Profezie economiche. Consigli di prudenza pel 1913

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 26/07/1913

Profezie economiche. Consigli di prudenza pel 1913

«Corriere della sera», 26 luglio 1913

 

 

 

Ho avuto altre volte occasione di narrare su queste colonne come vadano moltiplicandosi i tentativi di profezie economiche, intese a scrutare l’avvenire prossimo ed a guidare gli uomini nella loro condotta pratica. In passato si diceva che la storia è la maestra della vita; ma era questa un’affermazione accademica, di uso prevalentemente scolastico, essendoché gli uomini pochissimo hanno mai sempre voluto imparare dalla storia. Tanto diverse sono le circostanze che determinano gli avvenimenti nuovi da quelle che determinarono gli accadimenti passati tanto imperiose sono le passioni umane ed inestinguibili l’ambizione, la sete di dominio e di ricchezza, che sempre si rinnovano gli errori trascorsi ed ognora si seguono vie che l’esperienza ha dimostrato fallaci.

 

 

Le cose mutano nel campo economico.

 

 

Ogni uomo, sia banchiere od agricoltore od industriale od operaio ha desiderio di lucrare di più, di far cosa che economicamente gli giovi e non cosa che gli nuoccia. Il banchiere non sconterà le cambiali di una industria, che possa prevedere si troverà fra qualche mese in imbarazzi; l’agricoltore seminerà più o meno frumento a seconda delle previsioni di alti o bassi prezzi; l’industriale non produrrà merci che sappia destinate a rimanere invendute; l’operaio, quanto più diventa consapevole dei suoi interessi, sciopererà solo quando sappia che gli industriali hanno voglia di lavorare e non quando intuisca che essi sarebbero ben felici di chiudere bottega. Siamo in materia di conti precisi di dare e di avere e non di sentimenti impulsivi o vaghi; e si comprende quindi come gli uomini, più o meno, a seconda della maggiore o minore cultura e capacità intellettuale o tecnica, cerchino di non commettere errori e di trarre dall’esperienza del passato norma adatta all’azione futura.

 

 

Quando gli uomini hanno bisogno di qualche servigio, v’è chi si industria a soddisfarlo. In America ed in Inghilterra dove tutto si organizza a forma di società anonima, sono sorte delle società anonime, il cui scopo è di fabbricare e vendere «deduzioni dall’esperienza passata» e «previsione per l’avvenire». La più nota di tali ditte è la The Business Statistics Co. Ldt. la quale pubblica un Annuario di previsioni commerciali, The Business prospects Year Book, edito anche in edizione francese, serio, pieno di cifre, privo, a quanto pare, di secondi fini e che può presentare una certa utilità.

 

 

Un ufficio analogo compiono oramai molte riviste scientifiche, che ogni anno pubblicano rassegne estese sul movimento economico dell’anno precedente, con assaggi prudentissimi sull’avvenire. Queste sono le più utili, perché, sebbene siano grandi i progressi compiuti dalla scienza economica e statistica, questa è ancora lontanissima dalla sicurezza che ha, ad es., l’astronomia. Le previsioni economiche stanno di mezzo tra quelle astronomiche che sono sicure al minuto secondo e quelle meteorologiche, che sono incertissime. La previsione economica è più progredita in un certo senso di quella meteorologica, perché vede meglio gli avvenimenti a scadenza relativamente lunga; ed è in un altro senso più arretrata, perché non sa nulla degli avvenimenti vicinissimi. La meteorologia è miope, perché può prevedere la pioggia ed il vento a distanze di ore, non mai di settimane; la economia è presbite, perché nulla vede di ciò che succederà subito, in giornata, in settimana o nel mese, e vede discretamente il senso degli avvenimenti da un anno ad un altro, meglio se a grandi linee di anni. Il che si capisce; perché di giorno in giorno le previsioni economiche possono essere sbugiardate, da un’infinità di circostanze politiche, sentimentali ecc. incrociantisi ed elidentisi; mentre in un lungo periodo di tempo il fatto economico si vede chiaro, attraverso alle bizzarre oscillazioni del momento. Perciò le previsioni degli economisti non servono a nulla allo speculatore di borsa, che vive la vita febbrile del giorno che passa; e possono giovare all’industriale, al capolega, al banchiere, all’uomo di Stato, i quali abbisognano di conoscere l’andamento normale della vita economica.

