Prestiti esteri e bilancia dei pagamenti internazionali

Tratto da:

Saggi

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/03/1927

Prestiti esteri e bilancia dei pagamenti internazionali

«La Riforma Sociale», marzo-aprile 1927, pp. 97-111

Saggi, La Riforma Sociale, Torino, 1933, parte I, pp. 23-39

 

 

 

1. – L’«Institute of Economics» (26, Jackson Place, Washington, D. C.) è stato fondato dalla Carnegie Corporation, «col solo scopo di accertare i fatti relativi ai problemi economici del giorno e di interpretare questi fatti ad insegnamento del popolo degli Stati Uniti nella maniera più semplice e chiara». L’istituto «deve essere governato dai suoi amministratori senza preoccuparsi degli interessi particolari dei differenti gruppi politici, sociali ed economici»; ed affinché «i membri dell’istituto godano la libertà  che per assioma è necessaria al progresso scientifico», gli amministratori hanno adottato la seguente mozione: «Il dovere fondamentale degli amministratori non è di esprimere le loro opinioni sulle investigazioni scientifiche condotte dall’istituto, ma soltanto di far sì che il lavoro scientifico sia compiuto sotto i più favorevoli auspici».

 

 

2. – Per spiegare con linguaggio più famigliare alle nostre abitudini che cosa sia l’istituto, io lo definirei come una specie moderna del genere antico «Accademia». Nei secoli XVII e XVIII le accademie erano state fondate e dotate dai principi illuminati del tempo allo scopo di consentire ad un limitato numero di cultori delle scienze l’opportunità di attendere allo studio senza preoccupazioni materiali e senza obbligo di insegnamento. Quelle pensioni da 600 a 1.200 lire annue che oggi hanno perso quasi ogni valore economico, sono i relitti monetari di assegni, identici nella cifra numerica e ben più sostanziosi nella realtà economica, i quali permettevano agli accademici di sperimentare e di speculare e imponevano l’obbligo di comunicare gli uni agli altri ed al pubblico i risultati ottenuti sperimentando e speculando. Le accademie moderne non adempiono più a tale loro ufficio, che un tempo era il fondamentale; e per la tenuità ognor più evanescente delle cifre degli assegni, i membri delle accademie sono costretti a trarre i mezzi di vita dall’insegnamento universitario o da altri uffici pubblici o privati. Il che non vuol dire che l’antico bisogno sia venuto meno; e ne è prova, nei paesi in cui l’alta cultura è sovrattutto alimentata dalle fondazioni testamentarie private e dalle donazioni in vita di uomini convinti del valore della scienza, il sorgere di istituti destinati non ad apprestare mezzi all’insegnamento sibbene a rendere possibile, come dicono gli amministratori dell’«Institute of Economics», il lavoro scientifico sotto i più favorevoli auspici.

 

 

Non deve far meraviglia che non pochi studiosi preferiscano la posizione di accademico a quella di professore: sono tante le ore di lezione, di classe e di seminario a cui debbono attendere gli insegnanti delle università americane (da 25 a 30 ore settimanali in media) che ben poco tempo, fuor delle vacanze, rimane all’insegnante per studiare; e ben si potrebbe dire che la formazione dell’insegnante sia non di rado trasformata dal troppo insegnare. Gli istituti del tipo di quello di Washington offrono uno sfogo agli uomini, la cui vocazione è prevalentemente quella di indagare, elaborar materiale, e presentare al pubblico i risultati dei propri lavori. Si insegna altrettanto bene scrivendo, come parlando; e forse verrà  il giorno in cui si compierà  una divisione di lavoro tra coloro i quali non hanno propensioni didattiche ed avranno modo di attendere unicamente allo studio ed allo scrivere, quelli che, senza portare contributi propri alla scienza, hanno attitudini particolari per insegnare e finalmente coloro che, veri e soli maestri, hanno nel tempo stesso la virtù dello scrivere e dell’insegnare. La difficoltà massima nella selezione dei membri della prima categoria sta in ciò che troppi credono di essere chiamati a scoprire e divulgare nuovi veri e troppi però lo crederebbero se potessero anche fruire di un piatto sufficiente a farli vivere in dignitoso ozio accademico, temperato dal comodo obbligo di qualche periodica comunicazione. Sicché probabilmente è buon consiglio che lo Stato moderno non si impacci di stipendiare «scienziati» come tali e lasci alle università il compito di una spontanea divisione del lavoro tra i diversi tipi di studiosi. Il metodo prevalente delle fondazioni private elimina negli Stati Uniti, per quanto nelle umane faccende è possibile, il pericolo dei «canonicati» senza rendimento effettivo.

