Premesse e prospettive dei negoziati anglo italiani per la sistemazione del debito di guerra: Stati Uniti ed Inghilterra di fronte all’obbligo dell’Italia

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 22/11/1925

Premesse e prospettive dei negoziati anglo italiani per la sistemazione del debito di guerra: Stati Uniti ed Inghilterra di fronte all’obbligo dell’Italia

«Corriere della Sera», 22 novembre 1925[1]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 546-549

 

 

 

Nell’attesa delle trattative anglo italiane per la definizione del debito di guerra, qualche giornale britannico tenta di mettere in luce l’esistenza di caratteristiche differenziali tra gli Stati uniti e l’Inghilterra, le quali dovrebbero consigliare una soluzione londinese proporzionatamente meno favorevole per l’Italia di quella che sia stata quella di Washington. È certo che codesti sforzi zelanti da parte di pubblicisti isolati non sono l’eco del pensiero né del governo né dei circoli finanziari dirigenti né dell’opinione pubblica inglese. In quel grande paese vi sono tradizioni troppo alte di signorilità e di generosità per poter supporre che uomini forniti di potere e di responsabilità vogliano formulare a se stessi il pensiero: essere possibile e conveniente profittare di un presunto buon affare conchiuso dal debitore per costringere questi a dare in tutto o in parte ciò che il debitore ha risparmiato nei rapporti con altro creditore.

 

 

Ove pure si voglia passar sopra alla inammissibilità morale del ragionamento – che, ripetasi, nessun uomo responsabile britannico ha mai potuto concepire bisogna ricordar sempre la premessa incrollabile dell’accordo di Washington: l’Italia è chiamata a pagare l’annualità convenuta perché si riconobbe che i suoi pagamenti non potevano andare al di là. Essa paga tutto ciò che poteva pagare in relazione alla sua ricchezza ed al suo reddito nazionale, esposti documentariamente e passati al vaglio della critica più sottile. Gli italiani hanno preso nota della larghezza di idee con cui gli statisti nord americani riconobbero la verità dei fatti addotti; e l’accordo ha sicuramente stretto i vincoli di amicizia e di commercio tra i due paesi. Nessuno pensa tra noi che l’Inghilterra voglia e possa comportarsi diversamente.

 

 

Tuttavia, poiché viene addotto qualche argomento di differenziazione, il quale potrebbe oggettivamente sembrare di far pendere la bilancia contro di noi, giuocoforza è esaminarlo. In sostanza quell’argomento si riduce a dire che gli Stati uniti si indussero a ridurre molto le loro pretese verso l’Italia, sentendosi colpevoli di un feroce protezionismo, il quale vieterebbe all’Italia, anche se lo potesse, di pagare somme cospicue. L’Inghilterra si conserva, dicono con rammarico quei giornali, liberista; e aprendo largamente le porte alle merci italiane, facilita il pagamento di annualità ben più vistose di quelle pagabili all’America. Non si può negare che l’argomento sia scelto con una certa speciosità; ed è singolarmente interessante il fatto che esso non sia stato esteso ai divieti di immigrazione. è vero che gli italiani non usano rivolgere i loro passi in gran numero verso i lidi britannici; ma è notorio che da qualche tempo quei pochi lavoratori i quali vi si avventurano assaporano le delizie di restrizioni rigidissime, che per lo più si sostanziano nell’immediato forzato viaggio di ritorno in patria. Quanto alle merci, sono davvero così larghi gli inglesi, come era tradizionale loro costume? Le nostre massime industrie esportatrici possono, tutte, spedire liberamente i loro prodotti oltre Manica? Non esistono forse dazi, ed altissimi dazi, – sulle sete naturali ed artificiali e sulle vetture automobili? Non esiste forse una procedura di graduali conquiste protezionistiche, in virtù di cui, appena all’estero sorge una industria esportatrice su vasta scala, l’analoga industria inglese tenta e talvolta riesce ad ottenere la concessione di una dogana protettrice?

