Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Prezzi e tariffa doganale

«Corriere della Sera», 12 gennaio 1923[1]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 31-35

 

 

 

Signor direttore,

 

 

Nel numero dell’altro ieri del suo giornale, a giusto titolo riportato, e precisamente nell’articolo Una cura radicale accanto a molte cose buone ivi contenute – e fra esse la proposta dell’abolizione di alcuni privilegi consentiti dall’attuale sistema ferroviario agli uomini politici, di cui fra questi parecchi del resto non usano o usano soltanto in casi di estrema necessità, e la propaganda in pro della libera contrattazione dei fitti, che gli inquilini si ostinano a non voler apprezzare nei benefici risultanti anche a loro favore – vi è un’affermazione sulla quale confido Ella vorrà consentirmi alcune considerazioni. Essa concerne la tariffa doganale vigente, rispetto alla quale dice: «Giù le mani a tutti coloro che sfruttano le esagerazioni d’una tariffa doganale la quale, aumentando tutti i prezzi, diminuisce potentemente la capacità di acquisto dei salari, degli stipendi, di tutto il denaro insomma speso in Italia e rappresenta una seconda tassazione di cui beneficiano alcuni privati, non l’erario». Ora queste affermazioni – che in parte si ripetono anche in un recente numero della «Libertà economica» diretta dal prof. A. Giovannini a proposito di una lettera dell’on. E. Giretti – non rispondono a giustizia. Esse omettono di tenere conto delle difficoltà contro cui la nuova tariffa dovette correre ai ripari e ne trascurano l’intima natura e il vero proposito. Oltre a ciò imputano a coloro che assunsero la responsabilità della sua promulgazione addebiti da attribuirsi ad altri, mentre, senza calcolare i contemporanei atteggiamenti degli altri paesi, si giudicano definitive e proprie dell’intrinseco ordinamento di essa le conseguenze dannose di dilazioni limitate nel tempo.

 

 

Coloro che accusano i prezzi della tariffa italiana di essere eccessivamente alti dimenticano che, in causa del sistema adottato, essa non rappresenta l’ordinamento definitivo della tassazione doganale. Difatti la tariffa pubblicata con decreto legge 9 giugno 1921, n. 806 è una tariffa generale, alla quale, per effetto dei trattati di commercio e della clausola della nazione più favorita, dovrà o deve seguire, almeno per parte notevole, la tariffa convenzionale. Quindi la tariffa generale si risolve – lo si disse più volte ma bene ripeterlo – in uno strumento di negoziazione. Era quindi giuocoforza che i saggi dei dazi fossero alti per ottenere, riducendoli, altrettante concessioni dagli stati con cui si contrattava. Gli avversari sistematici – e sono d’un doppio ordine, feticisti del liberismo più spinto e protezionisti autentici – vogliono riscontrare i saggi della tariffa spagnuola, di quella svizzera, della tariffa autonoma francese e così via, talmente alti che se non vi si fosse contrapposta una tariffa generale elevata era inutile iniziare qualsiasi negoziato. E ciò nonostante l’Italia, per effetto delle tariffe straniere già applicate e da applicarsi col primo luglio 1921, vedesse respinti suoi prodotti – perfino gli agricoli – da una cerchia di ferro doganale! Quindi la necessità di aver pronta una tariffa generale per contrattazioni da iniziarsi immediatamente onde i nostri rappresentanti, sprovvisti di qualsiasi altra arma, non si trovassero costretti a imbelli schermaglie con l’antiquata tariffa del 1887, mal rispondente alle specificazioni delle nostre industrie e del nostro traffico. Quali invettive non si lanciarono contro coloro che avevano pubblicato i nuovi ordini per decreti legge? Eppure fu una dolorosa necessità per chi conosceva l’urgenza del bisogno e la difficoltà di simili discussioni nel parlamento. Si pensi che dal 26 luglio 1921, giorno della presentazione alla camera, ad oggi la commissione doganale, per una serie di cause in effetto ad essa non imputabili, ha licenziato appena 15 o 20 voci su 953!

