Prefazione dell’Autore

Tratto da:

La condotta economica e gli effetti sociali della guerra italiana

Data di pubblicazione: 01/01/1933

Prefazione dell’Autore[1]

La Condotta economica e gli effetti sociali della guerra italiana, Laterza, Bari – Yale University Press, New Haven, 1933, pp. XXVII-XXXII

 

 

 

Avrei dovuto nel presente volume narrare quale sia stato il sacrificio economico sostenuto dall’Italia a cagion della guerra da essa condotta e quali le mutazioni che la guerra produsse nell’assetto sociale del paese. Ma quando mi accinsi a far ricerca dei dati necessari a render viva e piena la narrazione, mi avvidi che quei dati non esistevano od erano frammentari o siffattamente copiosi e disordinati che la vita di un uomo non sarebbe bastata a sceverarli ed a riassumerli logicamente. Fra cent’anni nove decimi della carta stampata intorno alle vicende della guerra saranno fortunatamente distrutti dall’ingiuria del tempo e la parte residua sarà stata catalogata, sceverata ed arricchita dei documenti più significativi che ora ci sono contesi dal segreto dei pubblici archivi e dei carteggi privati superstiti; sicché il compito dello studioso sarà reso assai più agevole di quanto oggi non sia.

 

 

Perciò il presente volume non vuole essere una storia propriamente detta della condotta economica della guerra, ma un contributo di memorie dettate da un contemporaneo intorno a quella condotta. Le memorie sono scritte da un economista; epperciò non toccano problemi militari e politici, non si occupano dell’opera dei partiti neutralisti interventisti cattolici socialisti liberali fascisti, i quali durante la guerra e nell’immediato dopo guerra lottarono intorno alla sua dichiarazione e condotta, non discorrono delle cause ideali od economiche della guerra, dei contrasti di idee che da quel grande avvenimento furono cagionati e a loro volta operarono a renderlo diverso da quello che fu. A che prò rifare male memorie e libri scritti bene da militari, da politici, da filosofi, da uomini di parte? Se storia propria si fosse voluta scrivere, non si sarebbe potuto tacere di quegli altri aspetti della guerra, ai miei occhi tanto più importanti dell’aspetto economico. Poiché il mio qualsiasi contributo può aspirare ad avere un valore, agli occhi dello storico futuro, solo se possa essere considerato frutto di una esperienza, esso forzatamente si limitò a considerare le vicende economiche della guerra.

 

 

Quelle vicende ebbero in ogni paese un momento caratteristico: che fu nel Belgio l’invasione nemica e l’organizzazione neutra dell’opera di vettovagliamento, nei paesi centrali il razionamento proprio della piazza assediata, in Russia la preparazione alla rivoluzione. In Italia quel momento caratteristico si ebbe nel dopoguerra e si chiamò invasione delle terre ed occupazione delle fabbriche. Esso parve annullare i frutti di una guerra dura, valorosissimamente combattuta e vinta e fu occasione all’aprirsi di un nuovo capitolo di storia italiana. Senza che ciò fosse preordinato, la narrazione mi si venne perciò distribuendo nella mente a guisa di prefazione, spiegazione e conclusione di quel momento caratteristico. Il tentativo compiuto nel 1920 di instaurare un «ordine nuovo» nella terra e nella fabbrica aveva i suoi antecedenti nell’ordine antico di prima della guerra, nella composizione delle classi economiche italiane, nei loro rapporti di forza, nella loro azione di contro allo stato, e nelle modificazioni che quell’ordine antico aveva subito durante la guerra e per necessità di guerra. La sopraffazione tentata dalle classi contadine ed operaie nel 1920 non fu invero isolata. Sopraffazioni simiglianti di interessi particolari, di plutocrati e di proletari, avevano già, innanzi alla guerra, assunto singolari atteggiamenti (cap. I, paragrafo da 11 a 13). Durante la guerra l’ansia per la cosa pubblica fece tacere quegli interessi e fu sprone a sforzi magnifici finanziari e tecnici, i quali ebbero parte non minima nella vittoria conseguita (cap. II). Ma lo sforzo non poté limitarsi a provvedere del necessario l’esercito in campo. Tutta la nazione divenne un esercito, sicché lo stato dovette assicurare la vita di tutta la nazione e garantire eguaglianza di trattamento fra tutti i cittadini, senza distinzione fra ricchi e poveri, fra potenti e deboli, fra rustici e cittadini. Ebbe luogo così uno sperimento grandioso di organizzazione collettivistica della società economica, non dovuto all’attuazione di un piano preordinato da parte di un legislatore comunista, ma determinato dalla logica, ferrea e nel tempo stesso disordinata, dell’intervento dello stato ad assicurare sussistenza in ugual misura a tutti (cap. III). Quello sperimento collettivistico, che si chiamò volgarmente della bardatura di guerra, ebbe effetti notabili, non tanto perché dimostrasse la possibilità o la convenienza di instaurare un ordine economico comunistico al luogo di quello individualistico, ché anzi, sotto questo rispetto, esso fu causa di malcontento universale (cap. IV, 1), quanto perché infiltrò nelle menti l’idea che qualche forza misteriosa impersonata dallo stato dovesse a tutti garantire la consecuzione degli ideali di vita da ognuno vagheggiati: profitti a finanzieri ed industriali, terra ai contadini, strumento tecnico agli operai. Chi scinde l’occupazione delle terre operata dai contadini e l’occupazione delle fabbriche tentata dagli operai dagli assalti alle banche ed al denaro pubblico tentati, talvolta con successo, da finanzieri, da industriali e da proprietari vede soltanto una parte della realtà (cap. IV). Il collettivismo bellico poté, grazie all’inflazione monetaria, applicare l’idea, la quale in germe esisteva già prima (paragrafi 11 e 12) dello stato garante della felicità e della sicurezza per tutti. Per la inettitudine della nostra struttura tributaria a sopperire le spese della guerra, l’inflazione era stata strumento prezioso di prelievo di parte cospicua del reddito allo scopo santo della vittoria; ma fu anche strumento di redistribuzione della ricchezza, e fonte del disordine mentale, il quale indusse tutte le classi, ricche e povere, industriali ed operai, proprietari e contadini, a correre all’arrembaggio della cosa pubblica, spinti dall’illusione che i singoli potessero tutti arricchirsi spogliando l’universale.

