Prima di tutto: rompere il torchio dei biglietti

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 23/11/1919

Prima di tutto: rompere il torchio dei biglietti

«Corriere della Sera», 23 novembre[1] e 4 dicembre 1919[2]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 517-526

 

 

 

I

 

Creano malcontento, invidia e discordia[3]

 

Oggi, come ieri, vittoriosi o sconfitti, il discorso da queste colonne si rivolge al governo, alle classi politiche dirigenti, alla borghesia riflessiva ed amante del paese, non muta. Non può mutare. La verità è una sola. Da quando è cominciata la guerra, qui si disse e si ripeté infinite volte, fino a non sapere più quali parole adoperare per non ripetere nello stesso preciso modo gli identici immutati concetti, che bisognava aumentare le imposte, assiderle con giustizia, esigerle con severità; che bisognava assorbire con prestiti incessanti, continui, a base di consolidato, di buoni del tesoro lunghi e brevi, a base di ogni qualsiasi titolo accetto al pubblico i risparmi effettivi del paese; che urgeva ad armistizio conchiuso, ridurre le spese allo strettamente indispensabile, smobilitare l’esercito, mandare a casa i padreterni, sfollare i ministeri ed i commissariati. Solo così operando si sarebbe potuto frenare l’aumento della circolazione e frenare sul serio l’aumento dei prezzi ed il rincaro della vita.

 

 

Nessuno nega che le difficoltà opposte all’attuazione del programma fossero grandissime; ma nessuno può negare che qualcosa di più si sarebbe potuto fare di quel che effettivamente si fece. Senza imposte sufficienti e senza una resa bastevole di prestiti interni, il vuoto di cassa fu dovuto mano mano colmare con emissioni continue di biglietti. Questi salirono da 4 a 6, ad 8, a 10, a 12, a 14 miliardi. Da un discorso del sottosegretario di stato alle finanze, on. Perrone, parrebbe che alla fine di ottobre si fosse giunti a 17 miliardi. Prima della fine dell’anno saremo ai 18 miliardi.

 

 

Il male è così grave e si acuisce con tanta rapidità che nessun ulteriore indugio è possibile. La crisi politica e sociale del momento è in notevolissima parte dovuta alla sovrabbondante emissione di biglietti. Questa:

 

 

  • arricchì certi gruppi di industriali e speculatori che seppero comperare ai prezzi bassi della moneta meno abbondante e rivendere ai prezzi alti provocati dalla moneta più abbondante;

 

 

  • diede alla testa ai nuovi arricchiti e provocò da essi, dalle loro mogli e dalle loro amanti manifestazioni scandalose di lusso e di spreco;

 

 

  • crebbe i guadagni degli operai delle città, in modo tale che, pur vivendo oggi assai meglio di prima, non ne sono contenti e, per la natura propria dell’uomo, sono tratti a guardare a quel di più che guadagnano i loro principali. Non monta che dei guadagni di guerra la gran massa sia stata ripartita tra operai, agricoltori, piccoli bottegai e alcune categorie di impiegati; e che il resto lasciato in mano alla classe imprenditrice e speculatrice darebbe un ben piccolo dividendo, se ripartito tra le masse. Ciò che monta agli occhi del pubblico sono i milioni guadagnati dai pochi. Anche se, dopo averli tutti sommati insieme e divisi per testa d’italiano, il quoziente sarebbe ridicolo, l’effetto d’ira e di invidia è ugualmente ottenuto;

 

 

