di un continente. Frammezzo alla uguaglianza democratica della povertà e della miseria comincia a manifestarsi un differenziamento progressivo. Dalla massa anonima sorgono gli eletti, che imprimono una vita nuova ed una potenzialità, prima ignota, alla massa.

 

 

Ed è grande fortuna per l’Italia che questo inevitabile differenziamento della emigrazione nostra siasi alfine iniziato.

 

 

Sembra che una divisione del lavoro si sia operata fra le varie nazioni d’Europa nella fornitura della merce “emigrante” ai paesi poveri e nuovi.

 

 

Vi sono alcuni paesi, fra cui principalissimi l’Italia e la Russia, i quali forniscono la merce umana più comune, il bracciante, lo sterratore, il contadino. Gli slavi hanno però sugl’italiani il privilegio di potersi dirigere verso la Siberia, dove immensi territori liberamente occupabili aspettano l’aratro del colono. L’emigrazione russa non è propriamente tale, perché non varca i confini della patria, ma è un trasferimento del lavoro da un punto ad un altro del territorio nazionale. Gli Italiani invece vanno ad offrire le loro braccia in tutte le parti del mondo, sterratori e muratori nell’Europa, contadini e coloni nell’America meridionale, manovali e rivenditori negli Stati Uniti. Vicino a noi, la Francia non esporta braccia umane, ma capitali; ed i suoi capitali sovrabbondanti si riversano negli imprestiti pubblici e nelle grandi intraprese, ingannevoli spesso, ma apparentemente sicure per il medio ceto ed i piccoli proprietari delle campagne.

 

 

Nell’Inghilterra e nella Germania, sopratutto nell’ultimo ventennio, emigrarono insieme capitali e uomini; i capitali avventurosi vanno in tutte le parti del mondo alla cui cerca di un profitto più alto di quello meschino che possono trovare in patria; e l’uomo, emigrando al seguito del capitale, ne diventa il fido collaboratore. Perché fra la emigrazione povera dei Russi, degli Italiani e anche degli Irlandesi e la emigrazione ricca degli Inglesi e dei Tedeschi c’è questa differenza: che la prima fornisce la merce lavoro comune, unskilled, i gregari dell’esercito industriale, mentre la seconda fornisce la merce lavoro scelta, skilled, i sovrastanti, i colonizzatori, i piantatori, i capitani dell’esercito industriale. Quanto grande sia questa differenza non è chi non veda: in fondo è la differenza che corre fra chi comanda e chi obbedisce, fra dominatore e dominato. Nelle costruzioni ferroviarie dell’Argentina, i capitalisti, gli ingegneri, i direttori, i sovrastanti sono tutti inglesi; e gli sterratori, i manovali sono tutti italiani. Malgrado le lodi che i direttori inglesi tributano alla perseveranza, alla laboriosità ed alla frugalità italiana, noi vorremmo avere dei motivi di compiacimento più alti che non quello di fornire dei gregari ubbidienti ai capitani dell’industrie inglesi.

 

 

Per fortuna d’Italia, noi possiamo andare orgogliosi di avere questi più alti motivi di compiacimento. Gli italiani cominciano a fare gli sterratori, i manovali, i contadini salariati ed ubbidienti ai cenni altrui, ma qui non si fermano. Colle qualità loro caratteristiche, colla parsimonia, colla tenacia al lavoro essi a poco a poco si innalzano nella scala sociale; diventano fabbri, muratori e piccoli proprietari, e poi ancora industriali, architetti, armatori navali, colonizzatori di immensi territori, piantatori di viti, di caffè, commercianti, banchieri, ecc.

 

 

Nell’Argentina si è già compiuta una meravigliosa fioritura di tipi umani superiori, la quale ho voluto descrivere in alcuni capitoli del presente lavoro, affinché in Italia si avesse coscienza che la nostra emigrazione non fornisce soltanto degli umili gregari ma anche degli audaci capitani dell’industria.

 

 

Ed un’altra cosa ho voluto dimostrare: che dall’Italia cominciano a partire oltre ai braccianti ed ai contadini che nei paesi nuovi dell’America latina diverranno i creatori ed i direttori di grandiose imprese, anche dei direttori già formati, i quali non debbono passare attraverso alla lunga trafila che trasforma il gregario nel capitano dell’esercito. Noi continuiamo a fornire soldati, ma abbiamo già cominciato ad esportare capitani dell’industria».

 

 

Ricordate la splendida pagina del Bagehot?