 

 

Nondimeno né l’on. Giolitti, né il suo modesto ministro del commercio si sarebbero assunti così grave responsabilità perché la tariffa dovesse provocare una nuova tassazione a carico dei consumatori! Anzi era così sentita la necessità delle negoziazioni che fino dal giugno si fecero pratiche con la Svizzera per un modus vivendi da dover continuare finché si fosse conchiuso un trattato. Eppure, caduto il gabinetto Giolitti, non si fecero negoziati per parecchi mesi, ed anzi questi non si avviarono risolutamente se non in seguito ad un voto espresso ad unanimità dalla commissione doganale otto mesi dopo! Di fronte all’inacerbirsi dei dazi statali, e conseguentemente dei prezzi, s’insinuò tosto nell’opinione pubblica il concetto che questo fosse un effetto della nuova tariffa, e soprattutto un effetto permanente. Che cosa era avvenuto? Un autorevole deputato del partito agrario chiese che si sospendesse ogni trattativa finché non si fosse almeno esaminato il nuovo ordinamento. D’altro canto la commissione doganale della confederazione generale dell’industria presenta un memoriale al ministro del commercio del tempo perché si trasformasse la tariffa generale in tariffa autonoma e frattanto si rinviasse ogni negoziato («La Società per azioni» numero 1, 15 agosto 1921, p. 231). A questa ultima domanda si aderì. Ne deriva nella opinione pubblica la ripercussione sopra indicata. Un tempo ulteriore richiese il corso dei negoziati, e sempre con danno dei consumatori. Infine imparzialità di studioso consiglia di far cenno d’altra, e non lieve, cagione. Le trattative doganali oggi son diventate aspre ed estremamente difficili. L’Europa è sempre più feroce nel suo protezionismo. Si inventano e si applicano strumenti di tassazione doganale, di struttura medioevale! Per arrivare ad un accordo conviene adottare mille espedienti, che al comune pregiudizio sottraggono l’utile riscattato. Quali gli effetti? È minore il numero delle convenzioni e, di fronte a quello così notevole delle voci create dalla necessità della nuova conformazione industriale, gli articoli contingentati o convenzionati sono relativamente pochi. Così nell’accordo italocecoslovacco le voci contingentate dell’importazione cecoslovacca in Italia sono appena 26, quelle convenzionate del recente accordo italo francese, che pur segna un successo pei vari gabinetti che vi cooperarono, soltanto 137. Donde il perseverare della tassazione sulle altre voci!

 

 

Questo inconveniente però non può imputarsi al sistema della tariffa, bensì all’accanimento selvaggio dei tempi nostri, che moltiplicano le offese internazionali e provocano le giuste difese. Anzi il sistema adottato dalla vigente tariffa doganale esclude un indirizzo protezionista. Esso, rifiutando la cosidetta tariffa autonoma pur patrocinata da molti e potenti interessi, ha cooperato ancora una volta a pronunciare il sistema dei trattati di commercio, cioè un ordinamento che ci avvicina con equi e calcolati compensi al libero scambio. Questo merito della tariffa italiana non si è mai voluto rilevare. Esso però fu riconosciuto da un giovane, ma valente, economista meridionale, l’Amoroso. Questa è del resto abitudine in Italia, anche di scrittori eminenti. Nonostante la grande complessità dei problemi politici nazionali critiche acerbissime contro quel preteso male che si imputa, il silenzio più assoluto su quel poco di bene che si riesce a fare! All’incontro il sistema adottato dalla tariffa italiana imperniandosi sulla necessità imprescindibile di successivi trattati di commercio ha saputo conciliare gl’interessi industriali e quelli agricoli senza condannare questi ultimi – come sarebbe avvenuto per effetto della tariffa autonoma – a veder mutato il proprio regolamento doganale sotto le continue molteplici pressioni dei cangiamenti di condizione tanto più frequenti nelle industrie manufattrici. Perciò il suo indirizzo fu pienamente approvato dalla commissione parlamentare doganale, tranne da una lieve minoranza. Né poteva avvenire diversamente. Esso invero è inspirato alle nostre più nobili tradizioni, che da Camillo Cavour attraverso il Minghetti, il Sella, l’Ellena, il Luzzatti, il Luciolli arrivano a questi nostri giorni, così densi di asprezze internazionali. Né è vano ricordare, come, malgrado le tetre profezie dei fautori della tariffa autonoma, per effetto del decreto 10 agosto 1922, n. 1171, che ampliò i poteri consentiti dall’articolo 6 delle disposizioni preliminari alla tariffa e delle opportune decisioni del consiglio dei ministri del secondo ministero Facta, fu reso possibile l’accordo italo – francese, firmato poi dall’attuale ministero, riuscendo ad opportuni e concilianti temperamenti anche nell’ipotesi, che il governo francese mutasse le sue tassazioni.

 

 

Cessiamo quindi d’inveire ingiustamente contro un ordinamento che mantiene integre le più pure nostre tendenze. Chi scrive questa lettera non dimentica di essere stato uno dei più fieri oppositori del dazio sui cereali – di cui si son visti in quest’ultimi lustri i mirabili effetti sugli aumenti della produzione granaria – si duole d’essere divenuto improvvisamente un protezionista arrabiato. Anche per questo Ella, signor Direttore, voglia perdonarmi così lunga lettera, la quale del resto ha il solo torto di informarsi a quelle tendenze di schietta ed antica libertà economica, che parlamentari e pubblicisti abbiamo costantemente difeso.