 

 

3. – Presidente dell’istituto è Robert S. Brookings, fondatore ed animatore per lunghi anni della «Washington University» di San Louis ed ora presidente della «Brookings’s School» a Washington, originale tipo di scuola, a numero limitatissimo di allievi, per le scienze economiche e politiche. Direttore è professore Harold G. Moulton, ben noto anche tra noi per i suoi scritti monetari e bancari. Con lui lavorano una ventina di studiosi, con frutto ragguardevole. Ho sott’occhio, tra quelli pubblicati, una mezza dozzina di scritti egregi: American Agriculture and the European Market, in cui Edwin S. Nourse ha cercato di rispondere alla domanda: in quale rapporto si trova l’agricoltura americana col mercato europeo prima base per risolvere il problema della crisi gravissima in che, dopo la passeggera prosperità bellica, si travaglia il farmer americano, – Making the Tariff in the United States, nel quale Thomas W. Page studia criticamente i metodi usati nel suo paese per preparare le tariffe doganali e ne propone la riforma, – The Federal Intermediate Credit System, in cui Claude L. Beuner studia le origini, l’organizzazione e la portata delle istituzioni di credito create dallo Stato per rimediare alla anzidetta crisi; mentre Harold G. Moulton studia The Preparation Plan, egli stesso in collaborazione con Cleona Lewis indaga The French Debt Problem, e di nuovo il Moulton in collaborazione con Leo Pasvolsky approfondisce Russian Debts and Russian Reconstruction, e Guy Greer esamina The Ruhr – Lorraine Industrial Problem.

 

 

Sul problema della ricostruzione economica nel dopo guerra l’istituto ha condotto parecchie indagini, di cui sono frutto altri volumi come il Germany’s Capacity to pay del Moulton, ed un ultimo del Mc Guire sulla posizione economica internazionale dell’Italia, da cui il presente articolo vuole prendere le mosse per esaminare un punto di particolare importanza per l’Italia nel presente momento[1]. La fatica di una persona sola non sarebbe bastata a produrre questi volumi. Trattasi di lavori, i quali, sebbene concepiti ed elaborati e messi in carta da una sola penna richiedono la collaborazione necessaria, anche se non visibile, di bibliotecari che apprestino il materiale bibliografico, procaccino libri e pubblicazioni ufficiali, di competenti che facciano calcoli, di segretari che scrivano lettere. Allo studioso dei paesi europei spesso è reso impossibile il compiere lavori di lunga lena dal difetto di strumenti di lavoro atti a diminuire la fatica materiale della ricerca e della elaborazione. Come un illustre economista americano, famoso in tutto il mondo per la sua scelta, rigorosa ed abbondante produzione scientifica, sia capace di tanto, si spiega soltanto quando si sa che nel pianterreno del suo bel cottage nella Nuova Inghilterra è installato un vero laboratorio con una ventina di impiegati, con macchine calcolatrici e risparmiatrici di fatica materiale, con cataloghi, schedari ed incarti di ogni fatta. Può darsi che tutta questa abbondanza di strumenti renda troppo copiosa e troppo facile la produzione; ma resta da vedere se il metodo del lavoro individuale non moltiplichi altrettanto la ripetizione di vecchie diatribe su motivi frusti.

 

 

4 – Certo è che al sistema di lavoro aiutato da una collaborazione organizzata, oltreché all’acume ed alla diligenza dell’autore, noi dobbiamo questo volume, il quale è il primo, dopo tanto tempo trascorso dalla comparsa delle opere del Plebano e Musso[2] e del Sachs[3], il quale dia in lingua straniera una idea esatta e precisa della situazione economica italiana. Certo, leggendolo attentamente, si avvertono qua e là alcune incomprensioni o, se vogliamo così chiamarli, errori di fatto. A me, che li volli contare esattamente, non mi riuscì di arrivare ai cinquanta: di cui una buona parte semplici errori di forma o, meglio che errori, punti disputabili, in cui è lecito serbare opinioni contrastanti. Chi sia pratico della difficoltà  indicibile per uno straniero di penetrare addentro nella storia, nella psicologia, nella legislazione, nella interpretazione delle fonti statistiche di paesi stranieri, concluderà probabilmente che quel numero sia incredibilmente piccolo per un compatto volume di quasi seicento pagine. E questi piccoli difetti, facilissimamente riparabili in una seconda edizione, sono agli occhi nostri italiani largamente compensati dalla soddisfazione e, direi quasi, dalla sorpresa di vedere uno straniero studiare con tanto amore e tanta scrupolosità  le fonti italiane, paragonarle e discuterle, sì da cavarne fuori un quadro che, migliore, ancora non fu compilato in tempi recenti da alcun italiano.