 

 

* * *

 

 

In Italia abbiamo ora un annuario economico, che regge il confronto delle celebrate riviste annuali che da lungo tempo pubblicano l’Economist di Londra, gli Yacbucher di Jena, il Marché financier del Resfalovich di Parigi: voglio accennare all’annuario L’Italia economica nel 1912 che per la quarta volta pubblica il prof. Riccardo Bachi sotto gli auspici della rivista da me diretta. La Riforma Sociale (in dono agli abbonati della rivista-abbonamento annuo L. 15, Torino; ed a parte presso l’Editore Lapi di Città di Castello e presso tutti i librai, L. 4). È un grosso volume di 300 pagine, che è una narrazione completa di ciò che accadde nella finanza, nel commercio, nell’industria, nell’agricoltura, nella banca, nel movimento operaio, nella politica economica nel 1912 in Italia. Le previsioni vi occupano pochissimo spazio; e non sono mai fatte espressamente, discendendo piuttosto come logica conseguenza, che da sé medesimo il lettore deduce, dai fatti narrati per l’anno scorso e per i primi mesi del 1913. Così del resto fanno tutte le riviste serie all’estero; ed è la sola cosa realmente utile.

 

 

Orbene anche il Bachi dall’esame di un numero grandissimo di fatti italiani deduce la stessa conseguenza che altrove si trasse dai fatti stranieri: il 1913 è destinato ad essere un anno di arresto, se non ancora di crisi, in cui occorrerà la massima circospezione negli impegni, l’astensione dalle speculazioni azzardate, e la liquidità maggiore finanziaria. Uomo avvisato, mezzo salvato. Se v’è un fatto confortevole nella storia delle crisi economiche è che queste diventano meno disastrose quando gli uomini vi si preparano per tempo. In Inghilterra ed in Francia, dove la banca è diretta con fermezza e previdenza, le crisi economiche più recenti non hanno quasi lasciato tracce; ed è probabile che gli Stati Uniti non lasceranno ripetere la catastrofe del 1907; come in Italia appare poco verosimile un’altra crisi simile a quella che si chiamò edilizia.

 

 

* * *

 

 

Che il mondo attraversi un periodo difficile e pericoloso si può dimostrare col seguente confronto:

 

 

Tasso dello sconto ufficiale

Tasso dello sconto privato

fine giugno 1807

fine giugno 1818

fine giugno 1887

fine giugno 1913

Parigi

3 e 1/2

4

2 e 1/2

3 e 1/2

Londra

4

4 e 1/2

3 e 1/2

4 e 1/2

Berlino

5 e 1/2

6

4 e 1/2

5 e 1/2

Vienna

5

6

4 e 1/2

5 e 1/2

Svizzera

4 e 1/2

5

4 e 1/2

4 e 1/2

 

 

Il quadro dice che oggi, a fine giugno 1913, noi siamo con tassi dallo sconto ufficiale e privato più alti, da 1/2 ad 1 punto per lo sconto ufficiale e da 1/8 ad 1 e 1/4 per lo sconto libero, che alla fine del giugno 1907. Sconto alto vuol dire denaro caro, domanda affannosa di capitali; e voleva dire nel giugno 1907 situazione malsana delle industrie che avevano allargato oltre misura i propri impianti e chiedevano denaro e poi denaro e poi ancora denaro per altri impianti, per forzare la produzione, per aspettare tempi più propizi per la vendita di prodotti che il mercato non assorbiva più, per finanziare un traffico che si svolgeva a prezzi altissimi. Tre mesi dopo, nella famosa giornata del 23 ottobre 1907, i nodi vennero al pettine; e la corda troppo tesa si ruppe.

