Problemi monetari tedeschi

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 12/01/1924

Problemi monetari tedeschi

«Corriere della Sera», 12 gennaio 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 549-553

 

 

 

Quali siano le condizioni attuali monetarie della Germania non è facile sapere. Sembra che dopo il 15 novembre non siano più state pubblicate situazioni della Banca imperiale tedesca; e quindi si sia all’oscuro sulla quantità della circolazione nelle sue varie specie. Quante siano queste specie, non è ben chiaro.

 

 

Ci sono i vecchi marchi-carta, di cui al 15 novembre il «Bulletin mensuel de statistique» della Società delle nazioni – ottima pubblicazione riassuntiva dei principali dati statistici del mondo – dava in circolazione 92.844.720.743.031 milioni. Rinuncio a esprimere in parole questa cifra, che pare i tedeschi pronuncino 92 quadrilioni e rotti.

 

 

Ci sono i marchi-rendita, i quali dovrebbero essere uguali ai marchi-oro antebellici e che ufficialmente si convertono al saggio di 1 bilione (1.000.000.000.000) marchi-carta contro 1 marco-rendita.

 

 

Ci sono i marchi-oro, propriamente detti, i quali però non sono né coniati né stampati. Pare siano una moneta di conto, o moneta ideale uguale a 10 quarantaduesimi del dollaro nordamericano. Chi contratta in marchi-oro non si sdebita pagando marchi-carta o marchi-rendita, ma esclusivamente dollari nordamericani od oro di peso e titolo uguale al dollaro. S’intende che il creditore può accettare qualunque altra specie di moneta, ove la gradisca, al corso della giornata.

 

 

Ci sono i marchi di fortuna, di cui la varietà è infinita: marchi-segala, marchi-potassa, marchi-carbone, emessi dalle autorità pubbliche e private le più impensate. A fine di ottobre c’erano in giro 539.565 bilioni di marchi di fortuna.

 

 

Tutte queste varie specie di marchi, ad eccezione del marco-oro-dollaro, che non esiste materialmente, hanno un valore che si può chiamare d’opinione. Non essendo convertibili in oro, esse variano di pregio a seconda di impressioni mutevoli da un momento all’altro. Nonostante le loro grandezze astronomiche, i marchi-carta ed i marchi di fortuna si potrebbero comperare tutti per meno di 200 milioni di marchi-oro. Se si pensa che nel 1914 circolavano 5.000 milioni di marchi in biglietti convertibili in oro, si vede quale terribile carestia di danaro attraversi la Germania. In un libro, meraviglioso per lucidità di dettato, a cui ho accennato già in un altro mio articolo, e che dovrebbe essere voltato in italiano per contribuire alla chiarificazione delle idee su questa contrastata e misteriosa materia, J. M. Keynes (A Tract on Monetary Reform, Macmillan, London) ha descritto il processo attraverso a cui si riesce con 200 milioni a far ciò che prima si faceva con 5.000 milioni. Il segreto sta in ciò che la moneta non è più adoperata per la maggior parte degli usi a cui serviva. Gli uomini la tenevano come riserva: non molto, ma qualche diecina o centinaia di lire usavano stare in tasca per le spese correnti. In paesi a moneta deprezzata, ognuno si disfa, invece, appena può, della moneta che riceve. Si racconta di negozianti che, appena ricevuti marchi, corrono ansanti e con la lingua fuori a rispenderli al mercato più vicino. Sorgono, ai crocicchi, bancherottoli ambulanti dove si possono cambiare marchi in dollari o sterline; perché ad andare alla sede della banca si perde troppo tempo e la moneta può frattanto deprezzare. Corre voce che nelle birrerie il cliente ordini e paghi subito due bicchieri di birra, perché si preferisce correre l’alea di bere la birra calda piuttosto che subire un aumento di prezzo per il possibile deprezzamento del marco tra il primo e il secondo bicchiere.

 

 

Un tempo, la moneta serviva e serve ancora nei paesi a valuta relativamente stabile, come misura delle ricchezze. Ma è di ieri il calcolo che gli interessi del debito pubblico consolidato tedesco ammontarono nell’ultimo semestre a 1.089 milioni di marchi; ma, pagando questa somma, l’erario sborsò e i creditori ricevettero l’equivalente di una centesima parte di un danaro inglese, circa un decimo di un centesimo-oro italiano. A che cosa serve, ai fini del risparmio, una moneta che ha condotto i risparmiatori a tali spaventose conseguenze?

 

 

Fino a poco fa, i creditori si lusingavano che, almeno per i vecchi prestiti, lo stato avrebbe fatto onore ai suoi impegni; e che un titolo antico di rendita 3,5 o 5% per cui i creditori avevano versato all’erario 100 marchi-oro effettivi sarebbe stato riconosciuto al valore antico. I più non giungevano nelle loro speranze a tanto; e si sarebbero contentati anche di 10 marchi e forse di 1 marco-oro. Era poco; ma sempre qualcosa di più d’una diecimiliardesima parte di un marco, quanto suppergiù vale oggi un antico titolo da 100 marchi. Oggi, anche questa speranza è venuta meno: il governo ha ufficiosamente dichiarato che pagherà capitale ed interessi dei suoi debiti in marchi-carta. Ossia, fallimento in pieno. Fede punica; tanto più disgustevole in quanto lo stesso governo annuncia un’imposta sui guadagni che i debitori privati hanno fatto rimborsando in marchi-carta i prestiti contratti in marchi-oro. Badisi, che non ai creditori sbeffeggiati si vuol dare così un compenso; ma lo stato che non paga i proprii debiti, si fa avanti per impadronirsi, lui che non c’entra, di una parte di ciò che spetterebbe ai creditori!

