Primo dovere

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 06/07/1921

Primo dovere

«Corriere della Sera», 6 luglio 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 232-235

 

 

 

Già dicemmo essere primo dovere del nuovo ministero quello di parlar chiaro e di presentare al parlamento e al paese un quadro esatto di tutta la situazione finanziaria dello stato. Nessun compito migliore possono assolvere il nuovo gabinetto ed il nuovo ministro del tesoro. Sulla condizione reale della pubblica finanza pochissimo sappiamo; e quel poco è insufficiente per calmare il pessimismo di coloro i quali vedono il fallimento a due passi e l’ottimismo di quegli altri i quali, dall’essere scampati al disastro maggiore, si credono autorizzati ai più folli propositi di nuovi dispendi. L’on. Giolitti ebbe la ventura ed il vanto di poter annunziare un giorno che il disavanzo del bilancio italiano era oramai ridotto da 14 a 4 miliardi di lire. Poiché egli aveva avuto il merito di far approvare la legge sul pane – ed è vano indagare se al merito innegabile si sia poi aggiunta la fortuna del ribasso dei prezzi del frumento all’origine – aveva anche il diritto di trarne la legittima conseguenza, che era l’annuncio al paese della riduzione del disavanzo ai 4 miliardi di lire. Ma egli medesimo dovette poi dichiarare che l’annuncio era stato monco ed aveva condotto a malaugurate illusioni, ed allo scatenarsi di nuovi appetiti a carico del tesoro. I suoi ammonimenti a non illudersi sarebbero stati assai più efficaci, se il ministro del tesoro del tempo avesse ritenuto di suffragarli con una chiara esposizione, la quale avesse messo in luce la vera e complessa situazione finanziaria dello stato.

 

 

Oggi, che il ministro del tesoro di ieri è diventato presidente del consiglio, bisogna insistere sulla necessità e sull’urgenza di una siffatta esposizione. Le solite relazioni, tutte stereotipate, sulla falsa riga di quelle compilate vent’anni fa, coi soliti dati sul bilancio preventivo in corso, sul preventivo futuro, sul consuntivo passato, sulla Cassa depositi e prestiti e sulla circolazione, non soddisferebbero la curiosità del pubblico che vuol sapere a che punto precisamente ci troviamo.

 

 

Siamo davvero ad una svolta della storia della nostra finanza. Si comprendeva che durante gli anni di guerra e nei primi dell’armistizio non si potesse offrire un quadro d’insieme. Tutto era in ebollizione; e le previsioni fatte oggi non valevano più domani; il bilancio non era tanto importante per quel che ci narrava nelle sue partizioni tradizionali, ma per quel che si nascondeva in certi misteriosi gonfiatissimi capitoli dei bilanci militari, in cui le previsioni erano lontanissime dai risultati effettivi e per quel che si supponeva doversi nascondere nei molteplici conti correnti fra il tesoro e le gigantesche gestioni fuori di bilancio spuntate come funghi durante la guerra. Fu possibile perciò di prevedere 5 e di spendere 30 miliardi; cosa che in tempi normali sarebbe stata considerata impossibile. Il parlamento più non discusse un solo bilancio; e si limitò a votare dodicesimi provvisori dopo discussioni generiche, che col controllo del pubblico denaro non avevano nulla a che vedere.

 

 

