Pregiudizi su la guerra

Tratto da:

L’Unità

Data di pubblicazione: 01/01/1915

Pregiudizi su la guerra

«L’Unità», 1 gennaio 1915

 

 

 

La «Riforma sociale» del novembre-dicembre 1914 pubblica il testo della magnifica comunicazione letta da Luigi Einaudi all’Accademia dei Georgofili di Firenze nella tornata del 6 novembre 1914, sul tema Di alcuni effetti economici della guerra europea. La parte più interessante del lavoro è dedicata a spiegare con una mirabile chiarezza in che modo i sottoscrittori del prestito tedesco di 5 miliardi e mezzo e degli 11 miliardi dei vari prestiti inglesi, emessi in occasione della guerra, hanno versato nelle casse dei rispettivi governi i capitali sottoscritti. È uno studio che si legge con un interesse che osiamo dire romanzesco: con quell’interesse con cui ai bei tempi della nostra fanciullezza leggevamo i romanzi di Jules Verne. Pur troppo è impossibile riprodurre per intero questa parte del lavoro, né se ne può stralciare qualche frammento che stia a sé da quel magnifico problema di geometria euclidea, in cui tutto si tiene indissolubilmente. Ci limitiamo pertanto a riprodurre qualche frammento meglio adatto al nostro giornale, della sola prima parte, sperando che i nostri lettori siano invogliati a conoscere lo studio nella sua integrità.

 

 

La guerra e il protezionismo granario

 

È illogico diventare protezionisti solo perché la guerra odierna sembra aver tramutati in campi chiusi quelle che erano finora economie aperte alle importazioni straniere. Coloro i quali additano ancora una volta la posizione della Germania e dell’Inghilterra rispetto all’approvvigionamento dei cereali e delle altre derrate alimentari ed affermano che la guerra ha provato l’errore commesso dagli inglesi per aver trascurato di erigere ai confini un’altra barriera doganale atta a proteggere l’impero dal pericolo della fame così come ha fatto la Germania, e reputano questa osservazione sufficiente a far traboccare il peso dalla parte del protezionismo nella lotta tra i due opposti principii, si rendono colpevoli di parecchie strane dimenticanze:

 

 

  • in primo luogo scordano che non esiste una scienza liberista o protezionista; ma soltanto una scienza economica la quale fa il calcolo dei costi e dei vantaggi delle diverse maniere di agire degli uomini e cerca di scegliere, con larga approssimazione pratica, quella maniera la quale, col minimo costo, conduca al massimo risultato possibile;

 

  • scordano ancora come da lunga pezza gli economisti scrivano e predichino che il modo più economico di produrre materiale bellico può essere la produzione interna sussidiata da dazi doganali; poiché è ben vero che il costo diretto e proprio può in tal modo riuscire più alto che all’estero, ma questa maggior spesa è controbilanciata dal risparmio che si fa del ben maggiore dispendio che si dovrebbe sostenere facendo venire affannosamente dall’estero i materiali bellici a guerra già scoppiata e della gravissima iattura nazionale e quindi anche economica da cui si sarebbe afflitti se riuscisse impossibile provvedersene;

 

  • che se gli economisti per lo più si sono rifiutati di assimilare il caso del frumento e delle derrate alimentari a quello dei materiali bellici, ciò accade perché essi non si erano persuasi finora che la bilancia della convenienza pendesse a favore della protezione doganale, pure rispetto al problema dell’approvvigionamento della popolazione in tempo di guerra;

 

  • che non è probabile che essi abbiano a persuadersi di siffatta opportunità al lume della odierna esperienza guerresca; poiché non bisogna dimenticare, ad esempio, che in Germania quegli stessi giornali, che oggi esaltano gli approvvigionamenti tedeschi in confronto alla carestia inglese imminente, alcuni mesi fa, quando non avevano smarrita la loro bella e lucida capacità raziocinativa, esponevano i risultati di una serena inchiesta scientifica condotta nel seminario economico dell’Università di Monaco sotto la guida del professor Lujo Brentano, la quale principalmente persuadeva che gli alti dazi doganali avevano avuto come effetto di aumentare i prezzi della terra e sovratutto i prezzi della grande proprietà terriera, dove è minima la cultura mista e massima la superficie destinata alla cerealicultura (cfr. il riassunto dell’inchiesta nella Frankfurter Zeitung del 23 giugno 1914). Ora, se questi risultati rispondono al vero, è manifesto che non l’alta protezione doganale, ma altre cause, assicurano l’approvvigionamento della Germania in tempo di guerra; poiché la protezione, innalzando il prezzo delle terre, e quindi gli affitti e quindi uno degli elementi del costo di produzione, fa sì che il coltivatore non abbia maggior convenienza a coltivar grano a 25 lire che a 20 lire, poiché il vantaggio delle 5 lire in più è eliminato spesso dal maggior fitto che occorre pagare per i terreni. Le preoccupazioni, che pare siano vive in Germania ed in Austria rispetto all’approvvigionamento proprio, dimostrano come la protezione doganale non sia riuscita a dare la sicurezza che essa prometteva ai popoli dell’Europa centrale in tempo di guerra;