 

 

Il libro è distinto in testo ed appendici: più sobrio e sintetico il primo, più diffuse e specializzate le seconde. Ottima struttura di libro, la quale facilita la lettura alla persona colta, che voglia colpire di un problema le linee essenziali e non dà noia allo specialista, il quale può ricorrere alle appendici per la dimostrazione dei problemi controversi e delle conchiusioni affermate nel testo. Dodici sono i capitoli del testo e trattano delle risorse fondamentali dell’Italia (I), della bilancia internazionale italiana dei pagamenti (II), dei bilanci e del debito pubblico prima della guerra (III), della situazione finanziaria dopo il 1914 (IV), delle condizioni dell’agricoltura (V), dei problemi dell’industria (VI), della pressione della popolazione e dell’emigrazione (VII), della circolazione e dei cambi (VIII), dell’aggiustamento dei debiti di guerra (IX), delle prospettive di stabilizzazione (X), e di quelle per la bilancia dei pagamenti internazionali (XI), e dell’interesse economico prevalente dell’Italia e conseguente politica nazionale (XII). Sette sono le appendici e si dilungano, in caratteri di stampa più fitti, da carte 259 a carte 567, ossia per ben più della metà  del volume. Le prime sei: sulla bilancia internazionale dei pagamenti dell’Italia, sul congegno del bilancio statale, sui debiti pubblici, sul sistema e sulla politica tributaria, sulla politica commerciale e doganale, sulla circolazione e sulle banche sono di fattura del Mc Guire; la settima, sulla «situazione economica presente dell’Italia paragonata agli anni antebellici» (pag. 512 – 567) e la traduzione della memoria preparata dal professor Corrado Gini per la documentazione economica e statistica presentata dal governo italiano a quello degli Stati Uniti in occasione delle trattative per la sistemazione del debito di guerra. Gli studiosi sono così messi in grado di leggere una delle elaborate memorie redatte dai periti della commissione italiana, memorie le quali non furono peranco divulgate per le stampe e sono quindi intieramente ignote al pubblico italiano.

 

 

Il Mc Guire utilizza largamente anche altre memorie della stessa documentazione, di cui una copia gli fu comunicata e la ricchezza delle sue informazioni acuisce negli studiosi italiani il desiderio di usufruire liberamente anch’essi di così preziosa fonte di notizie.

 

 

5. – Lo spazio limitato costringe a dar conto particolareggiato solo del contenuto dei capitoli finali, nei quali l’A., giunto al termine della esposizione storica, espone giudizi, consigli e pronostici.

 

 

Il Mc Guire non crede che i problemi più difficili da risolvere siano quelli del pareggio del bilancio e della sufficienza della riserva metallica. Una vigorosa politica monetaria può ridurre l’avanzo dei futuri esercizi, può anche trasformare l’avanzo in un temporaneo disavanzo. Tuttavia, nemmeno in questo caso ci sarebbe, data la buona situazione creditizia dello Stato italiano, da temere un tracollo dei cambi. La riserva metallica posseduta dalla Banca d’Italia, corrisponde, al presente livello dei cambi, all’incirca al 30 % della circolazione (tenendo conto del fondo oro proveniente dal prestito Morgan, al 40 per cento); e tale proporzione appare a lui bastevole, ove siano disponibili aperture di credito per i momenti di necessità, a consentire la ripresa graduale dei pagamenti in specie metalliche. Il problema più grave per l’Italia, secondo il Mc Guire, sia nella bilancia dei pagamenti internazionali. «Il compito di convertire gli avanzi di bilancio in valute estere, disponibili in conseguenza della vendita di merci all’estero e di servizi resi a forestieri in eccesso delle compre di merci e di servizi forestieri, costituirà indubbiamente il massimo problema italiano per molti anni avvenire».

 

 

