Principi utilitaristici e imposta

Tratto da:

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/09/1933

Principi utilitaristici e imposta

«La Riforma Sociale», settembre-ottobre 1933, pp. 606-610

 

 

 

Considero, nella risposta del Rossi, solo quella parte la quale si riferisce al punto da me toccato nella mia critica: appartiene alla scienza economica discutere di progressività nelle imposte? La bontà sostanziale della sua tesi non fu e non è da me — salvo qualche riserva di vocabolario, di cui sotto — discussa. Negai solo che quella fosse discussione economica. Il Rossi replica:

 

 

  • 1° che io ho interpretato male la sua ipotesi — ben sua e non mia — che «per tutti gli uomini decresca in ugual modo la utilità del reddito». Avevo interpretato che l’ipotesi valesse quanto dire «che il rapporto fra l’utilità di una dose di ricchezza e l’utilità di quella immediatamente precedente è uguale per tutti gli uomini». Il Rossi afferma che egli voleva dire altro; ed io mi inchino, augurandomi nel tempo stesso che qualche volonteroso compili presto un prontuario del significato delle parole e delle frasi usate oggidì dalla congrega economica, con le opportune varianti a norma delle diverse scuole; prontuario di cui, sebbene non tutti osino confessarlo, è sentitissimo il bisogno, e sarebbe certo e fruttuoso lo spaccio.

 

 

Il Rossi deve nutrire tuttavia una qualche non avvertita inclinazione per la mia lettura, da lui respinta, della sua ipotesi; ed invero (cfr. sopra § 10) non solo il mio svolgimento: «l’utilità della seconda dose di reddito per Primus è uguale al prodotto della utilità della seconda dose di reddito per Secundus per l’utilità della prima dose di reddito per Primus diviso per l’utilità della prima dose per Secundus»; ma anche un suo ulteriore svolgimento: «il rapporto tra l’utilità della seconda dose di reddito per Primus e l’utilità della seconda dose di reddito per Secundus è uguale al rapporto fra l’utilità della prima dose di reddito per Primus e l’utilità della prima dose di reddito per Secundus» hanno per lui, oltre al significato formale matematico, un significato sostanziale preciso e determinato. Quale sia tal significato egli non dice apertamente, rinviando a note leggi economiche di Jevons e ad analogie tratte dalla fisica. Forse ho torto reputando che, se un significato sostanziale di una qualunque proposizione esiste, esso deve essere passibile di una chiara dichiarazione autonoma. Il mio rispetto per le analogie ed i lampeggiamenti tratti da altre scienze è illimitato, ma a condizione che, quelle accennate e questi fermati nel quadro, l’analogista esponga il problema in discorso con modi a questo proprio; dimostrando che egli vuole far parte agli altri dei suggerimenti che ha ricevuti da altri capitoli o da altre branche dello scibile umano. Nessuno è obbligato a svolgere il pensiero altrui;

 

 

  • 2° che la ipotesi da lui formulata: «decrescere per tutti gli uomini in ugual modo la utilità del reddito» deve essere interpretata nel senso che «il principio stesso della decrescenza richiede logicamente un minimum di decrescenza valevole per tutti, nel senso che la decrescenza, variabilissima da individuo ad individuo, deve ritenersi superiore ad un certo minimo. Perciò è legittimo parlare «di un valore costante per la elasticità che definisce la decrescenza» ed è legittimo tenerne conto «solo nella misura che, essendo superata da tutti, è a tutti comune».

 

 

È probabile, data la mia imperfettissima conoscenza dei significati speciali delle parole usate nel linguaggio psicologico, io interpreti ancora una volta erroneamente la proposizione sopra riprodotta; e mi si conceda venia perciò se oso svolgerla nel modo seguente:

 

 

  • a) esiste un minimo di decrescenza dell’utilità, comune a tutti gli uomini;
  • b) supponendo che tal minimo si verifichi per un individuo appartenente ad una data collettività, per tutti gli altri individui l’utilità decresce in misura maggiore di tal minimo, misura variabilissima da individuo ad individuo;
  • c) allo scopo di distribuire l’imposta, basta tener conto del minimo comune di decrescenza (a), trascurando le variazioni al disopra dello stesso minimo (b).

 

 

Le proposizioni (a) e (b) sono di tipo scientifico, perché, fatte parecchie riserve, tra cui principalissime quella che fino ad un certo punto, diversissimo da uomo ad uomo, la utilità delle successive dosi di ricchezza è probabilmente crescente, e l’altra che per taluni uomini non si può, per certi tratti, escludere una legge di costanza, esse paiono rappresentare abbastanza bene le uniformità, i vincoli esistenti fra incrementi di ricchezza ed incrementi di utilità derivata dalla ricchezza.