 

  • che dall’esempio germanico, comunque esso possa essere giudicato, non è logico dedurre la conseguenza che anche l’Inghilterra dovesse cingersi di una forte barriera doganale per assicurarsi l’approvvigionamento dei cereali. Dopo le guerre napoleoniche il cannone non aveva più fatto sentire la sua voce nelle vicinanze delle coste britanniche, sebbene dall’abolizione delle leggi sui cereali in poi gli allarmisti avessero diuturnamente segnalato il pericolo imminente della carestia. Il problema si riduce a questo: sarebbe stato conveniente distruggere con una politica protettiva, continuata per altri 70 anni, centinaia di milioni e forse miliardi di lire sterline di ricchezza per assicurare le necessarie provviste cerealicole agli inglesi del 1914 e del 1915? Se nessun altro mezzo più economico, più efficace fosse esistito per raggiungere cotal fine, altissimo poiché connesso col mantenimento dell’impero, nessun economista inglese avrebbe negato che le generazioni, le quali volsero dal 1840 al 1914, avevano il dovere ed anzi, ragionando a lunga scadenza, come è d’uopo fare agli uomini di Stato, avevano interesse di promuovere la cerealicultura nazionale con adeguati dazi protettori. Se essi negarono e tuttora negano siffatta convenienza, fanno ciò perché ritengono che il mezzo sia inadeguato ed anzi contrario alla consecuzione del fine; e sanno che un altro mezzo è invece il solo possibile e conveniente. Quest’altro mezzo è l’esistenza di una flotta capace di serbare agli inglesi il dominio del mare; ed il dilemma non è tra: «Dazi protettivi o carestia?»; bensì tra «Carestia malgrado i dazi doganali» ovvero «Dominio del mare mercé la flotta?».

 

 

Se gli inglesi sono abbastanza ricchi e saldi d’animo da poter costruire e da voler possedere una flotta capace di serbar loro il dominio del mare essi non hanno da temere la carestia in patria. Come oggi accade, il dominio del mare, finché venga mantenuto, garantisce le provviste delle quantità sufficienti di frumento: nei due mesi di settembre ed ottobre 1914 la quantità di frumento importata nel Regno Unito fu di 5.004.683 quarters contro 3.929.081 nello stesso periodo del 1913 e 5.050.430 negli stessi mesi del 1912. Senza il dominio del mare, l’alta protezione doganale a nulla gioverebbe; poiché la deficienza o la distruzione della flotta vorrebbe dire per l’Inghilterra fiacchezza d’animo, incapacità di resistenza, e quindi pericolo immanente di invasione dell’isola da parte del nemico e scomparsa possibile dell’impero. Quindi il mezzo unicamente efficace per garantire l’alimentazione e, quel che più monta, la conservazione dell’impero, è per gli inglesi il dominio del mare. A questo scopo debbono gli inglesi tendere con tutte le loro forze; poiché, serbato quello, è sicura anche l’alimentazione del popolo; e quello distrutto, a nulla giovano le grosse provviste di cereali esistenti all’interno. Distrar le forze tra i due fini; aggiungere al sacrificio di 50 milioni di lire sterline annualmente sostenuto per la marina da guerra un altro sacrificio di 20 milioni per assicurare la produzione interna di una bastevole quantità di cereali, sarebbe stato un calcolo sbagliato. Poiché se gli altri 20 milioni si vogliono spendere, ciò significa che si ritiene la flotta impari all’ufficio suo di tener libere le vie dei mari; ché se si possono spendere, meglio destinarli senz’altro all’aumento della flotta, unico mezzo, ripetasi, con cui l’impero può essere conservato.

