Prestito tedesco e garanzie alleate

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 08/08/1924

Prestito tedesco e garanzie alleate

«Corriere della Sera», 8 agosto 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 770-772

 

 

 

Alla camera dei comuni il signor MacDonald, chiarendo i dubbi di alcuni deputati, spiegò: «I governi alleati non garantiscono il prestito degli 800 milioni di marchi-oro alla Germania. Essi hanno soltanto conchiuso un accordo politico per rendere possibile il prestito».

 

 

Questa breve dichiarazione merita un commento; poiché essa riassume lapidariamente quella che si potrebbe chiamare la teoria classica delle emissioni di prestiti stranieri.

 

 

Accade non di rado, specie nei paesi in cui le emissioni di prestiti esteri sono ancora novità, che i sottoscrittori immaginino di non essere sicuri di aver fatto un buon impiego se il proprio governo non dia una garanzia, totale o parziale, rispetto agli interessi o al capitale del prestito estero.

 

 

La richiesta di garanzia da parte del proprio governo è giustificata per lo più con la opportunità di incoraggiare le iniziative nazionali all’estero. Giustificazione curiosa quando la garanzia mette invece in viva luce la scarsa fiducia che i dirigenti hanno nel coraggio dei capitalisti nazionali, ai quali si offre, nell’atto medesimo in cui si incitano ad andare all’estero, una pericolosa ipoteca sulle ricchezze interne del paese. Ipoteca pericolosa, perché radica nella mente del risparmiatore l’idea che non si debba andar fuori di casa se prima non si ottiene l’assicurazione formale che il contribuente nazionale finirà di pagare lui, ove l’iniziativa non dia buoni risultati.

 

 

Auguriamoci invece che i risparmiatori si svestano di questa mentalità arretrata, per cui sempre si guarda al governo proprio, anche quando ci si azzarda a mettere il piede fuor dell’uscio di casa; e si rassegnino all’applicazione della sana, classica teoria esposta da MacDonald: i governi nazionali non debbono dare alcuna garanzia per i prestiti esteri emessi nel loro proprio paese. Il sottoscrittore deve badare lui alle cose sue; sottoscrivere ad occhi aperti; chiedere al debitore straniero, stato o privato, quelle garanzie che egli o i suoi banchieri riterranno necessarie; e non pretendere che il proprio governo subisca le conseguenze di un eventuale suo sbaglio.

 

 

L’emissione di un prestito estero è un affare privato, di cui il governo del paese deve lavarsi le mani. È un affare in cui devono veder chiaro i banchieri assuntori dell’emissione. Essi, dovendo tutelare gli interessi dei proprii clienti, debbono chiedere le garanzie opportune, debbono assicurarsi che il debitore sia solvibile. Essi, e non il governo, debbono dare la propria malleveria morale che si tratta di un buono, sicuro impiego di capitale. Essi e nessun altro dovranno godere il frutto della buona considerazione guadagnata con un consiglio condotto a buon fine o subire le critiche e lo sviamento della clientela, se invece il consiglio fu cattivo. Poco merito guadagna quel banchiere che sfrutta la fiducia dei clienti nei governi nazionali; non essendo più necessario distinguere tanto per il sottile tra impieghi buoni, mediocri e cattivi, quando in ogni caso debba pagare il contribuente nazionale!

 

 

Le considerazioni ora fatte non significano che il governo, ai cui cittadini il prestito estero fa appello, non abbia talvolta qualche cosa da fare. Di regola, deve proprio, come Pilato, lavarsene le mani. Così fanno, da oramai cento anni, Inghilterra, Stati uniti, Olanda, Belgio, Svizzera, che sono i paesi tipici delle emissioni straniere: il risparmiatore nazionale deve fare le sue esperienze, buone o cattive, a proprie spese; deve imparare, a punta di quattrini guadagnati o persi, a distinguere le buone dalle cattive case bancarie emittenti. Lo stato fa il sordo; non dà nessun parere preventivo, limitandosi a riscuotere, se del caso e se le leggi così impongono, le sue brave imposte ordinarie sui frutti del capitale mutuato all’estero così come le riscuoterebbe sui frutti del capitale mutuato all’interno.

 

 

In casi eccezionali, lo stato può intervenire. Per esempio, in tempo di guerra, interviene per vietare i prestiti a stati nemici od anche neutrali. Quando un sommo interesse pubblico impone di tener tutto il capitale in paese, la proibizione è necessaria.

 

 

Un altro esempio è quello tedesco odierno. Chi mutuerebbe un centesimo al governo tedesco finché le sue entrate fossero soggette al pericolo di sequestri francesi, finché il territorio germanico potesse essere occupato a libito di una potenza estera? Neppure queste circostanze giustificherebbero tuttavia in se stesse un intervento. Forseché il pericolo di guerra non incombe sempre su ogni paese? Forseché sarebbe ragionevole un intervento generale per questo motivo innanzi che gli accordi di arbitrato, di limitazione degli armamenti e di guerra alla guerra non siano assai più progrediti di quanto oggi non accada? Nel caso specifico, però, i governi alleati hanno interesse al successo del prestito degli 800 milioni, perché il ricavo di esso deve essere versato nelle loro casse. Ragione migliore di intervento non si potrebbe immaginare. Tuttavia, per assicurare i banchieri i quali debbono concedere il mutuo, i governi alleati si limitano a dire:

 

 

«noi rinunciamo ad alcune facoltà di occupazione di territorio e di sequestro di entrate tedesche che ci spetterebbero, od alcuni di noi opinano spettarci, in virtù del trattato di Versaglia; ci leghiamo ad arbitrati e condizioni prima di valerci di talune clausole di quel trattato. Insomma, rinunciamo ad esercitare certi nostri diritti sanciti da trattati, affinché la Germania sia in grado di ottenere credito e, ottenendolo, possa pagarci le riparazioni».

 

 

Tocca alla Germania, restituita per tal modo alla sua sovranità economica, meritarsi credito sui mercati di New York, Londra, Parigi e Milano. I capitalisti dei paesi alleati faranno o non faranno credito alla Germania, a seconda la riterranno forte o debole finanziariamente. Essi sanno però che le entrate offerte loro in pegno dalla Germania non potranno essere sequestrate dai governi alleati. Questo è tutto il succo dell’intervento a favore della Germania. Una esperienza centenaria prova che il fare un passo al di là di questo intervento «negativo» sarebbe, più che inutile, pericoloso.

 

Torna su