Tutto ciò deve cessare; e chi ha il dovere preciso di farlo cessare è il ministro del tesoro, il quale, prima che la camera prenda le sue vacanze, deve esporre quale sia l’eredità di debiti che il passato lasciò al nuovo esercizio cominciato il primo luglio (debiti di ogni specie, nettamente divisi in interno ed estero, consolidato e fluttuante, oneroso e senza interessi); quale sia l’eredità di liquidazioni da compiere, attinenti agli esercizi finanziari passati. Deve potersi fare un calcolo di quanto ancora si deve pagare ai fornitori, quali siano le spese straordinarie che nei prossimi esercizi si dovranno sostenere, non perché corrispondano ad esigenze correnti dell’esercito o dell’amministrazione civile, ma perché sono la conseguenza ineluttabile od evitabile delle spese fatte in passato. È gran male che le liquidazioni del passato rimangano, nei conti del tesoro e nei bilanci, confuse insieme con le spese correnti. Metodo pericolosissimo, perché in tal modo certe spese che non si oserebbe deliberare se si dichiarassero per quello che sono, ossia spese nuove, normali, correnti, passano inosservate sotto l’etichetta di liquidazioni di un passato irrevocabile. Occorre d’altro lato stabilire quale sia la spesa corrente, normale, per il corrente e per futuri esercizi. È probabile che tale spesa non sia così spaventosa da far disperare dell’avvenire: ma che monta se il suo totale è ingrossato da spese che con il bilancio normale non hanno nulla a che fare e che non si sa donde vengano? Che monta, sovratutto, se accanto al bilancio normale persistono bilanci nascosti di gestioni separate, il cui passivo comparirà in qualche consuntivo, quando non ci sarà più rimedio? E che cosa si deve dire delle varie gestioni separate per la marina mercantile, per gli approvvigionamenti combustibili? Che cosa dei nuovi fondi, pure sacrosanti, per i mutilati ed i feriti di guerra; che cosa per le riparazioni ai danneggiati di guerra?

 

 

Si potrebbe nella enumerazione seguitare per un pezzo. Ma il nocciolo del discorso è chiaro: è necessario che il ministro del tesoro ci dica anno per anno e per alquanti anni a venire quale sia il totale prevedibile delle entrate e delle spese, tutto compreso e niente escluso. Non una esposizione secondo le regole formali della nostra contabilità; ma secondo quelle della logica e del buon senso, le quali vogliono che nulla si taccia, che non si esagerino né le entrate né le spese; ma neppure si rimpiccioliscano facendo eleganti e sottaciute ipotesi intorno a ciò che si deve includere od escludere dalle previsioni.

 

 

L’esposizione finanziaria deve sovratutto servire di ammaestramento; e l’ammaestramento si ottiene solo quando si dica tutta la verità. Le verità finanziarie, bisogna riconoscerlo, sono parecchie; e quella che di solito serve di base alle esposizioni dei nostri ministri del tesoro, è verità monca e infeconda. Sono vane le solite previsioni basate sull’ipotesi che il parlamento per un dato numero di anni nulla muti né alle leggi d’entrata né a quelle d’uscita. Oggi, a cagion d’esempio, vi sono imposte che tutti son d’accordo nel ritenere doversi modificare. Basta con le imposte nuove, ma si rendano più perequate le imposte vecchie! Che cosa intende fare il governo in tal senso? Intende applicare e quando la riforma dei tributi diretti portata dal decreto 24 novembre 1919? Ed in che cosa consiste il piano di «audaci» riforme vagheggiato, a quanto sembra, dal nuovo capo del governo e quanto costerà? Come si intende di liquidare le «liquidazioni» e di far fronte al carico temporaneo e crescente delle pensioni e delle altre indennità dovute per causa di guerra?

 

 

Fissati questi punti, quali previsioni di entrata e di spesa si possono fare? Come si potrà, sempre in totale e sempre tutto includendo e nulla sottacendo col comodo ripiego dei conti correnti e delle anticipazioni, equilibrare il bilancio? Se non si potrà equilibrare subito, a quando il pareggio? E nel frattempo, di quanto crescerà il debito pubblico e quali propositi si nutrono per la trasformazione del minaccioso debito fluttuante in debito consolidato?

 

 

Ansiose domande, alle quali giova sperare che il ministro del tesoro vorrà rispondere. L’opinione pubblica non solo spera che egli voglia, ma pensa che egli debba rispondere.

 

 

Torna su