  • arricchì, come non mai nella storia di secoli, i contadini, braccianti, mezzadri, affittuari e proprietari, nelle cui tasche finì -attraverso al vino, alla frutta, agli ortaggi, alle carni, al pollame, cresciuti di prezzo – la maggior parte degli extra guadagni degli operai cittadini e qualche porzione dei lucri degli imprenditori. Questa classe, che la guerra ha arricchito in modo durevole e solido, la quale sta comprando terra a qualunque prezzo, è anch’essa inquieta, e si lagna e si proclama vittima delle più grandi ingiustizie. La causa è sempre la stessa: nell’arraffa arraffa provocato dal rialzo dei prezzi, tutti, anche i più fortunati, immaginano di essere stati peggio trattati degli altri e si accaniscono e si esasperano e gridano che qualunque rischio di novità è preferibile alla situazione odierna. I soli maltrattati sul serio, i soli che subirono danni economici effettivi dalla guerra, e cioè: 1) i proprietari di case, il cui reddito in lire svalutate rimase fermo al lordo e diminuì al netto per le spese cresciute; 2) i piccoli risparmiatori, vedove, pupilli, vecchi ritirati con un modesto capitaletto impiegato in rendita di stato 3,50 per cento o in cartelle fondiarie; 3) i pensionati vecchi, incapaci ad integrare la pensione invariata con il prodotto del loro lavoro; 4) alcune categorie di impiegati, i più elevati di grado, i cui stipendi o salari furono aumentati di meno del 100 per cento, mentre altre categorie, specie le più numerose, ebbero aumenti compresi i caro viveri dal 200 al 300 per cento; – tutti costoro, i veri stritolati dalla guerra, o non si lamentarono o il loro lamento fu un lieve sussurro, che i perdé frammezzo al clamore dei malcontenti non per sofferenze fisiche reali, ma per sofferenze psichiche determinate dal paragone con i maggiori lucri altrui. Anch’essi però sono dei malcontenti; e la loro mala contentezza trova uno sfogo nell’aspirazione alla novità, al meglio, all’indefinito, al millennio, che pare in ogni modo preferibile alla tristezza presente.

 

 

È inutile farsi illusioni: il malcontento non potrà non crescere finché non se ne tolga la causa. Attaccarsi ai sintomi esteriori non giova. Gridare agli accaparratori, agli speculatori, invocare pene, carcere, multe, cooperative, istituti di stato, consigli di operai, ecc., ecc., è tempo perso. Con che cosa si comprano le merci? Con la moneta. Finché di moneta ce n’era poca, i prezzi erano bassi. A mano a mano che la quantità di moneta emessa dallo stato crebbe e tutti per guadagni o stipendi o salari cresciuti ebbero maggior copia di moneta in mano, i prezzi crebbero. Se da 17 miliardi passeremo a 20, a 25, a 30; se come in Russia, andremo alle centinaia di miliardi di biglietti circolanti, i prezzi cresceranno ancora; decuplicheranno in confronto ai prezzi attuali già così cresciuti. Lamentarsi dei prezzi crescenti e non volere sopprimere la causa, è comportarsi come i bambini, i quali sgridano la fiamma della candela a cui si sono bruciate le dita.

 

 

Se non si sopprime la causa, aspettiamoci convulsioni sociali più gravi di quelle a cui assistiamo oggi. La gente è stanca di cambiamenti, di incertezze. Anche i più esaltati sarebbero lieti di una tregua; di vivere, almeno dal punto di vista economico, un po’ tranquilli. Tutti desiderano sapere quanto in realtà vale lo stipendio, il salario, il reddito che essi percepiscono. Se si cominciasse a vedere che per qualche tempo i prezzi non crescono più o non crescono più in generale, i nervi comincerebbero a distendersi, a quietarsi. Molti rifletterebbero che, dopo tutto, gli stipendi e salari odierni sono discreti, a prezzi non più aumentanti; e sarebbero presi dalla voglia di goderseli in pace.

 

 

Fino a poco tempo fa, quando i biglietti erano ancora sui 14 miliardi, io pensavo che l’opera più urgente fosse di arrestarne l’incremento ulteriore. A ritornare indietro ci vuole quella prudenza che non si ebbe nell’andare innanzi. Se, per miracolo, si potessero ridurre d’un colpo i biglietti a 5 o 6 miliardi, sarebbe una catastrofe. Gli imprenditori sarebbero rovinati, non avrebbero contanti per far andare avanti le loro imprese, perderebbero somme enormi in confronto ai prezzi d’acquisto delle materie prime, dovrebbero licenziare operai e ridurre alla metà i salari di quelli rimasti. Alla lunga le cose si aggiusterebbero; ma attraverso un cataclisma di rovine e di rivolte, il quale potrebbe essere irreparabile. Dunque, il primo passo doveva essere quello dell’arresto. Oggi però, che ci incamminiamo ai 18 miliardi, io dico che bisogna fare subito macchina indietro. Occorre ridurre la circolazione e rapidamente di nuovo ai 14 miliardi. Altrimenti i 4 miliardi ultimi, che per ora non hanno forse ancora potuto esercitare un’azione innalzante decisiva sui prezzi, finiranno di compiere il loro ufficio naturale; ed il malcontento e l’orgasmo cresceranno. In un solo caso si potrebbe rinunciare al ritiro: quando si fosse sicuri, assolutamente sicuri, che tutti questi miliardi in più sono finiti in mano di capitalisti paurosi dell’imposta sul patrimonio. In tal caso, questa sciocca gente avrebbe fatto danno solo a se stessa: biglietti nascosti, sono biglietti non circolanti. Non si trasformano in domanda di merci e non fanno rialzare i prezzi.