 

 

L’illusione durò breve ora, finché non fu palese a tutti che la corsa dei prezzi e dei redditi verso l’alto significava corsa verso l’abisso.

 

 

Dall’abisso la classe politica governante seppe ritrarsi a tempo (cap. V, 2 e 3). L’abolizione del prezzo politico del pane fu degno, ma ultimo atto della sua vita; ché quella classe politica da parecchi decenni si reclutava in modo non rispondente alle virtù grandemente cresciute della minoranza intellettualmente e socialmente attiva del popolo italiano (cap. V, da 4 a 6 ed epilogo). E fu travolta.

 

 

Quello ora detto è il filo della narrazione quale avrebbe dovuto essere se di vera narrazione storica si fosse trattato nel presente volume e non di contributo offerto allo storico il quale si accingerà a dettarla. Chi lo offre ebbe la ventura e l’orgoglio di commentare quotidianamente gli accadimenti economici occorsi nei primi venticinque anni del secolo sulle colonne del Corriere della Sera, giornale che allora teneva il primo posto nella stampa politica non d’Italia soltanto. Se di essermi sottratto alla tentazione di sostituire il giudizio presente a quello del contemporaneo sono certo solo quando potei riprodurre le mie parole d’allora, in tutte le altre pagine, e sono di gran lunga le più, cercai di rivivere le vicende narrate nello stesso spirito con cui le andavo di giorno in giorno commentando. Perciò ricercai i fatti da narrare quasi esclusivamente in fonti ufficiali e principalmente nelle relazioni delle due grandi commissioni parlamentari nominate per indagare sulle cause della ritirata dall’Isonzo al Piave e sulle spese di guerra. A queste aggiunsi l’annuario del Bachi, inestimabile fonte di notizie sicure, raccolte e criticamente vagliate di anno in anno, da un osservatore attento e sagace, sicché è universale il lamento che quella cronaca non abbia dopo il 1921 avuto più seguito.

 

 

Poiché la raccolta, di cui il presente volume fa parte, ha per oggetto la guerra, ho narrato solo quelle vicende che, sebbene accadute dopo la fine della guerra, ne sono parte necessaria. Epperciò il tempo studiato nel libro si chiude, ove si eccettuino alcuni accenni necessari al filo del discorso, con la primavera del 1921, ossia con l’abolizione del prezzo politico del pane, quando fu arrestato il crescere dell’inondazione di nuovi segni monetari, indice, effetto e causa nel tempo stesso del turbamento morale ed economico cagionato dalla guerra. Ogni partizione storica è arbitraria; ma se la narrazione si fosse prolungata dopo quella data, avrebbe dovuto ritrarsi medesimamente bene al di là del 1914 ed allargarsi allo studio di fattori politici, militari, intellettuali i quali sono, per statuto fondamentale della collezione, fuori del suo campo.

 

 

Al direttore della collezione, prof. James T. Shotwell, porgo i miei ringraziamenti per la benevolenza con la quale ha consentito che io conducessi a termine il lavoro intrapreso anche quando la data primamente assegnata era da tempo trascorsa.

 

 

Torino, nell’ultimo giorno del 1931

Luigi Einaudi

 

 



[1] La presente prefazione venne ristampata con il titolo Di una storia della guerra italiana, ne«La Riforma Sociale», XL, vol. XLIV, n. 2, marzo-aprile 1933, pp. 226-229. [ndr]

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