In un paese, come l’Italia, in cui le materie alimentari costituiscono dal 25 al 30 per cento del valore totale delle merci importate, le materie prime e parzialmente manufatte quasi il 60 per cento, ed i manufatti solo il 15 per cento, in cui l’incremento futuro della produzione agricola interna è destinato ad essere assorbito dal rapido incremento della popolazione, né si deve sperare in una diminuzione delle importazioni delle materie prime se si vuol dar lavoro alla popolazione industriale crescente, in cui al più si potranno ridurre di qualcosa le compre di manufatti, è giuocoforza concludere che le probabilità maggiori sono a favore non di una diminuzione, ma di un incremento delle importazioni complessive. Occorrerebbe, a guisa di compenso, che l’Italia fosse capace di esportare manufatti fini, incorporanti cioè una maggior proporzione di lavoro dei suoi operai. Su questa strada essa dovrà fronteggiare una viva concorrenza e sormontare cresciute barriere doganali. Il successo dipenderà In parte dalla tendenza futura del livello dei prezzi. Se il livello mondiale dei prezzi dovesse aumentare, a parità  di altre condizioni il disavanzo della bilancia commerciale crescerà; e diminuirà  invece se il livello dei prezzi dovesse scemare. Se il livello dei prezzi-oro dovesse rimanere invariato, la cifra di 1,5 miliardi di lire-oro pare all’A. costituisca il minimo probabile del disavanzo commerciale nel prossimo futuro. A questa cifra bisogna aggiungere il pagamento di una somma da 600 ad 800 milioni di lire-oro a titolo di interessi sui debiti esteri pubblici e privati, consolidati o in conto corrente.

 

 

Contro un disavanzo per saldo della bilancia commerciale ed interessi passivi variabile da un minimo, in caso di prezzi mondiali decrescenti, di forse 1.500 milioni ad un massimo, a livello costante di prezzi, di 2.300 milioni di lire-oro, il Mc Guire calcola un’entrata di circa 1.500 milioni di lire-oro per rimesse di emigranti, spese di viaggiatori forestieri, guadagni della marina mercantile, ecc., ecc., già  tenuto conto di un aumento nelle spese dei forestieri a compenso di una probabile diminuzione nelle rimesse degli emigranti. L’equilibrio potrebbe raggiungersi solo se il disavanzo della bilancia commerciale potesse ridursi del 50 per cento, ossia, si può aggiungere, tenendo conto dei dati posteriori al momento in cui l’A. licenziava per le stampe il suo volume, se avesse carattere permanente quel miglioramento che si osservò nelle statistiche commerciali dei cinque ultimi mesi del 1926: disavanzo di appena 678,4 milioni contro 1.638,1 nell’anno precedente.

 

 

Forse il Mc Guire ha dato un peso troppo piccolo alla inesattezza congenita alle statistiche del commercio internazionale; per cui le cifre denunciate dagli importatori sono od erano, fino a poco tempo fa, scrutinate assai severamente dai doganieri, per accertare i dazi posti sulle merci introdotte dall’estero, laddove le denuncie dei valori delle merci esportate erano assai più trasandate. Il Mc Guire ha già, in verità, ridotto di 463 milioni di lire- carta per il 1922 (pag. 307), di 603 per il 1923 (pag. 315) e di 570 per il 1924 (pag. 319) il disavanzo della bilancia commerciale per tener conto delle voci non del tutto o non compiutamente comprese nelle statistiche. Ma, forse, l’errore in meno nella cifra delle esportazioni era assai maggiore; e v’ha taluno,autorevolissimo per indagini compiute, che, con non poca mia meraviglia, lo valutava fino a 6 miliardi di lire all’anno. Oltre la trascuraggine nello scrivere e nel controllare cifre senza portata pratica, l’errore in meno avrebbe, per lo passato, tratto origine dal desiderio negli esportatori di tener nascosta la cifra vera dei loro crediti per merci esportate, sì da potere, a loro agio, più facilmente serbare all’estero in parte il ricavo delle esportazioni, al sicuro dai pericoli di cambio od altri che immaginavano patite in paese. Oggi l’errore dovrebbe essere grandemente scemato di importanza, in virtù delle rigide norme disposte per la valutazione delle merci esportate; tanto rigide che taluno teme già abbiano a cagionare un errore inverso nelle statistiche commerciali; cosicché laddove prima il disavanzo appariva notevolmente maggiore di quello che effettivamente era, oggi apparirà di qualche po’ minore. Il timore parmi, tuttavia, di lieve portata; e giova sperare che, posto rimedio all’errore di ingrossamento immaginario del disavanzo, tra qualche tempo ci si possa formare una più esatta valutazione di questa primissima tra le partite del dare e dell’avere. Per ora, forse, la conclusione più sensata pare sia quella di assumere pareggiata negli ultimissimi anni la bilancia dei pagamenti internazionali, fatta astrazione delle ondate di importazione e di esportazioni dei capitali dovute a motivi politici, a paure monetarie e simiglianti cause che, se hanno veste e conseguenze economiche, hanno cause poste fuori dell’economia.

