Premio di Fondazione Gautieri 1925-1927

Tratto da:

Atti della R. Accademia delle scienze di Torino

Data di pubblicazione: 01/05/1929

Premio di Fondazione Gautieri 1925-1927

«Atti della R. Accademia delle scienze di Torino», vol. 64, 1928-1929, tomo II, pp. 281-288

 

 

 

Onorevoli Colleghi,

 

 

La commissione incaricata di riferire intorno al Premio Gautieri (triennio 1925-1927) ha preso atto che si erano presentati al Concorso, con le opere che saranno in seguito esaminate, i signori professori Gennaro Maria Monti, Luigi Pareti, Nello Rosselli, Pietro Silva.

 

 

La Commissione, esaminando poi la produzione scientifica del triennio ha creduto, come era in sua facoltà, di prendere in considerazione, in aggiunta a quelli presentati al Concorso dagli autori, due opere pubblicate dal prof. A.C. Jemolo durante in triennio.

 

 

In Gennaro Maria Monti (Due grandi riformatori del ‘700, A. Genovese e G.M. Galanti, 1926; Dal Duecento al Settecento, 1925; Le Confraternite medievali dell’alta e media Italia, 1927; Istituzioni ed associazioni romane in Italia ed in Francia durante l’alto medio evo, 1927; Sparano da Bari, 1927; La marina mercantile ed il commercio marittimo napoletano nel secondo periodo borbonico, 1927; Il monastero benedettino di Santa Maria ad Agnone in Napoli, 1925; ecc.) è notevole e anche lodevole una instancabile attività, che lo ha spinto ad indagare tutti gli aspetti della cultura italiana, non solo nel campo della giurisprudenza ma anche in quello delle lettere. La sua produzione scientifica, può forse perfino considerarsi come esuberante. Poiché, se i suoi lavori sono inappuntabili per la larga informazione, per la conoscenza diretta delle fonti, e per la copia dei risultati, lasciano però ancora alquanto a desiderare per la fermezza della costruzione. Il che si rileva sopratutto nei lavori, nei quali egli ha affrontata la storia, non solo più della letteratura giuridica o della giurisprudenza, ma di alcuni particolari istituti. Il più importante dè suoi libri, quello relativo alle Confraternite medioevali italiane, ch’è certo un prezioso contributo espositivo delle origini e dello sviluppo di tali singolari forme della vita religiosa e anche civile italiana, non ci dà però una discriminazione così netta dei vari tipi di Confraternite e una determinazione così completa ed esatta dei loro rapporti con le altre istituzioni ecclesiastiche e civili, come forse si sarebbe potuto desiderare. Ad ogni modo, il giovine autore è meritevole di sincero encomio e d’ogni migliore incoraggiamento.

 

 