 

 

La proposta (c) non ha invece carattere scientifico. La sua importanza, rispetto al ricavarne una formula d’imposta, non consiste nell’essere una uniformità. Su ciò non discuto, perché il punto essenziale non sta nell’essere una uniformità; ma nell’essere scelta, fra le uniformità e le dissimilarità esistenti di fatto, per dedurne una norma reputata dallo studioso «giusta» per la ripartizione dell’imposta. La scelta fatta risulta da una predilezione, da un sentimento dello studioso. Dicendo perciò che quella proposizione non ha carattere scientifico, non voglio menomamente tenerla in poco conto. Anzi ne faccio gran caso, perché è certamente interessante sapere perché i legislatori reputino «giusto» seguire quel criterio; e se vedrò che molti legislatori lo seguono, dirò che esso risponde ad una uniformità di condotta politica. Il carattere scientifico non è proprio del criterio stesso; ma eventualmente della legge di frequenza della sua adozione da parte dei legislatori. Il consiglio (c) dato dal Rossi al legislatore ha l’impronta di consiglio meditato di buona condotta tributaria; epperò mi piace inchinarmi senz’altro dinanzi agli eleganti svolgimenti che il Rossi ha saputo trarne e supporre[1] che l’applicazione della formula dell’imposta da lui ricavata dia luogo a risultati accolti come equi dalla coscienza collettiva.

 

 

Dico soltanto — ed è qui tutto il succo della mia precedente diatriba e di quella presente — che la scelta del suo consiglio è una scelta politica, fatta arbitrariamente dal legislatore. Il fatto è che la decrescenza dell’utilità è diversissima da uomo ad uomo; che l’utilità, per alcuni tratti, invece di essere decrescente, è crescente o costante; che il punto di inizio della decrescenza è ignoto ed è diversissimo da uomo ad uomo. Viene il legislatore e dice: «dal fatto completo io astraggo una fetta, quella minima di decrescenza comune a tutti. Ignoro i casi ed i tratti in cui, nonché esserci quel minimo di decrescenza, esiste persino il fatto contrario della crescenza. Ignoro i casi numerosissimi, la quasi generalità, in cui la misura della decrescenza è superiore a quel minimo. E costruisco su quella astrazione la mia imposta». Non nego la legittimità e la correttezza delle deduzioni ricavate da quella uniformità che al Rossi piace considerare. Affermo, che il dedurre soltanto da quella uniformità (minimo di decrescenza uguale per tutti) e non anche dalle altre caratteristiche della decrescenza della utilità è un «arbitrio» politico. La parola «arbitrio» non ha nessun connotato sfavorevole o biasimevole o negativo. Indica che si tratta di un giudizio della stessa natura di tutti quelli che si incontrano a base delle norme legislative coattive. L’arbitrio dell’uguaglianza (della decrescenza dell’utilità) è certo voluto dal legislatore per nobilissimi motivi, per ossequio necessario a regole di uguaglianza di trattamento degli uomini di fronte alla legge. Sta tutto benissimo; ma sta che quello è un giudizio politico, col quale l’economista, come tale, non ha nulla a vedere. Né l’economista ha nulla a vedere con gli altri criteri che al Rossi appaiono plausibili fondamenta per la ripartizione dell’imposta:

 

 

  • che gli uomini debbano essere tassati proporzionatamente al loro reddito (principio detto di uguaglianza economica dal Rossi);
  • che gli uomini debbano essere tassati proporzionatamente alla utilità subbiettiva della loro ricchezza;
  • che gli uomini debbano essere tassati non secondo il principio individualista del «compenso secondo il merito» ma secondo quello comunistico del «consumo secondo il bisogno, produzione (contribuzione) secondo la capacità»;
  • che l’imposta debba lasciare invariata la posizione economica relativa dei contribuenti.

 

 