 

 

6. – Che cosa sarà dell’avvenire? Molto, certo, dipenderà  dall’uso che sapremo fare dei grossi prestiti in dollari, in sterline, in fiorini olandesi e in franchi svizzeri che andiamo contrattando questi tempi. L’opinione del Mc Guire su questo punto è nettamente restrittiva. Traduco letteralmente tutto il brano: «L’Italia deve, per fermo, limitare l’aumento dei prestiti fatti all’estero. Noi non intendiamo dire che si debba opporre una barriera automatica contro le ordinarie operazioni di credito necessarie per condurre in porto il pagamento delle importazioni. Queste operazioni debbono crescere alquanto a mano a mano che il volume del commercio internazionale cresce e che il reddito nazionale aumenta. Fintantoché l’incremento delle operazioni ordinarie di prestito è proporzionato alla maggiore attività economica del paese, non vi può essere grande pericolo che l’Italia si carichi di un peso troppo forte. Ma non è irragionevole pensare che il debito privato contratto all’estero, sia in conto corrente, sia a scadenza lunga, non debba essere lasciato crescere rapidamente. La linea della minore resistenza per l’Italia è di continuare a far largamente debiti all’estero per scopi sia pubblici, sia privati. Se si bada solo alla teoria che nuovi prestiti esteri renderanno possibile una produzione più economica, si può giustificare, a primo aspetto, qualunque cifra di nuovi indebitamenti. Non bisogna però scordare che l’obbligo di pagare all’estero interessi esercita una cresciuta pressione sui cambi e che, se le desiderate migliorie interne potessero compiersi senza ricorrere a prestiti esteri, la situazione nel suo complesso risulterebbe sostanzialmente più forte. Vi è, invero, oggi scarsezza di mezzi liquidi in Italia; e questo fatto stimola e sembra giustificare il ricorso a nuovi crediti esteri. L’Italia si trova, tuttavia, alla vigilia di un periodo di riaggiustamenti finanziari e di deflazione. Quando il periodo di depressione avrà termine, il mercato monetario italiano si troverà grandemente sollevato e l’emissione di prestiti interni a più moderati saggi di interesse diventerà  nuovamente possibile così come è stato di altri paesi posti in condizioni simiglianti. Tutt’al più, i prestiti esteri possono soltanto prolungare il periodo di inflazione e posporre l’avvento della stabilità finanziaria; non possono ovviare alla necessità di un equilibrio definitivo di prezzi e di un aggiustamento negli affari.

 

 

«Ancora, se l’Italia si sobbarca oggi a forti oneri verso l’estero per favorire il proprio sviluppo industriale, il costo sarà dell’8 per cento o più; e ciò significherebbe non solo caricarsi eccessive spese generali per un lungo periodo di tempo, ma altresì complicare notevolmente il problema del mantenimento della stabilità dei cambi esteri. Nuovi crediti esteri non dovrebbero perciò, sembra, essere assunti se non allo scopo di agevolare la stabilizzazione finanziaria. Per qualche anno, altresì, sarebbe saggia politica nazionale: primo tenere fermo al minimo il totale degli accreditamenti ricevuti dall’estero; secondo consolidare la massa delle obbligazioni in conto corrente a credito di stranieri; terzo cercare di convertire ad un più basso saggio di interesse tutti i prestiti pubblici e privati contratti verso stranieri. I debiti esteri pubblici e privati dell’Italia sono grandemente cresciuti in conseguenza della guerra senza un corrispondente miglioramento della potenza produttiva del paese; e quasi tutti questi debiti, eccetto quelli verso governi esteri, sono stati contratti a saggi relativamente alti di interesse. Carichi crescenti di interesse, se non siano frenati diventeranno minacciosi per la conservazione dell’equilibrio finanziario; e gli indebitamenti in conto corrente, se non siano consolidati, turberanno permanentemente la stabilità  dei cambi. Ove si tenga conto delle incertezze relative al futuro del commercio italiano e dei guadagni per rimesse di emigranti, servizi resi a forestieri e simili, ogni sforzo dovrebbe ovviamente essere fatto nei prossimi anni per ridurre il carico degli interessi pagabili all’estero. Se gli interessi dovuti ai detentori esteri di titoli di prestito italiani, pubblici e privati, continuano a crescere, il paese finirà  di non potere sfuggire a gravi difficoltà di cambio nel giorno in cui i carichi annui dei debiti di guerra comincieranno ad avvicinarsi al massimo» (pag. 247 a 250).

