Prime impressioni

Tratto da:

Risorgimento liberale

Data di pubblicazione: 13/12/1944

Prime impressioni

«Risorgimento liberale», 13 dicembre 1944

 

 

 

Giovani dalla parola infiammata, ardenti di passione patriottica e civile, desiderosi di bene, fiduciosi nel valore della propria parte politica; un uomo grande, venerato ed ammirato per l’altezza del pensiero, il quale rinuncia a continuare la pubblicazione della rivista a cui egli aveva dato valore universale, per diventare guida ed animatore di quei giovani: ecco le primissime impressioni di Roma. Di fronte a questo quadro romano di ardore e di fede, nel paese per quattordici mesi ospitalissimo, un’aula elettorale silenziosa, dove al banco alcuni uomini verificano tranquillamente le carte dell’elettore, e poi questi adempie al suo ufficio dietro una tenda che assicura il segreto. Nell’anticamera i rappresentanti dei partiti offrono taciti i programmi e le liste. Alla fine della giornata si fanno calcoli complicati per proclamare gli eletti; e l’indomani la vita politica continua ordinatamente. Nuovi uomini seguono ai vecchi, lentamente; le parti mutano nome e fini, non metodi. I radicali dominatori assoluti della Svizzera nel 1848 e poi ancora nel 1874, oggi conservano ancora tre posti di consigliere federale su sette; ma gli altri sono attribuiti ai conservatori cattolici e protestanti, al rappresentante dei contadini e a un socialista. Presto i socialisti diventeranno due; e, passata la guerra, ove acquistino nuovi proseliti, il partito comunista, che ora per stare nella legalità si chiama partito del lavoro, avrà il suo rappresentante nel consiglio federale.

 

 

Già ne ha uno, nel Consiglio di stato del cantone di Basilea città. I due quadri della lotta, dell’entusiasmo, della fede e del lavoro pertinace di preparazione da una parte e della gestione pacifica preceduta da discussioni cortesi dall’altra, non si contraddicono. Forse si suppongono.

 

 

Quaranta anni fa, l’ultimo dei tre Naville, che si succedettero nell’insegnamento filosofico di Ginevra, nel cortile del palazzo di città di quella piccola repubblica un tempo commossa da lotte civili acerbissime mi diceva: «qui, giovane, feci anch’io alle fucilate. Oggi, invece, discutiamo sui giornali e decidiamo con la scheda». E mi esaltava il valore delle alte imposte da lui pagate a cagione della politica sociale e dei servizi pubblici perfezionati dai padri coscritti ginevrini.

 

 

I contrasti appassionati odierni possono condurre al bene. Vedo che oggi si discute in Italia intorno alla fonte del potere politico. Qualunque siano le opinioni che ognuno di noi può avere intorno alla migliore organizzazione politica, se di monarchia ovvero repubblica, se di presidenza all’americana od alla francese, se di capo unico o di consiglio direttoriale, vi sono alcuni punti fondamentali che, se non sono osservati, non esiste un governo, un governo qualsiasi e lo stato non funziona.

 

 

La fonte del potere politico è una sola: la volontà del popolo liberamente manifestata, nel segreto dell’urna, per mezzo della scheda elettorale. Dove vi è intimidazione o paura, da qualunque parte provenga l’intimidazione e qualunque sia la causa della paura, ivi non hanno luogo elezioni, ma si celebra un rito funebre ad opera di minoranze audaci e decise al colpo che dovrà ad esse dare il potere assoluto.

 

 

Accanto al depositario della volontà popolare, vi deve essere colui che la interpreta. Re ereditario o presidente eletto, egli non ha il compito di governare, ma di accettare la designazione che gli elettori hanno implicitamente fatto di colui il quale dovrà costituire il governo. Talvolta la designazione è dubbia. Non lo è quasi mai in Inghilterra, dove la corona sa di «dovere» rivolgersi a Gladstone od a Disraeli, a Lloyd George od a Salisbury, a Mac Donald od a Baldwin, a Chamberlain od a Churchill. In caso di dubbio il Primo Ministro in carica prega il Sovrano od il Presidente di interpellare il popolo affinché, in nuove elezioni, meglio chiarisca la sua volontà.

 

 

Quando la volontà sia chiara, il primo ministro sceglie i suoi colleghi. Naturalmente, li sceglie in guisa che essi rappresentino le varie correnti della maggioranza, od, in caso di coalizioni, necessarie nelle ore gravi, sovratutto di guerra, le diverse opinioni esistenti in seno ai parlamenti. Ma la scelta è fatta a suo giudizio insindacabile, perché i ministri da lui scelti costituiscono un gabinetto che deve governare solidariamente ed unitamente. Nessun governo può esistere, se i singoli ministri non assumono l’impegno morale e lealmente vi tengono fede di lavorare in modo esclusivo alla attuazione di quei fini in cui sono caduti d’accordo. La constatazione più sicura che hanno potuto fare coloro i quali hanno dovuto per le note circostanze osservare la vita politica svizzera è questa: che i consigli federali ed i consigli di stato che là governano la confederazione ed i cantoni, sebbene composti di uomini di parti differenti, governano come un tutto. Non esiste la volontà del ministro delle finanze federale socialista, o di quello degli esteri radicale o dell’altro delle ferrovie cattolico, ma una volontà unica, formatasi discutendo attorno al tavolo ministeriale. Il consigliere federale (ministro) socialista cessa, non appena diventi membro del corpo supremo esecutivo della confederazione, di rappresentare la volontà del partito, per trasformarsi in esecutore della volontà unica del consiglio federale. Egli influirà ovviamente, in relazione alle sue attitudini intellettuali e politiche ed alla forza della parte sua politica, sulle decisioni del governo; ma queste sole hanno valore, non i deliberati delle parti, da cui i singoli ministri provengono. Qualunque mandato imperativo i parlamentari, od i comitati che provvisoriamente possono sostituirli, volessero dare o qualunque organo di controllo essi volessero istituire accanto al gabinetto, è atto solo a produrre anarchia ed a rendere impossibile ogni specie di governo. Se il gabinetto governa male, unica arma legale è il voto di sfiducia, che obbliga il capo dello stato a seguire la nuova designazione gli venga fatta dalla maggioranza parlamentare. Rimane fermo il punto capitale: che la volontà popolare, attraverso alle elezioni od a spontanee formazioni, designa l’uomo al quale il capo dello stato affida il compito di comporre un governo il quale riscuota la fiducia dei parlamenti (o dei comitati provvisoriamente sostituiti ai parlamenti). Ma il governo o gabinetto non può essere l’emanazione delle parti politiche singole od associate. Un governo diretto di parlamenti o di gruppi politici è sinonimo di tirannia.

 

 

Parlamenti e gruppi politici designano e giudicano; non possono né devono governare.

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