Anch’io ho ed ho avuto qualche predilezione per qualcuno dei criteri indicati. In materia di fondamenta, giustificazione, base, punto di partenza per la distribuzione dell’imposta, brancoliamo talmente nel buio che bisogna aggrapparci a qualsiasi rampino per andare avanti. Rassegnamoci tuttavia a riconoscere che si tratta di rampini, espedienti, predilezioni, meno peggio, riduzioni al minimo di inevitabili arbitri; tutto, salvo che di proposizioni economiche, anzi scientifici. Quelle poche volte che sono passato sul Ponte Nuovo a Parigi, sono reputato in obbligo di cavarmi il cappello dinanzi alla statua del buon re Enrico IV il quale voleva che tutti i francesi potessero mettere la domenica un pollo nella pentola; ed oggi mi cavo il cappello ai filantropi i quali vorrebbero che gli uomini fossero pagati secondo il merito o secondo il bisogno, o tassati secondo la capacità, ovvero in modo che la loro posizione economica rispettiva rimanga invariata. Ho sempre avuto grande ammirazione per i risultati sociali, per i rivolgimenti ideali che codesti uomini sono riusciti a produrre. Considero degnissima di storia la loro opera. Ma non mi è mai passato per la mente l’idea che nei discorsi di quegli uomini politici e negli scritti di quei predicatori dovesse studiarsi la scienza economica. Il salario è quello che è, non quello che dovrebbe essere secondo il merito ed il bisogno. La scienza economica studia il salario che è; e delle idee del salario secondo il merito od il bisogno tiene conto solo come di idee, le quali, forse, possono in date circostanze avere accanto a tanti altri fattori, un certo peso sul mercato del lavoro nella determinazione del salario che è. Parimenti, se l’idea dell’imposta secondo il criterio (c) è riuscita ad attuarsi in un certo paese e tempo, essa è divenuta un dato di fatto dell’equilibrio economico; e come tale formerà oggetto di studio da parte della scienza economica. Ma alla domanda: è giusta l’imposta costrutta secondo la proposizione (c), la scienza economica non offre alcuna risposta. Non so perché il Rossi si ostini a dichiarare propri della scienza economica ragionamenti che con essa non hanno nulla a che fare. Egli ha egregiamente affrontato problemi più alti. Perché confonderli con il nostro terra terra? La politica, la morale, la religione possono indicare le vie del bene o del male, la scienza economica no. Essa è cosa troppo umile per aspirare a tanto. Ben sapendo che nessuna lode le spetta per quel che altri, mosso da sentimenti di giustizia o di carità o di grandezza, fa di bene con atti coerenti all’alto fine voluto, la sua sola aspirazione è che le maggiori sorelle talvolta la ascoltino quando, aspirando al bene, esse hanno preso una via traversa. Dice la sua voce: «voi correte a quel fine per tal via e credete di toccar la mèta; badate che la via è impervia e cadrete prima di giungere alla mèta, od è via mala e vi conduce al precipizio».

 

 



[1] Dico — a rischio di eccitare nuova querela di sbandamento su punti singoli dei discorso dell’A. a danno del filo logico del suo ragionamento — «supporre» perché la incapacità mia di capire il significato della formula dell’imposta da lui ricavata (cfr. sopra § 8) è di intoppo ad un pieno apprezzamento di essa. Che cosa significa il dire che l’imposta (l’I della formula) è uguale al rapporto fra la «quota costante di prelevamento in utilità (aliquota subbiettiva costante (α)» e l’unità meno «la graduazione dell’imposta» (m), moltiplicato tale rapporto per il reddito del contribuente χ, meno un’altra quantità χm? Che cosa sia il rapporto fra aliquote subiettive di prelevamento e graduazione dell’imposta ossia il rapporto fra un qualche cosa che data l’accezione ordinaria della parola «aliquota» pare sia a sua volta un rapporto fra quantità psicologiche ed un qualcosa d’altro che sembrerebbe — sempre secondo il significato comune delle parole usate — essere una ragione di incremento dell’imposta in moneta in rapporto all’incremento del reddito in moneta; e come si possa moltiplicare siffatto rapporto per una quantità di reddito espressa in moneta, è quesito per me impenetrabile. Il Rossi dirà che la sua formula è un derivato di altre; e che in quelle o nei successivi loro svolgimenti io posso trovare ogni soddisfazione ai miei dubbi Metto la faccia tosta e nego. Quando si giunge ad una formula e la si propone come guida all’azione del legislatore si ha l’obbligo di esporla perfetta in sé stessa, tale che se ne comprenda ,il significato di tutti coloro i quali sappiano leggere e scrivere e far di conti. Si può rinviare a precedenti sviluppi il chiarimento della dimostrazione non quello del significato. Non bisogna credere del resto che la fatica nel compiere siffatta umile bisogna di sprezzamento del pane della scienza sia del tutto ingrata e priva di soddisfazioni. Citerò l’esempio del Wicksteed, il quale nell’Alphabet e nel Common Sense si assoggettò alla dura fatica, oggi da tanti disdegnata di spiegare passo a passo i principi dell’economia pura in modo da renderli accessibili anche a quelli che in Italia si designerebbero come forniti del diploma di maturità e classica. Capitò che, anche per questo suo scrupolo di compiutezza, disse cose nuove ed acquistò imperitura fama di grande economista.

Torna su