Prezzi, salari e movimenti sociali. Verso la fine dell’odierna ondata aurifera?

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 04/09/1913

Prezzi, salari e movimenti sociali. Verso la fine dell’odierna ondata aurifera?

«Corriere della sera», 4 settembre 1913

 

 

 

Durante le agitazioni operaie uno dei punti più vivamente disputati è la ragionevolezza dell’aumento dei salari in rapporto al rincaro della vita.

 

 

Gli operai dicono: noi non possiamo più vivere cogli antichi salari, perché i fitti ed i prezzi sono cresciuti, né ci resta margine sufficiente per continuare nell’antico tenore di vita. Poiché non sempre è possibile dare un giudizio sicuro sulla esattezza dei dati che vengono allegati dalle parti contendenti, bene ha operato il Governo inglese pubblicando or ora un secondo rapporto sui fitti e sui prezzi al minuto pagati dalle classi operaie nel 1912; rapporto che può essere messo a confronto con un altro precedentemente comparso nel 1905. A distanza di sette anni è possibile misurare quale sia il reale aumento del costo della vita e vedere se nel 1912 le classi operaie avessero ragione di chiedere un aumento nei salari; ed è forse questa la miglior maniera di intervento dello Stato nelle contese fra capitale e lavoro, come quella che offre il prezioso ausilio dell’opinione pubblica a quella fra le parti le cui ragioni sono più fondate.

 

 

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Se si guarda ai fitti delle case, non sembra che gli aumenti siano stati molto rilevanti. Qui anzi risultò un fatto assai interessante, il quale forse anche fra noi potrà avere a poco a poco il suo parallelo; i fitti sono diminuiti nella capitale e sono aumentati leggermente nelle altre contee dell’Inghilterra.

 

 

Nella zona media di Londra, che fu assunta come contrada tipica, e per cui i fitti del 1912 furono considerati come uguali a 100, in confronto al 1905 vi era stata una diminuzione del 4%; nella zona interna e più antica (città degli affari) i fitti del 1912 erano più elevati che nella zona media e si uguagliavano a 116 (116 lire per ogni 100 pagate nella zona media tipica), ma erano diminuiti del 6% in confronto ai fitti del 1905; mentre nella zona esterna, in quelli che noi chiameremmo sobborghi, i fitti del 1912 erano solo calcolati ad 87, ma la diminuzione era stata solo del 2%. Qui si vede quale sia stata la causa del movimento al ribasso dei fitti. I perfezionati mezzi di comunicazione – ferrovie sotterranee, tramvie, omnibus, automobili, ecc. – permettono agli abitanti di abbandonare sempre più il centro delle grandi città, dove quindi i fitti, pur mantenendosi ancora altissimi, diminuiscono abbastanza sensibilmente. Nella loro fuga dal centro, gli abitanti sono imitati, però in grado via via minore, dagli abitanti delle zone medie ed esterne; onde i fitti diminuiscono di meno. Gli abitanti delle grandissime città cercano oramai la campagna; il ricco mercante, l’alto funzionario, l’uomo di affari abita in villa tutto l’anno; e grazie ai mezzi di comunicazione a buon mercato, il movimento guadagna strati sempre più profondi della popolazione. Londra si dilata; le contee attorno a quella metropolitana diventano tutte una grande città, intramezzata da vasti tratti di aperta campagna. Perciò l’ascesa dei fitti nella metropoli si arresta e si osserva anzi una diminuzione. Nelle altre contee dell’Inghilterra i fitti variano da una media di 52.3 nelle contee di Midlands (sempre il 52.3 per cento del fitto tipico della zona media londinese) ad una media di 63.7 nelle contee del Sud. Nel Galles il fitto medio è del 64,8% del fitto tipico, nella Scozia è il 62% e nelle città dell’Irlanda il fitto è il 51.7%, circa la metà di quanto si paga a Londra. Gli aumenti dal 1905 al 1912 sono stati moderati: vanno dallo 0.4 al 3.4% nelle contee inglesi, e sono del 4.3% nel Galles, dell’1.9 nella Scozia e dell’1.2% nell’Irlanda.

 

 

Se fosse aumentato solo questo elemento del costo della vita le classi operaie non avrebbero avuto molte ragioni di malcontento. La distanza fra i fitti della capitale e delle altre città è sempre cospicua; e tende a scemare più per il ribasso dei fitti londinesi che per il rialzo dei fitti fuori Londra.