 

 

Il marco-carta non serve neppure più per le grosse contrattazioni. Compere, vendite, accreditamenti in banca si fanno in monete straniere o in monete ideali. Il marco-carta serve solo per le minute contrattazioni; e, anche qui, soddisfa abbastanza bene al suo compito, per la velocità vertiginosa di circolazione che ha assunto. Se una moneta passa da una mano all’altra una volta alla settimana, ne occorre, ad esempio, una quantità 700; se passa una volta al giorno, basta, per fare la stessa cifra di affari, una quantità 100; se due volte al giorno, bastano 50.

 

 

Adesso per le grosse e le medie contrattazioni ed un po’, sembra, anche per riserve di risparmio, è bene accetto in Germania il marco-rendita. Si è giunti persino a dire che esso fa premio sulla sterlina e sul dollaro; ed effettivamente fu, nelle borse tedesche, quotato con premio sul dollaro. La cosa è teoricamente possibile, perché, se il marco-rendita diventasse l’unica moneta circolante in Germania potrebbe ben darsi che se ne emettesse una quantità talmente moderata che, pur tenuto conto dei marchi-carta e dei marchi di fortuna ridotti a moneta divisionaria, i prezzi delle merci fossero in Germania più bassi che all’estero. Alla pari dei cambi, i dollaro nordamericano è uguale a 4,20 marchi-rendita. Se un kg di una merce qualunque si vende, tenuto conto delle spese di trasporto, ecc., in America per 1 dollaro e in Germania per 4,20 marchi, i cambi ed i prezzi sono in equilibrio. Ma se in generale, le merci che si vendono in America per 1 dollaro, si debbono vendere in Germania, a causa della scarsità del circolante, a 3,80 marchi-rendita, ecco che, – per la regola che, se due cose (1 dollaro e 3,80 marchi-rendita) sono uguali ad una terza (un kg di merce in genere), sono anche uguali tra di loro – 1 dollaro diventa uguale a 3,80 marchi-rendita. Ossia il marco-rendita fa premio sul dollaro, perché se ne dà di meno della pari (4,20) per avere lo stesso dollaro.

 

 

Alcuni scrittori tedeschi si ostinano a dire che ciò accade perché i marchi-rendita sono garantiti da una buona prima ipoteca su terre, case, stabilimenti. La verità è che la garanzia serve finché di marchi-rendita non ce ne sono troppi. Se, invece di 2.400 milioni, quale sembra essere il massimo legale, se ne emettessero 3.000 o 4.000 o 10.000 milioni, la garanzia non servirebbe a nulla ed anche il marco-rendita andrebbe giù a rotoli.

 

 

Il problema sta dunque nel vedere quanti marchi-rendita si emetteranno.

 

 

Il punto essenziale sta nel vedere se il governo riuscirà a pareggiare il bilancio: nei dieci primi giorni di novembre l’impero aveva speso 57.901.569.022.713 milioni di marchi-carta e ne aveva incassato 55.449.076.684 milioni. Le spese erano mille volte di più delle entrate. La differenza era coperta con la stampa di biglietti. Al 15 novembre il torchio dei vecchi marchi-carta fu rotto, dicesi; e si dichiara che il governo doveva pagar le spese pubbliche con i proprii mezzi. Bisogna riconoscere che il nuovo gabinetto fa del suo meglio per ristabilire sul serio le imposte; ma non è impresa da poco persuadere una popolazione, abituata da anni a pagare somme ridicole, a riprendere la dura abitudine del pagare imposte sul serio. Frattanto il governo, sebbene paghi gli impiegati con grandissimo ritardo, è costretto a far debiti: al 18 dicembre erano esauriti i 1.200 milioni di anticipazioni in marchi-rendita che la legge autorizzava la nuova banca a fare al governo. Ad una richiesta di nuovi prestiti fu risposto di no. Se si terrà duro; e se il governo troverà i mezzi, con imposte o con prestiti effettivi sul mercato, di equilibrare il bilancio, il marco-rendita conserverà la pari con il dollaro. Altrimenti esso si ridurrà ad una imitazione dello spediente sovietistico di tagliar via, ad ogni primo gennaio, un certo numero di zeri, per non rendere impronunciabili le quantità monetarie. Ora 1 bilione di marchi-carta si considera uguale ad 1 marco-rendita. Domani 1.000 marchi-rendita potrebbero diventar uguali ad 1 marco-oro. Perché questo non accada, è necessario pareggiare il bilancio od, almeno, ordinare un piano di assestamento, il quale consenta di prevedere il pareggio ad una certa scadenza. Ma non si vede come il piano possa funzionare senza un accordo tra la Germania ed i suoi creditori.

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