Il prof. Luigi Pareti, stabile di Storia antica nella R. Università di Firenze, già noto per altri lavori pregevoli per acume critico e dimostranti larga cultura nel campo della Antichità classica, ha entro questo triennio pubblicato un volume dal titolo: Le origini etrusche: I Le leggende e i dati della scienza (Pubblicazioni della R. Università di Firenze, Sez. di Filologia e Filosofia, N. S., vol. IX), Firenze, Bemporad, 1926. Il volume è diviso in due parti: la prima concernente le leggende sulle origini etrusche; la seconda le origini etrusche in relazione coi dati della archeologia, della filologia e della storia. La prima parte è un vero modello di esame critico di un complesso di tradizioni. L’autore non studia queste tradizioni isolatamente, ma le mette in relazione per saggiare il valore con le altre pervenuteci nelle stesse condizioni e per mezzo delle stesse fonti. Gli riesce così assai facile il dimostrare che le narrazioni di Erodoto e d’Ellanico e dei loro successori, al pari d’altre tradizioni tramandateci dalle stesse fonti con la stessa sicurezza e con varianti più o meno analoghe, non sono tradizioni vere, ma congetture più o meno arbitrarie di scrittori greci, i quali danno per sicuro ciò che è induzione loro o dei loro coetanei, su dati assai incerti di toponomastica, su somiglianze più o meno bene osservate di costumi, su genealogie più o meno arbitrarie e fantastiche. Ad esse si contrappone nettamente la tradizione indigena che può con sufficiente certezza ricostruirsi pure attraverso le alterazioni degli eruditi greci e latini che ce l’hanno trasmessa. Questa tradizione muove dalla autoctonia del popolo etrusco nella Toscana. Essa certamente non ha per sé maggior valore delle tradizioni che consideravano come autoctoni i Greci in Arcadia o nell’Attica, ma ci dimostra ad ogni modo, che gli Etruschi non conservavano alcun preciso ricordo della loro pretesa migrazione per mare dall’Oriente e si concilia assai bene con la ipotesi della loro migrazione antichissima nella regione alpina e della formazione progressiva della loro civiltà in Italia. Studia poi il Pareti accuratamente gli argomenti linguistici, storici, archeologici e culturali, che sono stati addotti a conferma della provenienza orientale degli Etruschi. La sua analisi non convincerà certamente tutti, ma tutti dovranno riconoscere l’acutezza e il rigore metodico, seppure qualche riserva è giusto forse fare per la parte linguistica. Segue nella seconda parte del volume, un tentativo di dimostrazione della tesi che gli Etruschi giunsero nella Toscana dall’Italia settentrionale, e che essi vi pervennero portando con sé la civiltà cosiddetta Villanoviana. La tesi non è nuova ma è precisata in vari punti di notevole rilievo ed è avvalorata mediante una disamina accuratissima di tutti i dati e in particolare di quelli forniti dalle nuove scoperte archeologiche. Se anche non tutti converranno che il problema etrusco sia qui risoluto, tutti apprezzeranno lo studio sagace delle civiltà preistoriche che si svolsero nell’Italia settentrionale e centrale. In ciò, come nella analisi fatta con mirabile sagacia dei dati tradizionali, sta il guadagno positivo che il libro del Pareti reca alla scienza, guadagno del quale dovranno tener conto anche quelli che non accettino la sua tesi fondamentale.

 

 

Nello Rosselli esordisce negli studi storici con un bel volume su Mazzini e Bakounine (Torino, Bocca, 1927), attorno al cui drammatico duello, fatalmente concluso con la sconfitta delle idealità più elevate religiose-morali e col trionfo delle più torbide eccitazioni sociali, ha raggruppato la storia di 12 anni (1860-1872) gravidi di destino pel movimento operaio in Italia.

 

 

Al tema felicemente scelto s’è accinto l’A. con solida preparazione, con vaste indagini in Italia e all’estero: n’è uscita una monografia ben disegnata, ben scritta con grande freschezza di lingua, che a parte inevitabili divergenze di apprezzamenti politico-religiosi ha reale valore storico. Merita dunque il più largo favore – considerando la scarsezza di studi scientificamente condotti sul movimento italiano operaio dell’Ottocento – e costituisce una splendida promessa pè futuri lavori, cò quali l’A. si prefigge di «riprendere il filo della narrazione per condurla almeno fino alle soglie del secolo ventesimo».

 

 

Pietro Silva s’è presentato al concorso con tre pubblicazioni: un profilo, della collezione Formiggini, su Napoleone I; uno studio, comparso nella «N. Rivista storica», sulla politica di Napoleone III in Italia; un volume (Mondadori) sul Mediterraneo dall’unità di Roma all’unità d’Italia.

 

 

La figura di Napoleone I, tratteggiata con vigore, attesta le qualità eccellenti, espositive sintetiche, dell’A.; ma condotto com’è sulla scorta delle maggiori opere della letteratura napoleonica, specialmente del Vandal e del Sorel, il lavoro nulla può recare d’originale, e rientra nel numero delle buone lezioni universitarie, o se vuolsi delle brillanti conferenze divulgative.

 

 

Lo studio sulla politica italiana di Napoleone III, se a ragione reagisce contro apologetiche esagerazioni, incorre d’altra parte a sua volta in apriorismi, non tenendo conto abbastanza che l’azione personale del Sovrano era sempre vincolata ai doveri e alle necessità imperiose di conservazione della dinastia, alle costanti direttive della politica francese.