 

 

Oggi lo sconto è più alto ancora che nel giugno 1907. Saranno uguali i risultati? Avremo un autunno nuovamente disastroso?

 

 

Alla domanda così posta il Bachi non risponde; né io mi attenterò a dare un giudizio reciso, che non avrebbe alcun valore. Si deve notare che le cause del rialzo del tasso dello sconto sono oggi diverse da quelle del rialzo del 1907. Allora era una industria gonfiata oltre misura che aveva bisogno di ossigeno; e la macchina del credito era profondamente viziata, specialmente negli Stati Uniti, ma un po’ in tutti i paesi, ed anche in Italia. Oggi la causa principale, sebbene non unica, dell’alto tasso dello sconto, è altrove: sono gli Stati che chiedono denari a prestito per finanziare guerre e mobilitazioni, come in Europa, liquidazioni di rivoluzioni, come in Cina, costruzioni ferroviarie, valorizzazioni del caffè, ecc., ecc. Chi li conta più i miliardi pompati dagli Stati nell’ultimo anno?

 

 

Quando appena ci si è riavuti dalla sorpresa dei 625 milioni cinesi, ecco il Brasile con 225 milioni ed il Messico con 400 milioni; ed in Europa la Francia prepara un prestito di un miliardo, il piccolo Belgio farnetica, a sentire i discorsi che corrono, di 800 milioni, senza parlare degli Stati balcanici e delle emissioni a gitto continuo dell’Austria e dell’eroica risoluzione dell’Impero tedesco di ottenere con una imposta straordinaria di 1 miliardo quei fondi che i capitalisti rifiutano quando l’impero offre consolidati 4% al corso di 97.60. Anche l’Italia ha chiesto al mercato interno in due anni, tra buoni ordinari e buoni quinquennali, circa un miliardo di lire. E l’effetto in tutti i paesi è lo stesso; rialza il tasso dello sconto ossia il prezzo del capitale così insistentemente richiesto dagli Stati.

 

 

* * *

 

 

Il qual fatto non può avere sicuramente conseguenze liete per le industrie ed i commerci. Un’azienda industriale ha convenienze a pagare il 4 ed il 5% sul capitale che deve prendere a prestito, perché guadagna il 4 e l’8%.

 

 

Resta un margine sufficiente per allettare al lavoro. Ma se in Austria, in Germania, in Italia, per la concorrenza degli Stati, il prezzo del capitale sale al 6 od al 7% se oramai sono questi i tassi che pagano molti industriali e commercianti, i quali non hanno accesso diretto agli Istituti di emissione mentre i guadagni rimangono stazionari al 7 ed all’8%, o forse ribassano, è chiaro che l’industria soffre, si lamenta, lavora indarno ed è incapace ad attrarre il nuovo risparmio.

 

 

All’incirca e nelle grandi linee è questa la situazione dell’ora presente.

 

 

Il margine dei profitti è diminuito, talora è scomparso e qualche volta si è convertito in una perdita, per il crescere disordinato del prezzo del denaro. È una situazione spiacevole, ma non è ancora una crisi. Questa verrebbe solo se l’industria medesima fosse malata, se oltre a dover pagare il denaro caro, essa non guadagnasse più per eccessivi impianti, per sovraproduzione, per impegni gravosi verso le banche. Se le industrie oggi guadagnassero solo il 2 od il 3% o magari perdessero, mentre il prezzo del capitale occorrente sale al 6 o 7 per cento, certamente il tracollo sarebbe inevitabile. Così fu nel 1907.

 

 

Oggi non sembra che le cose stiano nuovamente così. Il rialzo del prezzo del denaro non è dovuto a cause interne dall’industria, ad eccessive domande di credito da parte sua – cosa che sarebbe stata pericolosissima – ma alla causa esterna già ricordata, ossia alle richieste degli Stati. L’industria attraversa nel 1913, nota bene il Bachi, un periodo di rallentamento in molti paesi del mondo. Alcuni rami delle industrie tessili risentono grave la chiusura del mercato balcanico; l’industria siderurgica germanica segna una parziale diminuzione di attività in confronto col 1912.