 

 

Non solo inadeguati, ma benanco contrari al fine della conservazione dell’impero si appalesano inoltre i dazi protettori cerealicoli. Un impero non vive solo di fiducia – vedemmo quanto mal riposta – di possedere il cibo necessario a vivere. Vive sovratutto di vincoli ideali e morali. E chi non vede come il rincaro dei mezzi di sussistenza per le masse operaie e la consapevolezza che il rincaro è dovuto all’asserita necessità di conservare la grande posizione dell’Inghilterra nel mondo siano circostanze atte a fiaccare i sentimenti imperiali nelle masse, a far odiare l’impero come procacciatore di illeciti profitti ai proprietari di terre a grano, a far vedere quasi con segreta gioia la dissoluzione dei vincoli fra la madrepatria e le colonie, a considerare come un ideale di vita il tranquillo possesso dell’isola, senza ambizioni mondiali e senza rischi di gelosie da parte delle nuove potenze egemoniche, ben liete di non interessarsi dei casi di un’isola contenta della propria solitudine?

 

 

Dal che si vede che i veri rassodatori dell’impero inglese furono coloro che vollero la libertà degli scambi, mentre gli imperialisti fautori dei dazi e della politica preferenziale coloniale ponevano i germi del malcontento, della discordia e della dissoluzione dell’impero.

 

 

Ed ove si voglia anche tener conto di quell’elemento imponderabile di forza e di sicurezza che è la certezza di possedere in paese il frumento necessario per far vivere il popolo per 6 mesi, per 9, per un anno intero, perché non si ricorre al metodo delle riserve frumentarie, tenendo in pace sempre pronto un ammasso sufficiente di grani, così come si rafforza la riserva aurea degli istituti di emissione? L’interesse e l’ammortamento anche di un miliardo di lire immobilizzato nei magazzini alimentari non uguaglierebbe mai il costo per la collettività, della protezione cerealicola. E sarebbe un maschio guardare in faccia al pericolo; sarebbe un miliardo impiegato esclusivamente per lo scopo supremo della conservazione nazionale; né al costo suo si accompagnerebbe mai l’insidioso ed odioso vantaggio o sospetto del vantaggio per una classe privilegiata di produttori interni protetti.

 

 

Un pregiudizio sulle origini della guerra

 

Vi sono sapienti, i quali, indugiandosi a ricercare le cause economiche della odierna guerra europea – indagine perfettamente legittima, quando la si compia modestamente persuasi di andare alla scoperta di una parte sola, di una parvenza, forse fuggevole, della complessa verità – affermano senz’altro che essa fu determinata dal bisogno dell’Inghilterra di impedire il crescere rigoglioso dei rivali tedeschi nelle industrie e nei traffici o della Germania di elevare viemmaggiormente la propria fortuna economica sulla rovina dell’economia britannica.

 

 

Quelli che così discorrono partono, necessariamente, sebbene inconsapevolmente, da una premessa: che gli industriali ed i commercianti dei due paesi avversari siano capaci di ragionare intorno alla utilità ed alla possibilità di conseguire il fine propostosi, che essi sappiano fare i loro conti intorno ai costi e ai profitti dell’opera desiderata di distruzione dell’economia avversaria e finalmente che essi sappiano distinguere fra effetti immediati ed effetti remoti delle proprie azioni.

 

 

Queste son premesse necessarie, ove non vogliasi ammettere che i moventi bellici di distruzione delle economie inglesi o tedesche fossero peculiari a coloro che non sanno fare ragionamenti economici, che non partecipano alla direzione delle imprese industriali e commerciali ed attendono a scrivere spropositi su per le gazzette quotidiane, allo scopo di sollecitare le passioni e le ingordigie delle folle analfabete. Può darsi ed è anzi probabile che così sia: che cioè gli unici ad immaginare la convenienza e la possibilità di distruggere, colla guerra, le industrie ed i commerci dei paesi avversari siano precisamente stati coloro che non furono mai a capo di intraprese economiche, che coi teoremi economici ebbero mai sempre scarsissima famigliarità, che conobbero unicamente l’industria dello scrivere articoli desiderati e pregiati per la rispondenza momentanea alle mille e mille passioni, nobili e sordide, elevate e basse, ideali e materiali, tumultuanti nel cuore degli uomini. Ma è chiaro che così non si scrive la teoria delle cause economiche della guerra; sibbene dalle mille e mille passioni, chiare ed oscure, consapute e subcoscienti le quali concorsero a determinare lo scoppio della guerra e ad acuire le quali può aver contribuito la idea, circonfusa di vaga nebbia, che la distruzione della economia avversaria fosse economicamente utile e possibile.