 

 

«L’imprenditore è il motore nascosto della produzione moderna, del grande commercio. Desso sceglie le merci che dovranno essere prodotte, desso delibera ciò che si deve e ciò che non si deve mettere sul mercato. Desso è il generale dell’esercito: fissa il piano delle operazioni, ne organizza i mezzi e ne sovraintende la esecuzione. Se egli compie bene il suo dovere, l’impresa riesce e continua; se fa male, l’impresa fallisce e cessa. Tutto dipende dalla correttezza delle invisibili decisioni, della segreta sagacia della mente deliberante. I tipografi del Times non determinano che cosa dovrà essere stampato; e gli scrittori non fissano gli argomenti da trattarsi. Tutto è fissato dal direttore. Egli crea il Times di giorno in giorno; la prosperità ed il potere del giornale dipendono dalla capacità del direttore di colpire la mente e la fantasia del pubblico; tutto dipende dalla sua abilità di dare al pubblico giornalmente ciò che il pubblico desidera; il resto, le macchine rotatrici per la stampa, i tipi e tutti i redattori e compositori, per quanto molti di essi siano abilissimi, sono soltanto strumenti nelle sue mani. Nel medesimo modo l’imprenditore dirige l’«affare»; egli sceglie le merci da offrire al pubblico, ed il modo e il tempo della offerta. Questa struttura monarchica del mondo degli affari si accentua col progredire della società contemporaneamente al progredire della analoga struttura guerresca e per le stesse cause. Nei tempi primitivi una battaglia dipende tanto dal valore dei migliori combattenti, di qualche Ettore ed Achille, quanto dalla scienza del generale. Ora un uomo posto dinanzi al termine lontano di un filo telegrafico – un conte Moltke col capo chino su delle carte – provvede a che siano uccise le persone la cui morte è più conveniente e guadagna la vittoria. Del pari nel commercio. I tessitori primitivi sono uomini isolati con ciascuno un telaio; i primitivi armaiuoli sono uomini con ciascuno una pietra focaia; non vi è azione organizzata, ideazione di un piano o previsione in nessuna industria salvoché in piccolissime proporzioni. Ora tutto è capitale e direzione; tutto dipende da un uomo che pensa in un ufficio oscuro e computa i prezzi dei fucili e dei filati … La produzione fortunata dipende sempre dalla capacità di adattare i mezzi allo scopo, di fare ciò di cui si ha bisogno nella guisa richiesta. Ma dopo sorta la divisione del lavoro la fortuna dipende da qualcosa di più; è necessario allora che il produttore conosca i bisogni dei consumatori, di uomini che per lo più egli non ha mai conosciuto, di cui probabilmente non conosce il nome, e che forse parlano persino un altro linguaggio, vivono secondo costumi diversi dai suoi, e non hanno nessun punto di intimo contatto col produttore, all’infuori del desiderio per ciò che egli produce. Se una persona che non vede deve contentare un’altra persona che non è vista, è necessario che la prima abbia molta scienza intellettuale, molta cognizione acquisita di bisogni strani e dei modi di produrre cose atte a soddisfare bisogni strani. Nel processo di trasformazione dei capitali una siffatta persona è necessaria, perché dessa sola può usare il capitale a tempo; e se al momento critico dessa non si trova, la trasformazione non riesce e produce una perdita invece di un guadagno».

 

 

In alcune delle pagine che seguono io ho voluto appunto descrivere l’opera di uno di questi uomini che «pensano in un oscuro ufficio, computando i prezzi dei fucili e dei filati» (of a thinking man in a dark office, computing the prices of guns or worsteds), e che hanno molta scienza intellettuale e molta cognizione acquisita di bisogni strani e dei modi di produrre cose atte a soddisfare bisogni strani. Quest’uomo è Enrico Dell’Acqua, un fabbricante di Busto Arsizio divenuto in breve volgere di anni uno dei tipi più singolari di principi mercanti nell’America latina. A quest’uomo la Giuria degli Italiani all’Estero ha conferito il Diploma d’onore della Esposizione di Torino del 1898 e la prima Medaglia d’oro assegnata dal Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio a coloro che potevano dimostrare di avere conquistato e stabilmente assicurato all’industria italiana un nuovo mercato estero.

 

 

A me è parso che in quest’ora, triste per colpe vecchie e lieta per speranze nuove, importasse additare all’Italia l’esempio di un suo figlio che nella lontana America emula i fasti degli antichi principi mercanti di Genova, Pisa e Venezia e muove concorrenza vittoriosa ai moderni principi mercanti d’Inghilterra e di Germania.