 

 

Al volume su Il Mediterraneo dall’unità di Roma all’unità d’Italia (1927) fa d’uopo tributare lode per la scelta dell’argomento, la larghezza critica delle ricerche, la quale ha consentito all’autore di illuminare vivamente e rigorosamente l’importanza del grande mare interno attraverso a due millenni di storia, per la eloquente sobrietà, che gli ha consentito di sintetizzare un così ampio seguito di avvenimenti memorandi attorno al perno centrale da lui scelto. L’A. non vuole discutere, ad imitazione del Mahan, il problema se ed in che misura il dominio del mare abbia dato la vittoria agli Stati che si affacciano sul Mediterraneo; od almeno questo problema è visto subordinatamente all’altro: quale fu l’influenza che il desiderio di dominare il Mediterraneo o di partecipare al dominio su di esso ebbe nel determinare guerre, alleanze, lotte tra le potenze mediterranee; e perché quel desiderio di dominio sul Mediterraneo crebbe, si illanguidì e tornò a farsi vivo nelle successive epoche storiche?

 

 

Come in tutti i libri somiglianti per l’impostazione del problema, anche in questo non sempre riesce all’autore di limitare la narrazione o la discussione ai problemi attinenti ed agli avvenimenti in effetto collegati casualmente col mare Mediterraneo. Quando, come succede per il libro del Silva, le diversioni non necessarie sono tuttavia ridotte al minimo, all’opera non si può muovere il rimprovero di unilateralità; anzi bisogna riconoscere il merito di attirare l’attenzione, con voluto silenzio sugli altri fattori, su quel fattore importantissimo di storia che è stato ed è senza dubbio il mare.

 

 

Negli Elementi di diritto ecclesiastico di Arturo Carlo Jemolo (Firenze, Vallecchi, 1927) è contenuta una trattazione, la quale, notevole di già per alcuni suoi pregi di sistematica e di dogmatica giuridica, si raccomanda agli studiosi della storia del nostro paese, perché, primo fra i libri di tal genere, ha stimato di far luogo ad una abbastanza ampia esposizione storica, che traccia i «Lineamenti delle relazioni fra lo Stato e la Chiesa in Italia dalla fine del Settecento ai giorni nostri» (pp. 209-255).

 

 

Esposizione che, opportuna sempre, presenta ora – come ognuno intende – un carattere di tutta speciale utilità di fronte alla nuovissima regolamentazione di tali rapporti nel nostro paese.

 

 

A scrivere il libro intitolato Il Giansenismo in Italia prima della Rivoluzione (Bari, Laterza, data interna, 1927), lo Jemolo si era preparato di lunga mano saggiando per ogni verso il terreno, pressochè inesplorato ed eccezionalmente scabroso, con una serie di studi particolari, a cominciare dal suo libro giovanile Stato e Chiesa negli scrittori politici italiani del Seicento e del Settecento. L’opera presente è quindi il risultato di lunghe indagini pazienti, di una assidua, intensa meditazione, e – questo merita di essere fin d’ora segnalato – di un intimo travaglio d’anima, di fronte a un contrasto, che lo Jemolo definisce a buon diritto «eterno», perché rivive, sia pure mutato di aspetti e di nomi, ad ogni crisi della spiritualità cristiana.

 

 

Tant’è vero che uno dei pregi principali di quest’opera è di avere dimostrato che il Giansenismo italiano non consistette semplicemente in un rapido dilagare della corrente transalpina, rimasta da noi alla superficie, perché mancante di una qualunque polla alimentatrice nel sottosuolo, se così possiamo dire, del sentimento religioso nazionale, ma ebbe nell’Agostinianismo rigido un precursore e quasi preparatore. Poiché, come giustamente rileva lo Jemolo, «l’Agostinianismo rigido non diede poi manifestazioni notevoli di vita fuori d’Italia: si può dire che fu movimento tutto localizzato presso la curia generalizia dell’Ordine, nel convento di via della Scrofa».