 

 

In verità, la guerra odierna ancora una volta ha dimostrato che gli uomini sono mossi ad agire da idee, da sentimenti, da passioni, non certo da ragionamenti economici puri. Perché ben si sapeva e lo sapevano gli inglesi ed i tedeschi più colti delle classi industriali, bancarie e commerciali che essi non avevano nulla da guadagnare da una distruzione rapida delle economie rivali, quale poteva essere prodotta dalla guerra, che la guerra non avrebbe tolto le ragioni profonde le quali avevano prodotto la grandezza economica del rivale e che il mezzo più economico e più efficace per giungere alle desiderate conquiste era il continuo perfezionamento di sé stessi e la sperata spontanea decadenza dell’avversario.

 

 

Sapevano i tedeschi:

 

 

  • che le cagioni della propria mirabile ascensione economica erano riposte nella ricchezza del proprio sottosuolo, nella conformazione del proprio territorio tutto intersecato da vie d’acqua navigabili, e sovratutto nel proprio sforzo perseverante, organizzato, fornito di tutti i sussidi più moderni della scienza, sforzo che strappa grida di ammirazione, quando se ne leggono i fasti nei libri degli inglesi e dei francesi, additanti ai propri connazionali l’esempio di tanta energia feconda;

 

  • che essi, per crescere vieppiù, avevano bisogno di vendere maggiormente i prodotti delle proprie industrie agli stranieri ed avevano necessità perciò di avere attorno a sé popoli ricchi, laboriosi, non impoveriti da guerre o costretti a disperdere le proprie energie in continui sforzi di rivolta contro il dominio straniero;

 

  • che in particolar modo avevano bisogno del mercato britannico, metropolitano e coloniale, il più vasto, il più ricco mercato del mondo, l’unico aperto agevolmente a tutte le provenienze;

 

  • che essi avevano d’uopo di non rinfocolare con una guerra, il cui esito era perlomeno incerto, in Inghilterra e nelle colonie quel sentimento di ostilità verso lo straniero, che finora aveva soltanto prodotto in alcune colonie alcuni timidi ed inefficaci saggi di dazi preferenziali contro i prodotti esteri ed aveva contro di sé, quasi invincibile, il solido buon senso delle masse britanniche;

 

  • che una guerra anche fortunata avrebbe costato tali e così colossali sacrifici, avrebbe prodotto tale arresto nella vita economica della Germania da mettere grandemente in dubbio la possibilità di trovare un adeguato compenso in un futuro anche lontano dall’impossessarsi, ancor più incerto, di colonie che l’Inghilterra conserva solo perché non ne trae alcun tributo né diretto né indiretto – neppure l’India paga alcun tributo alla madre patria, neanche sotto forma di dazi preferenziali – e verso cui la Germania sarebbe stata incapace, per l’inaridimento oramai ventennale delle sue correnti emigratorie, di inviare fiotti di emigranti atti a sommergere il fondo britannico della popolazione.

 

 

Sapevano d’altro canto gli inglesi:

 

 

  • che l’ascensione economica germanica non aveva tolto ad essi alcun mercato; anzi ne aveva cresciuto uno, quello germanico, prima povero ed oggi crescente di ricchezza e di capacità di assorbimento;

 

  • che mai fortuna maggiore all’industria inglese era capitata della cosidetta invasione del «made in Germany» nella loro isola, nelle loro colonie e nei mercati prima monopolizzati dall’ Inghilterra. Prima che l’invasione del made in Germany fosse avvertita e si gridasse all’allarme contro la rovina dell’industria inglese, questa decadeva sul serio. Si era addormentata sugli allori. I capi tecnici inglesi più non studiavano. Forse non avevano mai studiato a fondo i principii della scienza tecnica; ed era poco male finché l’abilità pratica serviva a tutto. Divenne un pericolo gravissimo quando i tedeschi dimostrarono al mondo quali vittorie meravigliose si possono conseguire con le applicazioni industriali dei principii teorici. Quando gli inglesi scopersero che essi decadevano e che i tedeschi crescevano, vi fu chi predicò il verbo decadente della muraglia cinese, consigliando di circondare il proprio paese e le proprie colonie di dazi protettori, per impedire colla forza alle merci tedesche di invadere il mercato britannico. Ma, per fortuna dell’Inghilterra, la parola di Chamberlain fu ascoltata solo in quanto essa era maschia ed incitatrice, non in quanto avrebbe finito per addormentare. Gli inglesi videro che colla forza non si conservano le ricchezze e la potenza, che furono create dal lavoro, dallo sforzo; e memori di ciò che essi avevano saputo compiere in passato, fondarono scuole tecniche, istituirono facoltà di commercio, si persuasero che un culto maggiore della scienza avrebbe giovato anche ai loro industriali troppo invecchiati nelle pratiche isolane.