 

 

Questo scritto ha dunque un duplice scopo: dimostrare come nell’America latina e sovratutto nell’Argentina l’emigrante italiano abbia saputo compiere opere grandi ed abbia dato origine ad una meravigliosa efflorescenza di «capitani dell’industria»; e scegliere poi fra questi numerosissimi «self made men» uno, il quale fosse quasi l’incarnazione viva delle qualità intellettuali ed organizzatrici destinate a trasformare la piccola Italia attuale in una futura «più grande Italia», pacificamente espandente il suo nome e la sua schiatta gloriosa in un continente più ampio dell’antico impero Romano.

 

 

Ho scelto Enrico Dell’Acqua ad oggetto dei miei studi non solo perché è l’incarnazione tipica del principe mercante, ma anche perché esso è un esempio singolare di organizzatore di capitali e di uomini. Il lettore delle pagine che seguono vedrà, meravigliando, attraverso a quante lotte, a quanti ostacoli numerosi ed ognora risorgenti Enrico Dell’Acqua abbia costretto il capitale italiano a seguirlo nella sua impresa di conquista dell’America latina. Ed il lettore delle relazioni di viaggiatori della casa pubblicate in appendice al presente scritto dovrà convincersi a poco a poco che per vincere nella lotta commerciale non basta avere una grande forza d’animo ed una grande capacità intellettuale, ma occorre possedere eziandio il sacro dono dell’intuito degli uomini. Questo intuito Enrico Dell’Acqua sembra possedere in una misura veramente singolare. Io non ho potuto leggere le relazioni dei viaggiatori della casa Dell’Acqua senza una commozione profonda. Se l’Italia potesse menar vanto di cento commercianti ed industriali, i quali possedessero, come il Dell’Acqua, la capacità di circondarsi di una coorte di commessi viaggiatori intelligenti ed abili a sorprendere i gusti e le abitudini dei paesi lontani, a saggiare le minime variazioni della domanda, a fare delle diagnosi acute degli stati di crisi e di prosperità economica (veggasi l’appendice n. VIII sulla Crisi economica brasiliana), la fortuna del nostro paese, come nazione industriale e commerciante, sarebbe assicurata, senza stimoli artificiali e senza interventi governativi.

 

 

Io spero che le pagine da me scritte saranno non inutile ammaestramento alle classi governanti e dirigenti d’Italia. Sovratutto a queste. Il nostro paese ha bisogno che i possessori del capitale non oziino, contenti del quattro per cento fornito dai titoli di consolidato o dai fitti terrieri, garantiti dal dazio sul grano, ma si avventurino in intraprese utili a loro ed alla nazione intiera. Il paese ha bisogno che le classi dirigenti non continuino ad avviare i loro figli alle carriere professionali e burocratiche, già ingombre di aspiranti insoddisfatti, ma li avviino alla fortuna sulla via delle industrie e dei commerci. Il mondo è ampio; e le terre incolte d’Italia e d’America hanno sete di capitali e di coloni ardimentosi. Finché noi seguiteremo a dare al mondo all’interno l’esempio di uno Stato feroce tassatore ed oppressore di ogni iniziativa privata, di un proletariato miserabile ed ignorante e di classi dirigenti oziose, fastose e timide, ed all’estero lo spettacolo di una emigrazione povera e vagante apparentemente solo per adempiere alla funzione economica di fare ribassare il saggio dei salari, noi rimarremo sempre un popolo di malcontenti e di impotenti, malgrado la lustra di un grande esercito e delle colonie africane.

 

 

L’esempio di alcune regioni italiane assurte per tenacia di lavoro e per genialità artistica ad una invidiabile prosperità economica e l’esempio della colonizzazione italiana nell’Argentina dimostrano che negli Italiani contemporanei esiste la stoffa di un popolo grande.

 

 

Accanto ai grossi libri che fanno la diagnosi dei mali del nostro paese, è bene che sia scritto anche un piccolo libro improntato all’ottimismo ed alla speranza. Lo studioso di cose economiche in Italia è troppo spesso oppresso dalla visione di un presente disgraziato e doloroso perché non gli debba essere lecito qualche volta di librarsi a contemplare un avvenire migliore del passato. È bene provare che già nel presente esistono i germi di questo avvenire radioso e splendido; è bene mandare nei momenti di sfiducia e di scetticismo, quando un raggio di luce si scopre alla mente dell’affaticato indagatore, un saluto alla rinnovata grandezza d’Italia, augurando che allo spirito di intraprendenza, alla energia produttrice, alla genialità artistica ed alla potenza colonizzatrice del nostro popolo più non si oppongano all’interno le vessazioni e le dilapidazioni fastose ed oziose delle classi politicanti e dirigenti, ed all’estero le pazzie africane, le avventure cinesi e la incuria colpevole delle colonie spontanee, dove si matura la formazione di nuove Italie, più grandi dell’antica.

 

 

Dal Laboratorio di Economia politica, Torino, febbraio-maggio 1899.

