Professori sovversivi

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 26/10/1902

Professori sovversivi

«La Stampa», 26 settembre 1902

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 507-511

 

 

I resoconti che arrivano da Firenze intorno al congresso degli insegnanti delle scuole medie italiane sono uno dei più interessanti documenti dello stato d’animo di una gran parte dei dipendenti dello stato e dell’influenza che su di essi ha esercitato l’esempio dei miglioramenti economici ottenuti dagli operai delle officine e dagli impiegati delle grandi amministrazioni ferroviarie.

 

 

I professori, specialmente i professori delle scuole medie, sono uomini di solito mancanti di iniziativa; privi di stabilità di sede, talvolta privi della stabilità di posizione, sottoposti ad essere sbalestrati da un estremo all’altro d’Italia ad arbitrio del ministero, ossia dei capi-divisione e dei segretari della Minerva, essi stanno muti come pesci ed aspettano il miglioramento della loro carriera dalla benevolenza dei superiori.

 

 

Perché i professori si siano decisi a strillare così forte, in modo da spaventare i giornali fiorentini, deve essere accaduto davvero qualcosa di straordinario.

 

 

Se si vuol dire la verità, le lagnanze dei professori secondari duravano da un pezzo; ma nessuno se ne preoccupava, poiché erano sepolte nei giornali didattici e lette, a conforto reciproco, dai soli insegnanti. Oggi invece gli strilli sono pubblici, e sono messi sotto la salvaguardia del capo dell’estrema sinistra radicale; cosa la quale conferisce importanza politica a codesta singolare dimostrazione.

 

 

Gli insegnanti si lagnano di parecchie cose: di avere uno stipendio, per i professori titolari, il quale va da un minimo di 2.000 lire ad un massimo di 3.000 lire, massimo il quale sarà raggiunto, secondo gli organici in vigore, con difficoltà estreme, dopo 25-30 anni di servizio o non sarà raggiunto mai; di essere perciò posti in condizioni inferiori a quelle di tutti gli altri impiegati dello stato, persino degli impiegati d’ordine, dove gli stipendi finali variano dalle 4.500 alle 6.000 lire; di ottenere, dopo anni ed anni di servizio, promozioni ridicole, che qualche volta si riducono a quattro lire e qualche centesimo al mese; e di dovere, ciò nonostante, ringraziare Iddio di trovarsi in una condizione così misera e nello stesso tempo così relativamente sicura e larga. Infatti quegli altri disgraziati che si chiamano reggenti (e tutti sono reggenti prima di diventare titolari) devono passare dieci o dodici anni della loro esistenza colla paga di 1.800, 2.000 e 2.200 lire, senza possibilità di alcun aumento, nemmeno sessennali, che sono pure concessi a tutti gli impiegati. Quegli altri disgraziati d’ordine inferiore che si chiamano incaricati hanno paghe che vanno dalle 70 alle 125 lire all’anno per ogni ora di lezione settimanale; cosicché un incaricato di scuola tecnica che abbia due ore di lezione al giorno da fare, ritira alla fine del mese una rimunerazione di 70 lire circa, senza nessuna garanzia di stabilità, senza diritto a pensione, senza riduzioni ferroviarie, senza infine nessuno di quei piccoli vantaggi che rallietano alquanto la vita della piccola burocrazia italiana. Questa gente – che comincia colle 50 e colle 70 lire al mese e faticosamente scala ad uno ad uno i gradini della carriera sino ad arrivare, vecchi di corpo e di anima, ridotti ad una minoranza infima di privilegiati, all’ultima Thule delle 3.000 lire all’anno, soggette a ritenuta – tutta questa gente ha studiato, ha ottenuta una laurea, ha sostenuto concorsi dove pugnano centinaia di concorrenti, deve vestire decentemente, deve mantenere una famiglia più o meno numerosa, deve essere esempio di tutte le virtù pubbliche e private, deve scrivere e pubblicare volumi; deve, insomma, avere tanti meriti e tante virtù che cinquant’anni or sono sarebbero bastati a farne dei professori d’università. Invece adesso sono dei travetti obbligati a correre qua e là tutto il giorno per avere lezioni negli istituti privati a due o tre lire all’ora; a dare ripetizioni a prezzi ancora inferiori; sono costretti, insomma, ad ingegnarsi nei modi più sconfortanti per campare la vita con quell’apparenza di decoro che è richiesta dagli educatori della gioventù, speranza e fiore della patria italiana.

 

 

Tutte queste cose i professori le avevano dette da lungo tempo, ed avevano scritto memoriali, umiliandoli ai piedi degli onorevoli deputati, senatori e ministri.