 

 

Ben diversamente vanno le cose quanto ai prezzi al minuto delle sostanze alimentari, delle bevande, dei combustibili e delle altre derrate, le quali entrano nel bilancio delle famiglie operaie. Qui non esistono differenze sensibili fra Londra e le altre città, riguardo all’altezza assoluta dei prezzi. A Londra si possono comprare le derrate necessarie all’esistenza suppergiù allo stesso prezzo delle altre regioni. Se il prezzo della zona media di Londra nel 1912 è fatto uguale a 100 i prezzi delle contee del Midlands sono solo di 94.2, ma in compenso i prezzi della Scozia sono di 102.6. Tra questi due estremi oscillano gli altri prezzi. Anche questa è una osservazione la quale può essere considerata vera in Italia. A Milano, a Torino, a Genova, a Roma i prezzi al minuto dei generi alimentari non paiono più alti che in molte piccole città e talvolta che in villaggi di campagna. Grazie alla buona organizzazione del commercio alimentario, spesso vi è più affluenza di derrate nelle grandi che nelle medie e piccole città. I prezzi vanno unificandosi dappertutto. Dappertutto però si osserva un aumento sensibile nel 1912 in confronto al 1905: del 12% in Londra interna e media, del 10% nella zona esterna londinese: dal 9.8 al 13.8% nelle altre contee inglesi, del 13.1% nella Scozia e del 15% nel Galles e nell’Irlanda.

 

 

Se si suppone che le classi operaie spendano per il cibo e le bevande e il combustibile circa quattro volte tanto che per il fitto, si può concludere che l’aumento medio nel costo della vita sia stato del 10.3% dal 1905 al 1912. Rimangono fuori conto i vestiti le scarpe, e le spese varie; per cui l’aumento di costo non fu certo maggiore, sebbene maggiore abbia potuto essere il miglioramento nel tenor di vita; ossia l’aumento della spesa proveniente dal voler vestir meglio e divertirsi di più.

 

 

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Di fronte a questo aumento nel costo della vita accertato nel 10%, quale fu dal 1905 al 1912 l’aumento dei salari? Il rapporto reca dati precisi per tre categorie di operai, le quali si trovano in quasi tutte le città: operai edilizi, meccanici e compositori tipografi. Per gli operai abili dell’industria edilizia gli aumenti variarono dal minimo del 0.1 al massimo del 5.8%; per i manovali nella medesima industria dal zero al 6.8%.

 

 

Nell’industria meccanica gli operai abili ottennero aumenti dal 3 al 5.9%, i lavoranti dall’1.3 al 9%. Nell’industria tipografica i compositori ebbero salari stazionari a Londra ed altrove aumentarono dall’1.6 al 10.5% (Galles).

 

 

Salvo dunque che nel Galles, per i compositori si può dire che l’aumento dei salari sia rimasto sensibilmente inferiore all’aumento nel costo della vita. E fu questa la causa principale dell’inquietudine operaia nella Inghilterra durante l’anno scorso. È probabile che in seguito ai grandi movimenti del 1912 i salari siano ulteriormente aumentati in guisa da mettersi in equilibrio con il costo della vita. Tanto più che i prezzi non hanno seguitato ad aumentare. Secondo il numero indice dell’Economist, supponendo uguale a 100 il prezzo medio di 44 merci e derrate nel 1901-905, il massimo fu toccato, con 127, nel marzo del 1912. Dopo d’allora si è oscillato fra 122 e 125 nel secondo semestre del 1912 e fra 121 1/2 e 124 nel primo semestre del 1913. Luglio chiude a 122.

 

 