 

 

La nota più saliente e davvero caratteristica del lavoro dello Jemolo è questa. La polemica in favore o in odio del Giansenismo, una delle più fiere che la storia ecclesiastica ricordi, si può dire spenta. Da ultimo, almeno presso gli studiosi laici, era venuto prevalendo quello, che possiamo designare, tanto per intenderci, quale il punto di vista o l’indirizzo del Sainte-Beuve. E cioè un guardare il grande moto dal di fuori, con un interessamento essenzialmente intellettuale se anche soffuso di quella simpatia, che ogni animo non opaco o non ostruito da preconcetti o pregiudizi non può non provare di fronte a qualunque fede sincera, disinteressata od eroica. Un passo innanzi per questa via lo è venuto segnando da ultimo il Laporte, integrando quel capolavoro di superiore dilettantismo, se la parola non è troppo forte, quel portento di intuizione e di penetrazione dal di fuori, che è l’opera famosa del Sainte-Beuve su Port-Royal, con una indagine internatasi in tutti i meandri della teologia giansenistica. Lo Jemolo va ancora più in là. Egli ha scrutato, sì, il grandissimo fenomeno con occhio sgombro da ogni prevenzione confessionistica; lo ha approfondito, senza esclusivismi, con l’aiuto di tutti quei mezzi di ricerca che la scienza gli poteva fornire. Ma la sua qualità di credente, la sua fede profonda, fermissima e sensibilissima gli hanno consentito di sentire ciò, che ai semplici spettatori poteva sfuggire, e cioè l’eco, la vibrazione di quei dolorosi laceramenti interni (com’egli li dice nel suo maschio stile concettoso), che tante anime pie hanno provato nell’eterno contrasto. Questo costituisce non solo il carattere differenziale, ma il pregio particolare e anche il fascino di questo libro.

 

 

E ne ha determinato anche la forma. Lo Jemolo ha evitato ogni eccesso di apparato dottrinario o anche semplicemente bibliografico, tanto facile in un argomento, ove la letteratura è così abbondante e quasi ingombrante. Egli va diritto ai concetti, alle loro derivazioni e concatenazioni. Ciò fa che l’opera dello Jemolo si possa designare, a nostro avviso, come il contributo più notevole, che da parte laica si sia dato a quella storia, più spiccatamente nazionale e più a noi prossima, del sentimento religioso, che è nei voti di tutti gli studiosi e che colmerebbe un pò la distanza fra la nostra letteratura e il più delle straniere, ricche a questo riguardo di opere eccellenti ed imponenti.

 

 

Tale è del resto il giudizio che la critica ha dato ormai di quest’opera, la quale (dice uno studioso competentissimo) «è indubbiamente la prima organica e quadrata storia del giansenismo italiano. Lo Jemolo, per copia di informazioni, per sicurezza di giudizi, per preparazione metodologica, per abilità di espositore, si lascia di gran lunga indietro quanti, da presso o da lontano, si sono occupati di argomenti consanguinei al suo … Alcune sue pitture personali, quella del Concina, ad esempio, e quella del malcapitato dè Ricci, hanno il sapore di vere opere d’arte».

 

 

L’esame analitico compiuto dalla Commissione la persuase che tra le opere per varii rispetti pregevoli e degne di lode, sulle quali l’attenzione sua è stata richiamata, spiccassero per la larga, paziente, accuratissima indagine, per il rigore del metodo, per l’importanza dei risultati acquisiti alla scienza storica gli scritti dello Jemolo e del Pareti. Parve difficile alla Commissione lo stabilire tra i lavori attinenti ad epoche ed a problemi così profondamente lontani e diversi una graduatoria di merito. Cosicché, non potendo dare la palma ad un’opera sola, la Commissione è venuta unanime nel divisamento di proporre all’Accademia la divisione del premio Gautieri di storia per il triennio 1925-27 in parti uguali fra i professori Arturo Carlo Jemolo e Luigi Pareti.

 

 

Torino, 18 maggio 1929.

 

 

La Commissione:

 

 

Gaetano De sanctis, Presidente.

 

 

Alessandro Luzio.

 

 

Federico Patetta.

 

 

Francesco Ruffini.

 

 

Luigi Einaudi, Segretario e Relatore.

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