 

 

Si badi che la riduzione dei biglietti circolanti è l’unico mezzo pratico per ridurre l’aggio sull’estero, giunto a limiti che paiono elevatissimi, ma saranno di certo e di molto superati, ove si continui ad emettere altra cartamoneta. Tutto ciò che si dice sulla necessità di intese internazionali, sull’esito che ci dovrebbero dare in tema di moneta gli Alleati sono chiacchiere e chiacchiere pericolose. Gli Alleati ci aiuteranno, saranno obbligati, nel loro interesse economico e morale, ad aiutarci. Dovranno rinunciare ai loro crediti verso di noi, in cambio dei nostri crediti verso la Germania. Su di ciò non vi è dubbio.

 

 

Ma non potranno aiutarci a rivalutare la nostra moneta, se non ad una condizione, la quale dipende unicamente da noi: che noi sappiamo mettere in ordine la nostra casa, in guisa da non dover più emettere nuovi biglietti e da ridurre quelli esistenti. Pretendere che gli americani ci diano un loro dollaro in cambio di 7 o 6 o 5 nostre lire, invece delle 12 attuali, è una pretesa assurda, bambinesca, oltraggiosa al buon senso ed alla morale, oltraggiosa alla nostra dignità, finché noi non avremo dato agli americani un serio affidamento sul valore della nostra lira. È forse onesto pretendere di dare solo 6 lire per 1 dollaro, quando nel tempo stesso raddoppiamo il numero delle nostre lire e ne diminuiamo il valore intrinseco e reale? Cominciamo noi a dare una salda consistenza alle nostre lire e si vedrà che gli americani ci daranno quanti dollari noi vorremo e che il cambio diminuirà a limiti assai più tollerabili, con vantaggio grandissimo della nostra ripresa commerciale e del ribasso della vita.

 

 

Quando dico che il porro unum et necessarium è di rompere il torchio della stampa dei biglietti, non voglio affermare che quella sia la causa unica ed ultima dei mali nostri e neppure che la cifra dei biglietti debba rimanere invariabile nei secoli. L’emissione sovrabbondante dei biglietti è la causa immediata, l’indice più evidente di tutta una serie di circostanze grazie alle quali si usò con larghezza quel mezzo facile di far denari, che a sua volta produsse i mali di cui ci lamentiamo. Se gli italiani fossero stati ben disposti a pagare imposte; se non insorgessero contro imposte sacrosante, come quella sul vino, solo perché indeclinabili necessità tecniche ne imposero l’inizio non ancora il pagamento prima di altre imposte pur giuste; se gli uomini di governo avessero scrutato meglio nelle spese stravaganti di commissariati militari e civili, a cui la guerra parve creatrice miracolosa di ricchezze; se avessero osato imporre tributi prima e più duramente; se avessero continuamente, e non solo a bruschi tratti fatto propaganda per i prestiti, noi avremmo aumentata sì la circolazione a 10 miliardi, non però a 17. E la situazione economica e sociale del paese sarebbe tutta diversa. Non basta dunque rompere il torchio dei biglietti. In Francia, durante la rivoluzione, ruppero una volta il torchio degli assegnati per metterne subito dopo in azione un altro, ugualmente pernicioso, quello dei mandati territoriali. Rompere il torchio vuol dire riconsegnare il biglietto di banca agli istituti di emissione affinché ne facciano uso per sole ragioni commerciali, quell’uso ponderato e prudentissimo per cui il biglietto di banca italiano era giunto a valer più dell’oro. Vuol dire iniziare una politica energica di tributi, di prestiti e di economie, che consenta allo stato di ridurre prima la circolazione e di ricondurre poi il bilancio al pareggio.