 

 

Dopo l’espansione grandiosa che dal 1855-59 al 1870-74 portò le importazioni lorde da 169 a 346 milioni di sterline, le importazioni nette da 146 a 291 e le esportazioni da 116 a 235, era parso si verificasse davvero una stasi nell’economia britannica. Limitandoci soltanto alle importazioni al netto dalle riesportazioni ed alle esportazioni di prodotti britannici, gli statisti, gli economisti, gli industriali britannici avevano osservato con melanconia che, mentre la Germania progrediva vertiginosamente, l’Inghilterra rimaneva stazionaria, anzi regrediva, dopo l’acme raggiunto nel 1873. Le due cifre estreme sono date dai quinquenni 1870-74 e 1895-99: Le importazioni nette erano appena cresciute da 291 a 393 milioni di lire sterline e da L. 9.2.4 a L. 9.16.4 per abitante; e, se le esportazioni erano cresciute di una quantità minima in cifre assolute da 235 a 239 milioni di lire sterline, erano però diminuite relativamente da L. 7.7.3 a L. 5.19.10 per abitante. In questo regresso aveva parte il gioco dei prezzi calanti nell’ultimo quarto del secolo XIX, ma restava sempre un nucleo solido di verità amara e sconfortante.

 

 

Fu quello il momento psicologico dell’imperialismo chamberlainiano; il quale predicò la necessità di chiudere l’impero all’invasione dei prodotti stranieri, principalmente tedeschi, e di trovare nella coltivazione intensiva ed esclusiva del proprio giardino un compenso alle perdite subite sui contrastati mercati del mondo esteriore. L’attuazione della parola imperialista sarebbe stata l’inizio della dissoluzione ed avrebbe giustificato le rampogne acerbe degli scrittori tedeschi, i quali rimproverano all’impero inglese di essere sorto e di conservarsi con la menzogna, con la frode e con la maschera vuota di una forza che interiormente non esiste. L’impero aveva ed ha ancora in sé stesso le ragioni della sua vita; e ne è prova il fatto che la parola dello Chamberlain, non ascoltata in quanto predicava il vincolismo mortifero delle tariffe doganali, scosse, eccitò, fece riflettere e spinse all’azione le dormienti forze britanniche. Quante volte i sogni degli uomini rappresentativi si avverano in un modo diverso da quello che essi avevano immaginato!

 

 

Il principio del secolo ventesimo segna una ripresa nel commercio internazionale inglese. Le importazioni nette, da 393 milioni di lire sterline nel 1895-99 salgono in cifre assolute a 466 nel 1900-904, a 522 nel 1905-909 ed a 659 nel 1913, mentre passano – cito solo le cifre estreme – da L. 9.16.4 per abitante nel 1895-99 a L. 14.6.5 nel 1913. Le esportazioni, rimaste per un quarto di secolo stazionarie in cifre assolute, dai 239 milioni nel 1895-99 salgono a 290 nel 1900-904, balzano a 377 nel 1905-909, e si portano a 525 nel 1913, mentre in cifre relative i due estremi sono L. 5.19.10 per abitante nel 1895-99 e L. 11.8.2 nel 1913. Anche qui influisce, come del resto in tutti i paesi del mondo, il gioco dei prezzi crescenti dopo il 1894-95; ma quanto innegabile fervore di rinnovata giovinezza e di nuovo slancio industriale!

 

 

Ora, è indubbio che di questo risveglio gli inglesi sono debitori in gran parte al pungolo della concorrenza tedesca. Se la Germania non avesse minacciato davvicino la loro supremazia industriale, se anzi in molti campi essa non si fosse indubitatamente messa alla testa di tutti i paesi del mondo, gli inglesi potrebbero ancora vantarsi di essere i primi. Ma sarebbe ben misero vanto, conservato a prezzo della propria decadenza.