 

 

7. – I lettori veggono ora perché ho ritenuto pregio dell’opera riprodurre per disteso questa pagina. Di solito, si rimprovera agli stranieri (americani del nord), di volerci far prestiti per potere dominare le nostre industrie e di volerci infliggere un loro cosidetto tipo-oro allo scopo di garantirsi meglio il servizio dei prestiti che intendono farci; e si ha da molti l’impressione che le banche degli Stati Uniti concepiscano l’Europa (e l’Italia con essa) come un territorio quasi coloniale in cui impiegare ad alto frutto i capitali esuberanti al loro paese. Qui, invece, uno straniero, un americano, dopo avere studiato a fondo la struttura economica del nostro paese con, tanta diligenza, preparazione e simpatia come sinora non era accaduto, dalla guerra in qua, a nessun altro, conclude: «l’Italia deve difendere se stessa dalla tentazione di assumere prestiti da noi, dagli Stati Uniti. Noi siamo in grado, per la richiesta di capitali che esistono nell’interno del nostro paese e per le numerose richieste che ci vengono dal di fuori, di farci pagare questi prestiti molto cari, troppo cari. Peggio, noi talvolta pretendiamo ed otteniamo di fare prestiti sotto la forma del conto corrente, sì da poterne chiedere il rimborso ad ogni stormir di fronde. A voi, italiani, non conviene né l’una cosa né l’altra; non i prestiti ad alto saggio e non gli accreditamenti in conto corrente, perché voi mettereste in pericolo la stabilità dei vostri cambi e la solidità della vostra struttura economica. Se voi chiedete prestiti, noi ve li faremo, perché vi riteniamo buoni debitori; ma vi avverto che potreste, così operando, danneggiare voi stessi».

 

 

8. – L’avvertimento è dato in buona fede, dopo lunga meditazione; epperciò fa d’uopo che anche noi lo meditiamo seriamente. Che debba essere osservato il consiglio di ridurre al minimo le aperture temporanee di credito e gli accreditamenti in conto corrente in banca non v’ha dubbio; nessuna servitù essendo più acerba del debito che si può essere chiamati a rimborsare a vista o con avviso brevissimo. Nessuna politica seguitata di difesa monetaria può soggiacere alla minaccia di richiami improvvisi di depositi temporanei per centinaia di milioni di lire-oro.

 

 

9. – Quanto ai prestiti consolidati, fa d’uopo distinguere tra prestiti di Stato e prestiti privati. È nota la destinazione del prestito emesso dallo Stato italiano negli Stati Uniti per mezzo della ditta Morgan. Il valsente fu trasferito in natura ossia in oro od in certificati d’oro alla Banca d’Italia contro cancellazione di un equivalente debito dello Stato verso la Banca. Oggi quella somma è proprietà  della Banca d’Italia e fa parte della sua riserva metallica. Lo Stato ha il carico degli interessi (7 milioni di dollari all’anno) e dell’ammortamento (1,5 milioni di dollari) del debito contratto. A quest’onere non corrisponde nell’economia nazionale nessun diretto incremento di reddito. L’Italia dovrà farvi fronte con una restrizione dei consumi o dei risparmi fatti sul reddito già esistente. Tuttavia, se il prestito era la condizione necessaria per ricostituire la riserva aurea ad un livello sufficiente a consentire la ripresa futura dei pagamenti metallici, esso sarà  stato il meno oneroso ed il più giustificato di tutti i prestiti esteri. Non ci deve indurre in timore il malo esito del prestito Magliani dei 644 milioni di franchi-oro, fatti venire d’Inghilterra e d’altrove con gran sacrificio nel 1851 e nel 1882, quando si volle abolire il corso forzoso ed emigrati dippoi senza lasciare alcuna traccia di bene, quando il cambio ricominciò a salire. Affinché ciò non succeda, basta che la circolazione cartacea fiduciaria sia, dopo la ripresa dei pagamenti metallici, – prima non occorre preoccuparsene, perché tutte le riserve, antiche e nuove, in regime di corso forzoso hanno valore puramente psicologico o morale e non corrono mai rischio di ridursi – governata in modo da non eccedere la quantità necessaria agli scambi interni al livello prescelto dei cambi. Il che dipendendo esclusivamente da noi, l’onere di interessi e di ammortamento del prestito Morgan apparirà lieve in confronto al vantaggio della conseguita stabilità monetaria.