 

 

I lagni erano stati vani e le belle promesse erano rimaste inadempiute; cosicché già lo scoraggiamento si era impadronito degli insegnanti; quando una nuova speranza ed una nuova fede vennero a rianimarli ed a riannodarne le sparse fila: la speranza e la fede nella organizzazione di classe per strappare i miglioramenti, non concessi di buona grazia, con una pressione diretta sul parlamento e sul governo. La trasformazione di tattica degli insegnanti è uno dei fatti più impressionanti della politica del giorno. Il fatto dimostra il diffondersi nei ceti dove meno ce lo saremmo aspettato di un’idea pericolosa: dell’idea che per ottenere qualcosa bisogna organizzarsi in classe separata per imporre al parlamento le riforme desiderate. L’esempio dei ferrovieri è stato contagioso. L’aver visto che i ferrovieri colla minaccia di fare sciopero hanno messo in orgasmo l’Italia per circa due mesi e sono riusciti a strappare concessioni che, a detta dei loro stessi capi, mettono i ferrovieri al disopra, per garanzie di carriera, della maggior parte degli impiegati governativi, ha montato la testa a molti. Gli impiegati postali e telegrafici si uniscono in federazione ed eleggono a presidente l’on. Turati. I professori anch’essi fanno la loro brava lega e si mettono sotto il patronato dell’on. Sacchi.

 

 

Né basta. Codesti professori, a cui i programmi prescrivono di insegnare i diritti ed i doveri dei cittadini, che devono inculcare il rispetto alle istituzioni vigenti, votano un ordine del giorno in cui affermano che se i quattrini per aumentare i loro stipendi non ci sono, si piglino sugli altri bilanci; ossia sul bilancio della guerra, mandando a spasso uno o due corpi d’armata. Codesti professori, che alcuni anni fa non osavano parlare di politica nemmeno in segreto adesso gridano che per aumentare gli stipendi non si devono aumentare tasse scolastiche, perché ciò sarebbe antidemocratico. Ed il prof. Salvemini aggiunge che i professori ora gettano il loro programma (di aumento di stipendi ecc. ecc.) come un guanto nell’arena parlamentare e «beato il partito che lo raccoglierà!», conchiudendo: «Chi si metterà contro la scuola, la scuola lo combatterà».

 

 

E poiché un professore, più degli altri timido, aveva osato dire che l’ordine del giorno gli sembrava fatto da una lega socialista, il prof. Salvemini, interrompendolo, riconobbe che desso era fatto da una lega di professori che si può anche trovare d’accordo coi socialisti. E poiché ancora qualche giornale si era permesso di esprimere le sue meraviglie per il carattere sovversivo dei discorsi del congresso, un professore di filosofia enunciò l’idea che la lega si debba imporre in modo «da non dovere mendicare nei giornali la pubblicazione di articoli in favore della nostra causa o di notizie che ci riguardano».

 

 

Noi non giudichiamo. Esponiamo soltanto. Codesti professori, che hanno buone ragioni da far valere e che credono di non avere modo migliore di farle valere se non che fare congressi a base di discorsi accesi, formare leghe per premere sui deputati e sul governo, promettere la loro alleanza a quel partito, anche di estrema sinistra, che sposerà la loro causa, minacciare i giornali non disposti a pubblicare le loro querimonie; codesti professori non sono forse un fenomeno interessante?

 

 

Le loro minacce non spaventano come quelle dei ferrovieri, perché uno sciopero di professori sarebbe divertente, sovratutto per gli allievi. Ma fanno pensare di più. Dicono che il malcontento e la disorganizzazione devono essere ben grandi nell’organismo statale se persino gli educatori della gioventù alzano la loro voce contro il governo e cercano paladini nei partiti extra-costituzionali.

 

 

Che i professori d’università fossero talvolta insofferenti di freno e poco rispettosi delle autorità costituite, si capiva, ed era forse una conseguenza necessaria della libertà della scienza; ma che i professori secondari adottino i procedimenti degli operai e dei contadini per migliorare la propria condizione, è cosa inaudita non solo in Italia, ma in ogni paese straniero, dove l’istruzione sia un affare di stato. Altrove è inconcepibile una lega di professori ben pagati e sicuri di una carriera relativamente rapida, mentre da noi il sovversivismo dei professori trova una scusante nella noncuranza del governo verso di loro e nel disprezzo della pubblica opinione verso la gente male remunerata ed ognora mendica.

 

 

È assai probabile che al congresso di Firenze abbiano preso il sopravvento alcuni pochi violenti, i quali non rappresentano in tutto le opinioni delle migliaia di loro colleghi.

 

 

Scarso conforto, poiché le minoranze rumorose sono sempre quelle che si tirano dietro le maggioranze pacifiche. Se noi non vogliamo che lo spirito sovversivo guadagni terreno tra i professori – con quanto pericolo dell’educazione nazionale è facile vedere – è d’uopo correre prontamente ai ripari con una azione di stato, la quale sia risoluta e ferma da un lato e soddisfaccia dall’altro alla legittima aspirazione di un ceto di persone che nella società compie un ufficio nobilissimo e che noi purtroppo abbiamo ridotto ad una condizione inferiore a quella degli impiegati d’ordine emarginatori dei ministeri.

 

 

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