Premi o dazi?
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 25/08/1961

Premi o dazi?

«Corriere della Sera», 25 agosto 1961

 

 

 

L’accessione dell’Inghilterra al gruppo dei sei paesi del mercato comune pone, tra gli altri, il problema della scelta del metodo da adottare per proteggere l’agricoltura. Tanto l’Inghilterra come i sei paesi del mercato comune proteggono gli agricoltori; ed è questa una delle maggiori difficoltà che si debbono superare nei trattati, come quello di Roma, nei quali si comincia col sancire una unione doganale e si prosegue tentando di unificare il mercato in tante altre maniere reputate, a torto od a ragione, necessarie allo scopo.

 

 

L’impresa di unificare un mercato composto di sei contrade, in ognuna delle quali gli agricoltori erano sospettosi e timorosi della concorrenza degli altri, non era agevole; ma trovava un appoggio nella circostanza che in tutti sei gli agricoltori erano protetti col metodo dei dazi doganali posti contro le provenienze forestiere.

 

 

Gli agricoltori italiani non potevano esportare, ad esempio, vino in Francia senza pagare dazio all’entrata nel paese vicino; e del pari il vino francese non entrava in Italia senza pagare dazio. Il metodo ovvio per unificare i mercati fu quello di ribassare gradatamente con prudenza i dazi sulla importazione del vino francese in Italia e del vino italiano in Francia; e così di tutti i prodotti scambiati tra i paesi del mercato comune; introducendo contemporaneamente un dazio comune all’entrata dei prodotti provenienti dai paesi estranei e destinati al mercato comune.

 

 

Finirà che, dopo un certo numero di anni il vino, ad esempio, circolerà liberamente nel territorio comune dell’Italia, della Francia, della Germania, del Belgio, dell’Olanda e del Lussemburgo; ma il vino spagnolo pagherà dazio all’entrata nel medesimo territorio; e così l’Inghilterra pagherà dazio sui suoi manufatti e prodotti metalmeccanici entrando nel territorio del mercato comune e non in quello dei singoli paesi che lo compongono; e così per converso i prodotti comuni pagheranno dazio all’entrata nel territorio britannico.

 

 

La preoccupazione di pagare un dazio protettivo all’entrata in quel mercato comune che, per il numero dei suoi abitanti, il loro reddito medio elevato e la capacità di acquisto è già oggi uno dei migliori mercati del mondo e diventerà sempre più attraente con il progredire degli scambi reciproci, ha fatto decidere il governo inglese a chiedere di essere ammesso a far parte del mercato comune.

 

 

Fatta astrazione da tutte le altre difficoltà derivanti non da qualche effettivo danno generale che si immagini siano la conseguenza della accessione inglese, ma esclusivamente dai non pochi interessi particolari lesi dalla concorrenza cresciuta, sorge la difficoltà singolare del metodo tenuto dai due gruppi, l’Inghilterra da un lato ed i sei paesi del mercato comune dall’altro lato per proteggere gli agricoltori. I sei paesi proteggono con dazi doganali alla frontiera; l’Inghilterra protegge con premi. I due metodi sono profondamente diversi, anzi opposti; né paiono conciliabili l’uno con l’altro.

 

 

I sei proteggono, ad esempio, contro la concorrenza del vino estero, assoggettando questo ad un dazio d’entrata; il che vuol dire rincarandone il prezzo.

 

 

Se noi supponiamo che il vino nazionale corra al prezzo medio all’ingrosso di 60 lire il litro; laddove quello straniero, che sempre si racconta potere essere quasi regalato a vil prezzo, si vende a lire 40; basta assoggettare il vino straniero ad un dazio di 20 lire all’entrata nel nostro paese, perché lo straniero non possa più vendere in Italia il suo vino ad un prezzo minore di 40 lire all’origine più 20 di dazio. Il metodo del dazio ha per effetto di tenere alto il prezzo del vino all’interno; il che vuol dire uguale al prezzo corrente reputato remuneratore nel paese. Ho scritto 60 lire; ma potrebbero essere 80 o 100, a seconda delle condizioni del mercato e della organizzazione dei viticultori e dei commercianti di vino.

 

 

Il sistema del dazio sembra non costi niente all’erario; anzi frutti qualcosa; ché nonostante la protezione, un rivolo di vino straniero per ragioni di qualità, di tradizione, di gusti seguiterà ad entrare in paese, pagando il dazio di 20 lire. Trattasi, tuttavia, di impressione superficiale ed erronea; ché, se non fosse del dazio, il vino straniero entrerebbe al prezzo di lire 40, che si racconta essere quello di vendita all’estero, a vil prezzo, in Algeria, in Spagna, in Levante; ed i consumatori risparmierebbero 20 lire.

 

 

Il che vuol dire che il dazio provoca due imposte: l’una, e probabilmente minore, visibile, a favore dello stato su quel rivolo di vino straniero che, nonostante il dazio, seguita a venire dall’estero; l’altra, e probabilmente di gran lunga maggiore, invisibile, mascherata nel prezzo a danno dei consumatori, i quali pagano il vino 20 lire ecc. ecc. di più di quanto pagherebbero se i mercati fossero aperti alla concorrenza straniera. Questa seconda imposta non è esatta dall’erario, ma va a favore dei produttori e commercianti di vino, i quali possono venderlo a prezzo relativamente più alto.