 

 

10. – Per i prestiti privati, altro è il discorso. Sia che il loro valsente sia speso dai debitori privati contraenti sia che essi lo cedano, come consentono recenti decreti, al tesoro, la loro sostanza economica si riduce all’importazione di una data quantità di merci pagate colla cessione al venditore straniero del credito aperto all’estero a favore del debitore. Il prestito di 10 milioni di dollari contratto da una società elettrica a New York non fa importare 10 milioni di dollari in oro in Italia. La società non ne trarrebbe alcun pro, ché con i dollari-oro essa non paga in Italia operai, non compra macchine o cemento o filo di rame. Essa può utilizzare direttamente i dollari avuti in prestito per comprare all’estero macchine o filo di rame, ovvero può cedere i dollari ad altre ditte – od al tesoro il quale a sua volta, non avendone bisogno per accrescere la riserva metallica, per ipotesi o definizione già sufficiente ai suoi scopi, li rivende, per mezzo dell’istituto dei cambi, a ditte bisognose di valute estere – affinché i cessionari possano con essi pagare merci o macchine importate. Il prestito estero ha sempre avuto – fatta eccezione dei casi simili a quello Morgan di ricostituzione materiale fisica della riserva metallica – questo significato: consentire l’esportazione di merci dal paese mutuante e l’importazione di merci nel paese mutuatario senza corrispondente importazione od esportazione di merci o servigi in pagamento.

 

 

Nel momento in cui il prestito si contrae, crescono le esportazioni dagli Stati Uniti ed aumentano le importazioni in Italia. Gli Stati Uniti si contentano di essere pagati con la promessa di un certo numero di annualità  di dollari scaglionati nel tempo; e sembra che essi, per l’incremento delle esportazioni, abbiano quella che si suol dire una bilancia «favorevole», il che in questo caso significa possedere un credito di più. L’Italia importa merci e le paga con quella tal promessa; e si dice perciò anche che essa ha una bilancia «sfavorevole», ciò volendo significare che sono cresciute le sue importazioni senza necessità di esportare subito altrettanta merce in pagamento.

 

 

Questa necessità sorgerà quando dovremo pagare le annualità  promesse. Un prestito di 10 milioni di dollari importa al 7 per cento, tra interesse, rata di ammortamento e spese, una annualità di 1 milione di dollari per venti anni. Siccome in Italia non esiste la coltivazione dei dollari, converrà che la società elettrica aumenti, grazie al buon impiego dei 10 milioni avuti in prestito (o merci o macchine o filo di rame, ecc., avuti in cambio dei 10 milioni), il suo reddito netto di 1 milione di dollari all’anno, al di là di quanto sarebbe accaduto se essa non avesse contratto il prestito. Se questo accadrà, il prestito non avrà  fatto né guadagnare né perdere nulla alla società od all’Italia. Guadagneremo se, grazie al prestito, il reddito netto della società crescerà  di più di 1 milione di dollari; perderemo se il reddito netto crescerà di meno di 1 milione. In ogni caso, sia che si guadagni o si perda, per vent’anni dovremo pagare 1 milione di dollari; ossia esportare merci (o servizi) del valore di 1 milione di dollari senza ricevere nulla in cambio.

 

 

Nel momento in cui si indebita, l’Italia ha perciò una bilancia commerciale «sfavorevole»; e l’ha «favorevole» nel momento in cui si sdebita.

 

 

Conclusione: i debiti privati all’estero sono vantaggiosi quando vi sia affidamento che essi daranno luogo ad un incremento di produzione netta nazionale almeno uguale all’onere di annualità passiva del debito.

 

 

11. – Non bisogna pretendere dai creditori stranieri uno scrutinio troppo rigoroso sull’esistenza effettiva della condizione. Se, invece di prestiti, essi facessero investimenti in azioni o carature di comproprietà, se diventassero soci e non creditori, si potrebbe sperare che essi investissero solo a ragion veduta; dico sperare e non essere certi, poiché talvolta si investono, da forestieri e nazionali ugualmente, capitali in un’impresa anche perché si spera in una sua fioritura momentanea e si fa conto di svignarsela prima che giungano i dì della tempesta. Ma quando si tratta di mutui ipotecari, come sono per lo più quelli recentemente contratti, al creditore basta avere una buona garanzia. Si fanno stime prudenziali e si impresta il 30 per cento del valore di stima. Anche se l’azienda andrà male, anche se l’aumento di reddito sperato non verrà, perderanno gli azionisti italiani, non mai il creditore estero. Fu detto: il prestito estero al 7 per cento giova perché libera il debitore italiano da prestiti jugulatori italiani al 10 o 12 per cento. Si domanda: da che nasceva il jugulamento? Dall’aver fatto il debitore il passo più lungo della gamba, investendo tutto il disponibile proprio ed al di là in impianti fissi e rimanendo privo di circolante? È probabile che quella impresa sia in parte fondata sull’entusiasmo irreflessivo dei tempi di inflazione; e ad ogni modo richieda una ricostruzione. Il prestito estero ritarderà il momento della ricostruzione; non sempre la eviterà. Ed in ogni modo, il prestito non conduce per sé ad un aumento di produzione nell’impresa. Rimane libero il capitale jugulatorio italiano, che non potrà più ricevere dall’impresa liberata il 10 o il 12 per cento. Il migliore assetto dell’impresa liberata dall’usura interna più il reddito del capitale d’usura divenuto libero creeranno un aumento di reddito almeno uguale all’onere del prestito estero? Ecco la domanda alla quale non si può sempre dare una sicura risposta affermativa.