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Può darsi – l’accenno va fatto in forma estremamente dubitativa – che all’incirca si sia toccato o si stia per toccare il punto massimo della curva ascendente dei prezzi. Anni or sono ho detto su queste colonne che gli uomini dovevano guardare intenti a quanto accadeva nell’estrema regione africana, dove i minatori faticano a scavare oro dai conglomerati del Witwetersraad. La produzione aurifera mensile del Transvaal è una specie di barometro dei prezzi e della grande ondata economica in cui noi viviamo, come i giacimenti auriferi dell’Australia e della California lo erano stati dall’ondata economica che ebbe inizio nel 1848. Scoperte le miniere australiane e californiane verso il 1848 cominciò un periodo, che durò fin verso il 1873-78, di grandi aumenti di prezzi (nel 1873 i prezzi raggiunsero i massimi del secolo, superiori di parecchio ai massimi odierni), di grande prosperità industriale ed economica, di aumento nei bilanci pubblici, di guerre. Era l’oro che in masse crescenti pervadeva il mondo economico e sociale, accresceva le fortune monetarie degli uomini ed accendeva la loro fantasia. Dopo il 1870 la produzione dell’oro cominciò a scarseggiare, mentre l’argento veniva demonetizzato. Dal 1880 al 1895-900 si attraversa un periodo di mortificazione, di quella che gli scrittori e le inchieste dell’epoca chiamavano la grande «depressione» economica, in contrapposto alle «crisi» normali che si susseguono ad ogni sette o dieci anni. Durante quel periodo, profitti salari e interessi diminuiscono. Da tutte le parti si odono querele di bilanci pubblici in disavanzo. Si predicano economie e si professa aborrimento dalle guerre, che sperperano capitali. A partire dal 1895-900 si inizia un nuovo periodo nella storia del mondo. L’oro del Klondyke nell’Alaska, del Transvaal nell’Africa, l’oro di tutte le parti del mondo meglio utilizzato con i processi moderni della cianurazione affluisce in masse crescenti verso i paesi civili, vi innalza i prezzi, i profitti, spinge le masse operaie agli scioperi, risveglia la Cina l’India (l’India, dopo aver assorbito somme colossali di argento, ora è forse la maggiore compratrice di oro del mondo), ingrossa i bilanci degli Stati, fa immaginare agli uomini di essere divenuti ricchi e li fa azzuffare tra di loro. Può essere una coincidenza fortuita; ma è certo che le guerre, le colonizzazioni, le grandi imprese ferroviarie in paesi nuovi sono diventate frequenti dopo che il fiume dell’oro è tornato a scorrere maestoso ed impetuoso.

 

 

Da alcuni mesi però un mutamento si delinea all’orizzonte. I giornali, qualche tempo fa, narrarono di uno sciopero fragoroso e tumultuoso dei minatori d’oro del Transvaal. Chiedevano anch’essi aumenti di salario e li ottennero.

 

 

Forse questo è il principio della fine del periodo di grande ascensione in cui il mondo vive da circa un ventennio. Il rincaro del costo della vita che ha avuto la sua origine nell’oro abbondante, reagisce sulla produzione aurea medesima. Il processo logico e storico è il seguente: le miniere nuovamente scoperte per caso, i processi tecnici di estrazione dell’oro perfezionati dal genio umano, permettono di aumentare oltre misura la produzione dell’oro. Di questo una parte si trasforma in moneta e la fa rinvilire, ossia fa si che si dia una maggior quantità di moneta per la stessa quantità di merce. I prezzi cioè salgono. Con i prezzi salgono i profitti, gli operai si agitano per aumenti di salario, i bilanci monetari dei privati e degli Stati crescono. Gli uomini, presi dalla malattia dell’oro, diventano fiduciosi; impiegano volontieri i loro risparmi nelle migliorie agricole, nelle imprese industriali; mentre gli uomini di Stato meditano e compiono grandi intraprese, sorretti dal favor popolare. Ma se cresce il costo della vita e crescono i salari in Europa, in America, in Giappone, in India, in Cina, cresce il costo della vita anche nei lontani luoghi dove si estrae l’oro. Anche nel Transvaal la vita diventa cara e anche laggiù gli operai chiedono ed ottengono un aumento di salario. Il costo di scavar l’oro cresce; perché crescono i salari, le imposte il carbone, le tariffe ferroviarie. Alcune miniere che appena appena coprivano le spese debbono chiudersi dinanzi a questo aumento di costo; né si progettano nuove estensioni di lavori. La produzione dell’oro cessa prima di aumentare, poi positivamente diminuisce. Comincia un nuovo periodo di storia economica. I prezzi scemano, le industrie languono, i bilanci privati e pubblici vanno in disavanzo; si tornano a fare le lodi delle economie e della pace universale.

 

 

Finora tutto ciò è profezia. Sebbene le statistiche degli ultimi mesi della produzione dell’oro nel Transvaal accennino a stasi, non le riprodurrò, trattandosi di fatti troppo recenti e che possono essere transitori. Fra qualche anno vedremo se davvero i cicli della storia abbiano a ripetersi nella medesima maniera monotona o se gli uomini nel frattempo non abbiano saputo rimediare alle conseguenze fastidiose di un fatto che dovrebbe essere irrilevante, come la scoperta di nuove miniere d’oro.

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