 

 

II

 

Cannan denuncia i fabbricanti di biglietti al tribunale dei profittatori

 

Per combattere il rialzo dei prezzi il governo inglese ha istituito i cosidetti profiteering tribunals e cioè tribunali contro i profittatori della guerra. Dovrebbero, su querela dei privati, condannare a multe, confische, carcere quei negozianti che si rendessero colpevoli di vendere merci a prezzi specialmente scandalosi.

 

 

Come era facile prevedere e come era inevitabile, i tribunali contro i profittatori non stanno cavando un ragno dal buco e non concludono nulla. Il provvedimento aveva carattere puramente politico demagogico. Solo le folle possono immaginare che impiccando gli speculatori alla lanterna sia possibile arrestare un movimento al rialzo dei prezzi, che gli speculatori utilizzano, ma che si sarebbe verificato anche quando, per sbaglio di calcolo, gli speculatori fossero unanimi nel vendere al ribasso. La lotta contro gli «speculatori» vale quanto la lotta contro il «capitalismo», a raggiungere la meta della riduzione dei prezzi: ossia nulla. Indirizzata così, cura alcuni sintomi e lascia invariata la causa della malattia; che è una causa semplice, evidente, che agisce in tutti i paesi belligeranti, in Europa ed in America, nei paesi neutrali, vincitori e vinti, e produce dappertutto gli stessissimi effetti: il torchio dei biglietti a stampa. Gli effetti furono meno rilevanti nei paesi neutrali che nei vincitori, meno in questi che nei vinti; raggiunsero il massimo nella Russia bolscevica, perché in essa il torchio a stampa gittò sul mercato una quantità di biglietti quale non si vide mai al mondo e quale per fortuna noi non conosciamo ancora.

 

 

Queste verità evidenti ha voluto dire con una sua singolare istanza giudiziaria il professore Edwin Cannan. Per chi non lo sapesse il Cannan è professore di economia politica nell’università di Londra, autore di opere insigni, uno degli uomini di scienza che mantengono accesa e pura la fiamma della scienza economica nella terra dove essa ha raggiunto il suo più alto splendore.

 

 

Al tribunale contro i profittatori di Oxford quest’uomo illustre presentò giorni or sono un’istanza contro i guadagni eccessivi fatti da chi vende al prezzo di una lira sterlina le currency notes – corrispondenti ai nostri biglietti di stato – il cui costo di produzione non è superiore ad un penny l’una. Vendere a 25 lire – traduco in moneta italiana – una merce che ha costato 10 centesimi a produrre è compiere atto di «profittatore»; è fare, sovratutto, cosa che è la causa ultima degli alti ed eccessivi prezzi lamentati da tutte le persone bene intenzionate. Allo scopo preciso di mettere un fermo alla ulteriore fabbricazione di questo articolo di commercio, il professore Cannan presentava al tribunale di Oxford formale istanza affinché il caso fosse denunciato al ministero del commercio, che è l’istanza giudiziaria di grado superiore ai profiteering tribunals, e nel tempo stesso si richiedesse al pubblico ministero di iniziare immediatamente un processo contro il cancelliere dello scacchiere – il nostro ministro del tesoro – imputato del reato di trarre un illecito ed eccessivo profitto del 23.900% dalla vendita dei biglietti da 1 lira sterlina e dell’11.950% sui biglietti da 10 scellini. Se il tribunale intendesse dichiarare la propria incompetenza in merito alla sua querela, il prof. Cannan in linea subordinata rispettosamente chiedeva che il tribunale stesso desse le sue dimissioni, perché col tentare di abbassare a caso questo o quel prezzo senza fare alcun tentativo per tagliare il male alle radici, impedendo quella fabbricazione di carta – moneta che sta devastando l’Europa e demolendo l’edificio della civiltà moderna, esso pestava l’acqua nel mortaio.

 

 

Il segretario del tribunale, ricevendo l’istanza, manifestò il dubbio se essa fosse presentata sul serio e se veramente sul serio si potesse affermare che il cancelliere dello scacchiere «vendesse» moneta.