 

 

Giulio Alessio

 

Deputato al parlamento

 

 

Potremmo contestare alcune affermazioni storiche e teoriche contenute nella lettera dell’on. Alessio. Storicamente ci pare perlomeno inesatto affermare che la nuova tariffa, la più ferocemente protezionistica che mai si sia veduta nella nuova Italia e nel vecchio Piemonte, si inspiri alle tradizioni di Camillo Cavour, che si sa quanto tenace ed attivo e fortunato avversario fu delle protezioni, tanto più miti, vigenti ai suoi tempi. Teoricamente, è del pari alquanto esagerato sperare che il lettore possa considerare la lettera dell’on. Alessio come inspirata a «tendenze di schietta ed antica libertà economica». Di tendenze destinate ad attuarsi nell’anno 2000 ne abbiamo troppe, perché non si debba invece guardare esclusivamente ai fatti d’oggi, a quel che di fatto si è creato oggi. Orbene, su questo punto, che è il solo essenziale, la lettera dell’on. Alessio, involontariamente per fermo, dimostra che la tariffa del primo luglio 1921 non è quella cosa che il suo autore riteneva dovesse essere: ossia un’arma di negoziazione. L’Alessio confessa che, per colpa di circostanze, di errori, di ritardi ecc. ecc. la tariffa tende a diventare e diventa sempre più una tariffa «effettiva», quella che si applica nel maggior numero dei casi, a cui si fanno piccole e trascurabili eccezioni con i modus vivendi e con i trattati di commerci. Confederazioni di industriali e di agricoltori, sempre abili, a manovrare sottilmente, hanno chiesto ed ottenuto che si tirasse in lungo. Sono sorte situazioni di industrie protette colla nuova tariffa. A mutarla si turbano interessi acquisiti.

 

 

Forseché, tutte queste conseguenze, che l’on. Alessio considera come contingenti, inopinate, contrastanti al concetto informatore della sua creatura, non sono invece sempre state in passato, e non saranno sempre in avvenire quelle che fatalmente derivano dalle tariffe cosidette di negoziazione? Forseché tale sequenza storica non fu la ripetizione agevolmente prevedibile di sequenze perfettamente uguali verificatesi in passato?

 

 

La sequenza logica dei fatti è:

 

 

  1. coloro i quali vogliono infliggere all’Italia una tariffa protezionistica con 1.000 voci e 30.000 sottovoci, e con un livello medio di protezione più alto, almeno dell’85%, del livello precedente e con punte che arrivano al 100 per cento e più del valore della merce introdotta ed altre stravaganze incredibili – di cui una piccola parte è documentata nell’inchiesta pubblicata nel numero di dicembre della «Riforma Sociale» di Torino – costoro esitano dinanzi all’opinione pubblica;

 

 

  1. perciò si appigliano al solito pretesto della tariffa di negoziazione; e persuadono il gabinetto del tempo (Giolitti – Alessio) che quella tariffa non è quella definitiva che si dovrà applicare; che questa risulterà dai trattati di commercio da stipulare, che per stipularli occorre aver qualcosa da concedere, ossia dei dazi alti da ribassare;

 

 

  1. la nuova tariffa entra subito in vigore per poter essere pronti a trattare con l’estero ossia ad abolire la tariffa stessa;

 

 

  1. viceversa i trattati non si concludono, o vanno adagio o si riducono, quando si fanno, a pochissime voci sul totale. I negoziatori italiani intonano il peana della vittoria quando riescono a non ribassare niente o pochissimo dei proprii dazi. Sono accolti con vituperi, appena siano stati costretti a viva forza a fare una sola concessione di qualche importanza;

 

 

  1. nel frattempo la nuova tariffa si afferma. Essa diventa la base di vita di molte industrie. Formidabili interessi si creano a poco a poco in suo favore. Alcuni industriali riescono ad ottenere aumenti sulle cifre già spropositate di essa (vedi colori, cuscinetti a sfera, ecc.);

 

 

  1. a questo punto, il gioco è fatto. La nuova tariffa è diventata, da arma di negoziazione coll’estero, arma di distruzione delle industrie italiane consumatrici, del commercio italiano e della finanza statale;

 

 

  1. rincresce solo che a questo gioco antico, conosciuto e ripetuto si sia lasciato ingannare un economista come l’on. Alessio.

 

 



[1] Senza firma dell’Autore. Postilla ad un articolo di Giulio Alessio [ndr].

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