 

 

Come si può affermare che gli uomini rappresentativi dei due paesi, dotati di vigor di pensiero e di azione, potessero sul serio pensare di avvantaggiare il proprio paese, costruendo, sulle rovine di una guerra, un monopolio tedesco od un monopolio britannico? Che in questa guisa si raggiunga la ricchezza e la forza lasciamolo pensare agli scribi della stampa gialla, moltiplicatisi in guisa abominevole anche a Londra ed a Berlino; che la cupidigia cieca di arricchirsi spogliando e rovinando e dominando altrui sia stato uno degli argomenti a cui i ceti dirigenti credettero opportuno di ricorrere per rendere simpatica alle folle incapaci di ragionare una volontà di guerra che già preesisteva in essi per altre ragioni, forse sbagliate, ma in ogni caso ben diverse ed, in molti uomini, più ideali ed elevate, è facile ammettere; che la diffusione di una letteratura libellistica di quart’ordine, pullulante di sofismi economici le mille volte confutati, di statistiche artefatte, di incitamenti grossolani ad arricchirsi sulle spoglie altrui sia stata un’arte di governo usata per rendere popolare una causa a menti incapaci di comprenderne le giustificazioni – reali od immaginarie che queste fossero – più profonde e più umane, si può riconoscere. Ma che da questi miseri argomenti siano state indirizzate sulla via della guerra due grandi nazioni, le cui classi dirigenti si formarono pure alla scuola dei maggiori pensatori che il mondo odierno ammiri, è un assurdo inconcepibile.

 

 

Quel che la guerra non può fare

 

Purtroppo, ora che la guerra è scoppiata, la stampa britannica e quella tedesca vanno a gara, quasi senza eccezione, nel discorrere in modo da far ritenere agli spettatori neutrali che i due grandi paesi siano stati davvero mossi alla guerra da motivi sordidi e, quel che è peggio, impossibili a raggiungersi in guisa apprezzabile e permanente. Risuona in quasi tutta la stampa inglese, col Times alla testa, un grido che sembra di riscossa ed è di odio: «capturing the german trade», impadroniamoci del commercio tedesco! Pochissimi giornali conservano la capacità di esaminare, a mente fredda, la difficoltà enorme e forse, nei più dei casi, la inanità dell’impresa; e fra questi mi piace ricordare l’Economist, il quale dallo studio accurato dei fatti economici del suo paese trae sempre nuovi argomenti a serbar fede alle sue gloriose tradizioni cobdenite. E risponde in Germania il grido di guerra: «fur die Ausschaltung London’s als Clearinghaus der Welt», spogliamo Londra della sua posizione di stanza di compensazione mondiale! Persino la Frankfurter Zeitung, per solito, in tempi normali, dotata di tanto spirito critico verso gli errori commessi od immaginati nel suo proprio paese, si unisce al coro di quelli che, mentre il marco deprezza e perde più del 10% in confronto all’oro, farneticano di sostituirlo alla lira sterlina; ed appena alcune riviste speciali (ad es. Die Bank) osano in Germania additare le difficoltà grandissime dell’assunto.

 

 

Trattasi, finora, in gran parte di vittorie e di distruzioni operate sulla carta. Gli industriali inglesi, in ben altre faccende affaccendati, si ostinano a non vedere la convenienza di fare impianti atti a sostituire le produzioni tedesche; e ben pochi d’altro canto sono coloro che ricorrono oggi ad Amburgo od a Francoforte per eseguire i proprii pagamenti all’estero. Formidabili sono invero le difficoltà che si frappongono ad ambi i paesi in questi tentativi di rovinare l’avversario.

 

 

Se non vi è quasi nessun industriale serio inglese, il quale segua a questo riguardo le ammonizioni della stampa quotidiana, ciò dipende:

 

 

  • dal fatto che in tempo di guerra i capitali privati non si dirigono volontieri alle industrie, neppure a quelle che i giornali descrivono come feconde di profitti illimitati. La diffidenza è lo stato d’animo normale dei lettori di tutti i giornali in tutti i paesi del mondo in tempo di guerra; e la diffidenza cresce a mille doppi quando si sente dire che il paese non deve consacrare tutti i suoi sforzi al dovere di difendere o far più grande la patria sui campi di battaglia. L’appello ai risparmiatori riesce quando è rivolto, a nome della patria, da chi la rappresenta, allo scopo di apprestare i mezzi materiali della condotta della guerra. Ma non si sente e lascia freddi quando l’appello proviene da un industriale, il quale crede essere quello di guerra il momento opportuno per allargare i proprii impianti ed accrescere i proprii profitti;

 

  • dalla circostanza che le banche hanno interesse ed obbligo di limitare i proprii fidi all’industria. In un momento, in cui le banche hanno strettissimo dovere di pensare alla liquidità dei proprii investimenti, non è ragionevole, né sarebbe conveniente nell’interesse generale, che le banche fornissero fondi per l’impianto di nuove imprese industriali;

 

  • dalla incertezza intorno alla possibilità di potere conservare dopo la guerra il godimento delle invenzioni altrui ai canoni equi o bassi fissati dalle corti giudiziarie. Ciò sarebbe contrario all’equità ed alla convenienza stessa dei paesi ritornati in amichevoli relazioni di pace. Chi osa iniziare una intrapresa sulla fragile base della ingiustizia e del latrocinio?