 

 

Naturalmente, il prof. Cannan replicò di essere grandemente sorpreso che il segretario potesse supporre che egli facesse per ischerzo; che senza dubbio se i negozianti vendono stoffe e scarpe e uova, il cancelliere dello scacchiere vendeva la carta-moneta, che è la merce di sua particolare fabbricazione; che egli lasciava che le persone il cui reddito cresce col crescere dei prezzi prendessero la sua querela in ridere. Essa doveva invece essere presa sul serio da tutti coloro il cui reddito aumenta in misura inferiore all’aumento dei prezzi. Suo scopo era quello di fornire l’occasione ai tribunali di dimostrare che essi sapevano sollevarsi alla comprensione delle ovvie cause del male che erano chiamati a combattere. Altrettanto naturalmente, l’istanza del prof. Cannan fu respinta, essendosi il tribunale dichiarato incompetente.

 

 

Il prof. Cannan appartiene a quella esigua schiera di economisti che in tutta Europa sono reputati con commovente unanimità lunatici e teorici, da borghesi e da socialisti, da uomini politici e da giornalisti, solo perché hanno l’abitudine di dire la verità per tempo in faccia a tutti. È naturale che i tribunali, affaccendati a peggiorare il male ed a pestar l’acqua nel mortaio mandando in prigione venditori di burro o di scarpe o di verdure od applicando faziosamente decreti insensati sui fitti, si dichiarino incompetenti quando una persona di buon senso si attenta di chiamare dinanzi alla loro sbarra l’unico grande colpevole: che è il fabbricante di carta-moneta sovrabbondante. Dichiararsi competenti, vorrebbe dire dichiarare vano il proprio compito, che è di correre dietro ai fantasmi. Vorrebbe dire, sovratutto, fare il processo, attraverso al ministro del tesoro, a se stessi ed alla collettività tutta quanta.

 

 

Mettiamo tutti la mano sulla coscienza. Qual è la causa ultima di questo flagello devastatore, l’inondazione della carta-moneta, che rialza i prezzi, aumenta i profitti ed i salari di vaste classi, immiserisce altre classi, provoca il malcontento di tutti, suscita fermenti rivoluzionari e minaccia di travolgere la civiltà moderna? Siamo noi medesimi, che non volemmo ridurre abbastanza i nostri consumi in guerra, che oggi spendiamo troppo nel cibo, nel vestito, nei divertimenti; e neghiamo allo stato quelle imposte di cui esso aveva ed ha bisogno per condurre la guerra e per ricostruire la pace. Noi, uomini di tutte le classi, a cominciare da coloro, moralmente i più imperdonabili e spregevoli, che danzano giocondamente sul vulcano acceso, sprecando le centinaia di migliaia ed i milioni di lire, sino alle masse lavoratrici, accese anch’esse dalla frenesia del godere, del consumare, nel vino ed in sciocchi divertimenti, gli eccezionali salari determinati dalle continue emissioni cartacee.

 

 

Sono costoro, appartenenti a tutte le classi sociali, la causa del male col loro rifiuto pervicace alla vita austera, al risparmio, al pagamento dei tributi. Costoro condurranno il mondo civile alla rovina: perché i ministri del tesoro saranno costretti, anche quando vedano il pericolo, a continuare ad allargare la breccia, attraverso cui passa l’inondazione di carta stampata destinata a sommergerci.

 

 

La salvezza può venire solo dall’energia della gente pensante, degli uomini che, in tutte le classi, serbano l’amore al lavoro, alla vita seria, al risparmio. Sono anch’essi in molti. Alcuni di essi vogliono conservare la società attuale, pur perfezionandola. Altri ambiscono ad un rinnovamento profondo.

 

 

Ma né la conservazione né il rinnovamento saranno possibili, se non si pone termine alla baldoria dello spendere e se non si riesce così a rompere il torchio a stampa dei biglietti. Né i liberali né i socialisti che siano davvero desiderosi di ricostruire sul vecchio tronco o su nuovissime fondamenta possono volere la distruzione irreparabile lo scompiglio senza fine in fondo al quale non brilla nessuna luce, né bianca né rossa. Qualunque sia l’opera futura a cui le due parti intendono, su questo punto almeno dovrebbero essere concordi: nel distruggere il nemico comune, il nemico di ogni civiltà , il torchio devastatore dei biglietti.

 



[1] Con il titolo Prima di tutto: rompere il torchio dei biglietti [ndr].

[2] Con il titolo La lotta contro il torchio dei biglietti. Una citazione in tribunale contro il ministro inglese del tesoro [ndr].

[3] Con il titolo Rompere il torchio dei biglietti Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 162-167 [ndr].

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