 

 

Può darsi che i viticultori o parte di essi, coloro che lavorano a costi alti, non guadagnino nulla vendendo il vino a 60 od 80 o 100 lire al litro, perché il maggior prezzo goduto per la minore concorrenza estera va in spese.

 

 

Ciò vorrà dire che il legislatore ha deciso di non far incassare una certa imposta sul vino all’erario dello stato, come è costume e regola sacra di tutte le imposte per bene, ma di darla invece ai viticultori, in rimborso dei loro maggiori costi di produrre vino. Basta mettersi d’accordo su quello che è il concetto del servizio pubblico e considerare tale la produzione del vino a costi talvolta superiori a quelli esteri.

 

 

Fa d’uopo riconoscere che esistono servizi i quali hanno, per gravare sul fondo delle imposte, minori titoli del servizio di utilizzazione della terra che è quello reso dai viticultori alla società. Sebbene mascherato, il metodo del dazio doganale è causa di vera imposta, che può diventare, invece di rimborso di maggiori spese di produzione, vero lucro netto, quando i viticultori sono bravi e producono a costi uguali a quelli dei forestieri, di 40, 45, 50 lire al litro. Il sistema inglese del premio è l’inverso. Il produttore agricolo di latte, di frumento, di barbabietole ecc. ecc. riceve dall’erario dello stato un premio uguale alla differenza fra il prezzo corrente, liberamente determinato anche dalla concorrenza estera, i cui prodotti entrano senza pagamento di dazio veruno e un ipotetico costo medio di produzione calcolato in seguito a discussione tra le associazioni di produttori ed i rappresentanti del tesoro.

 

 

Se il prezzo di mercato risulta alla resa dei conti alla fine dell’anno agrario di 40 lire; ed il costo medio di produzione del prodotto è d’accordo stabilito in lire 60; ecco il tesoro obbligato a pagare 20 lire ai produttori per unità di derrata messa sul mercato.

 

 

Il metodo è onesto, perché dice pane al pane e vino al vino; e poiché quella è vera imposta, la dichiara tale e la mette a carico del tesoro. Proteggere l’agricoltura, impedire che le terre diventino deserte e si coprano di brughiere selvagge è un servizio pubblico; che deve essere pagato dai contribuenti. Il servizio costa 300 milioni di lire sterline? Se il parlamento giudica che valga la pena di spendere 300 milioni, la spesa sia messa a carico dei contribuenti, come tutti i servizi pubblici in genere. Il metodo del premio non rincara i prezzi; e consente ai consumatori di pane, di latte, di carni di approvvigionarsi ai prezzi di concorrenza mondiale, ossia ai prezzi più bassi possibili.

 

 

Esso tende ad aumentare o a non diminuire la capacità d’acquisto dei consumatori, laddove il metodo del dazio doganale tende a rincarare i prezzi e quindi a scemare il valore della moneta. Perciò il metodo inglese del premio è di gran lunga preferibile a quello del dazio doganale sotto tutti gli aspetti: di chiarezza nei conti, di ostacolo all’aumento dei prezzi e del costo della vita.

 

 

Posto che occorre scegliere fra due mali; ché ambedue i metodi sono un malanno sofferto dalla collettività a vantaggio di minoranze; e che tra due mali il minor male è preferibile, preferisco dunque il sistema del premio.

 

 

Ritengo tuttavia prevedibile che sarà scelto il metodo della protezione doganale. Per una ragione di comodità nel cambiar metodo; i dazi doganali sono in vigore in sei paesi; e quello del premio in uno solo. Siccome sei è maggiore di uno, l’Inghilterra dovrà rassegnarsi, se vorrà entrare nel mercato comune, a proteggere i suoi agricoltori col metodo del dazio doganale anziché con quello del premio.

 

 

Né gli agricoltori inglesi avranno qualcosa da ridire; ché essi troveranno qualche espediente per godere sul proprio mercato qualche privilegio di smercio in confronto alle provenienze estere; ed anche supposta piena libertà di movimento delle derrate agricole entro l’ambito di un allargato mercato comune, in generale l’agricoltore preferisce il prezzo alto garantito da dazi doganali contro l’estero, al prezzo basso anche se confortato da premio. Il premio è noto; si sa che è pagato dall’erario, ossia dai contribuenti; e quindi eccita attenzione e critiche; querele di sacrificio troppo grosso per la collettività; proteste contro l’accertamento troppo largo dei costi di produzione e domande annualmente ripetute di ribassarne il livello. Invece, il dazio doganale non si sa bene in che cosa consista.

 

 

Si sa che è pagato solo dalla merce importata dall’estero.

 

 

Gli effetti sui prezzi correnti delle derrate prodotte all’interno sono considerati controversi. I patroni degli industriali protetti si lamentano che i dazi sono inefficaci, che essi sono controbattuti da una parola ad effetto, detta dumping, o premio di esportazione dato alle derrate estere, premio certo se pagato dallo stato, incerto se privato.

 

 

Tutto sommato credo riuscirà vittorioso nella gara il sistema peggiore dei due, quello continentale del dazio doganale protettivo.

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