 

 

Luigi Einaudi

Relatore della Sezione II (Emigrazione e Colonie)

 della Giuria della Divisione IX (Italiani all’Estero)

 della Esposizione Generale di Torino nel 1898

 

 



[1] Questa prefazione-dedica è apparsa tradotta in spagnolo nel 1965 col titolo Pròlogo y dedicatoria a la ediciòn originaria del libro «Un principe mercante» in Alfredo Lisdero, Luigi Einaudi, el hombre, el cientìfico ecc., pp. 39-58. [ndr]

[2] L’Avv. Alberto Geisser fu Presidente della Sezione II (Emigrazione e Colonie) della Commissione ordinatrice, e Vice Presidente della Giuria della Divisione Italiani all’Estero; il Prof. P. Jannaccone fu Segretario della Commissione e della Giuria della medesima Divisione. Alla loro intelligente iniziativa ed alla loro costante operosità si dovette in massima parte la riuscita della Mostra degli Italiani all’Estero. Presidente della Commissione Ordinatrice della Divisione Italiani all’Estero fu il Barone Peiroleri, Senatore del Regno; Presidente della Giuria l’on. Deputato Paolo Boselli. L’autorità del loro nome e la loro assidua partecipazione ai lavori della Commissione e della Giuria contribuirono molto alla felice riuscita della Mostra.

[3] Per la brevità impostami dalla natura della presente introduzione, mi limito a dare un cenno dei fatti più caratteristici messi alla luce dalle Sezioni II (Emigrazione e Colonie) e III (Commercio) della Divisione degli Italiani all’Estero, in quanto queste due Sezioni hanno una diretta attinenza col problema della emigrazione e della espansione del nostro popolo all’estero. Quanto alla Sezione I (Esplorazione) di carattere più rigidamente scientifico ed avente per iscopo di raccogliere ed ordinare tutto il materiale scientifico riguardante i viaggi di esplorazione compiuti dai nostri connazionali attraverso il corso dei secoli, il lettore può leggere la accurata relazione dell’Avv. Giovanni Gorrini su «La Sezione Esplorazioni» all’Esposizione Nazionale di Torino pubblicata nel Bollettino della Società Geografica Italiana. Marzo 1899, pag. 93-103. Per un esame minuto ed accurato delle singole mostre della intiera Divisione, cfr. gli articoli dell’Ing. E. Pini nel giornale «L’esplorazione Commerciale e L’Esploratore». «Bollettino della Società Italiana di Esplorazioni Geografiche e Commerciali». Milano, anni XIII e XIV, 1898-99.

[4] Sulla psicologia dell’Emigrato italiano cfr. le interessanti ed acute osservazioni di Emanuela Sella nei suoi studi su La Emigrazione italiana nella Svizzera, pubblicati nella «Riforma Sociale», 1899, marzo e segg. ed in volume a parte. Torino, Roux 1899.

[5] Sulle Società Italiane all’Estero sta preparando, sulla base del materiale raccolto nella Mostra degli Italiani all’Estero, una serie di monografie l’avvocato Giuseppe Prato.

[6] Sarebbe desiderabile che potessero vedere la luce le interessantissime relazioni sulle Scuole Italiane all’Estero scritte dal Dr. G. Ferreri, Direttore dell’Istituto Internazionale di Torino e dell’Avv. G. Gorrini, i quali furono dalla Giuria, di cui facevano parte, incaricati di riferire specialmente su questo punto.

[7] Cfr. nel testo il Capitolo IV.

[8] Fra i manoscritti è sovratutto interessante un rapporto su Los Italianos en la Argentina del signor Umberto Guerzoni di La Plata. In questa succosa e magistrale monografia si lumeggia l’importanza dell’elemento italiano nella colonizzazione di quel paese nuovo, adducendo notizie preziose e statistiche dimostrative sul valore comparativo del colono italiano retto a quello di altre nazioni e sulle spese d’impianto di aziende agricole e pastorali. Questa monografia ed altre pubblicazioni, memorie, statuti, resoconti esposti nella Divisione Italiani all’Estero, fra cui sovratutto importante e preziosa la inchiesta del Conte Marcello, si conservano nella Biblioteca del Laboratorio di Economia Politica dell’Università di Torino. Quando non sia detto altrimenti, si intende che le citazioni comprese nel presente libro tra virgolette sono tratte dal suddetto libro Gli Italiani nell’Argentina. Si è creduto inutile di sprecare lo spazio del volume e gli occhi del lettore con continue citazioni del volume in folio di mille pagine ora ricordato, la cui lettura è doverosa per quelli che si interessano in ispecial modo dell’emigrazione.

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