 

 

Se qualche irrilevante residuo di maggior capacità di «trasferimento» – non di «pagamento» – rimanesse nei confronti coll’Inghilterra; se dovesse darsi peso, ciò che devesi in principio negare, a questi fattori di differenziazione a sfavore dell’Italia; se dovesse lasciarsi intavolare una discussione su dazi doganali e restrizioni immigratorie che gli americani vollero assolutamente escluse dalle trattative formali, quanti e ben maggiori fattori di differenziazione noi potremmo agevolmente ricordare all’Inghilterra, fattori che la dovrebbero e la devono consigliare a un trattamento ben più benigno verso i suoi debitori di quello usato dagli Stati uniti, fino a ieri considerati i più arcigni tra i creditori! Gli Stati uniti, dopo tutto, vollero uscire dalla guerra con le mani nette; e se insistettero per partecipare alle riparazioni tedesche per una percentuale minima, ciò fecero perché non fosse violato il principio del rimborso delle spese da essi effettivamente sostenute per l’occupazione militare post bellica. Invece all’Inghilterra spetta su quelle riparazioni il 22% contro il 10% all’Italia. Non importa oggi andar ricercando le basi sottili di calcolo le quali condussero a quelle due percentuali; certa cosa è che quel 22 e quel 10% sono due cifre memorabili e meditabili. Il numero di morti non troppo dissimile fra l’Italia e la Gran Bretagna, i danni effettivi ai territori di guerra guerreggiata ed alle province occupate di gran lunga più elevati in Italia che in Inghilterra, rimasta illesa intieramente dalla presenza di soldatesche nemiche, avrebbero dovuto procurare all’Italia una partecipazione alle riparazioni tedesche non dissimile, se non forse superiore, a quella britannica. Che la fronte italiana fosse rivolta contro l’Austria invece che direttamente contro la Germania, non monta; ché la fronte era unica; e le indennità assegnateci a carico degli stati successori si sono convertite di fatto in sussidi che generosamente, nonostante la nostra comparativa povertà, noi concedemmo ad essi.

 

 

Altrettanto dicasi delle colonie: gli Stati uniti nulla ricevettero dalla guerra; laddove l’Inghilterra e l’Australia ampliarono i loro possessi coloniali in Asia, in Africa ed in Oceania, a spese della Germania. Gli Stati uniti trassero maggior profitto dalle ordinazioni belliche; ma rimarrà sempre assai memorando l’anno durante il quale i cavatori inglesi di carbon fossile, con la sanzione del governo, costrinsero i consumatori europei e in primo luogo gli italiani a pagare prezzi altissimi di monopolio per il loro carbone. Forseché, inoltre, i noli della marina mercantile, elevatisi negli ultimi anni della guerra e nei primi dell’armistizio ad otto o dieci volte il livello ante bellico, non furono in massima parte lucrati dalla bandiera britannica?

 

 

Questi sono fatti notori e non discutibili; e le offerte di condono quasi totale dei debiti fatte dal Bonar Law e ripetute, sott’altra forma, da altri statisti sono la dimostrazione di uno stato di coscienza, indubbiamente inspirato a criteri superiori di cortesia internazionale, ma nel tempo stesso ossequente ad un imperativo di giustizia. In ubbidienza al medesimo imperativo di giustizia si dovrà tener conto della circostanza che l’Inghilterra da circa otto anni ha la disponibilità del deposito di mezzo miliardo di lire italiane oro fatto a Londra dalla Banca d’Italia e dal tesoro nostro. Sulla sorte del fondo, che rimane di nostra spettanza, dovrà discutersi; ma frattanto dovrà tenersi nota che, nel tempo di guerra, quando la tesoreria britannica aveva d’uopo di fondi aurei cospicui per dirigere la politica monetaria interalleata, l’Italia contribuì alla formazione del fondo con un apporto imponente. Quanto l’esistenza di siffatto deposito abbia giovato alla causa comune discuteranno i periti. Certamente non fu lieve il vantaggio; né può essere trascurato oggi, che si tratta di trarre il saldo finale del dare e dell’avere.

 

 



[1] Con il titolo Stati Uniti e Inghilterra di fronte all’obbligo dell’Italia. [ndr]

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