 

 

Il rame è fiacco, e così pure lo stagno; e sono due termometri sensibilissimi dell’attività economica. Il mercato dei noli è stato caratterizzato da una fiacchezza quasi permanente, determinata dalla produzione colossale di navi nel 1911 e nel 1912. Persino rallenta la produzione carbonifera; ed in molti altri rami industriali si lamenta scarsità di nuovi ordinativi. Il 1912 fu anno di grandissima prosperità industriale; il 1913 segna il passo, ed in non pochi casi ha un’aria stanca.

 

 

* * *

 

 

Il che può essere un bene. Quando si deve camminare gravati sotto il peso degli alti tassi dello sconto, è bene che l’industria proceda guardinga e si salvi così da cadere nei precipizi.

 

 

Nel 1907 le cadute erano possibili, perché ancora nella primavera i prezzi dei prodotti erano mantenuti ad un livello esagerato ed artificiale. Il prezzo del rame cadde in ottobre a 55 sterline per tonnellata e parve un tracollo, perché si era ruzzolati già da 110 circa. Oggi come potrebbe il rame cadere tanto, se è già a 63?

 

 

Perché il fatto migliore del momento attuale è appunto questo: che i prezzi sono già caduti, tanto delle merci che dei titoli. Quanto alle merci, il massimo fu toccato nel marzo 1912 (allora i prezzi all’ingrosso di Londra segnavano una media del 127% in confronto ai prezzi base – 100 – del periodo 1901-905); rimasero all’incirca stazionari nel 1912, chiudendo a 125 in dicembre. A fine di giugno sono caduti a 121 e 1/2. Specialmente sono ribassati i prezzi dei cereali, carni ed altre sostanze alimentari (te, zucchero, caffè, ecc.), che da un massimo del 129%, sempre in confronto al 100 della media dei prezzi nei 1901-905, raggiunto nel febbraio 1912, caddero a 121 nel dicembre 1912 ed ora, a fine giugno 1913, sono a 115 1/2.

 

 

Se i prezzi dei cereali e delle derrate alimentari sono ribassati, è segno che si prevedono buoni raccolti agricoli; ed i buoni raccolti hanno sempre giovato agli operai e per contraccolpo alle industrie. Quanto ai prezzi dei titoli, quasi ogni giorno bollettini e riviste segnalano ai capitalisti che i prezzi sono avviliti per modo da diventare assai allettatori per chi voglia impiegare con buon frutto i propri capitali.

 

 

La conclusione-previsione a cui nel momento presente si può giungere pare dunque debba essere questa: le industrie ed i commerci, i quali hanno attraversato nel 1912 un periodo di grande prosperità sia in Europa che in America, con profitti buoni e talvolta superbi, si sentono oggi stanchi.

 

 

Senza che si siano verificate esagerazioni negli impianti e nell’uso del credito, i dirigenti sentono che conviene moderare il passo, appunto per non cadere in esagerazioni pericolose. A adottare siffatta condotta sono spronati altresì dal rialzo del tasso dello sconto, che è dovuto alle incessanti richieste di prestiti degli Stati e che è il fatto principe del momento. Se i ceti industriali e bancari useranno prudenza, l’autunno potrà forse essere superato senza scosse e disastri; e, se i raccolti saranno buoni e si rallenteranno alquanto le domande degli Stati, gli anni prossimi 1914 e 1915 potranno essere di ordinato, sebbene meno rapido, sviluppo.

 

 

Sopra tutto dunque il consiglio dei profeti economici è: prudenza. Ed è consiglio che merita di essere ascoltato sopra tutto in Italia la quale, come nota il Bachi, non ebbe un 1912 brillante dal punto di vista industriale ed agricolo, e dove parecchie grandi industrie da quattro o cinque anni cercano un nuovo stabile assetto, che le salvi dalle attuali difficoltà finanziarie.

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