 

  • dalla quasi impossibilità di poter adunare, in tempo di guerra, i fattori umani necessari al successo dell’intrapresa. Gli uomini migliori, i più validi, anche laddove non esiste la coscrizione obbligatoria, o sono tenuti ben cari dai loro vecchi principali, ovvero sono sotto le bandiere. Non si può impiantare una industria nuova, servendosi della gente disoccupata, che non ha voluto o non ha potuto arruolarsi. Né si improvvisano le maestranze; non si imparano d’un tratto i delicati e segreti processi industriali altrui; non si gittano somme colossali, capaci di fruttare un alto tasso di interesse, in sperimenti che forse saranno svalutati dalla pace.

 

 

Non meno formidabili sono le difficoltà che si frappongono ai tedeschi nell’opposta impresa con cui essi ritorcono il grido economico di guerra degli inglesi. È certo che Londra, in conseguenza della guerra, perde centinaia di milioni e forse di miliardi di compensazioni che prima si effettuavano attraverso alle sue banche, alle sue case di accettazione, alle sue borse. Già al 25 novembre le compensazioni della City di Londra erano scemate in confronto all’anno scorso di 1.249.202.000 L. st.; più di 31 miliardi di lire nostre; ed alla fine della guerra la perdita avrà toccato altezze vertiginose. È certo che le draconiane norme di sequestro contro i nemici del Re d’Inghilterra non giovano a procacciare popolarità a Londra e saranno considerate in avvenire come un rischio delle compensazioni eseguite attraverso quella piazza. Ma le perdite di Londra non vogliono dire guadagni di Amburgo. Perché una città possa assurgere al posto di stanza internazionale delle compensazioni, non basta che alcune banche di quella città, sia pure tra esse compresa la banca di emissione, si mettano in rapporto con le banche degli altri paesi e si industrino a compensare i pagamenti che il paese deve fare all’estero con i pagamenti che esso dall’estero deve ricevere . Tutto ciò è troppo elementare e fin dalle scuole secondarie gli studenti imparano il diagramma che serve a spiegare il meccanismo delle compensazioni. Non furono però le lezioni dei professori o gli articoli di riviste che crearono le città di compensazione. Venezia prima e Londra oggi sono state il frutto di una lunga e delicatissima formazione storica, compiutasi attraverso secoli di sforzi, di adattamenti, di abilità, mercé un complesso singolare di attività industriali, commerciali marittime, bancarie, che finora nella storia forse si realizzò solo a Venezia ed a Londra. Non a caso, e non per astuzia propria e dabbenaggine altrui Londra è oggi il centro delle compensazioni mondiali. Perché quel centro potesse formarsi fu necessario che Londra diventasse e continuasse ad essere un grandissimo centro di affari, dove fanno capo numerose linee di navigazione, da cui si diramano ed a cui giungono i fasci più spessi dei cavi transmarini, e da cui attendono un cenno per proseguire i loro viaggi o cambiar rotta masse grandiose di merci.

 

 

Fu d’uopo che si formasse a Londra un centro bancario di primissimo ordine, dotato di una liquidità non avente la pari in nessun altro paese, senza immobilizzazioni industriali tipo germanico, con miliardi di risparmio ognora disponibili per consentire appunto il funzionamento regolare della macchina delle compensazioni; che in questo centro bancario le funzioni fossero specializzate in guisa da consentire la vita a numerose case di accettazione, per lunga tradizione di decenni divenute abilissime nell’unica funzione di accettare tratte estere e presentarle allo sconto alle banche propriamente dette.

 

 

Fu d’uopo che, grazie all’opera specializzata delle case di accettazione ed all’aiuto dei fondi disponibili delle banche, si potesse passar sopra all’ostacolo che, nei piani ingenui di stanze di compensazione, i quali vanno pullulando un po’ dappertutto, in Germania, in Italia, negli Stati Uniti, nella Svizzera è spesso insormontabile, ossia la mancanza della unicità:

 

 

  • del tempo;

 

  • del luogo;

 

  • della valuta.