 

 

12. – Ancora: quale influenza eserciteranno i prestiti esteri sulla formazione interna del risparmio? A primo tratto non si vede la ragione per cui il risparmio nuovo interno debba variare di quantità . Ma si rifletta che da due anni i depositi presso le casse di risparmio e le banche sono in Italia stazionari; e si dovrà concludere che il nuovo risparmio in Italia oggi è di due specie: la prima è il risparmio individuale direttamente impiegato nelle migliorie agrarie dall’agricoltore, nelle costruzioni edilizie, dal medio ceto e dagli operai desiderosi di casa propria, e dagli industriali nel ricreare il fondo circolante perso di vista negli anni allegri dell’inflazione; e la seconda è il risparmio collettivo delle società  per azioni, le quali mandano a riserva, palese o nascosta, parte dei loro utili invece di distribuirli agli azionisti. Su questa seconda parte i prestiti esteri possono agire in modo nocivo, inducendo gli amministratori a continuare a ripartire utili, che sarebbe meglio mandare a riserva. In uno studio pubblicato nel fascicolo di gennaio-febbraio (1927) di questa rivista (Per la ricostruzione dei bilanci delle società anonime) ho insistito sulla necessità  di essere avarissimi di dividendi nei tempi di rivalutazione monetaria. La facilità  di contrarre prestiti esteri può, allontanando il consiglio della prudenza, distrarre dai necessari accantonamenti. Non basta perciò che il prestito estero sia riproduttivo della propria annualità di interesse e di ammortamento; occorre anche che esso non distragga gli italiani da quella rigidezza di condotta economica che in questo momento è particolarmente necessaria. L’importanza assunta oggi dal risparmio collettivo (riserve delle società  anonime) in confronto all’antica maniera del risparmio individuale, deve far riflettere al pericolo che il prestito estero diventi per gli amministratori delle grandi società anonime il mezzo per sfuggire alla spiacevole necessità di annunciare la sospensione o la riduzione del dividendo pur guadagnato.

 

 

13. – Non discuto il problema successivo del modo di trasferire all’estero le annualità di interesse e di ammortamento. Non è problema tecnicamente trascurabile; ma parmi secondario di fronte all’altro di essere sicuri di avere, quella annualità, prodotta davvero al netto e davvero in più di quella che si sarebbe avuta, tenuto conto di tutti i fattori, compreso il risparmio nuovo che, senza il prestito, si sarebbe formato. Se ci sarà una produzione netta nuova, derivante dall’impiego del ricavo del prestito, ciò vorrà dire che la produzione italiana sarà divenuta relativamente più copiosa di quanto altrimenti sarebbe accaduto; e quindi i prezzi saranno più bassi e dunque esisteranno le condizioni per un incremento di esportazioni. Difficoltà a forzare le vie dei mercati esteri ci saranno pur sempre ed il Mc Guire acconciamente le mette in luce; ma saremo anche più agguerriti per affrontarle, se sapremo produrre a più bassi costi assoluti e comparativi. Il problema è tutto lì: il prestito estero non deve essere soltanto per il debitore italiano un espediente per salvarsi da difficoltà finanziarie, per procacciarsi un capitale circolante malamente immobilizzato negli anni scorsi in impianti fissi, e per evitare agli azionisti il dispiacere di non ricevere gli usati dividendi. Deve essere, esclusivamente, lo strumento per ribassare i costi di produzione relativamente ai paesi concorrenti e per consentire all’Italia di crescere con profitto, insieme con la produzione nazionale a vantaggio della popolazione crescente, la massa delle esportazioni di una quantità almeno uguale a quella occorrente al servizio del prestito.



[1] Italy’s International Economic Position by CONSTANTlNE E. Mc GUIRE (New York, The Macmillan Co., 1926, un volume di pag. 18esimo 588. Prezzo dollari 3).

[2] A. PLEBANO et G.A.MUSSO, Les finances du Royaume d’Italie considerees par rapport à l’histoire, à l’economie publique, à l’administration et à la politique (Paris, Guillaumin, 1863).

[3] ISIDORE SACHS, L’Italie, ses finances et son developpement economique depuis l’unification du Royaume, 1859-1884, d’apres des documents officiels (Paris, Guillaumin, 1885).

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