 

 

Non basta invero che l’Italia debba all’estero 1 milione e sia in credito di 1 milione per potere compensare le due partite. La compensazione non è possibile se la scadenza delle due partite non si verifica nello stesso giorno. Il che basta a spiegare come tutti tendano ad effettuare le proprie compensazioni attraverso Londra, dove, appunto perché essa è la piazza universale dei pagamenti, sempre accade che il requisito della unicità del tempo possa raggiungersi, e dove, se per caso in un dato giorno non si ha, esiste una massa di mezzi creditizi e grandiosa, specializzata appunto nel compiere la funzione di fornire all’uno la divisa estera richiesta, mentre se ne attende l’arrivo da altra parte.

 

 

Non basta ancora che il debito ed il credito si eguaglino nello stesso momento, quando il debito dell’Italia è verso la Russia ed il credito verso l’Argentina. Occorre una piazza unica dove affluisca il commercio delle divise di tutto il mondo, affine di effettuare le compensazioni colla minima fatica, al minimo costo. Due o tre grandi piazze potrebbero compiere ugualmente questo lavoro; ma ad un costo cresciuto. Il che non può durare in un commercio, in cui, in tempi normali, si lavora su margini minimi, talvolta di pochi centesimi.

 

 

Ed infine non basta che i debiti ed i crediti si uguaglino per ragion di tempo e di luogo; facendo d’uopo che si eguaglino altresì per ragione di valuta. Le compensazioni non si fanno, senza stento, tra lire e franchi, fra pesos e dollari, fra marchi e corone. Occorre che le divise siano espresse in un’unica moneta, se si vogliono ridurre i costi e facilitare le compensazioni. E sta di fatto nel momento presente che la lira sterlina è l’unica moneta la quale sia accettata da tutti, in tutti i paesi, da popoli civili e da popoli barbari, da europei e da americani, da inglesi orgogliosi della propria superiorità e da tedeschi ardenti dal desiderio di distruggere quella superiorità.

 

 

Non a caso. Anche la lira sterlina è una formazione storica. È posteriore alle guerre napoleoniche. È passato ormai un secolo, da quando gli uomini si sono persuasi che la lira sterlina era l’unica moneta la quale sempre, in qualunque momento, di pace e di guerra, di tranquillità o di torbidi interni, qualunque partito fosse al potere, qualunque fossero le fantasie legislative del giorno, era permutabile, a richiesta e subito, in un dato peso d’oro ; d’oro e non d’argento e non di carta. Ancora nella guerra odierna, il signor Lloyd George, il quale pure troppe volte ha peccato indulgendo alla mania del colossale, dei bei colpi, delle deliberazioni tragiche, dei piani geniali e complicati, si è arrestato ossequente dinanzi a questa grande formazione storica britannica che è la lira sterlina. La rinuncia alle tradizioni paesane, che è così dolorosa nella condotta di taluni uomini politici inglesi e che ha fatto dubitare molti della loro capacità di conservazione dell’impero, non ha toccato questa che è la più paesana ed insieme la più universale tradizione della City: la convertibilità della lira sterlina in oro. Se Londra conserva oggi e conserverà per degli anni ancora la posizione di stanza di compensazione mondiale, essa deve cotal privilegio inapprezzabile alla persuasione che gli uomini hanno essere Londra l’unica piazza dove si può in ogni istante sapere quanta sia la quantità di oro che le varie divise estere possono comprare.

 

 

Non vuolsi dire con ciò che il privilegio di Londra debba essere eterno; ma solo che quel privilegio non lo si scalza con i gridi di guerra stampati contro l’egoismo e il monopolio britannici. Quando Amburgo o quando Milano o New York avranno saputo creare attorno a sé tale un complesso di organizzazioni commerciali marittime, bancarie, creditizie, che le compensazioni internazionali si potranno operare con risparmio di qualche ora o di qualche frazione di centesimo eseguendole presso di loro invece che presso Londra; quando da alcuni decenni gli uomini dell’America e della Cina, dell’Africa del Sud e del Canadà, dell’India e dell’Australia, dell’Asia Minore e del Giappone si saranno persuasi, e volontariamente persuasi che il marco tedesco, la lira italiana ed il dollaro americano sono monete altrettanto, e forse più universali della lira sterlina, allora sarà suonata l’ultima ora della supremazia di Londra come stanza delle compensazioni internazionali. Ma sarà suonata perché i tedeschi ad Amburgo, ovvero gli italiani a Milano, ovvero i nord-americani a New York, avranno saputo dar vita ad una formazione storica più bella, più economica di quel che non sia oggi la londinese lira sterlina. In quel giorno la sconfitta della lira sterlina sarà un vanto per i tedeschi o gli italiani od i nord-americani, ed un vantaggio per gli altri popoli. Oggi è forse una impossibilità e sarebbe certo un danno per tutti.

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